Mercoledì delle Ceneri (Anno C) – Un tempo favorevole

 

COLLOCARSI TRA LE CREATURE

Gl 2, 12-18; Sal 50; 2Cor 5, 20-6, 2; Mt 6, 1-6.16-18

 

Quaresima è tempo di lotta, di battaglia, tempo in cui affinare le armi per questa vera e propria guerra; il digiuno e la penitenza che la Quaresima propone, e che non vanno trascurati, sono un modo per raccogliere le forze e proiettarsi verso un oltre che vuole sì lotta, ma anche lucidità e forza per ricostruire ciò che eventualmente il peccato ha distrutto.

Se il peccato ci è stato, se ha fatto i suoi danni e portato le sue morti, il profeta Gioele, nel suo oracolo che è oggi la prima lettura, ci annunzia che è necessario non disperare e implorare l’aiuto di Dio per ricominciare.

In Cristo noi sappiamo che quest’opera di ricostruzione e ricreazione dell’uomo è già stata compiuta nel mistero pasquale del Crocefisso-Risorto; sappiamo che la storia è divenuta tutta, grazie a Lui, un tempo favorevole, come scrive Paolo ai Cristiani di Corinto; sarebbe errato pensare che il tempo favorevole sia solo il tempo della Quaresima; la Quaresima, dobbiamo dire, è un “sacramento” di quel tempo favorevole che Cristo ha aperto per noi in ogni giorno: in Lui la storia è diventata luogo di un’immensa apertura di Dio all’uomo, alla sua miseria, al suo riscatto, al suo desiderio di senso e di pienezza di vita. La porta della vita è aperta, e Dio vi passa per incontrare l’uomo nelle sue lande di morte, lo invita a passare con Lui nel paese della vita! Cosa sarà pasqua se non questo passaggio? Un passare che è possibile ogni giorno e per cui bisogna lottare.

Bisogna lottare contro le dominanti mondane che premono contro di noi da fuori e da dentro noi stessi. Lottare fidandosi di Dio e non di noi stessi.

La cenere che oggi riceviamo sul capo ci racconta molte storie e ci offre tante piste di riflessione per spingerci nella direzione del vivere a pieno il tempo favorevole.

La cenere ci ricorda la nostra caducità ed impotenza, la nostra mortalità; e questo non per fare terrorismo psicologico e religioso o per farci disprezzare la vita, la gioia, la bellezza, o anche questo mondo creato che è stupendo, ma per collocarci nelle gioie e nelle dinamiche quotidiane al posto giusto: tra le creature, creature che hanno bisogno di un Altro per entrare nella vita, di un Altro per dimorare nella vita, di un Altro per abitare la vita con pienezza di senso, di un Altro per attraversare la morte e giungere all’eterno per cui ci sentiamo fatti. La cenere ricordandoci che «siamo polvere ed in polvere torneremo» (cfr Gen 3, 19), ricordandoci la morte ci colloca nella verità.

La cenere è anche però frutto di una distruzione: spesso abbiamo distrutto i nostri sì a Dio con dei no poderosi e pesanti; anche questa è la nostra verità! La cenere fatta con i rami d’olivo della scorsa Domenica delle Palme, ci dice che troppo spesso siamo passati dall’“osanna!” al “crucifige!”…che ne abbiamo fatto di quella proclamazione di signoria con cui accogliemmo Gesù dicendogli: «Benedetto il Veniente nel nome del Signore! Osanna al Figlio di David»? La cenere è anche il nostro peccato!

La cenere, poi, è lieve. Il nostro peccato è un macigno pesante, ma oggi Dio ci dice che la sua misericordia è capace di farlo diventare lieve e impalpabile come questa cenere che ci è porta sul capo. Oggi così Dio ci dice che è disposto a lottare con noi, perché il peccato non ci schiacci.

Mi è caro però pensare oggi anche ad un’altra cosa: quando scopriamo questo amore che perdona e rende uomo l’uomo, per questo amore ed in questo amore siamo chiamati a “bruciare fino a consumarci” … la cenere è segno della vocazione alla santità che ci chiede proprio di bruciare fino a consumarci (e il nostro san Roberto di Molesme ce lo sussurra ogni giorno!) … la cenere è allora un segno austero, ma anche capace di suggerirci grandi gioieed orizzonti sconfinati.

