XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – La regalità di Cristo

…CULMINE DI OGNI VITA CRISTIANA

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

L’ultima domenica dell’anno liturgico: la regalità di Cristo…
E’ proprio così: alla fine c’è la sua regalità. Il culmine di ogni vita cristiana vera è la proclamazione ed il riconoscimento di questa regalità; anzi, la vita cristiana diventa autentica solo quando si inizia ad intravedere il volto singolarmente regale di Gesù! Si cammina, si combatte per credere ed affidarsi, si lotta per essere santi, ci si affatica per le strade della storia…ma per chi? Per chi si cammina? Per chi si combatte? Per chi si lotta? Per chi ci si affatica?

Il rischio è farlo per un ideale (che può essere anche nobilissimo!) o per qualcosa…è un rischio perchè gli ideali, se sganciati da un volto, possono diventare disumanizzanti.
Certo, anche un volto può divenire un idolo che incatena (quanti “santi” affetti sono a rischio di schiavitù!). L’unico “qualcuno” che può divenire “scopo” e contemporaneamente liberare è Gesù! E questo non perchè anche Lui non possa essere ideologizzato o essere tramutato in idolo (noi uomini abbiamo saputo fare anche questo, e l’abbiamo saputo fare nelle Chiese cristiane!), ma perchè se lo incontriamo davvero (il punto è lì!) e non nelle nostre proiezioni, il suo sguardo ci consegna a noi stessi e ad una verità liberante. Se lo incontriamo davvero e lo riconosciamo nostro re, la sua regalita’ ci consegna un’umanità libera da sè, capace di amare, e la cui verità è solo l’amore.

L’Evangelo di questa solennità ci mostra un confronto: Pilato e Gesù, due regalità che si guardano negli occhi. In tutto il dialogo (di cui oggi leggiamo solo un tratto) sembra che Gesù sia l’interrogato e Pilato il giudice che fa domande; in realtà ci accorgiamo subito che le parti sono paradossalmente invertite.

Pilato ci appare subito prigioniero delle sue paure e dei giochetti politici: paura di Roma e del suo immenso potere che non può – e non deve – nè essere messo in dubbio, nè tanto meno diminuito, costi quel che costi, sia pure il sangue di un innocente. Paura di perdere prestigio e potere in mezzo a quel popolo in cui, rappresentando Roma, ne gustava personalmente l’inebriante potenza; è prigioniero dei giochetti sottili, sul filo delle parole, con il Sinedrio e poi con la folla…

Nel dialogo con Gesù non c’è nessun giochetto perché Gesù gli consegna subito una parola franca, limpida, libera da timori. Gesù non ha paura di parlare di questo Regno che non è di quaggiù ma che è un vero regno tanto più grande di quello di Roma! Lo abbiamo sentito anche nel celebre passo dal Libro di Daniele da cui oggi è tratta la prima lettura: “Il suo regno è tale che non sarà mai distrutto“. Parola, questa, che ci richiama irresistibilmente a ciò che dice Gabriele nell’Evangelo di Luca “Il suo regno non avrà fine” (cfr Lc 1, 33). L’impero di Roma, invece, crollerà inesorabilmente. Il suo è un vero regno in cui i “sudditi” non sono quelli che danno al re, ma sono coloro che ricevono dal re la testimonianza della verità.

Come ricevono questa testimonianza? Contemplandolo sulla croce ad amare fino all’estremo (cfr Gv 13, 1), contemplandolo trafitto, come scrive Giovanni nel passo dell’Apocalisse che oggi ascoltiamo…quando l’umanità saprà volgere lo sguardo al trafitto per amore, allora comprenderà la verità dell’uomo e della storia, e così si batterà il petto in segno di penitenza e riconoscendo in quel trafitto il “pantocràtor”, cioè, “Colui che tutto regge”, “Colui che è il senso della storia”. Non si tratta di “onnipotenza” ma di rivelazione di tutto il senso!

I due regni, che si trovano faccia a faccia in quel 14 di Nisan nel Pretorio di Pilato, sono radicalmente opposti: quello di Gesù non usa le armi del mondo (“Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei”) ma dichiara la sua potenza nella consegna per amore.

