XXII Domenica del Tempo Ordinario – Guardarsi dal cuore

LA PAROLA DI DIO INDIRIZZA LE NOSTRE PROFONDITA’

Dt 4, 1-2.6-8; Sal 14; Gc 1, 17-18.21-27; Mc 7, 1-8.14-15.21-23

 

Nell’uomo di oggi (e di sempre!) c’è una grande illusione: che ciò che lo minaccia proviene “da fuori” … è da quel che è fuori che bisogna guardarsi; pensiamo alle stupide paure per l’altro, per il diverso, per lo straniero … logiche queste che che conducono l’uomo a chiudersi in se stesso. nel proprio universo, nel proprio gruppo, nel proprio clan, nelle proprie identità nazionali…e ci si illude che lì ci sia salvezza e pace.

Gesù non la pensa così. Rinvia all’intimo dell’uomo come luogo d’origine di tutti i mali, di tutte le impurità, di tutti i pericoli. E’ dal cuore, dal profondo che proviene quella terribile cascata di iniquità che Marco pone sulle labbra di Gesù: E’ dal cuore dell’uomo che provengono prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidige, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia e stoltezza. Insomma, non è “dall’esterno” la minaccia, è “da dentro”! E’ lì che bisogna fare la guardia per non essere contaminati dal male e per non lasciarsi sopraffare.

I farisei si preoccupano delle mani, Gesù del cuore, i farisei si pongono il problema del puro e dell’impuro a partire da ciò che entra nell’uomo; Gesù invita i suoi ascoltatori a non preoccuparsi delle mani ma del cuore e ricordiamo che per gli ebrei il cuore non è la sede dei sentimenti, degli affetti ma è il profondo dell’uomo in cui c’è anche questa dimensione affettiva ma che assolutamente non esaurisce l’uomo. Il cuore (il “lev” in ebraico) è il “luogo”  che, in qualche modo, identifica l’uomo, lo fa essere ciò che è. Dal cuore bisogna guardarsi, non dall’ esterno.

Anzi, dall’esterno proviene per il credente la Parola di Dio che indirizza le sue profondità. E’ quello che è fuori che prende possesso dell’uomo e lo conduce sulle vie di Dio; se l’uomo dovesse fidarsi dell’interno, mette in guardia Gesù, sarebbe condotto su vie di morte. C’è una Parola di salvezza che viene da Dio e che è seminata nel cuore, ha scritto Giacomo nel passo della sua lettera che oggi si ascolta; il cuore dell’uomo non è autosufficiente, non può darsi parole di salvezza; se si confida in se stessi, nel proprio cuore, nelle proprie capacità, si è perduti.

Questa controversia sul puro e sull’impuro conduce l’Evangelo di Marco a farci porre una seria domanda circa il “fuori” ed il “dentro”…a tutti i livelli. La controversia, infatti, è incastonata tra le due moltiplicazioni dei pani che Marco ci narra e l’evangelista si sofferma in questi racconti a descriverci una grande sovrabbondanza del pane moltiplicato da Gesù; una sovrabbondanza che fa sì che la prima volta avanzino dodici ceste, la seconda volta sette. I numeri, lo sappiamo, non sono mai casuali nella Scrittura: dodici è il numero di Israele e sette è numero di totalità che ci richiama alla totalità delle genti (cfr At 6,1-7). Il Cristo, dunque, è dato un pane che può saziare e Israele e le genti; non è possibile nessuna visione particolaristica per cui il bene è dentro ed il male è fuori! Anzi il riscchio può venire proprio “da dentro”: è il “cuore” di Israele che, se pervertito, può trasformarsi in cuore religioso che si compiace e si pasce di dettami legalistici e soffocanti ma che si presentano al contempo rassicuranti e facilmente capaci di dispensare assoluzioni e “certificati di buona condotta”!

E’ allora necessario cercare lo spirito della Legge e non la lettera della Legge (Paolo dirà: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita” cfr 2Cor 3,6); cercare lo spirito della Legge è una fatica mentre è più facile e tranquillizzante fermarsi alla lettera, alle mere prescrizioni esteriori.