Con un Dio così possiamo fidarci e riprendere il cammino nel tempo favorevole che Cristo è venuto a offrirci.

L’inizio della Quaresima deve essere segnato allora da un atto di fede nella potenza di Dio che è capace di cambiarci per davvero. Sì, abbiamo bisogno oggi di dire dei nuovi e dei nuovi no per essere discepoli; abbiamo bisogno di cambiare, abbiamo bisogno di crescere, abbiamo bisogno di accogliere Cristo in questo nostro oggi in cui siamo diversi da quel che eravamo ieri …
Sono accadute cose che ci hanno cambiato, indurito, migliorati, peggiorati. Qualche mese fa mi sentii dire da un giovane a cui si proponeva l’Evangelo: «Che volete? Non ne ho bisogno! La mia vita è già perfetta!» … mi parve una prigione infinita e illusoria!
No! Abbiamo bisogno di cambiare, di convertirci!

Le varie pratiche quaresimali sono segni della nostra disponibilità alla lotta e alla potenza di Dio … non sono merce di scambio! Pe carità! Non è che Dio abbia bisogno del nostro digiuno, della nostra penitenza, della nostra mortificazione … ne abbiamo bisogno noi per aprire a Lui le porte, per piegarci a Lui, per dare alla sua potenza mano libera per agire e ricrearci!

Così giungeremo a questa nuova Pasqua della nostra vita in questo anno di grazia 2016 per portare i frutti di vita che il Crocefisso-Risorto ci chiederà di portare … dovremo scoprirli e discernerli!

Così, come scrive ancora Paolo ai suoi Cristiani di Corinto, saremo con la nostra vita personale ed ecclesiale ambasciatori della riconciliazione tra Dio e l’uomo. Non perché ne parleremo, ma perché la mostreremo nelle nostre vite sempre più plasmate dalla potenza dell’amore pasquale di Cristo Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Il rifiuto del profeta

 

…E TU NON SPAVENTARTI

Ger 1, 4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12, 31-13,13; Lc 4, 21-30

Interessante e stimolante l’Evangelo di questa domenica; è il seguito di ciò che leggevamo domenica scorsa del discorso nella Sinagoga di Nazareth. Gesù non commenta esegeticamente, come abbiamo visto, il testo del Libro di Isaia che ha letto, ma ne proclama il compimento nella sua persona, nella sua presenza, nella sua azione.
La meraviglia dei nazaretani si muta in ira e addirittura in propositi omicidi, ed il passaggio avviene sotto un chiara provocazione di Gesù stesso che previene la loro reazione dopo aver ascoltato dalle loro labbra meravigliate quella domanda, che troviamo anche negli altri Evangeli, circa la sua origine ordinaria e nota: «Non è il figlio di Giuseppe?». Gesù previene la loro obiezione più grande e più grave alla sua opera ed alla sua persona: vorrebbero miracoli a loro beneficio e questo accampando un primato ed una pretesa su Gesù e la sua opera, quasi come se Gesù appartenesse loro per diritto “di campanile”.

Il racconto ci fa chiaro che il discorso nella Sinagoga di Nazareth non è il primo atto pubblico di Gesù dopo il Battesimo al Giordano e dopo il suo soggiorno nel deserto, ci sono stati già e predicazione e miracoli avvenuti altrove in Galilea, tanto che la sua fama si è diffusa e fa sorgere nei suoi concittadini pretese, recriminazioni e gelosie.
Sta di fatto che Luca opera una scelta: aprire la vita pubblica di Gesù con questo discorso rivelativo della sua missione come compimento di una parola di promessa e con il rifiuto dei suoi, prima sotterraneo e poi addirittura violento.

Perché questa scelta?
Perché l’Evangelo vuole essere un’ampia illustrazione del mistero del rifiuto del Messia. Un rifiuto che, sia chiaro, non è solo di Israele ma dell’uomo in quanto tale. E’ l’uomo, infatti, che è contraddetto paradossalmente dal Messia che annunzia l’oggi” di Dio e la liberazione dei prigionieri e dei miseri …
Viene da chiedersi: ma perché l’uomo si sente contraddetto da un Salvatore? Mi pare che la risposta possa essere solo nel fatto che l’uomo vorrebbe salvarsi da solo, o vorrebbe usare Dio a proprio piacimento quasi come un possesso da mettere in atto nel bisogno e nello “straordinario” e non nell’ordinario della vita! Certo: nell’ordinario Dio disturba, intralcia, è esigente, vuole essere “Signore” … chi vuole miracoli vuole, di contro, un Dio “al servizio”, un Dio “usabile”, un Dio che non può essere proclamato “Signore” perché non gli si vuol dare un primato, ma lo si vuole usare.

