II Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Unum necessarium

 

FACENDO SI ASCOLTA

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-12

 

Dal giorno dell’Epifania abbiamo contemplato le tre epifanie di Dio in Cristo Gesù: la prima ai Magi, segno di tutte le gente chiamate all’incontro con Lui (cfr Mt 2, 1-12); la seconda al Giordano, in cui la manifestazione del Dio Trino giunge a pienezza nel Figlio in fila con i peccatori ed ormai consapevole a pieno di essere il Figlio amato, manifestazione a Gesù stesso che giunge al culmine della sua ricerca di una vocazione e di una identità (cfr Lc 3, 21-22); la terza a Cana di Galilea, in cui il Figlio si manifesta quale Sposo innamorato ed in cammino verso l’ora.

L’oracolo di Isaia che oggi è la prima lettura ha un vertice di grandissima tenerezza, un vertice che dovremmo ripeterci ogni qual volta sperimentiamo solitudine e devastazione nelle nostre vite: «Non ti si chiamerà più ‹Abbandonata›, né la tua terra sarà più detta ‹Devastata› … la tua terra sarà detta ‹Sposata› perché il Signore tuo Dio si compiacerà di te e la tua terra avrà uno Sposo … così ti sposerà il tuo Creatore … come gioisce lo sposo per la sposa così il tuo Dio gioirà per te!» A Cana viene fatto manifesto che lo Sposo giunge!

Comprendiamo bene allora che questa domenica non deve essere svilita con delle “catechesi prematrimoniali” che, per quanto nobilissime ed utilissime, non hanno diretta correlazione con i testi di oggi, se non per il fatto che le nozze umane hanno radice nell’amore sponsale di Dio, che il sacramento nuziale è tale perché il nostro Dio in Gesù si è manifestato quale Sposo.
E’ allora Cristo Sposo che oggi celebriamo e contempliamo; il testo di Giovanni è carico di valore simbolico e di rimandi teologici. Guai a leggerlo sono come un “miracolo” … a volte anche come un miracolo per buontemponi che hanno finito il vino (a tal proposito ricordo una tirata “comica” di Dario Fo!). Giovanni qui, invece, ci sta consegnando ancora un “archè”, un principio: è il principio dei segni, quelli che devono condurre al segno supremo della croce, luogo dell’amore estremo di Dio, luogo dell’ora del Messia che qui a Cana è solo annunziata; i segni che dovranno condurre i discepoli e poi i lettori dell’Evangelo a contemplare quel Dio che dona la vita per la sua sposa che è l’umanità («Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» cfr Gv 3, 16). Giovanni, ricordiamolo, non chiama mai “miracoli” i “miracoli”, ma sempre segni, cioè atti, gesti che rimandano ad una realtà ulteriore. Il fine non è il prodigio, ma è indicare l’identità di Gesù … tutti i segni di Giovanni indicano chi è Gesù: è lo Sposo, è la Parola cui bisogna consegnarsi fidandosi (cfr Gv 4, 46-54 La guarigione del figlio del funzionario del re), è la via che ci toglie da ogni immobilismo (cfr Gv 5, 1-9 Il paralitico alla piscina); è il pane che viene dal cielo (cfr Gv 6, 1-13 La moltiplicazione dei pani); è colui che domina le acque di morte (cfr Gv 6, 16-21 Il cammino sul mare), è la luce del mondo (cfr Gv 6, 1-41 Il cieco nato), è la risurrezione e la vita (cfr Gv 11, 1-44 La risurrezione di Lazzaro) … Un percorso dunque con cui Gesù ci conduce a contemplare il prezzo d’amore che il Figlio eterno di Dio paga per condurci in questo esodo verso l’uomo nuovo.

