II Domenica del Tempo Ordinario – Il vino abbondante di Cana

SEGNO DI UNA RIVELAZIONE ALLA CHIESA

Is 62, 1-5; Sal 95; 1Cor 12, 4-11; Gv 2, 1-11

Le Nozze di Cana, icona (Monastero di Ruviano)

 

Il brano evangelico come pure il passo di Isaia di oggi ci portano in un clima nuziale che ci conduce nel percorso ordinario della liturgia e contemporaneamente ci presenta, in continuità con le feste appena trascorse, la terza epifania del Signore: dopo quella ai Magi (a tutte le genti), dopo quella al Giordano (alle attese di Israele), ecco quella di Cana (all’ embrione della Chiesa).

Il clima nuziale però non ci inganni portandoci a discorsi più o meno moralistici sul matrimonio e sulla vita coniugale; il livello che oggi si deve cogliere è un livello rivelativo, infatti, dinanzi ad un’epifania, ad una manifestazione, è necessario comprendere quale rivelazione di sé il Signore vuole donare alla nostra vita credente.

L’evangelista ci tiene a datare l’evento di Cana e lo fa con un’espressione che certo non è casuale: tre giorni dopo, al terzo giorno. Questo richiamo certo conduce al terzo giorno della resurrezione (espressione ormai consolidata al tempo della stesura del IV evangelo) ma anche all’evento del Sinai quando il Signore, al terzo giorno rivelò la sua gloria e il popolo credette (cfr Es 19.9.11). Sinai, Cana, Pasqua: tre eventi in cui la gloria del Signore si mostra e in cui è necessaria un’adesione a Lui nella fede…c’è tutto un sapore di alleanza, di rivelazione: al Sinai il Signore diede la Torah ed Israele credette, qui a Cana Gesù dona il vino buono, l’Evangelo, ai discepoli appena radunati ed essi credono…nella sua Pasqua soffierà lo Spirito su quella Chiesa che nel cenacolo è chiusa ancora nelle sue paure (cfr Gv 20,19-23) perché essa possa gridare agli uomini la riconciliazione ed il mondo nuovo.

A Cana allora non c’è un miracolo (come in tutto il IV evangelo) ma un segno; questo va colto altrimenti si rischia di banalizzare il tutto e di non giungere al cuore di ciò che il Signore vuole consegnarci; così Gesù diede inizio ai suoi segni in Cana di Galilea e i suoi discepoli credettero in lui; la presenza di Maria non deve portarci a conclusioni devozionali, qui Maria è segno dell’Israele che sa, sa che le attese dell’umanità possono essere colmate solo da quel suo Figlio venuto dall’alto; l’umanità attende la gioia, la comunione vera e piena ed il vino e le nozze sono segno di questa gioia e di questa comunione. Solo il Figlio di Dio venuto nella carne può colmare quelle attese…deve scoccare un ora in cui tutto si compirà; sì, c’è un’ora che qui a  Cana è annunziata, attesa e preannunciata, un’ ora che sarà ora di nozze di sangue…ora che si compirà sulla croce; Gesù rimanda  a quell’ora quando rifiuta il suo intervento; Maria però gli apre una comprensione ulteriore: la partenza dell’Evangelo annunziato è già inizio dell’ora. A Cana Gesù si presenta non come il soccorritore contro una brutta figura per la mancanza di vino (che banalizzazioni che si è costretti a volte a leggere e sentire!) ma come lo sposo che inaugura un tempo nuovo di presenza: la tenda di Dio è ormai piantata in mezzo agli uomini (Gv 1, 14) e quando il Figlio dell’uomo sarà innalzato (cfr Gv 3, 14) le nozze saranno piene. Il vino abbondante di Cana (più di seicento litri!!) è segno di una rivelazione piena che lo Sposo innamorato dona alla sua Chiesa per tutta l’umanità; l’acqua delle purificazioni dei Giudei è mutata nel vino del Messia: ormai la purificazione non è data più dall’osservanza della Torah ma dall’Evangelo del Cristo accolto con gioia…nel IV evangelo i discepoli sono resi puri dalla parola di Gesù: voi siete puri per la parola che vi ho annunziato (Gv 15, 3); a Cana si proclama che l’attesa è finita, le giare sono colme fino all’orlo…dopo Gesù non c’è un di più, un meglio, un ancora, un dopo

