XXVII Domenica del Tempo Ordinario – La sequela

SEGUIRE GESU’ NELLE VIE DI OGNI GIORNO: LA VIA NUZIALE

Gen 2, 18-24; Sal 127; Eb 2, 9-11; Mc 10, 2-16

Marco mostra come seguire Gesù nelle vie di ogni giorno: come seguirlo nella via nuziale, nel rapporto con le cose, nel rapporto con il potere. In fondo la sequela di Gesù ci può cambiare e dirigere rispetto alle tre libido (“amandi”, “possidendi” e “dominandi”, come dirà Freud) che sono le grandi spinte che esistono nell’uomo, spinte che lo costruiscono, ma spinte che lo possono anche perdere…l’amore, il possedere e l’usare il potere sono nell’uomo e devono essere indirizzati e usati per edificare l’uomo nella sua pienezza.

Questa domenica si fissa l’attenzione sul primo punto; domenica prossima l’episodio del giovane ricco ci porrà dinanzi al problema del possedere; l’altra domenica, con la domanda dei primi posti da parte di Giacomo e Giovanni, dinanzi al problema del potere.

Gesù libera! Rende possibili una grande fedeltà nell’amore, una grande libertà dalle cose, una nuova capacità di servire e non di servirsi degli altri dominandoli.

La domanda che oggi è posta a Gesù è capziosa e Marco lo dichiara semplicemente: Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, domandarono a Gesù: “E’ lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”. Domanda capziosa che vorrebbe gettare Gesù nel ginepraio delle polemiche, molto vive a quel tempo tra scuole rabbiniche, circa i limiti e i casi di divorzio…ma forse la domanda è ancora più maligna perchè pretende che Gesù si pronunzi su una questione che al Battista era costata la testa; Giovanni, infatti, su questa questione aveva provocato Erode Antipa con quel “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello”…

Gesù però non cade nel tranello, e riporta la questione ad un livello “altro” che i suoi interlocutori neanche immaginavano. Il problema è il cuore: la Legge, infatti, rendeva possibile il divorzio per un solo motivo, la “sclerocardia”, la durezza del cuore. Un cuore duro ed impenetrabile dalle esigenze d’amore del progetto di Dio. Un cuore così non è in grado di cogliere il senso dell’“in-principio”; quell’“in-principio” in cui non fu così…un “in-principio” a cui più che mai è necessario ritornare per proclamare ciò che il matrimonio significa. Gesù dice con chiarezza che “l’uomo non separi ciò che Dio ha unito”, e – per dire di questa unità creata da Dio – Marco usa il verbo “syzeugnymi” che, alla lettera, significa “mettere sotto uno stesso giogo” (d’altro canto la parola “coniuge” deriva da questa stessa idea!).

L’amore dei due è indissolubile perchè narra le nozze, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo: spezzare il matrimonio è smentire Dio, è rompere l’alleanza con Lui. Lui è fedele e nel matrimonio il credente è chiamato a mostrare la gloria della sua fedeltà

Gesù si mette, senza mezze misure, sulla scia del profetismo come quello di Malachia: “Il Signore non gradisce le vostre offerte … e voi ci chiedete il perché? Perché il Signore è testimone tra te e la donna della tua giovinezza che tu tratti perfidamente mentre essa è la tua consorte, la donna legata a te da alleanza. Non fece Egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? … Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Io odio il ripudio, dice il Signore Dio di Israele…(cfr Ml 2, 13-16).

Gesù cita in tal senso e senza possibili vie di fuga il testo del Libro della Genesi  che costituisce la prima lettura di oggi: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una sola carne. Per Gesù il matrimonio tende a fare dei due un solo essere, e questo per volontà di Dio. Dio nei due crea un’unità che non può più essere essere spezzata perchè a quell’unità Egli affida una profezia: la sua fedeltà ed il suo amore.

Appartenere al Regno perchè si è accolto il Cristo significa portare su di sè la bellezza e lo splendore della fedeltà di Dio. Il Dio dell’Evangelo è il Dio d’Israele fedele ed amante, fedele fino a perdonare tutti gli “adultèri” del popolo, fedele all’uomo che si aliena agli idoli fino a dare il proprio Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16).