Quando Pietro nel Getsemani usa la spada, un’arma di questo mondo, Gesù gli ingiunge di rimetterla nel fodero perchè Lui deve bere un calice che il mondo non può neanche immaginare, il calice dell’obbedienza all’amore, il calice di una sottomissione che racconta una sovrana libertà (cfr Gv 18, 10-11).

La regalità di Gesù è tale perché è libera e liberante; Gesù è libero da sé tanto da offrirsi nell’amore; è libero dal mondo perché non lo teme ma ne attraversa la violenza per vincerla; la regalità di Gesù è liberante perché chi lo riconosce re ed inizia a dimorare in Lui, a farne il suo sovrano, si incammina con Lui su quella strada che Lui apre con la sua passione. Una strada che attraversa la storia e può trasformarla, una strada, però che non si ferma alla storia ma la travalica!

Chi riconosce la regalità di Cristo Gesù inizia a cercarlo “perdutamente”, inizia a cercarlo con una passione tale che renderà il proprio sguardo lungimirante e capace di penetrare l’oltre della storia; se il suo Regno non è di questo mondo, se il suo Regno non è di quaggiù sarà impellente cercarlo nell’“oltre”, sarà necessario entrare in quella tensione di speranza che è capace di trainare la storia verso la meta e, mentre la traina, la trasforma.

La reagalità di Cristo ci attrae al futuro di Dio mentre ci chiede di spenderci qui nell’amore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Come vivere il presente

LEGGERE I SEGNI CHE RICHIAMANO AD UN OLTRE

Dn 12, 1-3: Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

Il traguardo della storia o è qualcosa che si tiene presente sempre, in ogni generazione, o si rischia di restare imprigionati nelle reti di un oggi che non sazia! Che non può saziare!

Il dramma è quando ci si illude d’essere sazi dell’“oggi” e si scherniscono quelli che pensano all’oltre tacciandoli di essere degli “evasori” dalla storia…E così tanti si saziano di quel che sono, di quel che hanno, di quel che vedono. Sono i sazi dell’“oggi”! Sarebbe terribile rimanere sazi dell’“oggi”!

Sarebbe… ed è terribile! Lo è ogni qual volta noi credenti in Cristo pensiamo che l’orizzonte sia solo quello che vediamo e, in qualche modo, possediamo. Lo è ogni qual volta siamo troppo “contenti” del nostro oggi e siamo incapaci di desiderare altro ed oltre. Lo è quando noi credenti ci accontentiamo, e il presente “ci basta”.

Non si può non considerare l’esito della storia se non imminente, e non perchè dobbiamo avere predicazioni e preoccupazioni millenaristiche – quasi che la “fine del mondo” fosse databile ed incombente – ma perchè ogni generazione deve fare i conti con il limite del tempo e con la Venuta del Signore Gesù nella sua Parusìa. Una venuta che, d’altro canto, invochiamo in ogni Eucaristia («nell’attesa della tua venuta»«nell’attesa che si compia la baeata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo»)!

Ogni generazione deve vivere questa tensione verso il Suo ritorno, e deve riconoscere nel proprio tempo quei segni che la annunziano, che ne proclamano la necessità. Ogni generazione deve ravvisare nel suo tempo quei limiti che sono “grido” verso la sua venuta, quelle povertà che sono invocazione al suo ritorno, quelle “impossibilità” o “incapacità” che domandano quell’unico compimento che è pienezza d’ogni compimento: il Suo ritorno!