All’uomo manca la gioia: non hanno vino, dice la Madre! La Madre è qui più di Maria: è Israele che presiede alle nozze tra il Messia e la sua Comunità; è Israele che, immerso nel mondo, fa esperienza del bisogno di un Salvatore; è Israele che sa che la gioia è impossibile senza l’intervento del Salvatore … una gioia che verrà consegnata all’umanità nella Pasqua del Figlio, ma qui Israele chiede, per bocca della Madre, che sia un segno che conduca a quella pienezza di nozze. D’altro canto, in tutto l’Antico Testamento il vino era stato segno della Parola che salva e che dà gioia, e quella Parola il Figlio già la sta pronunciando; il vino è l’Evangelo che ora il Figlio consegna all’umanità, e già tutti i gesti e le parole che il Figlio compie e dice sono la buona notizia che la Pasqua compirà e realizzerà.

E’ vero che l’ora non è ancora giunta, ma già c’è un’ora: l’ora dell’Evangelo che comincia a correre … le definitive saranno sul Golgotha, quando il Figlio innalzato attirerà tutti a sé (cfr Gv 12, 32), quelle nozze – scriveva Caterina da Siena – saranno nozze di sangue … a Cana c’è l’epifania di quest’amore di sposo che si incammina verso le nozze di sangue, nozze in cui canterà la gloria del Padre offrendosi a tutti e senza riserve.
A Cana di Galilea c’è un archè dei segni, ma c’è anche l’archè della fede della Chiesa … è qui che la comunità di Gesù che ha – secondo il racconto di Giovanni, appena una settimana di vita – (cfr Gv 1, 19-2,1), inizia a credere, a fidarsi di Lui …

Certamente poi la fede sarà passata nel crogiuolo, sarà passata nel torchio dell’abbandono, del non capire, del rifiuto, del rinnegamento, del tradimento … Quella che però sarà purificata è già la fede, ed è sorta a Cana dove la Chiesa nascente ha sentito di essere amata, sposata, non più abbandonata!

La Figlia di Sion, Gerusalemme, adombrata dalla Madre, conduce lo Sposo-Messia alla Chiesa e chiede di fare tutto quello che Lui dirà … E’ la via che Israele ha sempre percorso, la via di ascolto che diviene immediatamente vita: «Tutto ciò che il Signore da detto noi lo faremo e lo ascolteremo» (così alla lettera!) dice il popolo alla stipula dell’Alleanza nel deserto (cfr Es 24, 7); facendo si ascolta, facendo si adempie, facendo si comprende la volontà di Dio.

«Fate tutto quello che vi dirà» … sono le parole con cui la Madre, nel Nuovo Testamento, parla per l’ultima volta (mi viene da pensare con qualche perplessità alle “Madonne” che parlano tanto!?): è Israele che consegna a tutti gli uomini l’“unum necessarium” (cfr Lc 10, 42) che è l’ascolto obbediente. Un ascolto obbediente che permette di gustare il vino buono che è l’Evangelo, che permette di entrare nella gioia delle nozze, un ascolto obbediente che deve divenire sequela sulle vie dell’Esodo Pasquale che il Figlio dovrà realizzare per compiere l’ora che a Cana è solo annunziata. La Madre-Israele è lì presente quando la Chiesa inizia a credere e sarà presente alla fine del Quarto Evangelo ai piedi della croce, all’ora; lì sarà con il Discepolo amato, consegnati l’uno all’altra, nell’ora delle nozze di sangue; sono il principio della nuova umanità.

Cana: epifania di Dio nel Cristo Sposo. Il fine dell’Incarnazione è questo fine sponsale che avrà la sua pienezza nell’eterno: dalle nozze annunziate a Cana, alle nozze di sangue sul Golgotha, fino alle nozze eterne con il Veniente principio e meta della storia: «Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni! E chi ascolta ripeta: Vieni!» (cfr Ap 22, 17).