La sequela, ci dice oggi la Scittura, è questione di fedeltà, di perseveranza, di costanza! La sequela non è via passeggera, non è una stagione della vita…è vita! E questo va mantenuto e proclamato con fedeltà alla vita. Nel matrimonio questa fedeltà è fedeltà a quell’unità indissolubile che Dio ha voluto per i due. Una fedeltà che, ove venisse rotta, infangata, alienata può essere ricostruita dalla fedeltà di Dio e dalla sua grazia. Una fedeltà che va custodita anche quando uno dei due la rigetta e la disprezza. E’ via di croce sì, è via esigente…è via seria! E’ via che non svilisce le scelte dell’uomo, è via che non aliena la sua carne…è via che il mondo irride. E’ via che il mondo deplora parlando di “rifarsi una vita”…ma la vita è già stata fatta da un alla donna, all’uomo della propria giovinezza. Quel sì rimane. E se l’altro fosse infedele, chi resta deve rimanere fedele…se non vuole anche lui sconfessare Dio e la sua fedeltà, se non vuole sconfessare la propria stessa vita facendola diventare soggetta a passeggere emozioni e a passeggeri desideri o bisogni…

E’ questo il messaggio duro di Gesù…tanto che i discepoli arrivano a dire, nella redazione di Matteo, che se questa è la condizione dell’uomo non conviene sposarsi (cfr Mt 19,10).

La venuta di Gesù non tollera più rimandi o addolcimenti (come le norme date da Mosè per la durezza dei cuori!), vuole invece urgenza, radicalità!

Come è possibile? Marco lo dice nella seconda parte dell’Evangelo di oggi: se si accoglie il Regno come un bambino…entra nel Regno chi accoglie il Regno. Accogliere significa dargli accesso alla propria vita senza “se” e senza “ma”, in un ascolto obbediente e semplice. In un ascolto che si fida.

L’Evangelo è netto, forse appare duro (certamente al giorno d’oggi impopolare!) ma è umano perché prende sul serio l’uomo ed i suoi “”, e perchè chiede all’uomo una vera presa di posizione, libera ed autentica, dinanzi alle esigenze del Regno.

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica del Tempo Ordinario – Il vino abbondante di Cana

SEGNO DI UNA RIVELAZIONE ALLA CHIESA

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

Le Nozze di Cana, icona (Monastero di Ruviano)

 

Il brano evangelico come pure il passo di Isaia di oggi ci portano in un clima nuziale che ci conduce nel percorso ordinario della liturgia e contemporaneamente ci presenta, in continuità con le feste appena trascorse, la terza epifania del Signore: dopo quella ai Magi (a tutte le genti), dopo quella al Giordano (alle attese di Israele), ecco quella di Cana (all’ embrione della Chiesa).

Il clima nuziale però non ci inganni portandoci a discorsi più o meno moralistici sul matrimonio e sulla vita coniugale; il livello che oggi si deve cogliere è un livello rivelativo, infatti, dinanzi ad un’epifania, ad una manifestazione, è necessario comprendere quale rivelazione di sé il Signore vuole donare alla nostra vita credente.

L’evangelista ci tiene a datare l’evento di Cana e lo fa con un’espressione che certo non è casuale: tre giorni dopo, al terzo giorno. Questo richiamo certo conduce al terzo giorno della resurrezione (espressione ormai consolidata al tempo della stesura del IV evangelo) ma anche all’evento del Sinai quando il Signore, al terzo giorno rivelò la sua gloria e il popolo credette (cfr Es 19.9.11). Sinai, Cana, Pasqua: tre eventi in cui la gloria del Signore si mostra e in cui è necessaria un’adesione a Lui nella fede…c’è tutto un sapore di alleanza, di rivelazione: al Sinai il Signore diede la Torah ed Israele credette, qui a Cana Gesù dona il vino buono, l’Evangelo, ai discepoli appena radunati ed essi credono…nella sua Pasqua soffierà lo Spirito su quella Chiesa che nel cenacolo è chiusa ancora nelle sue paure (cfr Gv 20,19-23) perché essa possa gridare agli uomini la riconciliazione ed il mondo nuovo.