Nell’Evangelo di oggi ascoltiamo che Gesù prende in prestito dal linguaggio apocalittico del suo tempo (di cui abbiamo avuto un saggio nella Prima lettura di oggi tratta dal Libro di Daniele) dei segni che evocano quei limiti, quei dolori, quelle “potenze” che sovrastano l’uomo e le sue pretese potenze. Nei verstti precedenti aveva parlato di guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tempi oscuri e disperati ma qui aggiunge altri segni che mostrano anche la caducità di quelle cose che a noi paiono fisse ed immutabili: il sole e la sua luce, gli astri che per gli antichi erano fissi nella gran volta del cielo…eppure il sole si spegne, la luna non dà più il suo chiarore e gli astri cadono. Tutto questo accade non perchè l’uomo l’ha prodotto, e neanche l’ha provocato con le sue dissolutezze e con i suoi peccati; no! La fine del mondo non è un castigo! La fine del mondo è il fine del mondo, e questo appartiene al progetto di Dio. E’ la volontà di Dio, fuori della storia, a determinare questo fine e a mettere fine a ciò che noi conosciamo e in cui abbiamo realizzato l’essere uomo, in cui abbiamo costruito le premesse di quel Regno eterno in cui tutto deve acquistare senso e bellezza!

Se le potenze dei cieli cadono (è al plurale: “ai diunámeis”) è perchè deve venire la sola potenza che ha senso e stabilità, quella del Figlio dell’uomo che è la potenza di Dio (al singolare: “metà diunámeos”, “con potenza”!).

Il Figlio dell’uomo è colui che sta andando verso la croce ma che qui si autorivela come colui che ancora verrà a dire l’ultima parola di Dio sulla storia, sugli uomini!

Il discorso escatologico, di cui oggi leggiamo un breve tratto, era iniziato quando i discepoli avevano posto a Gesù una domanda: «Quando accadrà questo e quale sarà il segno che questo starà per compiersi?» (cfr Mc 13,4) ma Gesù ancora non ha risposto al “quando” e non lo fa neanche in questo passo. Usa la parabola del fico per chiedere la capacità di leggere la storia, leggere l’oggi per poter essere protesi verso il futuro che Dio sta preparando.

Se si sanno leggere i segni come quelli del germogliare del fico è necessario imparare a leggere anche i segni che la storia offre per capire che non tutto è in essa e per essa!

Gesù non dà tempi, e non si tenti di decifrare un tempo e un’ora: il Messia (che Lui è) non è onnisciente come noi vorremmo nei nostri deliri “religiosi” …è invece un Messia fragile e vicino (tanto è vero che sta per andare in croce!), ma nella sua umanità – piena e senza sconti – c’è tutto il senso della storia che va vissuta senza millenarismi e ossessioni, ma con lucidità per discernere ciò che ci conduce all’oltre e ciò che ci libera dalle catene del tempo.

Se Gesù non dà indicazioni di tempo, dà però ai suoi tre parole con cui li rassicura circa la certezza della sua Parusia, del suo ritorno glorioso. Il Figlio dell’uomo verrà per quella generazione perversa che continua a fare ciò che avvenne durante l’esodo: tentare Dio e disobbedire, verrà perchè Dio non si fa fermare dalle nostre miserie e infedeltà; verrà di sicuro perchè le sue parole non passerano perchè non sono come le parole che diciamo noi e che spesso sono senza stabilità e fondamento. Le sue parole non passeranno perchè provengono da Dio, e Dio è fedele. Infine assicura che verrà anche se non si sa il “quando”, ma quel “quando” – essendo custodito nel cuore del Padre -, è promessa certa che sarà rivelata al tempo opportuno.

Intanto? Intanto bisogna impostare i propri giorni con una tensione autentica verso l’oltre: è necessario vivere il tempo in pienezza ma senza chiudersi negli orizzonti del tempo…è qui che l’uomo deve sentire il “profumo” dell’eterno; un profumo che non lo disamora della storia, e delle lotte della storia e nella storia, ma che gli fa vivere la storia senza sconti, con lo sguardo capace di scrutare – proprio nella storia – i segni dell’approssimarsi del giorno di Dio.

In questa domenica l’Evangelo ci ricorda che dobbiamo respirare ampio, che siamo fatti per questo. La storia non è meta della storia, il tempo sarà dilatato nell’eterno e se non si vive in questa tensione si rischia di fare della fede una “religione” che assicura il presente e ci tiene ben accomodati in un oggi tanto soddisfacente quanto imprigionante.