Oggi è necessario chiedersi con coraggio se Lui è davvero per noi questo culmine, questa attesa colmata, questa speranza saziata e sempre riaccesa; è necessario chiedersi quali nozze abbiamo celebrato…le abbiamo celebrate con il Cristo ed il suo Evangelo?  La sua Parola ha per noi il sapore della definitività nelle nostre scelte quotidiane, nel nostro modo di affrontare la vita? Nel racconto del segno di Cana ci sono quelle parole di Maria che è necessario cogliere in modo assoluto: Fate tutto quello che vi dirà. Maria non ha altre parole da dire, questa è l’ultima parola che Maria dice nel Nuovo Testamento (diffidiamo delle tante, troppe parole attribuite a Maria!!). Qui ci è chiesto un ascolto obbediente che è la sola via per camminare in un ordinario che può e deve essere tinto dei colori dello straordinario! E’ possibile! Isaia ci dice il perché: il nostro Dio ci ha sposati, ci ha liberati da ogni abbandono e da ogni devastazione. Chi gusta il vino buono-bello dell’Evangelo impara la dolcezza coraggiosa del fare ciò che Lui dice, chi gustando quel vino riconosce la sua gloria intraprende un cammino di libertà e comunione impensabili! Di contro quando permettiamo all’abbandono e alla devastazione di dominare i nostri giorni rendiamo vane per noi quelle nozze di sangue che il Messia Gesù ha celebrato con noi per la nostra gioia e perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (Gv 10,10).

Santa Famiglia – L’obbedienza

DOVE SI REALIZZA LA PIENA UMANITA’

1Sam 1, 20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3, 1-2.21-24; Lc 2, 41-52

 

Subito dopo il Natale, la liturgia ci presenta in questa domenica la Santa Famiglia; una celebrazione che potrebbe facilmente cadere nel moralismo e nella melensa ripetizione di stereotipi e di esemplarità forzate…dico “forzate” perché in verità questa Famiglia non è per nulla simile alle nostre famiglie: qui c’è un padre che non è padre (per lo meno secondo la carne), che vive la sua paternità obbediente a un progetto tanto più grande di lui; c’è una madre vergine che ha la consapevolezza di un figlio che viene dall’alto; e c’è un figlio che è Figlio di Dio…

In realtà ciò che oggi va colto non è tanto una esemplarità impossibile, quanto un aspetto rivelativo che invece è di grande importanza. I Padri della Chiesa dicevano che il Cristo ha salvato tutto ciò che ha assunto, allora possiamo dire che mettendo la sua tenda in una famiglia ha santificato in modo nuovo la famiglia, l’ha resa possibile luogo di una piena santità…La vera umanità del Figlio di Dio mette radici nel primordiale nucleo dell’umanità che è la famiglia e santifica questa realtà con il suo quotidiano anche grigio e per niente straordinario…Luca sintetizza il lungo tempo di questo grigio ed ordinario quotidiano con poche parole: Tornò a Nazaret e stava loro sottomesso…essi ritornano a Nazareth (=il quotidiano) e continua una sequenza di anni con uno stile di vita nel quale il Figlio impara l’obbedienza.