Marco qui è anche sottilmente ironico perchè, a proposito dei farisei dice che essi usano dare il “battesimo” ai bicchieri, alle stoviglie ed agli oggettti di rame…si preoccupano di “quel battesimo” e non del battesimo di conversione che Giovanni il Battista aveva pure chiesto (cfr Mc 1,4). Avrebbero bisogno di guardarsi dentro e di cercare un battesimo, una immersione che riguardi il profondo, invece restano all’esterno e combattono ciò che viene da fuori. Questo loro modo di fare, questa loro ossessione legalista, li rende ciechi dinanzi all’opera che Dio sta compiendo in Gesù; li rende ciechi dinanzi ad una vicinanza di Dio che sta capovolgendo la concezione di mondo in cui essi stessi vivono; una vicinanza di Dio che abbatte le barriere tra “fuori” e “dentro”, che conduce la Legge al cuore della Legge proclamando che diversamente la Legge stessa è tradita. Gesù, infatti, come dice in Matteo 5,17, “non è venuto ad abolire la Legge ma a darle pienezza” liberandola dagli inganni delle osservanze solo esteriori e riconducendo tutto al cuore dell’uomo! E’ quello il luogo che deve essere guarito ed in cui Dio vuole prendere dimora…è questo il compimento di quella vicinanza di cui già il Libro del Deuteronomio parlava nella Prima lettura: Quale grande popolo ha la divinità così vicina a sè come il Signore nostro Dio è vicino a noi?

Se non si va al cuore e si continua a temere ciò che viene da fuori, nulla di ciò sarà possibile, Dio non potrà realizzare in noi il suo sogno di vicinanza e così ci si accontenterà di lavare mani e stoviglie lasciando da parte il profondo dell’uomo, lì dove si gioca ogni nostra verità.

 E questo è tremendo!




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XVII Domenica del Tempo Ordinario – Piccolezza e povertà

…SE OFFERTE, DIVENTANO FECONDITA’

 2Re 4, 42-44; Sal 144; Ef 4, 1-6; Gv 6, 1-15

 

Per ben cinque domeniche lasciamo l’Evangelo di Marco per entrare nell’ immenso capitolo 6 di Giovanni: il segno dei pani ed il discorso che, a partire da quel segno, è detto il discorso sul pane di vita in cui c’è una delle sette autorivelazoni che Gesù fa nel Quarto Evangelo. In queste domeniche leggeremo questo lungo discorso e non sarà facile, soprattutto perchè è un discorso ampio ed unitario e lo spezzettamento non giova alla comprensione.

Questa domenica siamo posti dinanzi al segno: la moltiplicazione dei pani. E’ il “miracolo” più attestato dagli Evangeli, raccontato ben sei volte (Marco e Matteo hanno ciascuno due moltiplicazioni dei pani!) e che Giovanni, come sempre, rilegge in una prospettiva narrativa e teologica “altra”.

I richiami di questo racconto giovanneo sono molteplici: quell’abbondanza di erba verde ci ricorda irresistibilmente il Salmo 23; a pascoli erbosi mi fa riposare…prepari per me una mensa; Gesù è il Pastore che guida e nutre il suo gregge, in Giovanni è Lui che si accorge del problema della folla, è Lui che lo pone ai discepoli (nei Sinottici è il contrario!); l’evangelistra si compiace di affermare che così li metteva alla prova. Ed eccoci qui ad un altro richiamo: che può voler dire “mettere alla prova”? Certo c’è un chiaro riferimento alla prova di Israele nel deserto, a quel tempo di prova in cui il popolo si lamentò nel deserto ed il Signore concedette loro la manna…non a caso, nel discorso che seguirà, Gesù farà un riferimento alla manna.

Però la prova cui sottopone Filippo e gli altri discepoli è nello stesso stile dell’Esodo ma anche più ampia: la prova sarà una prova pasquale. Giovanni è preciso nella sua cronologia e ci dice che questo segno è dato da Gesù quando era vicina la Pasqua dei Giudei (è ancora l’antica Pasqua ma che già si sta dischiudendo a quella definitiva!) ed i discepoli ora devono attraversare questo deserto; essi hanno lasciato tutto ed hanno seguito Gesù con entusiasmo, hanno provato con Lui la gioia della Parola che corre, hanno visto le folle che accorrevano ma ora inizia un tempo diverso; infatti, proprio in questo capitolo Giovanni ci mostrerà la crisi, gli abbandoni, le incomprensioni…il Figlio di Dio si sta gettando in un deserto di solitudine e di dolore per cercare noi uomini abbandonati e dolenti, si sta avventurando in un deserto senza sicurezze umane, anzi in cui la sua umanità verrà annientata e calpestata…lì, però, per Giovanni, è deposta la gloria di Dio; lì si dovrà saper vedere l’ amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1); in questo paradosso!