E’ la perniciosa “via dei miracoli” (non a caso dico così! Chi ha orecchi per intendere intenda!), via che svia l’Evangelo in religione e pone sul volto di Dio ancora maschere perverse ed irreali! Gesù non accetta questa via, né può accettare di appartenere ad una città (sia pure la sua!), ad una popolazione!

Gesù è universale, la sua patria è il mondo, e Gesù lo grida con forza e fermezza facendo riferimenti universalistici già contenuti nella Prima Alleanza: l’episodio della vedova di Zarepta (cfr 1Re 17, 1ss) e la guarigione di Naaman il Siro da parte di Eliseo (cfr 2Re 5, 1-19)!
Nessuno possiede Dio; tutti, invece, sono chiamati a farsi possedere da Lui e dal suo amore, e questo comporta che a Lui ci si consegni.

La reazione violenta dei nazaretani conclude l’episodio tragicamente, mostrandoci il dramma del rifiuto del Messia che sarà il nodo centrale della vicenda di Gesù. Luca ci dà qui, già all’inizio del suo Evangelo, una via per capire questo dramma. In primo luogo il rifiuto che Gesù qui subisce e quello che si concretizzerà nell’ora del Golgotha; non è un fatto isolato, né è un fatto del passato. E’ qualcosa che ogni generazione di discepoli dovrà provare.

Gesù, infatti, dice: «Nessun profeta è ben accetto in patria»
Il rifiuto dei profeti è qualcosa che è sempre accaduto e sempre accadrà. Ce lo testimonia anche Geremia nel testo che oggi leggiamo dal libro dei suoi oracoli, e che è il racconto della sua vocazione: «Tu non spaventarti …ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno».

La sorte di tutti i profeti è questa, e Gesù neanche qui ha voluto esenzioni; Lui, che è il profeta più grande, ha subito il grande rifiuto, quello della croce. Questa non fu il frutto della malvagità e della sclerocardìa di giudei e romani di quella generazione, ma è il frutto della comune durezza di cuore di tutte le generazioni.

Ogni discepolo di Gesù allora lo sappia: nel Battesimo fu unto profeta e, se vuole essere fedele a quel dono battesimale, si deve aspettare persecuzione e rifiuto.

Quando nei secoli cristiani sono emersi profeti disposti a vivere l’Evangelo con radicalità e hanno gridato i loro “no” al mondo e alla Chiesa stessa hanno subito persecuzione, rifiuto, e molto spesso hanno versato il sangue. Proprio come il loro Signore! La verità è che se non subiamo persecuzione è perché non siamo profeti, perché non mostriamo il volto contraddicente ed esigente del Dio, di Gesù Cristo.

La finale del passo di oggi, poi, ci mostra Gesù che passa in mezzo ai suoi concittadini infuriati e se ne va … mostrandosi libero e sovrano.
Pare un anticipo dell’esito pasquale della Croce: la Risurrezione. La corsa dell’Evangelo non è arrestata dalla violenza dei nazaretani, così come non ci riuscirà la violenza dei crocifissori.

I profeti capaci di patire e di morire per l’annunzio delle esigenze dell’Evangelo sono più vivi che mai, come il loro Signore che è risorto!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Avvento (B) – Vigilate!


IL RITORNO DEL FIGLIO DELL’UOMO

 

Is 63, 16b-17.19b; 64, 2-7; Sal 79; 1Cor 1, 3-9; Mc 13, 33-37

 

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) - Francoforte

San Marco Evangelista, di Andrea Mantegna (1448) – Francoforte

Nulla di più sbagliato di leggere l’Avvento come tempo di preparazione o attesa del Natale: il Natale è un fatto del passato, e non si attende qualcosa che è passato!
L’Avvento, con cui iniziamo questo nuovo anno liturgico, è un tempo di un’importanza grande nel percorso spirituale dei discepoli di Cristo, in quanto è un tempo che ci fa puntare lo sguardo sul ritorno del Figlio dell’uomo al termine della storia; è un tempo in cui sentire in verità che la storia è una storia orientata, non è un garbuglio inestricabile e senza senso, come potevano pensare nel mondo greco-romano per il quale la storia era un “eterno ritorno” governato dalle forze oscure ed insensate del fato: una visione – questa – fonte di un’angoscia infinita! La fede ebraico-cristiana ha invece custodito la certezza di una storia in cammino verso un orizzonte, di senso e di compiutezza.