L’Evangelo di oggi ci mostra la vita di Gesù come stretta tra due obbedienze: quella a Maria e Giuseppe e quella al Padre…un’obbedienza che ha già qui un sapore pasquale…infatti l’episodio di Gesù dodicenne al Tempio non vuole narrare alcuna straordinarietà del ragazzo: non è lui che dà lezione ai dottori, come superficialmente si dice e si ripete acriticamente, ma li ascolta e li interroga. E certo suscita stupore per la sua intelligenza ma non è un ragazzino saccente; piuttosto è un ragazzo che sta facendo un esercizio essenziale per la vita di un credente: ascoltare, interrogarsi…il racconto di Luca è poi narrazione ancora dell’itinerario di fede di Maria e Giuseppe che ancora devono ammettere, che questo Dio è oltre le loro comprensioni e che devono ancora imparare che questo figlio (come ogni figlio!!) non può essere posseduto ed immesso su binari precostituiti…dinanzi alla parola del ragazzo Maria e Giuseppe entrano di nuovo nel silenzio (per Luca quella parola di rimprovero è l’ultima che pronuncia Maria in tutto il suo evangelo), un silenzio che diventa luogo di comprensione di un mistero che li sovrasta e che essi non ancora possono leggere.

Quale mistero? Se per Luca è chiaro che è il mistero pasquale per noi deve essere chiaro che qui l’evangelista ci dà una lettura teologica e rivelativa di un semplice fatto storico che egli carica di una luce pasquale fortissima. E’ sufficiente, infatti, che leggiamo con intelligenza il passo di oggi per capire che questo Gesù che va a Gerusalemme, è smarrito per tre giorni ed al terzo viene ritrovato rivelando che deve essere nelle cose del Padre suo non è che una prefigurazione del Gesù adulto che nel racconto pasquale andrà a Gerusalemme, per tre giorni sarà perduto e al terzo giorno sarà ritrovato nell’ora della risurrezione, ora nella quale ci sarà la piena rivelazione della sua filialità e della universale paternità di Dio. Il Figlio di Maria qui intraprende un’obbedienza che lo porterà ad obbedire a quel Padre che pienamente si rivelerà lui al Giordano dicendogli la sua filialità (Tu sei il Figlio mio, l’amato!) e anche il suo compiacimento per quella fontale obbedienza di mettersi dalla parte dei peccatori. E così di obbedienza in obbedienza vivrà quella vita umana, veramente umana, realizzata,piena di senso che sarà la sua vita…una vita che di per se stessa è un evangelo!

La Santa Scrittura, allora,  oggi  ci suggerisce come la piena umanità si realizzi nell’obbedienza e non nell’essere assoluti, cioè senza alcun legame e signori di se  stessi…la condizione dell’uomo è quella di una creatura che è chiamata ad avere il coraggio e la libertà di chinarsi obbediente a Dio. Gesù ha imparato a dimorare nelle cose del Padre suo ed ha tessuto una vita di relazioni in cui dio ha avuto sempre l’ultima parola, una vita obbediente.

Questa domenica allora ci riconduce ad una contemplazione del mistero dell’Incarnazione per metterci in cammino sul modo in cui possiamo far sì che l’Incarnazione tocchi la nostra esistenza: la via principe per permettere a Dio di incarnarsi ancora. e questa volta nella nostra carne, è la via dell’obbedienza, obbedienza alla Parola ascoltata e custodita nel cuore perché prenda corpo, obbedienza  a quella Parola incarnata che è Gesù, narratore di dio Padre in tutto ciò che ha detto e fatto, a quel Gesù che ancora ci provoca nei nostri fratelli, nei loro volti, nelle loro storie, nelle loro grandezze  e miserie.

E  la famiglia? Credo che la provocazione che essa oggi deve ricevere dalla Parola sia proprio in questa via dell’obbedienza, via maestra dell’Evangelo; obbedienza a Dio e sottomissione reciproca nell’amore. Così si realizza, a partire dalla culla di ogni uomo che è la famiglia, quell’armonia pienamente umana che il Dio incarnato è venuto ad insegnarci perché la viviamo in questo mondo.

XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Nel paese delle Parabole

COSA CONTA PER NOI?

Ez 18,25,28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21, 28-32

 

 

Da oggi, per tre domeniche, Matteo ancora ci conduce nel “paese delle parabole” e lo fa per mostrarci, con un trittico (la parabola di oggi dei due figli, quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze), un grande dramma che si consuma nella storia ma che, in fondo, si può consumare in ognuna delle nostre vite: il dramma del rifiuto dinanzi alla proposta dell’Evangelo.