A Cana allora non c’è un miracolo (come in tutto il IV evangelo) ma un segno; questo va colto altrimenti si rischia di banalizzare il tutto e di non giungere al cuore di ciò che il Signore vuole consegnarci; così Gesù diede inizio ai suoi segni in Cana di Galilea e i suoi discepoli credettero in lui; la presenza di Maria non deve portarci a conclusioni devozionali, qui Maria è segno dell’Israele che sa, sa che le attese dell’umanità possono essere colmate solo da quel suo Figlio venuto dall’alto; l’umanità attende la gioia, la comunione vera e piena ed il vino e le nozze sono segno di questa gioia e di questa comunione. Solo il Figlio di Dio venuto nella carne può colmare quelle attese…deve scoccare un ora in cui tutto si compirà; sì, c’è un’ora che qui a  Cana è annunziata, attesa e preannunciata, un’ ora che sarà ora di nozze di sangue…ora che si compirà sulla croce; Gesù rimanda  a quell’ora quando rifiuta il suo intervento; Maria però gli apre una comprensione ulteriore: la partenza dell’Evangelo annunziato è già inizio dell’ora. A Cana Gesù si presenta non come il soccorritore contro una brutta figura per la mancanza di vino (che banalizzazioni che si è costretti a volte a leggere e sentire!) ma come lo sposo che inaugura un tempo nuovo di presenza: la tenda di Dio è ormai piantata in mezzo agli uomini (Gv 1, 14) e quando il Figlio dell’uomo sarà innalzato (cfr Gv 3, 14) le nozze saranno piene. Il vino abbondante di Cana (più di seicento litri!!) è segno di una rivelazione piena che lo Sposo innamorato dona alla sua Chiesa per tutta l’umanità; l’acqua delle purificazioni dei Giudei è mutata nel vino del Messia: ormai la purificazione non è data più dall’osservanza della Torah ma dall’Evangelo del Cristo accolto con gioia…nel IV evangelo i discepoli sono resi puri dalla parola di Gesù: voi siete puri per la parola che vi ho annunziato (Gv 15, 3); a Cana si proclama che l’attesa è finita, le giare sono colme fino all’orlo…dopo Gesù non c’è un di più, un meglio, un ancora, un dopo

Oggi è necessario chiedersi con coraggio se Lui è davvero per noi questo culmine, questa attesa colmata, questa speranza saziata e sempre riaccesa; è necessario chiedersi quali nozze abbiamo celebrato…le abbiamo celebrate con il Cristo ed il suo Evangelo?  La sua Parola ha per noi il sapore della definitività nelle nostre scelte quotidiane, nel nostro modo di affrontare la vita? Nel racconto del segno di Cana ci sono quelle parole di Maria che è necessario cogliere in modo assoluto: Fate tutto quello che vi dirà. Maria non ha altre parole da dire, questa è l’ultima parola che Maria dice nel Nuovo Testamento (diffidiamo delle tante, troppe parole attribuite a Maria!!). Qui ci è chiesto un ascolto obbediente che è la sola via per camminare in un ordinario che può e deve essere tinto dei colori dello straordinario! E’ possibile! Isaia ci dice il perché: il nostro Dio ci ha sposati, ci ha liberati da ogni abbandono e da ogni devastazione. Chi gusta il vino buono-bello dell’Evangelo impara la dolcezza coraggiosa del fare ciò che Lui dice, chi gustando quel vino riconosce la sua gloria intraprende un cammino di libertà e comunione impensabili! Di contro quando permettiamo all’abbandono e alla devastazione di dominare i nostri giorni rendiamo vane per noi quelle nozze di sangue che il Messia Gesù ha celebrato con noi per la nostra gioia e perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (Gv 10,10).

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati alle nozze

INVITATI ALLE NOZZE, PREFERIAMO ALTRE VIE

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

In questa domenica il “paese delle parabole” è pieno di violenza … violenza degli invitati al banchetto di nozze i quali malmenano ed addirittura uccidono i servi che li invitano da parte del re, violenza del re stesso che distrugge ed uccide, violenza ancora del re dinanzi all’invitato senza abito nuziale …

Che è successo? Cosa è questa violenza? Nell’economia della narrazione sta a sottolineare la gravità dell’indifferenza, del rifiuto, della sordità davanti agli espliciti inviti di Dio; la gravità dell’autosufficienza dell’invitato senza abito nuziale il quale crede di poter stare alle nozze del Figlio con le sue vesti e non con le vesti dono dello Sposo. Era, infatti, usanza che la veste nuziale venisse data da chi invitava al banchetto; questo invitato della parabola è uno che ha deciso di poter fare a meno del dono .

La violenza che dunque pesa su questo racconto altro non è che il grido di Dio che denunzia la stoltezza, insipienza, la superbia, l’autosufficienza di chi, invitato alle nozze d’amore del Figlio, preferisce altre vie.