Verrebbe quasi da dire che l’Avvento è più importante del Natale, se non fosse che il Natale è il mistero adorabile e stupefacente dell’Incarnazione di Dio nella nostra fragilità umana e nella materia del cosmo tutto.

Il fatto che si deve cogliere è che l’Avvento determina il ritmo e la pienezza del nostro cammino nell’oggi, cammino che non può rimanere in un asfittico presente senza porte e senza ali…l’Avvento spalanca le porte, e dona le ali verso il futuro di Dio…alla fine dell’Avvento c’è il Natale, ma come celebrazione che, oltre a chiederci di continuare in noi, personalmente e come Chiesa, il mistero dell’Incarnazione, ci rassicura sul ritorno di Gesù Signore al termine della storia. Il Natale ci dice che, se già è venuto un giorno nell’umiltà della nostra umanità, nella stalla di Betlemme, così verrà di nuovo, tornerà, e non verrà meno alla sua promessa.
La storia è allora tutta orientata verso il ritorno di Gesù nostro Signore!

Ecco che allora l’imperativo è la vigilanza!
In quest’anno che incomincia avremo come guida l’Evangelo di Marco, certo con alcune “intrusioni” degli altri Evangeli (già la terza e la quarta domenica d’Avvento ci presenteranno passi di Giovanni e di Luca), e Marco, nel passo di questa prima domenica dell’anno, ci grida con ferma speranza e grande forza questo imperativo; lo pone sulle labbra di Gesù all’inizio e alla fine del passo di oggi, creando così un’inclusione molto significativa.
Marco usa due verbi diversi, con sfumature diverse, per dire questo vigilare: all’inizio dice “agriupneîte” che significa “state desti”, “state svegli”, “scrutate”, “spiate”, quasi a dire che è necessario avere lo sguardo puntato su quella venuta, di cui bisogna saper cogliere i segni; alla fine del brano usa invece un altro verbo, “gregoréo” con un’accentuazione più all’operosità di questo tempo di vigilanza… L’Evangelo di Matteo, alla conclusione dello scorso anno liturgico, con tre parabole ci ha detto cosa è davvero vigilare…Marco in fondo ci dice lo stesso, con questo breve passo in cui possiamo cogliere i tre medesimi sensi del vigilare che già Matteo indicava.

Vigilare è “essere attrezzati per un’attesa che può essere lunga”, poichè «non sapete se tornerà a sera, a mezzanotte, al canto del gallo o al mattino».
Vigilare è “rischiare”: se il padrone ha lasciato ai servi la sua “exousìa”, il suo “potere”, questo lo si può esercitare solo rischiando, trafficando quell’“exousìa”, che altro non è se non la logica dell’Evangelo del Signore crocefisso.
Vigilare poi è “essere operosi nell’amore fattivo” affinché il padrone, al suo ritorno, non trovi dei dormienti, ma degli uomini pronti a operare!

L’invito alla vigilanza è tipicamente cristiano; si trova poco nella letteratura rabbinica e nell’apocalittica giudaiaca, ed è un tema connesso non ad un generico “giorno del Signore“ (lo “yom Adonai”), ma ad un preciso evento: il  ritorno del Figlio dell’uomo!

Marco chiede una vigilanza duplice, una vigilanza su due livelli.
L’evangelista rileva infatti un doppio pericolo: da una parte, si rivolge a quei cristiani che hanno rallentato l’intensità della loro attesa, cristiani che tendevano cioè ad adattarsi troppo bene a questo mondo; un pericolo, questo, in cui incorrono oggi le Chiese dell’opulento occidente… Sì, opulento nonostante la “crisi”, e non dobbiamo temere di ribadirlo; dall’altro canto, Marco si oppone alle idee degli esaltati ed alle speculazioni dei falsi profeti che gridano di continuo di una fine imminente.
Ai primi Marco dice di essere vigilanti, non dimenticando la venuta del Signore che potrebbe piombare mentre non la si attende, o – addirittura – non la si attende più; una venuta che deve esser colta come termine e forza dell’esserci in questo mondo.
Ai secondi però dice: “Non è ancora la fine! Vivete l’oggi in pienezza e senza darvi sconti, vivete l’oggi con lo sguardo puntato ad una venuta il cui tempo è noto solo al Padre” (cfr Mc 13, 32).