Questo deserto di prova dovranno attraversare i suoi; dovranno fidarsi di Dio e di Colui che Egli ha inviato…e dovranno farlo al di là di ogni umana certezza.

La scena allora diventa paradigmatica: in questa povertà di tutto, in questo “estremo” in cui la debolezza e l’assenza di ogni certezza è l’unica certezza(!) c’è solo una cosa da fare: dare tutto quello che si è e si ha…o c’è questo abbandono o non si è fecondi! Ecco il nucleo durissimo ma profondo di questo racconto giovanneo!

Quel ragazzino con i cinque pani e i due pesci è “segno” di questa piccolezza che dà tutto (sette è numero di totalità!) credendo all’incredibile! Come sfamare una folla grandissima con cinque pani e due pesci? Dice “saggiamente” Andrea: cosa è questo per tanta gente? e sono le stesse parole che l’uomo del racconto della prima lettura del Secondo libro dei Re dice ad Eliseo!

Ecco però che la piccolezza e la debolezza davvero offerte diventano fecondità!

Notiamo subito una cosa: nei Sinottici Gesù rifiuta, nelle tentazioni nel deserto, di far diventare le pietre pane (cfr per es. Mt 4, 3-4) perchè significherebbe saltare l’umano! Non si fa pane dalle pietre! No! Il pane è fatto di aratura, semina, cura, mietitura, macina, impasto, cottura, distribuzione…fare pane dalle pietre è saltare la fatica e questo Gesù non fa  per sè e  non lo vuole per i suoi discepoli! Gesù qui moltiplica il pane fatto di fatica e di lavoro…come dire? Rende fecondi fatica e lavoro!

Quella piccolezza che è la nostra vita personale (che cosa è mai la mia vita, il mio “sì” dinanzi ai bisogni del mondo, dinanazi ai suoi drammi?), se data davvero senza riserve, in totalità (il numero sette) può diventare salvezza, nutrimento…al di là dei calcoli numerici e delle proporzioni; allora si smette di dire “che cosa è questo per tanta gente?”! Ci si accorge che per tanta gente, per il mondo, servono uomini capaci di dare tutto…basta! Lì poi il Signore compirà il segno!

La prova è dunque credere che nei deserti dell’uomo, nelle perversioni della mondanità, nella sproporzione tra il mondo e la piccolezza dell’Evangelo la solo cosa che conta è dare tutto se stesso!

Come fece Gesù! Salì sulla croce da solo, in un’impressionante asimmetria tra la sua piccolezza di reietto, condannato a morte e la  la moltitudine degli uomini che attendono salvezza, consapevoli o inconsapevoli! Cosa è la croce di Cristo rispetto al dolore del mondo, rispetto all’immensità dei problemi del mondo e dei suoi “torrenti” di lacrime e sangue? Agli occhi di tanti fu nulla, men che nulla, ma proprio lì dimorò la parola definitiva di speranza per tutta l’umanità!

La prova che i discepoli ora devono attraversare li deve portare ad affrontare la Pasqua di Gesù e poi anche le loro Pasque, i loro Esodi, quelli che nella sequela di Cristo li porteranno a dover sperimentare l’ “estremo”, il rifiuto del mondo, l’ostilità del mondo ma anche la potenza dell’Evangelo!

La liturgia di oggi ci impone una riflessione sul dono di quello che siamo…di tutto quello che siamo! Troppi limiti poniamo al dono di noi stessi! A volte quello che siamo ci pare proprio poco:  solo“cinque pani e due pesci”; sembra nulla rispetto alle esigenze del Regno, rispetto ai bisogni del mondo! Quanti cristiani non danno la vita perchè schjiacciati dalla loro piccolezza e inadeguatezza! Quante chiamate per il Regno restano senza risposta per questi motivi, per questo inganno! Sì, un inganno perchè proprio quei cinque pani e due pesci sono ciò di cui il Signore ha bisogno per dare il pane del Regno al mondo affamato e disorientato.