Colui che verrà è lo Sposo innamorato già segnato dalle stigmate dell’amore e pronto ad accogliere la Sposa nel suo abbraccio eterno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVII Domenica del Tempo Ordinario (B) – La via della fedeltà

 

…E’ VIA DI CROCE

 

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

 

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”,  come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo; spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere…l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera! Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire, e non di servirsi degli altri, dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa, e Marco lo dichiara semplicemente: «Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”»; domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio; ma forse la domanda è ancora più maligna perché pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa. Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Gesù però non cade nel tranello e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Legge, infatti, aveva reso possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore; un cuore duro è impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio.
Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così…un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa.
Gesù dice con chiarezza che «l’uomo non separi ciò che Dio ha unito» e, per dire di questa unità creata da Dio, Marco usa il verbo “syzeugyymi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto, la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perché narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo; spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà…

Gesù, senza mezze misure, si mette sulla scia del profetismo come quello di Malachia: «Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché?perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele» (cfr Ml 2, 13-16).
Gesù cita in tal senso, e senza possibili vie di fuga, il testo del Libro della Genesi che costituisce la prima lettura di oggi: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne»: per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un’unità profondissima, e questo per volontà di Dio. Dio crea un’unità fra i due che non può più essere spezzata perché a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perché si è accolto il Cristo significa portare su di sé la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele, fedele ed amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3, 16).

La sequela, ci dice oggi la Scrittura, è questione di fedeltà! Di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita…è vita! E questo va mantenuto e proclamato con una fedeltà alla vita. All’interno del matrimonio, fedeltà significa fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due: una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza.
E’ via di croce
Sì, è via esigente: è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo; è via che non aliena la sua carne. E’ via che il mondo irride; è via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”…ma la vita è già stata fatta da un alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane.
E seppure l’altro fosse infedele, colui che resta deve rimanere fedele se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà; se non vuole sconfessare la propria stessa vita, facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni.

Certo ciò imporrebbe alla Chiesa uno sguardo attento dinanzi a chi sceglie la via del matrimonio; uno sguardo di cura ma anche di sana “severità”, sottolineando la “gravità” del passo che in troppi fanno con leggerezza e con mille remore.
La possibilità del divorzio delle leggi degli stati ha certamente messo nel cuore di tantissimi – nella maggioranza di coloro che arrivano a sposarsi – una remora gravissima, che si concreta nel pensiero che i più formulano così: “Se anche dovesse andar male, c’è il divorzio che mi libera”; un pensiero questo che fa nullo ogni patto nuziale e che rende anche i santi riti della nozze cristiane null’altro che “scena di questo mondo” (cfr 1Cor 7, 31).

In questo tempo in cui la Chiesa si appresta a discutere ancora sulla famiglia e sul progetto di Dio su di essa, credo che sia importante, prima di aiutare quelli che già si trovano in sofferenza per separazioni e divorzi e a cui si deve riconoscere la nullità di matrimoni non-matrimoni, riflettere attentamente sul come e a chi si dà il matrimonio sacramentale.
Fino a quando non ci si decide ad essere santamente “severi” nel dare il matrimonio sacramentale, forse anche sottolineando di nuovo la benedizione creazionale che c’è in ogni forma di matrimonio, non proclameremo la grande novità rivelativa del sacramento nuziale, e tanti battezzati continueranno a ritenerlo più o meno una mera benedizione augurale per i due bravi ragazzi che arrivano a quell’esito naturale.
Certo Gesù proclama che l’indissolubilità è inscritta già nella natura stessa dell’amore coniugale, ma già dalle parole di Gesù traspare chiaro che questo dato già creazionale non è coglibile da ogni occhio: c’è il cuore duro, che è l’incapacità di volersi donare totalmente e per sempre … ma ’amore è questo, sia o meno sacramento.

La cosa su cui dobbiamo riflettere è se possiamo addirittura fingere di non vedere che il più delle volte si pretende di vestire addirittura da sacramento dell’Amore di Cristo per la Chiesa e per l’umanità tutta qualcosa che non è giunto neanche alla consapevolezza antropologica di ciò che sia l’amore tra un uomo ed una donna. Come chiamare e proclamare sacramento qualcosa che non ha il minimo dell’umano? Si è prima uomini e poi cristiani!