La frase conclusiva dell’Evangelo di questa prima domenica di Avvento ha poi una grande forza: «Ciò che dico a voi, lo dico a tutti: vigilate!»; con questa frase Gesù stende il suo sguardo, spaziando sugli uomini di tutti i tempi…parole che vogliono raggiungere ciascuno di noi…parole che hanno risonanza universale, raggiungendo ogni uomo là dove si trova e vive, perché possa udire la voce di Gesù e la sua Parola, e farne tesoro.

La parola chiave dell’Avvento è allora vigilate!… Parola forte e provocatoria, che viene a cercarci nel nostro oggi concretissimo, e ciascuno di noi sa quale è il suo oggi concretissimo, cosa oggi circola ed agisce nella sua vita, cosa lo richiama, cosa lo seduce.

Vigilare è non permettersi di evaporare in nessuna sonnolenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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I Domenica di Avvento – Come custodire la Speranza

VIGILANDO NEL QUOTIDIANO

  –  Is 2, 1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24, 37-44   

 

Candele dell'Avvento

Candele dell’Avvento

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente. A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo – dilatando il cuore – quel suo venire, che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore! Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagnerà l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice “come” custodire quella speranza, “dove” attendere il suo irrompere. “Vigilando” e nel “quotidiano”. Ci sono delle attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo. Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso; non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita; non può essere uomo o donna d’Avvento chi non “sogna”. Uomo d’Avvento è solo chi “sogna” … e” sognare” non significa stare con la testa tra le nuvole, ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, “sognare” significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data, e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa; ”sognare” per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente, che è compimento definitivo di ogni “sogno” mentre dona forza al sognare. Buon Avvento!

E ricomincia un anno liturgico…

La Chiesa nella sua sapienza materna ci riporta di nuovo all’Avvento perché ancora si possa celebrare il Natale del Signore. Il Natale, come tutte le feste liturgiche, non è una commemorazione (per dirla semplicemente NON E’ il compleanno di Gesù!); il Natale, la Pasqua, gli altri misteri della salvezza non li commemoriamo, ma li celebriamo! Celebrare significa far entrare quel mistero nel nostro vivere quotidiano di credenti. Celebrare è permettere al Cristo di far germinare i frutti della sua salvezza nella nostra vita di ogni giorno. Per questo abbiamo bisogno continuamente di celebrare i santi misteri della nostra fede. Per questo, ogni anno, il ciclo liturgico pare ci faccia tornare indietro; in realtà non torniamo indietro ma andiamo avanti in quanto ognuno di noi non è quello che era lo scorso anno all’inizio dell’Avvento; oggi abbiamo bisogno del mistero del Veniente; oggi, per quel che siamo, per quel che la storia ha operato in noi, per quello che la Grazia ha fatto in noi, per quello che il peccato e le durezze di cuore hanno prodotto in noi! E’ ciò che noi siamo oggi ad aver bisogno di compiere il percorso d’Avvento…e così sarà per tutto questo nuovo anno liturgico. Oggi, a questa domenica di inizio Avvento, portiamo allora i frutti dell’anno che è appena passato, vi portiamo anche le ferite ed i fallimenti; e oggi, paziente e misericordioso, il Signore dice a ciascuno di noi: Ricominciamo il cammino!All’inizio di questo nuovo percorso, allora, facciamoci una domanda essenziale: siamo disposti a lasciarci “ferire” dalla Parola? Solo questa disponibilità potrà schiudere il nostro cuore, la nostra vita a ricevere quella stessa Parola trasformante. Si riprende il cammino perché possiamo essere plasmati ancora dalla mano tenera e forte, misericordiosa ed esigente del Signore.

L’Avvento. Ecco il primo passo del nuovo cammino di quest’anno.

L’Avvento. Un tempo nel quale ci si deve porre nella giusta direzione: volgere lo sguardo al Veniente.