Il conteso in cui fioriscono queste tre parabole è una domanda provocatoria che la predicazione di Gesù genera nei cuori dei capi di Israele, che rappresentano la mentalità “religiosa”, legalistica, grettamente attaccata al potere: con che autorità fai queste cose? Gesù aveva risposto con un’ulteriore domanda: Vi chiederò anche io una cosa e, se me la direte, vi dirò anche io con quale autorità faccio queste cose. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? I capi preferiscono non rispondere e Matteo fa seguire le tre parabole che spiegano il costante rifiuto che l’Evangelo trova. Certo in primo luogo qui Matteo è provocato dallo “scandalo” del rifiuto dei capi del popolo dell’Alleanza e delle Promesse, ma sarebbe un errore leggere queste tre parabole a senso unico, quasi con un retrogusto anti-ebraico, quasi come un’accusa contro Israele … Matteo partendo dall’esperienza di Israele, anzi dei capi di Israele (ricordiamo sempre che c’è l’Israele fedele, un resto che ha accolto Gesù e l’Evangelo e senza il quale non saremmo stati evangelizzati; è l’Israele che ha assolto la fedeltà all’elezione e all’Alleanza!) lancia un monito alla sua Comunità ecclesiale, monito circa una delle grandi piaghe che possono affliggere i percorsi di fede, la piaga dell’ipocrisia, del dire e del non fare, del dire e del non essere, del dire “Signore, Signore” e poi costruire la propria casa sulle sabbie del mondo, sulle sabbie dell’apparire (cfr Mt 7,21ss) … E’ proprio questo il peccato del figlio che dice il suo ma la sua vita è poi un no; è lo scegliere la via dell’apparire figlio obbediente ma di non esserlo per davvero; è la via ipocrita di voler apparire irreprensibili ma di essere ben altro; antichi codici del Nuovo Testamento raccontano la parabola inventando l’ordine dei figli: prima quello che dice no e poi fa la volontà del padre e poi quello che dice e non lo fa. Pare che questa sia la versione autentica, versione che chiaramente esclude una lettura solo polemica contro il rifiuto dei capi giudei. L’ordine che poi è passato successivamente nei codici fu certamente suggerito dall’interpretazione dei due figli con Israele (il primo che dice ma poi non fa) e i pagani (il secondo figlio sembrava figlio del no, ma poi ha accolto l’Evangelo). In realtà Matteo non voleva rinchiudere la parabola solo all’interno di questa polemica; se così fosse oggi leggeremmo una pagina solo archeologica e che non avrebbe nulla da dire al nostro vivere la fede cristiana, al nostro essere Chiesa alla sequela di un Signore esigente ma capace di dare un senso ultimo alle nostre vite.

La parabola dei due figli ci mette in guardia contro ogni volontà di apparire quel che non si è, contro ogni divorzio tra dire ed essere, tra essere e fare.

Quel che conta, dice Matteo, è la capacità di ricredersi, del coraggio di dire no alle vie che si erano scelte e dire a quelle che si erano rifiutate. In fondo Gesù non chiede una piena conformità tra il dire e l’agire (chi sarebbe al riparo?), chiede l’onestà di ricredersi, il coraggio di non indurire il cuore. Un “pentimento”, che giunge anche “alla fine” (“hysteron”), diventa possibilità di entrare nell’obbedienza.

Seguire l’Evangelo è certo via che scomoda, è lavoro in una vigna che spesso dà frutti amari dell’amarezza della incomprensione tra fratelli, delle divisioni e delle ingiuste contrapposizioni; seguire l’Evangelo è andare a lavorare in una vigna in cui si richiede di non cercare il proprio interesse, come ascoltiamo oggi da Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Filippi; la via indicata è chiara: chi riesce ad uscire dalla disobbedienza per entrare nell’obbedienza è discepolo dell’ Obbediente per eccellenza: Gesù; Lui dovette lottare contro la tentazione della disobbedienza e dell’autonomia e, come scrivono i Padri,  lottò per noi e lo fece solo in un modo: facendosi obbediente fino alla morte e alla morte e alla morte di croce. Da allora ogni figlio tentato di disobbedienza, tentato dall’ apparire, ha la possibilità concreta di far sua l’obbedienza del Figlio.