In fondo oggi Gesù ci dice: “Vivi il presente e leggi in esso i segni continui che ti richiamano a slanciarti verso l’oltre!

Gesù l’ha fatto, e dopo di Lui la Chiesa nascente. Poi l’hanno fatto i santi e con loro tanti cristiani che hanno saputo coniugare storia ed Evangelo senza farsi intrappolare dalle reti del mondo. Oggi se c’è bisogno di una cosa nella Chiesa è di uomini e donne così.

Padre Fabrizio Crsiarella Orestano




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Ascensione del Signore – La Parola torna a Dio

…E L’UOMO TROVA LA SUA DIMORA

At 1, 1-11; Sal 46; Eb 9, 24-28;10, 19-23 opp. Ef 1, 17-23; Lc 24, 46-53

 

 L’Ascensione del Signore è l’ora in cui, come dice Isaia (cfr Is 55, 10-11) la Parola torna a Dio dopo aver compiuto ciò per cui era stata mandata! Ha fecondato la terra degli uomini con il suo amore fino all’estremo, ci ha consegnato il Volto del Padre nella sua verità e bellezza senza le distorsioni delle religioni, ha dato i semi per il pane della vita. Ora torna al Padre dopo aver adempiuto la sua missione. Questo ritorno però non è un abbandono del mondo e della Chiesa nata dalla sua Pasqua…Luca, autore degli Atti, di cui oggi abbiamo letto l’inizio, e dell’Evangelo di cui oggi abbiamo letto la conclusione, ci narra questo mistero dell’Ascensione in due modi diversi e complementari. La pagina conclusiva dell’Evangelo è una pagina colma di benedizioni!

L’Evangelo si era aperto con una benedizione mancata, quella del sacerdote Zaccaria, padre del Battista, che, reo muto dalla sua incapacità a fidarsi, non riesce a benedire il popolo in attesa all’esterno del Santuario; ora, nell’ultima pagina dell’Evangelo, quella benedizione sospesa allora scende su tutta l’umanità con abbondanza e pienezza e rende i discepoli del Cristo capaci di una lode benedicente a Dio; infatti il tutto si conclude con i discepoli che stanno sempre nel tempio lodando e benedicendo Dio.

Il Cristo risorto in questo giorno porta la nostra carne nel cielo, nel grembo di Dio; l’uomo finalmente trova la sua dimora; Gesù, uscito dalla terra dei sepolcri, porta la nostra umanità nella terra di vita eterna, nel grembo dell’Amore che è Dio! Da quel giorno benedetto che oggi celebriamo la Pasqua giunge alla terra promessa e noi comprendiamo qual è la meta del nostro cammino nella storia: chiamati a trasformare la storia con l’annunzio dell’Evangelo della remissione dei peccati (cfr Lc 24,47), noi discepoli di Gesù sappiamo che la patria è oltre la storia. Siamo chiamati ad amare la storia senza fuggirla ma sapendo di essere in essa pellegrini e forestieri (cfr 1Pt 2,11) e con lo sguardo capace di desiderare l’oltre. Tutto questo sarà possibile perché i discepoli del Cristo sono pieni della benedizione di Lui. Le mani di Gesù, levate sui suoi, sono l’ultima immagine di Lui che essi devono custodire; le mani del Cristo, trafitte per amore, che si levano a benedire: una benedizione su loro che sono il principio della Chiesa, una benedizione che si stende su tutta la storia; la prima volta, infatti, Luca scrive che Gesù li benedisse ma poi ribadisce questa benedizione usando un imperfetto: mentre li benediceva. Così Gesù ascende al cielo, mentre li benediceva…è una benedizione che si prolunga per i secoli, che si estende sulla storia da Colui che, uscito dalle strettoie del tempo e dello spazio, ora può essere presente in ogni tempo ed in ogni luogo. La benedizione, allora lo comprendiamo, è dichiarazione di presenza, di una presenza altra, una presenza sottratta ai sensi e ravvisabile solo nella fede.

