Immacolata Concezione (Anno C) – Maria, terra di Dio

 

L’IMPOSSIBILE CHE SI FA POSSIBILE

 

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11.12; Lc 1, 26-38

 

Secondo il racconto di Genesi, che oggi si ascolta, Eva aveva peccato perché aveva creduto ad una menzogna insinuante del tentatore: il serpente striscia e si insinua, proprio come la tentazione, specie la più sottile!
«Puoi non essere più creatura e puoi diventare come Dio …» e il “terreno” di Eva diventa “terreno” di morte e di miseria, di dolore e di maledizione, parole queste che il testo di Genesi enumera con sgomento!
Tuttavia il “terreno” di Eva non è un terreno primordiale, un’origine infausta che sta solo in un “in-principio” di cui portiamo nostro malgrado i segni. Non è così! Una tale lettura di queste pagine forti e paradossalmente luminose del Libro della Genesi è un vero errore, un errore che in qualche modo potrebbe deresponsabilizzarci. Il “terreno” di Eva è il nostro “terreno” quotidiano, è il “terreno” infestato dai nostri “no” alla creaturalità, dai nostri “no” a Dio e alla sua signoria, “no” sottili e, a volte, inconfessati e inconfessabili. I nostri “terreni” generano morte perché è vero che noi vogliamo essere come Dio, noi stessi misura del bene e del male, del vivere e del morire, dei tempi e degli spazi che appartengono solo a Dio. Eva è figura potente che evoca il buio dell’uomo, di quell’uomo che, creato per generare vita (il nome di Eva è evocativo di vita!) finisce per generare morte.

Oggi Eva è posta dalla liturgia della Chiesa a fare da sfondo antitetico all’icona di Maria, la Vergine di Nazareth.

Al cuore dell’Avvento, oggi Maria ci è posta innanzi come “terra” feconda perché accoglie il seme di Dio e così genera Dio nella carne, rimanendo con fermezza creatura e creatura umile e colma di stupore. Se Eva agisce e, con le sue mani, strappa il frutto di morte e disobbedienza, Maria sceglie di “non agire” per permettere a Dio la sua azione, la sua opera. Maria, nel notissimo passo di Luca dell’Annunciazione, fa domande, chiede, ma lo fa solo per essere più obbediente, chiede per mettere tutte le sue azioni solo sotto il segno della più vera obbedienza.
Maria scopre che c’è un primato di Dio nella sua vita, che Dio ha guardato a Lei “prima”, e non rispondendo a sue azioni di “giustizia”. Maria si sente chiamata da Gabriele colmata di grazia con un nome cioè che rivela un “prima” in cui lei stessa non ha parte. In fondo, dire che Maria è l’Immacolata è affermare questo “prima” gratuito di Dio.

Maria, diversamente da Eva, diversamente da noi, non ha la presunzione di avere tutto nelle sue mani, non ha la presunzione di voler controllare tutte le possibilità, non ha la presunzione del potere “assoluto”, sciolto cioè dalla coscienza di essere creatura.

La sua verginità, paradossalmente feconda, ci racconta con fermezza che nulla è impossibile a Dio. La verginità di Maria, così come la sterilità di Elisabetta che genera il Battista, o – prima ancora – quella di Sara che genera Isacco, e quella di Anna che genera Samuele, ci spalanca dinanzi l’impossibile che Dio fa possibile con la sua grazia e la sua misericordia.

Come dicevamo, Gabriele chiama Maria “riempita di grazia”: è più esatto infatti tradurre il testo di Luca con «Rallegrati, riempita di grazia!» perché Maria è tale non per sua virtù, per suoi meriti, per sua potenza … è “piena di grazia” perché riempita di grazia.
Il primato è sempre di Dio, e Maria lo riconosce; diversamente da Eva, Maria si dichiara serva della Parola che in lei deve solo trovare il “terreno” per piantare la sua tenda di vera carne.
Maria offre al Messia, al Figlio dell’Altissimo, all’Atteso, la sua carne di creatura e, dalla sua carne, germina Dio! La sua carne di donna, fatta madre dalla grazia, diverrà in Gesù carne di Dio. E’ vertiginoso!

La solennità di oggi celebra dunque non tanto un privilegio di Maria ma soprattutto il sogno di Dio su di lei, il compimento in lei dell’evangelo della grazia. Nella sua “povera” carne di donna splende una possibilità offerta agli uomini: la possibilità di essere terra di Dio … rimanendo terra ma essendo tutta di Dio. Il mistero di oggi è la santità di Maria, è il suo essere stata “messa da parte” dal progetto di Dio. Il Signore l’ha prescelta e salvata, l’ha separata dal terreno “infestato” di Eva, l’ha fatta terreno santo, nuovo su cui il Figlio poteva piantare la sua tenda.