La denunzia di questa parabola riguarda tutti: quelli “di fuori”, in questo caso i capi di Israele, gli uomini religiosi del popolo ebraico, e quelli “di dentro”, chi, cioè, al banchetto ci è pure entrato ma rivestito di se stesso, credendo che la via dell’Evangelo potesse essere percorsa con mediocrità , con mezze misure, con compromessi, con vie mondane tenute in piedi, magari, con il “paravento” della misericordia infinita di Dio. Il Signore però a questo gioco non ci sta, non ci sta con chi gioca “al ribasso” e dice parole durissime a chi, entrato alle nozze, pretende di starci mettendo tra parentesi le esigenze radicali dell’Evangelo; chi fa questo finisce nelle “tenebre esteriori”, è nelle tenebre “di fuori” perché ha già le tenebre “interiori ”, è abitato dalle tenebre.

Chi è entrato al banchetto se non ha la veste nuziale anche se è dentro è fuori; la veste è la veste del Figlio che fa la volontà del Padre; la veste delle nozze del Figlio è l’essere davvero rivestiti di Lui.

La parabola ci svela questo tremendo pericolo, non per immergerci nel terrore ma per portarci a conversione. Vuole avvertirci che c’è una via di morte che si può percorrere anche stando nella Chiesa … non è lo stare nella Chiesa che ci rende dei salvati; un pensiero così meccanico è un pensiero mortifero; somiglia alla sicumera cieca degli abitanti di Gerusalemme che, di fronte alle parole di fuoco di Geremia, ripetevano: Tempio del Signore, Tempio del Signore, Tempio del Signore è questo! (cfr Ger 7,4). Parole che nascono da chi si crede “al riparo” semplicemente perché c’era un Tempio ed essi vi si aggrappavano; vi si aggrappavano con fede ma con stolta sicumera, con arroganza e sentendosi al sicuro, ritenendosi in una “botte di ferro” senza dover aggiungere vita compromessa davvero per Dio all’esteriore appartenenza rassicurante!

Chi facesse così è come quelli che, chiamati per primi, hanno dichiarato esplicitamente il loro no (non vollero venire) o come i secondi che sono rimasti indifferenti (non se ne curarono) preferendo le loro cose, i loro campi, i loro affari … o come quegli altri che addirittura hanno rigettato l’invito con violenza (presero i servi, li insultarono e li uccisero). Questo rifiuto, con tutte le sue possibili gamme, genera però, in questo Signore che non si stanca e non si arrende, una dilatazione ulteriore del cuore: “Quanti trovate, fino alla fine delle vie, – così alla lettera – chiamateli alle nozze”! E i servi comprendono bene il cuore del loro re, e riunirono quelli che trovavano, buoni e cattivi. Questa precisazione non è casuale ma rivela la natura stessa della Chiesa; questa mescolanza di “buoni e cattivi” è riflesso della gratuità dell’invito.

Qui scatta, però, una seconda istanza che questo racconto ci porta: c’è un prezzo della Grazia ! Sembra paradossale, sembra una contraddizione della gratuità … ma non è così! Il prezzo è lo spalancarsi all’irruzione della Grazia; uno spalancarsi che è costoso perché vuole un’adesione che non può essere solo esteriore, è un’adesione che vuole un rivestirsi di una vita nuova e non di una vita nuova qualsiasi ma di una vita che è quella del Cristo; una vita nuova fatta di alcuni “no ” netti da pronunziare e da alcuni “sì ” altrettanto netti. La chiamata è gratuita ma chiede vita vera … tra la chiamata gratuita e l’esito di salvezza, di senso c’è il problema della “dignità” cristiana! L’indegnità non è altro che il rifiuto autosufficiente dell’Evangelo. Un rifiuto che avviene anche all’interno della Comunità credente e mascherato da accoglienza, mascherato di osservanze e di un esserci ma senza “veste nuziale”. Terribile!

Lo scarto tra chiamata e risposta crea il “resto” fedele, che Matteo sottolinea molto nella sua teologia; pensiamo a tal proposito a tutto il discorso che fa sulla porta stretta (cfr 7,13-14). La veste nuziale è il coraggio di passare per questa porta stretta dell’Evangelo! L’ingresso è gratuito ma richiede una decisione libera e costosa ; richiede una rinunzia alle proprie vesti per rivestirsi di Cristo. Diversamente si rimane come l’Adam nel giardino dell’“in-principio” subito dopo la disobbedienza: ci si trova nudi e vergognosi e alla ricerca di nascondigli.