In questo testo di Marco è chiaro che il messaggio di Gesù è duro…tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi (cfr Mt 19, 10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!
Come è possibile?
Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: si può solo se «se si accoglie il Regno come un bambino»…entra nel Regno chi accoglie il Regno, e accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

Il matrimonio è icona di una capacità di stabilità e di definitività che l’appartenere a Cristo ed al suo Regno non può non avere.
L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!), ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “”, e perché chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           

 




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V Domenica di Quaresima (B) – La Croce svela tutto

 

UN AMORE COSTOSO

 

Ger 31, 31-34; Sal 50; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

«E’ giunta l’ora…»
Questa ultima domenica di Quaresima ci proclama che il compimento è alle soglie, i giorni santi della Pasqua sono prossimi…è una vigilia carica di una grande tensione di attesa. Sarebbe poco, però, se questa tensione riguardasse solo l’attesa di giorni, certo santissimi, di liturgie, certo profonde, di gesti antichi, certo carichi di esigenze evangeliche; sarebbe poco perchè l’ora di Gesù è già scoccata: celebrare la Pasqua è ripetersi con forza che l’ora di Gesù è il nostro oggi; ogni nostro giorno, tutta la nostra vità è ormai l’ora di Gesù.
E dunque ci chiediamo: tensione verso che cosa?
Verso quei compimenti a cui ciascuno di noi deve dare accesso: oggi è tempo di nuovi compimenti dell’Evangelo, che portino l’ora di Gesù, che è già scoccata, nei punti più segreti e profondi delle nostre vite. E’ l’ora di dire dei e dei no che riguardano questo oggi preciso, quest’epoca della nostra vita contrassegnata da questa grazia, da queste fragilità, da questi peccati, da queste gioie, da queste abitudini buone e da queste abitudini cattive, da queste malattie e da questi sogni, da questi slanci e da queste viltà…in tutte queste cose, ciascuno deve dirsi: E’ l’ora di Gesù!
E’ ora in cui è necessario deporre se stessi per lasciarsi portare dal Signore Gesù lì dove Lui è; è ora in cui “rifare” quell’alleanza, che è il fondamento della nostra vita di credenti; è ora in cui Dio sia Dio e – come ha scritto Geremia nel passo di oggi – «noi siamo suo popolo», con tutto ciò che questo significa.

Alle soglie dei giorni santi della Grande Settimana, quest’anno la liturgia, per condurci a al rinnovamento dell’Alleanza, ci presenta un racconto di Giovanni che ha dell’enigmatico: alcuni greci, dei pagani dunque, degli uomini provenienti dai gojim, si accostano al gruppo di Gesù e fanno una domanda precisa: «Vogliamo vedere Gesù!».
Quando Filippo ed Andrea vanno a riferirlo a Gesù, piomba su di lui la paura e la trepidante attesa dell’ora che si rivela imminente; di quell’ora che, fin dal principio del Quarto Evangelo, era come sospesa su Gesù e su tutta la storia. Gesù, infatti, trasale turbato all’annunzio dei due discepoli che dei greci lo cercano: perchè? Perchè era comune coscienza, al tempo di Gesù, che quando i pagani avrebbero cercato il Messia, quella sarebbe stata l’ora della rivelazione piena del Messia.
E Gesù sa che quell’ora sarebbe stata ora di nozze, ma di nozze di sangue: Gesù sa che “gettare fuori il principe di questo mondo” sarà opera costosa, ed avrà il prezzo del suo sangue.