Maria è “tutta santa”, così come dicono le Chiese d’Oriente volgendo in forma positiva l’appellativo occidentale di Immacolata, perché Dio così l’ha voluta per l’incarnazione del Figlio. Gesù, che percorrerà le strade degli uomini facendosi carico di tutte le loro miserie, dei loro orrori, dei loro peccati, nasce da una carne come la nostra, ma tutta di Dio fin dal momento del suo concepimento.

Maria è tutta di Dio, e la sua verginità ne è conferma; e lo è cosciente e consapevole, felice della sua condizione di creatura e di chiamata: Maria obbedisce e non vuole fare né un po’ di più, né un po’ di meno di quanto Dio le chiede … Maria si fa disponibile a che la Parola avvenga in lei.

Nel nostro percorso di questi giorni Maria è per noi figura straordinaria dell’Avvento per il suo essere terreno libero, disponibile, accogliente e perciò fecondo della Parola. Maria è icona dell’Avvento perché la sua attesa è rivolta tutta, da quell’ora del suo , a Colui che cresce dentro di lei e da lì deve portare pace e salvezza a tutte le genti.

Così deve essere anche per noi che siamo chiamati a far crescere Cristo in noi (cfr Ef 4, 13) fino alla pienezza.

La Vergine Immacolata, Madre del Signore, la Figlia di Sion in cui si compie ogni promessa, ci insegni ad essere, con gioia e coraggio, terreno di un Avvento che è maturazione piena in noi di Cristo, compimento di ogni verità dell’uomo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Esaltazione della Santa Croce – Volgere lo sguardo


IL FIGLIO INNALZATO GRIDA: DIO E’ PADRE

Nm 21, 4b-9; Sal 77; Fil 2, 6-11; Gv 3, 13-17



Andrea del Castagno - Crocifissione

Andrea del Castagno – Crocifissione

 

Quest’anno la Solennità dell’Esaltazione della Santa Croce cade di domenica; è una festa antichissima delle Chiese d’Occidente e d’Oriente che nasce per ricordare che il 14 di settembre del 320 Santa Elena, madre dell’imperatore Costantino, ritrovò il legno della Croce nei pressi del Calvario; il vescovo di Gerusalemme presentò al popolo il legno, innalzandolo ed invitando all’adorazione dicendo: “Ecco il legno della Croce a cui fu appeso il Cristo Salvatore del mondo”, espressione poi riversata nella liturgia del Venerdì Santo.

Questa antichissima festa ci invita ancora una volta a volgere lo sguardo alla Croce di Cristo, al suo amore per l’uomo, al suo dono fino all’estremo.

E’ necessario che ci facciamo convinti che, se non guardiamo alla Croce con costante amore, non riusciremo a custodire la santità nella nostra vita, non riusciremo a tenere lontane da noi le suggestioni mondane che vorrebbero fare di noi altro, che vorrebbero asservirci a quelle dominanti che fanno della storia un luogo in cui si combatte per il potere, per il danaro, per il prestigio ed il piacere personali…

Il testo del Libro dei Numeri che la liturgia propone ci narra un episodio che l’autore colloca nel cammino di esodo del popolo dall’Egitto; i serpenti velenosi (alla lettera in ebraico vengono definiti dei “serafim”, cioè degli “infiammati”, dei “brucianti”!), che uccidono gli ebrei che mormorano contro il Signore e contro la fatica che la libertà richiede, sono un simbolo potente del peccato che avvelena l’uomo. Il peccato è sempre la stessa cosa: non fidarsi di Dio e mettere, invece, fiducia in se stessi.
I serpenti richiamano certo il serpente antico del giardino dell’in-principio, che suggerì ad Eva proprio la via della non-fiducia in Dio; il serpente, in quella pagina di Genesi, non fa altro che mettere sospetto nel cuore dell’uomo, sospetto sull’amore di Dio, sospetto sulle sue richieste, sulle sue vie…

Come uscire dal tremendo sospetto verso Dio? Come liberarsi dal veleno della separazione da Lui? Come liberare Dio stesso dalle perverse maschere che il sospetto dell’uomo ha posto sul suo volto nascondendolo, velandolo, stravolgendolo?
La rivelazione cristiana ci dice che c’è un solo modo: volgere lo sguardo al Crocefisso (cfr Gv 19, 37; Ap 1, 7), volgere lo sguardo a chi non ritenne un tesoro geloso la sua condizione di Dio ma spogliò se stesso fino ad assumere il ruolo dello schiavo e questo fino alla morte e alla morte di croce.
Così “canta” Paolo nello straordinario inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi che oggi si proclama, e così “canta” tutto il Nuovo Testamento mostrandoci in Gesù il vero volto di Dio!