Ricordiamo ciò che Isaia ci faceva ascoltare la scorsa domenica: Le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (cfr Is 55,9) ; l’obbedienza a Dio ed alle sue vie è percorrere quelle vie e far propri quei pensieri. Eun cammino costoso che fa uscire dal proprio interesse per entrare nel regime del farsi dono, costasse il perdere ogni possesso (Non ritenne di comportarsi da avaro dinanzi alla sua divinità), costasse le vesti che ci proteggono condizione di schiavo), comportasse una piena assoluta condivisione con chi è fragile, misero (Divenne simile agli uomini), costasse il lasciarsi umiliare fino all’estrema umiliazione che è il disfacimento della morte!

Gesù ha fatto questoè il Figlio obbediente che chiama tutti i figli all’obbedienza, che ci invita a guardare nei nostri fratelli la fatica dell’obbedienza, in noi il rischio di essere doppi per volontà di apparire. Correre questo rischio nasce dall’aver corso un altro rischio che ne è la fonte: il rischio della verità su se stessi, il rischio di infrangere la nostra immagine irreprensibile di uomini abituati all’elogio.

Qui Gesù ha la forza di proclamare una di quelle parole che continuamente vengono fraintese perché colme solo della forza dell’Evangelo senza neanche un granello di mondanità: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Pubblicani e prostitute passano avanti non perché peccano ma perché non possono barare sulla loro verità … il loro è un no palese che può trasformarsi in ; il problema è che certi sì, di chi si crede al sicuro, si rivelano dei no mascherati di figliolanza e di fedeltà, mescolati di dedizione alla vigna del padre … in realtà il figlio che dice no ma poi obbedisce mostra di amare la vigna, ci va in obbedienza. L’altro pare ami quella vigna (lo ostenta col suo falso ) ma non ci va, non vi entra neanche. Il figlio che va nella vigna nonostante le sue parole di diniego ama la vigna e vi porta il suo sudore, la sua fatica, ci va contraddicendosi perché quel che conta per lui non sono i propri desideri (Non ne ho voglia!) ma quel che conta alla fine è il fare la volontà del padre.

Cosa conta per noi? E’ una domanda impegnativa, compromettente; una domanda che ci chiede di prendere davvero posizione e non a parole ma con la vita! Gesù che era la Parola fece sempre ciò che diceva, non si nascose dietro le parole ma le parole che pronunciava si affrettava a farle fiorire di vita; senza fughe e senza rimandi.   

Ascensione del Signore – Memoria di una presenza

LA META DELLA NOSTRA UMANITA’

At 1, 1-11; Sal 46; Ef 1,17-23; Mt 28, 16-20

 

La liturgia di oggi si dipana dal racconto lucano dell’Ascensione nel capitolo primo di Atti alla finale dell’Evangelo di Matteo. Il racconto di Atti dell’Ascensione ci mostra la meta della nostra carne, della nostra umanità. Quell’umanità che in Gesù Cristo è ormai l’umanità di Dio, è consegnata da Dio non più a perdersi nella terra ma a salire al cielo.

Al di là del linguaggio simbolico, Luca vuole dirci con forza quale la destinazione dell’uomo, quale la meta dei nostri faticosi cammini, quale l’esito delle infinite piaghe dolorose della storia dell’uomo. Luca, sottolineando nella pagina di Atti questa meta, mostra come la Chiesa debba saper vivere nell’“assenza” di Gesù … e come debba nutrirsi di un’attesa colma di speranza: Quel Gesù ritornerà!