I due racconti di Luca ci mostrano che questa assenza-presenza del Signore Risorto inaugura un tempo nuovo in cui la Chiesa è invitata non solo a guardare in alto (in verità gli angeli del racconto di Atti chiedono ai discepoli din non fissarsi a guardare in alto) ma a compromettersi con la storia che attende un annucio di salvezza e di liberazione; questo annunzio dal giorno dell’Ascensione occupa un frattempo che durerà fino a quando si vedrà tornare Gesù allo stesso modo in cui lo si è vistp andare in cielo. Un frattempo che è carico allora di responsabilità per coloro che hanno sperimentato il suo amore e la sua misericordia.

L’Ascensione non è allora giorno di addio ma giorno di nuova presenza che genera responsabilità attiva e feconda.

Oggi forse l’ammonimento degli angeli dell’Ascensione andrebbe riformulato all’uomo del nostro tempo troppo dimentico di guardare al cieloUomini di questa storia, perché non guardate piùil cielo? Chiesa di Cristo perché non guardi più il cielo dove è entrato Cristo che da lì tornerà?

Chi non guarda più il cielo non è più neanche capace di portare alla storia le ragioni del cielo…Chi non guarda più il cielo non è capace di leggere a pieno la storia, la imprigiona nelle maglie dell’effimero, del transitorio; chi non gurda più il cielo si incatena ad una incapacità di cogliere il senso…troppi giorni restano privi di senso…chi non guarda più il cielo non è capace di vivere a pieno la storia e compromettersi in essa per le ragioni del cielo…e le ragioni del cielo sono tutte racchiuse nel corpo del Cristo, trafitto e glorioso, che, come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei è assiso  nei cieli per intercedere in eterno per noi, Lui che è benedizione per tutte le genti. Le ragioni del cielo sono racchiuse in Lui e nel suo amore fino all’estremo, un amore che solo le ragioni del cielo possono sostenere…




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VI Domenica del Tempo Ordinario – Il discorso sul monte

 COMPIMENTO DELLA LEGGE E’ L’AMORE

Sir 15, 15-20; Sal 118; 1Cor 2, 6-10; Mt 5, 17-37

 

 

Una giustizia che deve andare oltre quella degli scribi e dei farisei. E’ questo il cuore della lunga pagina del Discorso sul monte dell’Evangelo di Matteo che oggi si legge nelle nostre liturgie (spero nella forma lunga!).

Nelle beatitudini Gesù ha rivelato il volto dell’uomo nuovo, a quest’uomo nuovo ha chiesto di essere sale e luce per dare al mondo sapore e luce, e nella pagina che oggi ascoltiamo chiede un superamento che parte dalla Rivelazione che Israele ha custodito per dare a quella Rivelazione compimento, per dare a quella Rivelazione pienezza.

Gesù afferma che nella Torah che Israele ha ricevuto c’è già tutto, ma quel contenuto va condotto ad una pienezza. Questa si raggiunge non fermandosi alla giustizia farisaica che si accontentava di osservare quei precetti, di obbedire alla lettera dei precetti: Gesù chiede ai suoi di entrare in quei precetti per scoprirvi il cuore! C’è un cuore di quei precetti che va assunto, vissuto, fatto palpitare in sé. Fermarsi all’esterno di quei precetti è renderli sterili. Chi scopre il cuore dei comandi di Dio fa una cosa sorprendente: arriva al proprio cuore.

Per questo Gesù, nel Discorso sul monte, parla di sei compimenti a cui bisogna puntare; oggi ascoltiamo i primi quattro e domenica prossima gli ultimi due. Gesù li esprime con quel “Ma io vi dico” che troppe volte è stato travisato. Il travisamento ha avuto ed ha due versanti: il primo è che Gesù rigetti l’ebraismo ed i suoi precetti (per costoro il superamento è il considerare sorpassata la Torah!); certo è che chi dice così, in primo luogo non ha letto (o vuol dimenticare!) il versetto 17 (Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i profeti: non venni per abolire ma per compiere!) e, in secondo luogo, lo fa in modo ideologico; il secondo travisamento è che le parole di Gesù rendono più dura e difficile la Legge perché, oltre a guardare alle azioni, giudicano e condannano anche le intenzioni; insomma condurrebbero quasi ad un perverso processo alle intenzioni.