Fin quando non ragioniamo così siamo ancora schiavi dei calcoli mondani e delle proporzioni del mondo. Per il mondo le grandi imprese si compiono con grandi mezzi, per l’Evangelo la più grande impresa della storia, restituire l’umanità a Dio, è avvenuta per mezzo della vergogna della croce, attraverso il di quel “frammento” che fu Gesù di Nazareth ed il suo amore…e l’Evangelo cominciò a “correre” per il mondo attraverso i piedi stanchi di un piccolo gruppetto di uomini fragili e pieni di limiti.

Gli apostoli però poterono farlo perchè certo ricordarono quella gran folla sfamata da soli cinque pani e due pesci! Gli uomini delle nostre origini credettero che la debolezza, offerta a Dio, diviene luogo della sua potenza!

Ecco la prova: crediamo nella debolezza e “stoltezza” dell’Evangelo? Il problema è che ancora oggi tanti nella Chiesa pensano come il mondo e vogliono affrontare le grandi imprese dell’Evangelo con grandi mezzi…L’impresa del Regno, però, si compie solo in un modo: offrire tutto noi stessi. Noi abbiamo una sola vita ed è preziosa per la sua unicità ed irrepetibilità: a chi o a che cosa la diamo?




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XV Domenica del Tempo Ordinario – L’invio dei Dodici a due a due

UN NUOVO INIZIO!

Am 7, 12-15; Sal 84; Ef 1, 3-14; Mc 6, 7-13

 

L’Evangelo di oggi ci conduce ad un nuovo inizio, un nuovo “arché”… se infatti Marco aveva aperto il suo racconto dicendo che c’era un inizio dell’Evangelo e questo inizio, questo “arché”, è stato l’apparizione di Giovanni il Battista che preparava la venuta dell’Inviato, del Messia (cfr Mc 1,1-4), qui il Messia Gesù proclama un inizio nell’invio dei Dodici…è l’inizio della “corsa dell’evangelo” per le strade del mondo (cfr 2Ts 3,1); Marco, infatti, scrive che Gesù iniziò (“érxato”, aoristo del verbo “archèo”= “iniziare”) ad inviare i Dodici a due a due” e li chiama per questo e dona loro la sua “exousìa”, la sua potenza, quella che la gente gli aveva riconosciuto fin dal principio della sua azione e predicazione (cfr Mc 1,27).

La cosa sorprendente è che questa “exousìa”, questo “potere” è accompagnato da un’estrema povertà di mezzi visibili…i Dodici sono inviati spogli…in una condizione risibile per chi ha la pretesa di annunziare qualcosa che deve cambiare il mondo!

La solennità e severità di questo nuovo “arché” è specchiata in una sconcertante povertà di mezzi umani e mondani. E’ come se Marco volesse dirci che non è la ricchezza dei mezzi che fa correre l’Evangelo ma solo l’autenticità degli evangelizzatori che è luogo della potente grazia di Dio. Gesù non invia dei singoli ma delle coppie, “due a due”; certo questo per l’usanza giudaica di viaggiare in coppia per motivi molto pratici ma certo questa insistenza e questa sottolineatura vogliono dire anche altro; se era usanza comune di viaggiare “due a due” perchè ribadirlo? Credo che i motivi siano due e lo stesso Evangelo ci suggerisce questa risposta; andare “due a due” è garantire la presenza del Signore Gesù con gli evangelizzatori: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (cfr Mt 18,20). Portare l’Evangelo è portare Gesù agli uomini, è proporre Lui, il suo volto, la sua vita che parla di Dio, che narra Dio. E tutto questo può avvenire solo nella reciproca carità. Agostino, commentando questo passo, si chiede: “Perchè due a due?” e si risponde: “Perchè due è il numero minimo per l’amore!” Cristo verrà narrato e reso presente dagli evangelizzatori, dagli inviati a patto che lo narrino nel loro reciproco amore fraterno, a patto che lo narrino non fidandosi dei mezzi del mondo!

Gesù, nel suo invio, lascia loro solo ciò che è necessario a “camminare”: bastone e sandali!