L’attenzione di Matteo è invece rivolta proprio a questo frattempo dell’attesa e, anche se Matteo non fa accenno esplicito al ritorno glorioso del Cristo, fa dell’epilogo del suo Evangelo la definitiva “apocalisse” di Gesù, è l’estrema e piena rivelazione di Colui che già sulla croce il Centurione ha riconosciuto Figlio di Dio (cfr Mt 27,54); qui Gesù toglie del tutto il velo  dalla sua identità: Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra; è il Figlio dell’uomo di cui Daniele profetava (cfr Dn 7,13-14) ricolmo di ogni potere e autorità sulla storia. E’ Gesù, insomma, il senso, la chiave di lettura e di comprensione della storia. Matteo è coerente al progetto del suo Evangelo che era iniziato con l’annunzio a Giuseppe di una nascita che adempiva le promesse; quel figlio di Maria che Giuseppe deve accogliere è l’Emmanuele, il Dio-con-noi (cfr Mt 1, 22-23); ecco che l’Evangelo si conclude coerentemente con una promessa di presenza: Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo. E’ davvero l’Emmanuele: ogni promessa è adempiuta.

Il tempo della Chiesa è il tempo di una presenza sì misteriosa, sì nascosta nelle pieghe anche dolorose della storia ma di una presenza reale e piena di consolazione. L’assenza di cui Luca parla in Atti mostrandoci quell’ascendere al cielo e quell’essere occultato dalla nube è, in realtà, dice Matteo, il tempo di una nuova presenza. La Chiesa, radunata attorno al Risorto che incontra i suoi in Galilea, è già luogo di contraddizioni, non è una realtà omogenea e pacificata: Alcuni però dubitavano. Il grano e la zizzania saranno sempre assieme nella Chiesa la quale non deve spaventarsi della compresenza in se stessa di fede e incredulità, di santità e miseria.

La Chiesa ha una sola certezza e questa certezza non è lei stessa, l’unica certezza della Chiesa è la presenza del suo Signore, è la sua promessa di rimanere fino alla fine del mondo. Su questa certezza la Chiesa getta ogni giorno la rete nel suo cammino nella storia; su questa certezza la Chiesa può obbedire a quei quattro verbi che Gesù le indirizza nella finale di Matteo: andare, fare discepole tutte le genti, battezzare, insegnare.

La Chiesa, sostenuta dalla promessa della presenza dovrà custodire questi verbi che le indicano quali devono essere le sue vie nella storia: andare per essere una Chiesa del cammino, una Chiesa che cerca i sentieri della storia senza rimanere nei palazzi o nei templi; una Chiesa che riconosce che il mondo è tutto luogo di Dio e che deve essere animato da una presenza altra; fare discepole tutte le genti, perché non è questione di dottrina ma di vita; “fare discepole” (in greco “mathetusate”) si tratta cioè di far sì che gli uomini divengano “discepoli” permettendo all’Evangelo di Cristo di afferrare tutta la loro vita e non solo gli ambiti “religiosi”; una Chiesa di uomini che danno la vita e provocano la vita; battezzare per donare agli uomini quell’immersione in Dio (Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo) che trasforma e diviene germe di vita nuova che sottrae l’uomo dalla mano mortifera del male; insegnare in un ministero di magistero non autoritario e arrogante, ma un magistero che aiuti gli uomini ad obbedire a Gesù ed al suo Evangelo nella libertà dei figli; un magistero che aiuti gli uomini a gustare questa libertà, ritornando sempre al suo Signore crocefisso e risorto. L’obbedienza a Gesù non solo è via da insegnare, ma prima ancora da vivere, anzi la si insegna solo se la si vive. L’obbedienza a Gesù significa restare attaccati a Lui; diversamente la Chiesa diviene altro, e non è più la Chiesa di Cristo!

L’Ascensione del Signore è allora la memoria di un’ “assenza” che si fa “presenza” ; questa va riconosciuta e vissuta in un quotidiano ecclesiale che sempre più deve cercare il volto di Cristo e solo il volto di Cristo deve portare alla storia.