Accogliere l’invito e la veste è fidarsi di una possibilità che non è nostra ma di Cristo; Paolo lo sperimentò nella sua vita quando dovette imparare a spogliarsi delle sue sicurezze (Ciò che per me era un guadagno io lo considerai una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore cfr Fil 3,7-8) per rivestirsi di Lui. Il “grido” pieno di fiducia, che Paolo oggi ci fa ascoltare nel testo della Lettera ai cristiani di Filippi, è per noi motivo di slancio e di pienezza di fiducia: Tutto posso in colui che mi dà forza !

E’ così perché “tutto” significa davvero “tutto ” e i santi ce ne hanno dato la prova!

III Domenica di Quaresima – Presso il pozzo

LA SETE DI DIO

 Es 17, 3-7; Sal 94; Rm 5, 1-2.5-8; Gv 4, 5-42

 

Questa terza domenica di Quaresima ci dà accesso ad una delle pagine più dense ed evocative del Quarto Evangelo: la scena di Gesù al pozzo con la donna samaritana. Pagina teologicamente densa di significati battesimali ma strettamente intrecciati alla concretezza delle vite degli uomini che vivono le loro vicende nella storia tra desideri, aridità, seti che paiono inestinguibili, cadute che sembrano disperate, slanci che cercano l’ “oltre”, domande che vogliono risposte. La donna samaritana di questa pagina giovannea è davvero una figura che assomma in sé tutte le dinamiche umane con le loro bellezze e cadute. La pagina di Giovanni però è anche evocativa di un’altra dimensione: la fatica di Dio per cercare i nostri passi perduti fin dal giardino dell’ in-pricipio dal suo grido: Adamo, dove sei? (cfr Gen 3,9). E’ mezzogiorno, dice l’Evangelista, e Gesù siede stanco al pozzo di Sicar … ha sete! Che strana quell’ora; forse evoca la condizione moralmente ambigua della donna; c’è infatti un proverbio popolare ebraico che suona così: Quella è una che va al pozzo a mezzogiorno ed è un modo per dire che si tratta di una prostituta o comunque di una donna di pessima fama; le altre donne a quell’ora sono in casa impegnate per i preparativi del pasto … quelle povere donne usavano quell’ora “strana” per non fare incontri imbarazzanti e per non essere insultate. Quell’indicazione poi del mezzogiorno ha poi un significato luminosamente simbolico anche per altro; dicono infatti alcuni Padri: Se Dio è stanco per noi allora si può dire che il sole splende alto! Inoltre, bisogna dire, che per Giovanni quest’ora è la stessa che verrà annotata scrupolosamente al momento dell’intronizzazione del Messia coronato di spine sul Lithostrotos (cfr Gv 19,14); è dunque l’ora della rivelazione del Messia. Proprio qui, infatti, al pozzo di Sicar Gesù si rivelerà quale Messia capace di togliere ogni sete che tormenta l’uomo facendolo cadere in cisterne screpolate (cfr Ger 2,13) in cui la sete non solo non viene tolta, ma diviene tormento che mette in balia di idoli; in tal senso i cinque mariti della Samaritana probabilmente adombrano i “cinque baalim” (alla lettera “cinque padroni”) che, diceva il Talmud, adoravano gli stolti samaritani; era questa chiaramente una calunnia ma Giovanni fa eco di questa diceria per mostrare dove conducano le seti che non sanno indirizzarsi.

Questo incontro al pozzo ha sapore nuziale (pensiamo alle nozze di Isacco combinate al pozzo di Nacor in Gen 24,10 ed all’incontro al pozzo di Giacobbe e Rachele in Gen 29,9), e la sete di Gesù e la sua stanchezza incontrano la vita ferita di questa donna che racconta le nostre vite ferite e le nostre seti senza risposta.