Giovanni, nel suo racconto della Passione, non narra dell’agonia nell’orto di Getsemani; in Giovanni, Gesù va in quell’orto solo perché sa che Giuda verrà lì, e lì – liberamente – si consegna. Per Giovanni la vera agonia del Messia è qui: qui subisce l’attacco della paura, il desiderio di fuga («E che devo dire, passi da me quest’ora), e qui avviene la sua piena consegna nelle mani del Padre. E’ qui che Gesù dice una parola di totale e definitiva compromissione: «Padre, glorifica il tuo nome», cioè “Padre, rendimi capace di attraversare quest’ora mostrando la tua gloria”!
Lo sappiamo, per Giovanni la gloria di Dio non è gloria di trionfo, ma è la gloria paradossale di un Crocefisso; è lì, sulla croce, che Gesù dirà davvero chi è Dio, lì griderà al Padre il suo amore perché gli uomini riconoscessero il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Sul momento quei greci non ricevono risposta, ma la risposta vera la riceveranno: dalla croce Cristo attirerà tutti a sè. E’ alla croce che il Figlio di Dio dà “appuntamento” a tutti gli uomini.
Da lì scaturirà il giudizio, scaturirà cioè il discernimento di tutto; la croce dirà la verità su tutto. Le braccia spalancate del Crocefisso possono essere colte come braccia che accolgono e danno perdono e pace…ma quell’Uomo, con le braccia spalancate e inchiodato al legno degli infami, può essere colto da altri come stoltezza infinita di un’impotenza incapace di salvare chi ha posto nella potenza la sua fiducia.

La croce svela tutto.
Ci dice chi è il Padre: è il Dio «che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (cfr Gv 3, 16).
Ci dice chi è il Figlio Gesù: è colui che ha amato fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Ci dice chi sono i discepoli: sono coloro che fuggono, tranne il discepolo amato che lo segue fino al Golgotha (cfr Gv 18, 8 e Gv 19, 26).
Ci dice chi è il mondo: è tutto ciò che ha inchiodato il Figlio al legno dei maledetti ma che, essendo oggetto dell’amore di Dio, deve essere attratto dal Figlio (cfr Gv 12, 32).

La via dell’ora è dunque chiara ma è costosa; infatti, in questo passo di Giovanni, Gesù consegna alla Chiesa – e oggi consegna a noi in questa Quinta domenica di Quaresima – la parola sul chicco di grano che deve cadere a terra e morire per dare frutto.
Se nei Sinottici il chicco sparso dal Seminatore è la Parola dell’Evangelo, qui, in Giovanni, il chicco di grano che deve scendere nella terra, spezzarsi e provare l’orrore della morte per dare vita, è una metafora potente e dolcissima di ciò che Gesù è venuto a fare: “Padre, per questo sono venuto!” esclama Gesù in questo racconto giovanneo.

Gesù si abbandona all’ora, ed è pronto per entrare nella Passione che sarà amore fino all’estremo. Lo straordinario è che Gesù invita anche noi a seguirlo: «Se uno mi vuol servire mi segua e là dove sono io sarà anche il mio servitore». Stare dove è Lui: certo, nell’intimità del Padre ma prima, stare dove Lui è, è stare sulla croce di un amore costoso.
Una parola, questa, che il Quarto Evangelo dice con forza a chi già si proclama Chiesa di Cristo, a coloro che, come noi, si proclamano suoi discepoli e “servitori”.

Insomma, non si può seguire Gesù e “amare” la propria vita, pensare di “salvarla”, di preservarla, di metterla “sotto chiave” perché nulla e nessuno la tocchi! Si può essere di Gesù solo se si è disposti a donare la vita, fino all’estremo e senza compromessi, senza “barare”: è necessario entrare nell’ora del Figlio dell’uomo!