Volgere lo sguardo a Lui ci salva dal morso infiammato del serpente antico, che ogni giorno si ripresenta a noi.
Mosè nel testo del Libro dei Numeri è invitato da Dio ad innalzare un serpente di rame: chi volgerà lo sguardo a questo segno elevato da Dio sarà guarito dal veleno del morso dei serpenti della ribellione.

Per neutralizzare la disobbedienza del peccato, Mosè richiede un atto di obbedienza. In fondo è quello che Gesù stesso ha compiuto facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Nel testo dell’Evangelo di Giovanni che oggi si ascolta, Gesù dice a Nicodemo che come Mosè innalzò il serpente nel deserto così dovrà essere innalzato il Figlio dell’uomo. Chi volgerà lo sguardo al Figlio innalzato sarà capace di essere un uomo nuovo, libero dalle immagini perverse di Dio e fatto convinto che il volto d’amore del Crocefisso è il solo vero volto di Dio.

Gesù è venuto a raccontare Dio con tutta la sua vita e le sue parole, ma soprattutto salendo sulla Croce, accettando di essere innalzato sul legno dei maledetti. Così ha strappato la maschera che noi uomini avevamo posto sul volto di Dio, e da lì, dalla Croce, ci ha gridato che Dio è Padre; da lì ha fatto diventare Dio davvero  un “evangelo”, una “buona notizia”.

Guardiamo oggi alla Croce come luogo dell’amore che, riconsegnandoci Dio come Padre, ci riconsegna una grande libertà ed una grande gioia.

La libertà e la gioia di poter amare sentendosi amati ed amati così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIV Domenica del Tempo Ordinario – Imparate da me!

 
UMILTA’ E MITEZZA RIVELANO IL PADRE

 

Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30

 

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

San Francesco, Cimabue (Basilica inferiore, Assisi)

La pagina evangelica di oggi è stata definita da un grande esegeta del ‘900 (P. Lagrange) come “la perla matteana di grande valore”.
E’ vero!
Nell’evangelo di Matteo, infatti, si giunge qui ad un culmine: se tutta la prima parte dell’evangelo, fino alla confessione di Pietro al capitolo 16, vuole presentare la figura di Gesù come Messia, qui siamo davvero ad una svolta e ad una vetta… E’ una pagina, questa, di straordinaria potenza e dolcezza!

Il contesto, incredibilmente, è un grande fallimento: sì, siamo al punto in cui l’iniziale successo della predicazione di Gesù (la cosiddetta primavera di Galilea) è scemato; le città del Lago, dove pure Gesù aveva stabilito la sua dimora, lo hanno rifiutato: poco prima, infatti, Gesù ha dovuto dire parole di una durezza inusitata contro quelle città che avevano visto le sue opere e lo avevano rifiutato.
Ora, sulle rovine – potremmo dire – della sua predicazione, sulle macerie delle sue illusioni e speranze, Gesù non eleva un lamento o un grido di rabbia; su quelle macerie Gesù eleva un canto di lode al Padre; un canto stupito e gioioso; il canto di chi legge la storia e vi ravvisa i segni della volontà, dei progetti del Padre.

Qui Gesù è davvero un contemplativo! Se contemplativo significa essere capace di leggere la storia, ponendosi dalla parte di Dio; se significa saper essere ponte tra il reale ed il progetto, tra la storia nel suo svolgimento e il pensiero ed il giudizio di Dio, qui Gesù è maestro di contemplazione. Riesce a leggere quelle rovine: non sono un fallimento, ma sono – di contro – un luogo rivelativo, luogo in cui il Padre ha parlato.

La durezza di cuore dei sapienti e degli intelligenti ha permesso a Gesù di poter proclamare con certezza dove vadano le preferenze del Padre: verso i piccoli (in greco “népioi”, che traduce il concetto ebraico di “petajim”, che significa “semplici”, “piccoli”, “ingenui”). Sono quelli che sono non arroganti, non capaci di imporsi, quelli che non contano.
Per il mondo infatti contano i sapienti e gli intelligenti, che nel mondo “religioso” di Israele sono i Dottori della Legge e i Farisei, i quali amavano ripetere un detto: “Un ignorante non può sfuggire al peccato e un uomo dei campi non può essere di Dio”.
Gesù sta constatando in questo caso quanto essi abbiano torto, e quanto il Padre pensi diversamente!