E’ l’incontro che la liturgia di questa terza domenica di Quaresima vuole che avvenga tra noi credenti e Lui, il Signore vittorioso sulle tentazioni, e portatore di luce e bellezza al cuore del dolore dell’uomo. In questo cammino il Signore incontra questa Samaritana che intreccia con Lui davvero un dialogo “intrigante”: chi è che ha sete? Chi ha l’acqua? Chi fa le domande più vere? Sembra che la sete sia di Gesù, che l’acqua la possa attingere solo la donna e questa abbia delle domande importanti da fare; in realtà il racconto capovolge tutto: la sete di Gesù è vera ma serve a parlare di un’altra sete, quella che abita inestinguibile la donna … la brocca ce l’ha la donna e sembra che lei possa attingere alle profondità del pozzo ma è Gesù che si rivela capace di un dono che toglie ogni sete … le domande “teologiche” pure le esprime la donna ma alla fine sarà Gesù che le chiederà di credere di trovarsi dinanzi al Messia. E’ un itinerario battesimale, itinerario di verifica del battesimo per noi che già abbiamo il dono di Dio ma non lo conosciamo per davvero perché non ne abbiamo fatto a pieno esperienza, non abbiamo permesso al Battesimo di portarci là dove voleva portarci!

Questa pagina ci provoca a chiedere a Dio di essere Lui la risposta alle nostre seti, ci provoca a chiederci con coraggio se sappiamo di vivere, quali credenti, una vita “alla presenza” del Signore.

La domanda tragica che Israele si pose nel deserto, radice del suo peccato, quello che più ha disgustato il Signore (cfr Sal 95,10: Quella generazione mi disgustò per quarant’anni … non vogliono conoscere le mie vie!) è Il Signore è in mezzo a noi sì o no? E’ domanda tremenda perché dubita di Dio, avendone sperimentata la salvezza. Se si dubita e si dimentica di essere e vivere presenza del Signore tutto si falsa nelle vite dei credenti; è quello che accadde ad Israele nel deserto. Alla Samaritana Gesù rivela il suo esserci, il suo essere di fronte a lei … e allora tutto cambia nel cuore assetato di quella donna: Gli disse la donna: “so che deve venire il Messia … quando verrà ci annunzierà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Io sono che parlo con te”.

Ecco che l’itinerario quaresimale ci conduce oggi davanti al volto di Cristo, che ci dice che è di fronte a noi e che ci parla … ecco la verità in cui entrare per adorare il Padre … ecco la fonte che ora in noi diviene possibilità di placare tutte le seti che viviamo e che ci abitano. Gesù ci promette di diventare per noi fonte che risponde alle seti … l’acqua che Cristo dona non va intesa come estinzione della sete che l’uomo prova, ma come risposta ad essa. Non si tratta di spegnere la sete, anzi bisogna aumentare la nostra sete senza opporvisi con “vari” cinque mariti … Gesù non spegne la sete della donna con facili risposte “religiose” ma mostrandole la vera acqua. Il problema allora non è la sete ma l’acqua che la può ristorare … Gesù dà una fonte che zampilla in noi come pace alle nostre seti; seti che permangono e devono permanere perché chi non ha sete è uno sazio che crede di avere tutto ed invece è un miserabile (cfr Ap 3,17).

Gesù si è accostato a questa donna non come il Dio che giudica, ma come Colui che le parla rivelandole un Evangelo di presenza e di vita nuova, in cui la sete umana ha una risposta in quei passi stanchi di Dio che viene a cercarci fin nella nostra carne. Gesù, dicendole quella sua verità che la tiene schiava, non la giudica e le consegna quell’“io sono” che le rivela il volto presente di Dio! Ed ecco che la donna lascia lì la sua brocca. E’ questa un’immagine potente di ciò che è necessario anche a noi: abbandonare le brocche con cui attingiamo per le nostre mille seti; lasciare ciò che riteniamo essenziale per volgere il cuore a quello che davvero lo è!

Nel passo della sua Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo, Paolo parla di un versare amore da parte di Dio nei nostri cuori, un amore che è eccedente, sorprendente, inimmaginabile ad ogni buon senso “religioso”; un amore che non è premio per un merito, ma è umile dono di un Signore che si siede stanco al nostro pozzo per chiederci di dargli da bere per poi farci scoprire che è di noi che Lui ha sete.

Per questo amore gratuito, preveniente, che viene a cercarci vale la pena lasciare le nostre fragili brocche.

Lasciamoci afferrare dalla speranza perché Gesù, partita la donna, fa una cosa meravigliosa: “sogna”! Sogna un biondeggiare di campi pronti per la mietitura, sogna un’umanità che in Lui potrà trovare senso, gioia, forza per lottare volgendo le spalle agli idoli che ingannano facendo di noi uomini degli assetati senza speranza!

Il sognare di Cristo Gesù al pozzo di Sicar generi i nostri sogni!