A partire dalla memoria santa della sua venuta nella nostra carne, celebriamo il suo quotidiano venire a noi, celebriamo, dilatando il cuore, quel suo venire che attendiamo “nella beata speranza”. Se dimentichiamo che Cristo non è solo Colui che è venuto, ma è il Veniente, la nostra storia resta prigioniera di se stessa, resta impigliata nella rete dei giorni e agonizza fino a morire uccisa da se stessa. Se la storia resta chiusa sotto un cielo sigillato, senza spiragli di speranza, di vera speranza, soffoca e muore!

Chi crede in Cristo, chi spera in Lui, chi lotta per amare come Lui, non può non essere che un annunziatore mite e fermo di questo irrompere di Dio che dà senso a tutta la storia.

La storia, come dice Isaia nell’oracolo luminoso che oggi si proclama come prima lettura, è piena di spade, di lance, è piena di popoli che alzano la mano a colpire altri popoli, è piena di gente che non fa altro che esercitarsi nelle mille guerre che ogni giorno si combattono; e non solo quelle dei campi di battaglia ma anche quelle “pulite” ed ipocrite che si combattono nella politica corrotta, nelle famiglie che non sono più famiglie, nella spietata lotta di chi accumula ricchezze anche a scapito dei poveri, nella lotta senza esclusione di colpi di chi impone le proprie idee per prevalere e dominare…e perfino nella Chiesa in cui, troppe volte, diamo accesso al mondo con le sue derive. Isaia dinanzi a queste cose, però, proclama una speranza: un futuro non fatto dall’opera dell’uomo. Un futuro fatto da un’azione di salvezza che solo Dio compie: Perché da Sion uscirà la Legge e da Gerusalemme la Parola del Signore. Questa promessa dà ad Israele un compito preciso: camminare alla luce del Signore. Chi nutre questa speranza cammina già alla luce di quella speranza, e così già alcune spade si trasformano in vomeri, alcune lance si forgiano in falci e qualcuno cessa di fare delle guerre il suo orizzonte quotidiano. Questa speranza crea un popolo nascosto in mezzo alle genti, che custodisce una luce…

Nel passo della Lettera ai cristiani di Roma che oggi è proposto alla nostra riflessione, Paolo esorta a riconoscere questa luce ed a vivere di questa luce; la Chiesa, di fatto, può vivere di questa luce perché sa che essa è già sorta in Cristo, che in Lui le guerre sono cessate, che in lui Dio ha detto la Parola definitiva alla storia mostrandoci chi è davvero l’uomo!

Celebrare l’Incarnazione è contemplare il vero volto dell’uomo, quello di Cristo; quel volto di carne, quella vita umanissima è la grande novità di Dio nella storia, è principio di una novità che è la nostra speranza.

La venuta di Cristo nella storia, nella carne dell’uomo, ha lasciato un’umile traccia: noi credenti che, per quanto sempre in lotta con ciò che vorrebbe vincere la nostra speranza, siamo i custodi di un’attesa, di quell’attesa che è capace di trasformare ogni oggi.

Nel passo dell’Evangelo – quest’anno ci accompagna l’Evangelo di Matteo – Gesù ci dice come custodire quella speranza, dove attendere il suo irrompere. Il discorso di Gesù non vuole rispondere alla martellante domanda sul “quando” del suo ritorno; se rivelasse un “quando” tutti i giorni che precedessero quel punto fissato perderebbero consistenza e valore, e Gesù non è venuto nella storia per svuotare la storia, ma per darle concreta consistenza di amore. In ogni oggi bisogna vigilare. Ecco il “come”. Chi attende vigila, non si fa appesantire dal sonno (Paolo ha scritto nel passo di oggi: E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno!), non si stordisce con la ricerca smodata di soddisfare le proprie voglie, vive il quotidiano attento al quotidiano fuggendo la peste dell’indifferenza.