Il discorso che Gesù fa in questo passo dell’evangelo di Matteo collega chiaramente la rivelazione del Padre all’essere piccoli, umili, e quindi all’umiltà e alla mitezza di Gesù che rivela il Padre, perchè Lui solo lo conosce, così come il Padre conosce Lui.
Il sorprendente di questa parola di Gesù è che la rivelazione del Padre è possibile solo attraverso il Figlio, e attraverso la sua mitezza ed umiltà. Matteo qui anticipa ciò che il Quarto evangelo dirà con definitiva chiarezza: “Dio nessuno lo ha visto mai, il Figlio unigenito ce ne ha fatto il racconto” (cfr Gv 1, 18).
Se solo la mitezza e umiltà del Figlio rivelano il Padre ecco allora il motivo per cui i piccoli colgono la rivelazione di Dio; ecco perché la rivelazione dell’Evangelo si arresta dinanzi ai sapienti e agli intelligenti: questi, infatti, sono incapaci di leggere il Rivelatore, l’umile e mite Gesù. Lui stesso, “il più piccolo del Regno” come aveva detto poco prima rispondendo alla domanda dei discepoli del Battista, è il luogo della rivelazione del Padre.
(Cfr Mt 11,11 “Fra i nati di donne non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Lui”: “il più piccolo” è proprio Gesù che è stato discepolo di Giovanni e che, per il mondo, è stato inferiore a Giovanni; Gesù è “il più piccolo” ma in realtà è il più grande, perché è il Messia!).

A questo punto, lo sguardo di Gesù si posa su questi piccoli che accolgono il Regno, mentre i grandi, i sapienti, gli intelligenti si volgono altrove; e ne vede poi la fatica dinanzi al giogo che sapienti e intelligenti pongono sulle loro spalle. In fondo Gesù qui parla di due gioghi: uno che opprime e uno che è leggero e dolce, e che Lui definisce “mio giogo”.
Non mi pare che il primo giogo sia la Torah e che il secondo sia l’Evangelo: questa è la solita logica “sostituzionista” che nella Chiesa ha prodotto tanta cecità e tanto sradicamento dal terreno santo di Israele.
Se quei piccoli sono affaticati e oppressi è perché ci sono dei cattivi interpreti della Torah, dell’Alleanza, che hanno dimenticato che il Dio di Israele è il Dio dei piccoli, dei disprezzati, è il Dio degli schiavi… è il Dio che ha liberato gli schiavi portandoli in una situazione nuova in cui saranno capaci di essere liberi, in cui saranno capaci di essere giusti, in cui saranno capaci di essere nuovi, in cui saranno capaci di essere popolo.
Il “mio giogo” di cui Gesù parla è allora la lettura compiuta della Torah che Gesù è venuto a proclamare: “Non sono venuto ad abolire la Torah, ma a darle compimento” (cfr Mt 5,17). L’Evangelo del Regno è la buona notizia del Volto del Padre, che rende a pieno capaci di compiere la sua volontà.

C’è sempre prima la Grazia, grida Gesù con il suo Evangelo; c’è sempre prima l’opera di Dio e poi la Legge: osservare la Legge è lo sbocciare della Grazia, e non il contrario! Gesù chiama “mio” questo giogo perché Lui per primo lo ha portato accogliendo il dono del Padre nella sua carne di uomo; è un giogo perché chiede sottomissione, sottomissione ad un primato di Dio che nega il nostro, sottomissione all’opera di un Altro subordinando le nostre opere. Questo giogo è soave e leggero perché Lui lo porta con i suoi discepoli.

In questo passo di Matteo è chiaro che l’imparare da Lui (il verbo greco è “manthano” da cui il termine “mathtés”, “discepolo”) non è studiare la Torah, ma è diventare discepolo, è porsi alla sequela di Gesù, mite e umile di cuore. Nell’Antico Testamento i due termini (mite e umile) indicano come si sta davanti a Dio e davanti agli uomini: verso Dio in atteggiamento di confidenza, di obbedienza e di docilità; verso gli uomini in un atteggiamento di accoglienza, di pazienza, di discrezione, di disponibilità al perdono e di servizio.

Guardiamo a Gesù e comprendiamo che Lui fu proprio così, e così raccontò e rivelò il Padre. Non possiamo raccontare Dio se non come Lui lo raccontò, e ci è possibile fare questo racconto perché Lui è con noi, porta con noi il peso di contraddire il mondo che crede ai sapienti e agli intelligenti, agli arroganti e ai potenti, a quelli che – come scrive Paolo – vivono secondo la carne, e disprezza i piccoli, quelli che vivono secondo lo spirito, cioè obbedendo alle logiche del Regno. Le vie di Dio sono quelle di Gesù…le vie di Dio sono vie di vita; in questa obbedienza, ci ha detto Gesù, c’è riposo perché c’è senso.

Ci fidiamo di questo? Siamo disposti a passare dalla disobbedienza all’obbedienza?
Siamo disposti a chinarci sotto questo giogo? Gesù ci assicura che è soave, perchè Lui è con noi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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