Camminare” è una caratteristica di Gesù stesso; il testo evangelico di oggi è preceduto dalla notazione che “Gesù percorreva i villaggi insegnando” … Gesù, come scrive in un suo bellissimo libretto Christian Bobin (ed. Qiqajon), è “L’uomo che cammina”, che non si stanca di percorrere le strade del mondo alla ricerca dell’uomo, alla ricerca dell’ulteriore; così i suoi discepoli, i suoi inviati: “uomini che camminano” e che camminano amandosi e fidandosi della potenza della parola che portano e non dei mezzi con cui la portano!

Un grande rischio ecclesiale di oggi è il dispiegamento dei mezzi e delle potenze mondane con l’illusione che queste cose siano al servizio dell’Evangelo; in realtà la parola di questo evangelo di oggi ci dice che mezzi mondani e potenze mondane non sono a servizio dell’Evangelo ma a detrimento di esso; chi infatti si fida dei mezzi mostra di non credere alla potenza di quella parola che annunzia, mostra di essere come il mondo e perciò sconfessa l’Evangelo!

E’ duro ammetterlo in tempi come i nostri, così ubriachi delle proprie potenze e dei propri mezzi; è duro ma proprio così! Gesù l’ha detto con cruda chiarezza.

La potenza della parola annunziata libera dal male e dalla sofferenza…ma non costringe nessuno! Marco ci tiene a sottolineare che l’evangelizzatore deve mettere in conto anche la possibilità del fallimento, del rifiuto. Fu questa anche l’esperienza dei profeti e Amos, nel tratto del suo libro che passa oggi come Prima lettura, ha detto che la sua profezia fu accompagnata, nel suo inizio, dal rigetto, dal rigetto di quei potenti che non vogliono che la una parola di Dio sconvolga le loro vie ed i loro progetti. Amos però sa che quella parola non può essere taciuta; non continua a profetizzare perchè è gradito ed applaudito ma solo perchè è stato il Signore ad inviarlo, Lui lo ha “preso” dalla sua precedente vita e l’ha posto al servizio di una possibilità nuova, quella che essi non stanno accogliendo.

Ai Dodici Gesù chiede anche un gesto profetico per coloro che non accoglieranno l’Evangelo: quella polvere scossa a testimonianza per loro. E’ questo certo un gesto di presa di distanza ma è anche gesto che ribadisce la strada che gli inviati hanno percorso per loro, per quell’annunzio…è la polvere dei sandali, è la fatica del cammino fatto, è la strada percorsa passo dopo passo per andare a cercare i loro cuori e le loro vite. E’ come dire: “quello che dovevamo dirvi ve l’abbiamo detto; questa polvere è testimone della fatica e del cammino che abbiamo fatto per voi e per quella parola di cui ci fidiamo, ora tocca a voi fare la vostra fatica…se volete!” Il gesto precede poi l’andare altrove: nessun fallimento o rifiuto deve fermare la corsa dell’Evangelo. Marco qui vuole mettere in guardia la Chiesa dal “fissarsi” su certe persone o certi ambienti…un “fissarsi” che potrebbe diventare una pretesa o una costrizione, oltre a diventare un vero blocco alla Parola che, per sua natura, vuole correre a cercare altri uomini su cui versarsi e a cui aprire nuovi orizzonti.

L’Autore della Lettera ai cristiani di Efeso ci ha poi aperto un varco di comprensione sullo scopo di questo Evangelo che deve correre per il mondo: ad esso si crede per partecipare al mistero della volontà di Dio che è la ricapitolazione di tutto in Cristo. Il verbo “anakefalèo” che si traduce con “ricapitolare” va bene inteso; cosa è l’opera della “ricapitolazione”? E’ la re-intestazione o, meglio ancora, la re-destinazione” di tutto a Dio.

Insomma, l’opera di Cristo e della sua salvezza, l’opera dell’Evangelo, è far ritornare tutto al suo vero ed unico destinatario che è Dio! Il creato era indirizzato a Dio e l’uomo, con il suo peccato l’ha  invece “destinato” ad altro, a se stesso, alla mondanità; Cristo l’ha re-intestatoal Padre.

Chi evangelizza è al servizio di questa “re-intestazione”, spinge gli uomini a trovare la loro vera “destinazione”, la vera “destinazione” della loro storia, il senso profondo della loro esistenza, delle loro lotte, delle loro speranze!




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