Solo così il principe di questo mondo, il diavolo, il divisore, verrà gettato fuori dalla storia. Gesù l’ha fatto: l’ha gettato fuori perché il diavolo è brama di potere e di prevaricazione; è “salvare stessi” a prezzo degli altri, che si possono e devono “perdere” per i miei interessi. Gesù ha gettato fuori il principe di questo mondo perché è stato pronto a chinarsi ai piedi degli uomini, a contatto con le loro miserie e vergogne: chi sta ai piedi dei fratelli, e, come il chicco di grano, è disposto a cadere in terra per dare frutto, getta fuori il principe di questo mondo, colui che presiede la mondanità e proclama di continuo le buone ragioni dell’“ego”, le buone ragioni della propria vita, delle proprie cose e dei propri progetti al di sopra di tutto, anche di Dio! Anzi, prima di tutto al di sopra di Dio!

Eccoci, dunque, pronti ad entrare nella Santa Settimana; non per ripetere riti antichi e suggestivi, ma per decidere di dare accesso all’ora di Gesù nelle nostre vite!

E sarà la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica del Tempo Ordinario – Il principio dei Segni

 QUANDO MANCA L’AMORE E LA GIOIA, MANCA L’UOMO 

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

 

Le nozze di Cana (Icona, Monastero di Ruviano)

Dopo l’epifania a tutte le genti incontrate dal “Re dei Giudei” attraverso i Magi venuti dall’oriente, e  dopo l’epifania avvenuta al Giordano, in cui il Padre si manifesta e dona lo Spirito al Figlio, ecco oggi la terza epifania a Cana di Galilea in cui il Figlio manifesta la sua gloria a quella piccola comunità di discepoli che è appena nata attorno a Lui. Una manifestazione che avviene in un contesto preciso ed altamente simbolico, quello delle nozze.

Il matrimonio in Cana di Galilea ci racconta l’inizio di quei segni che Gesù offre, nel Quarto Evangelo, affinchè gli uomini riconoscano la sua vera identità; il matrimonio in Cana ci annunzia un tempo nuovo che Gesù è venuto ad inaugurare per il Popolo della Prima Alleanza e per tutti gli uomini!

In tal senso, già il nome della località in cui Giovanni ambienta questo primo segno ha per molti un’eco simbolica: “Cana”, infatti, deriverebbe dal verbo ebraico “qanah” che significa “acquistare”, e ci porterebbe a contemplare quel “popolo che Dio si è acquistato” (cfr Es 15, 16; Dt 32, 6 oppure ancora il Sal 72, 4)…il popolo di Israele, depositario dell’Alleanza, e qui rappresentato dalla Madre di Gesù, la “Figlia di Sion”, e dai discepoli tratti da quel popolo santo e seme della comunità di Gesù appena nata…Questo popolo, “acquisizione” di Dio, ora deve iniziare a vedere la gloria del Figlio! Ed ecco questo sposalizio in Cana che predispone uno “scenario” ed un “tempo” che annunziano che è “ora” di nozze tra Dio e l’umanità attraverso “la Parola, carne divenuta” (cfr Gv 1,14) che si manifesta qui attraverso “l’acqua, vino divenuta” (cfr Gv 2,9)!

Le nozze! Ci riportano subito all’amore e alla gioia…e la Prima Alleanza aveva usato tante volte la metafora delle nozze per parlare dell’amore del Signore per il Popolo, del desiderio di Dio di un vincolo saldo e tenerissimo, fatto di fedeltà e di dono! I profeti avevano parlato di nozze con linguaggio amoroso, nostalgico, forte, ma anche con toni di promessa.

In questa domenica si ascolta il passo tratto dagli oracoli di Isaia in cui risuonano con chiarezza temi dell “amore” e della “gioia”: Per amore di Gerusalemme non tacerò”, “come gioisce lo sposo per la sposa così gioirà il tuo Dio per te”. Pensiamoci: amore e gioia! Qui a Cana il Dio fatto carne rivela, manifesta la sua gloria con un segno, quello dell’acqua diventata vino, dicendoci che è venuto a salvarci da quel male terribile e strisciante che annienta la nostra umanità, e che è simboleggiato dall’assenza di vino alle nozze: la mancanza di amore e di gioia! Diciamoci la verità, quando queste due cose mancano, manca l’uomo!