In realtà quell’andare al cuore non è un “processo alle intenzioni” ma è il compiersi della Legge. Non si tratta, dice Gesù, di osservare delle norme ma si tratta di far vivere le logiche di Dio nel cuore, nel profondo. Credo, anzi, che possiamo dire che qui Gesù, parlando di questo andare al cuore, sta ancora annunziando un Evangelo, proprio come aveva fatto con le beatitudini; sì, è la Buona Notizia di ciò che l’uomo nuovo è ormai capace di vivere: in Gesù l’uomo nuovo è libero dalle catene di una legge solo esteriore (in verità già i profeti avevano sognato una legge nel cuore cfr Ger 31,33 e Ez 11, 19-21) perché ora ha una fonte interiore che è plasmata da Dio stesso. Il cuore, ricordiamolo sempre quando leggiamo le Scritture, non è il luogo dei sentimenti ma è il profondo dell’uomo, è il centro vitale da cui tutto promana e a cui tutto giunge. Se la “legge” non è lì, nel profondo, in un profondo trasformato da Dio, si osserveranno anche i precetti ma da schiavi e non da uomini veri; forse si osserveranno per paura o per viltà e non perché il cuore, il nostro profondo è trasformato dalla novità dell’uomo nuovo che è Gesù.

Ed ecco che Gesù esamina, in questo tratto del Discorso, tutto il mondo delle relazioni che fanno l’esistenza dell’uomo; dal rispetto della vita, alla relazione di coppia sia nell’adulterio che nella tragica possibilità di spezzare una storia con il divorzio, fino al rispetto per il parlare che deve essere sempre trasparenza del cuore e mai paravento per mascherare (forse anche con sacri giuramenti!) la verità del cuore.

Dobbiamo dirlo: quanti adulteri non si consumano semplicemente perché non se ne ha il coraggio! Gesù qui è chiaro: una fedeltà così non vale nulla, perché e fedele all’esterno ma infedele nel profondo. Quanti rapporti tra gli uomini sono formalmente ineccepibili perché non c’è violenza fisica (non si uccide!), ma si dimentica che si può uccidere in tantissimi modi: ci sono mani omicide e sporche di sangue, ma ci sono anche cuori omicidi che sono grondanti di lacrime e dolore di chi è ferito dall’ira, dal disprezzo, dalla rottura della fraternità, della comunione!

Gesù qui ci dice un vero Evangelo: si può vivere la storia con il cuore delle beatitudini, con il cuore del Figlio! L’uomo nuovo compie la Legge. Gesù è il compimento perché va oltre la Legge stessa ma vivendo fino in fondo la Legge stessa; conducendola al cuore.

L’ulteriore che ci è annunciato da Gesù, in più, è l’Evangelo di un Dio che perdona e fa misericordia, oltre la Legge; un Dio che indica la via della vita, come ha detto il sapiente Siracide, e che ha posto dinanzi all’uomo l’acqua e il fuoco, la vita e la morte … ma che è capace di liberare dal fuoco e di redimere dalla morte anche chi nel fuoco e nella morte si “tuffa” per viltà, debolezza, per quella miseria che rende gretto e duro il cuore.

Gesù è il volto di questo Dio che vive l’amore, e la cui giustizia non è quella degli scribi e dei farisei; Paolo scriverà compimento della Legge è l’amore (cfr Rm 13, 10).

Gesù allora non è l’abrogazione della Legge, non è la sua fine; Gesù è il fine della Legge (cfr Rm 10,4) perché vivendo la Parola del Padre la fa, la compie, la fa diventare storia e carne di uomo!

“Ma io vi dico …” Gesù ci ha detto il compimento non solo con le parole straordinarie del Discorso sul monte, con le parole che ha proclamato tra gli uomini ma ce lo ha detto con la sua vita! Chi guarda a Gesù vede l’uomo nuovo, vede la Legge compiuta. Nel profondo, nel cuore! Tutto questo, in Gesù, è anche per noi una vera possibilità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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