L’indifferenza è la dimenticanza del futuro, è la dimenticanza della morte che non deve essere ombra inquietante sul nostro vivere ma potrebbe proiettare su noi una grande luce ed una grande sete di incontro, un grande desiderio di “oltre”. Desiderio di un “oltre” che già può cominciare qui proprio vigilando, attendendo il ritorno di Lui, dell’Amato … Vegliare nell’attesa è esprimere concretamente quanto lo attendiamo, gustandolo nel desiderio. Questo non per dimenticare la storia ma per vivere il quotidiano riempendolo d’attesa. Nel’Evangelo di oggi gli esempi che Gesù propone riportano proprio al quotidiano: due uomini sono nel campo … due donne saranno alla mola … Sì, nelle occupazioni quotidiane … Ecco il “dove” … lì si opererà la distinzione tra quelli che “attendono” e quelli che “dormono”… apparentemente i due uomini, come le due donne, fanno la stessa cosa ma quello che è determinante non è il “cosa” si fa ma il “come” si fa. L’esempio che Gesù propone poi dei tempi di Noè sottolinea proprio questa incosciente inconsapevolezza ed indifferenza: Mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito (cioè facevano le cose quotidiane necessarie per la vita (mangiare e generare) ma lo facevano senza accorgersi di come la storia nella quale vivevano stesse precipitando verso un abisso. Il loro dramma fu la noncuranza di Dio, fu l’essere accecati dall’indifferenza e dall’ orgoglio presuntuoso. Queste sono proprio le attitudini più contrarie all’Avvento: l’indifferenza, l’orgoglio, la presunzione di bastare a se stessi e di essere al riparo da ogni compromettente domanda di senso. Attitudini contrarie all’Avvento perché l’Avvento presuppone stupore, umiltà, attesa di chi solo può compiere la storia, la mia e quella del mondo.

Non può vivere l’Avvento chi crede di bastare a se stesso, chi crede che l’orizzonte della vita sia solo il “fare” per un “utile”; non può essere uomo o donna d’Avvento chi reputa ridicola e superflua ogni domanda sul senso, non può essere uomo o donna d’Avvento chi si ostina a rimanere ingabbiato negli oggi senza vie d’uscita, non può essere uomo o donna d’Avvento chi non sogna. Uomo d’Avvento è solo chi sogna … e sognare non significa stare con la testa tra le nuvole ma essere capace di guardare “oltre”, essere capace di credere che l’oggi non è chiuso nell’oggi, sognare significa credere all’utopia di una terra promessa che ci sarà data e verso cui è bello e sensato camminare a costo di qualsiasi cosa, sognare per un cristiano è avere lo sguardo puntato verso il Veniente che è compimento definitivo di ogni sogno mentre dona forza al sognare quotidiano … il sogno vive nel cuore della Speranza …

Sognare è attendere la venuta del Figlio dell’uomo che sarà misericordiosa e tutto compirà, ma sarà anche giudizio sulla vicenda del mondo e sulle vicende degli uomini.

All’inizio dell’Avvento ci sembra strano questo volto di Cristo giudice … preferiremmo essere condotti davanti ad un Gesù da presepe che sembra innocuo. Sembra. Sì, proprio così: il bambino di Betlemme sembra innocuo, ma in realtà provoca il mondo a mettersi in discussione, a comprendere che Dio si presenta dove non te lo aspetti e come non te lo aspetti … e non si pensi solo all’ultimo giorno della storia in cui Lui svelerà il senso e il non-senso degli uomini, l’inattesa venuta si compie ogni giorno e lì bisogna riconoscere la visita del Figlio dell’uomo. Lui con la sua Parola vuol “ferire” il nostro cuore di pietra per entrarvi e portare contraddizione alla mondanità che lo abita.

L’Avvento allora davvero ci pone la domanda cui si accennava all’inizio: sei disposto ad essere uomo di attesa che sa che la salvezza non può darsela da solo? Sei disposto a lasciarti “ferire” dalla Parola dell’Evangelo? Sei disposto a volgere lo sguardo lontano vivendo la fatica di riconoscere in ogni giorno le visite del Verbo?

L’Avvento non è l’attesa di una data (che in fondo è convenzionale anche se così cara ai nostri cuori) ma è l’attesa di una Persona che desidera visitarci ogni giorno, è l’attesa di Cristo che svelando a noi il suo volto ci svela anche le esigenze dell’Evangelo che, c’è poco da fare, giudicano i nostri passi, le nostre scelte, il nostro profondo.

Vigilare è allora lasciarsi giudicare dall’Evangelo, dalla sua forza, dal suo irrompere al di là di ogni attesa e previsione.

Vigilare è essere disposti a lasciarsi sorprendere da Dio vivendo il presente pienamente e senza sconti.

Buon Avvento!




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