Gesù qui rivela di essere lo sposo venuto a dire l’amore e a dare l’amore, di essere lo sposo che gioisce per la sposa e le dona gioia e fecondità.

Quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini sentiamo di essere stati “derubati” dell’essenziale; quando non abbiamo amore e gioia, noi uomini diventiamo cattivi ed egoisti, e siamo disposti a metterci anche al servizio della “morte” nell’illusione di raggiungere quegli scopi…è tremendo ma è così!

L’Evangelo di Giovanni pone come principio dei segni questo delle nozze in Cana, un segno che è annunzio di gioia e di amore! Il vino delle nozze che il Messia dona è buono (in greco “kalòs” che significa anche “bello”) ed è abbondante (più di seicento litri di vino!!)…il Messia è lo sposo capace di donare amore e gioia in abbondanza, è lo sposo capace di trasfigurare nella bellezza le vite degli uomini attraverso il suo amore! Insomma, attraverso Gesù, la Parola fatta carne, ogni uomo può gustare questo vino inebriante dell’amore e della gioia!

Certamente questo segno di Cana conduce all’“ora” in cui il segno diverrà realtà palpabile, visibile, pienamente accessibile…l’annunzio di Cana richiama all’”ora” in cui le vere nozze saranno celebrate sulla croce e saranno nozze di sangue in un “amore fino all’estremo” gridato dal Crocefisso nell’ora suprema del Golgotha (“tetélestai”, cioè “fino all’estremo”, fino al “télos”, fino, cioè, al pieno compimento!).

La Donna, la “Figlia di Sion”, la Madre presente a Cana, icona del popolo che Dio si è acquistato, sarà anche, con il Discepolo amato, presente nell’ora, e sarà segno di quella comunità credente che nasce dall’amore fino all’estremo del Figlio, nella duplice polarità di “Madre” e “Discepolo amato”.

Vorrei notare però ancora una cosa: l’epifania dell’“acqua, vino diventata” avviene a Cana di Galilea e non a Gerusalemme, o magari sul colle del Tempio; e neanche presso il monte Garizim, dove avviene il dialogo con la Samaritana, luoghi considerati, dai credenti,  “santi” e di culto…questa epifania in cui è offerto il vino del Messia, vino di gioia per l’amore sponsale di Dio, avviene in un luogo marginale, semplice, quotidiano, umile…di quella umiltà che è quotidianità anche ripetitiva…come le nostre vite! E’ lì che si dipana la vita della Chiesa sotto lo sguardo dello Sposo innamorato…è lì, e non nei “grandi eventi” (come orribilmente si usa dire oggi!), è lì, nel grigio quotidiano, che siamo amati e quindi abbiamo possibilità di accesso alla gioia che proviene da Dio!

Accogliere l’epifania dello Sposo, in attesa dell’ora delle nozze di sangue, è principio di un cammino di gioia nella certezza della promessa di una gioia più grande, senza confini: quella gioia che sgorgherà dall’amore pasquale del nostro Dio. E tutto questo siamo chiamati a viverlo e a portarlo nella storia concreta e contraddittoria di ogni giorno, quella nella quale viviamo, quella nella quale l’Evangelo ci vuole a lottare per l’ “uomo” che significa sempre, non dimentichiamolo mai, lottare per Dio!

Appena concluso il tempo di Natale, già si staglia all’orizzonte, nel segno di Cana, l’ombra amorosa della croce e la luce di speranza della risurrezione…e allora, come ha scritto Isaia, non saremo più chiamati “abbandonati”, né devastati”…ma saremo chiamati dal Signore “mio compiacimentoe la nostra terra “sposata”!

La Chiesa, sposa amata, annunzi questo al mondo e annunzierà vita, gioia, senso! Questo annunzio è il principio dei segni!




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