XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – La regalità di Cristo

…CULMINE DI OGNI VITA CRISTIANA

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

L’ultima domenica dell’anno liturgico: la regalità di Cristo…
E’ proprio così: alla fine c’è la sua regalità. Il culmine di ogni vita cristiana vera è la proclamazione ed il riconoscimento di questa regalità; anzi, la vita cristiana diventa autentica solo quando si inizia ad intravedere il volto singolarmente regale di Gesù! Si cammina, si combatte per credere ed affidarsi, si lotta per essere santi, ci si affatica per le strade della storia…ma per chi? Per chi si cammina? Per chi si combatte? Per chi si lotta? Per chi ci si affatica?

Il rischio è farlo per un ideale (che può essere anche nobilissimo!) o per qualcosa…è un rischio perchè gli ideali, se sganciati da un volto, possono diventare disumanizzanti.
Certo, anche un volto può divenire un idolo che incatena (quanti “santi” affetti sono a rischio di schiavitù!). L’unico “qualcuno” che può divenire “scopo” e contemporaneamente liberare è Gesù! E questo non perchè anche Lui non possa essere ideologizzato o essere tramutato in idolo (noi uomini abbiamo saputo fare anche questo, e l’abbiamo saputo fare nelle Chiese cristiane!), ma perchè se lo incontriamo davvero (il punto è lì!) e non nelle nostre proiezioni, il suo sguardo ci consegna a noi stessi e ad una verità liberante. Se lo incontriamo davvero e lo riconosciamo nostro re, la sua regalita’ ci consegna un’umanità libera da sè, capace di amare, e la cui verità è solo l’amore.

L’Evangelo di questa solennità ci mostra un confronto: Pilato e Gesù, due regalità che si guardano negli occhi. In tutto il dialogo (di cui oggi leggiamo solo un tratto) sembra che Gesù sia l’interrogato e Pilato il giudice che fa domande; in realtà ci accorgiamo subito che le parti sono paradossalmente invertite.

Pilato ci appare subito prigioniero delle sue paure e dei giochetti politici: paura di Roma e del suo immenso potere che non può – e non deve – nè essere messo in dubbio, nè tanto meno diminuito, costi quel che costi, sia pure il sangue di un innocente. Paura di perdere prestigio e potere in mezzo a quel popolo in cui, rappresentando Roma, ne gustava personalmente l’inebriante potenza; è prigioniero dei giochetti sottili, sul filo delle parole, con il Sinedrio e poi con la folla…

Nel dialogo con Gesù non c’è nessun giochetto perché Gesù gli consegna subito una parola franca, limpida, libera da timori. Gesù non ha paura di parlare di questo Regno che non è di quaggiù ma che è un vero regno tanto più grande di quello di Roma! Lo abbiamo sentito anche nel celebre passo dal Libro di Daniele da cui oggi è tratta la prima lettura: “Il suo regno è tale che non sarà mai distrutto“. Parola, questa, che ci richiama irresistibilmente a ciò che dice Gabriele nell’Evangelo di Luca “Il suo regno non avrà fine” (cfr Lc 1, 33). L’impero di Roma, invece, crollerà inesorabilmente. Il suo è un vero regno in cui i “sudditi” non sono quelli che danno al re, ma sono coloro che ricevono dal re la testimonianza della verità.

Come ricevono questa testimonianza? Contemplandolo sulla croce ad amare fino all’estremo (cfr Gv 13, 1), contemplandolo trafitto, come scrive Giovanni nel passo dell’Apocalisse che oggi ascoltiamo…quando l’umanità saprà volgere lo sguardo al trafitto per amore, allora comprenderà la verità dell’uomo e della storia, e così si batterà il petto in segno di penitenza e riconoscendo in quel trafitto il “pantocràtor”, cioè, “Colui che tutto regge”, “Colui che è il senso della storia”. Non si tratta di “onnipotenza” ma di rivelazione di tutto il senso!

I due regni, che si trovano faccia a faccia in quel 14 di Nisan nel Pretorio di Pilato, sono radicalmente opposti: quello di Gesù non usa le armi del mondo (“Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei”) ma dichiara la sua potenza nella consegna per amore.

Quando Pietro nel Getsemani usa la spada, un’arma di questo mondo, Gesù gli ingiunge di rimetterla nel fodero perchè Lui deve bere un calice che il mondo non può neanche immaginare, il calice dell’obbedienza all’amore, il calice di una sottomissione che racconta una sovrana libertà (cfr Gv 18, 10-11).

La regalità di Gesù è tale perché è libera e liberante; Gesù è libero da sé tanto da offrirsi nell’amore; è libero dal mondo perché non lo teme ma ne attraversa la violenza per vincerla; la regalità di Gesù è liberante perché chi lo riconosce re ed inizia a dimorare in Lui, a farne il suo sovrano, si incammina con Lui su quella strada che Lui apre con la sua passione. Una strada che attraversa la storia e può trasformarla, una strada, però che non si ferma alla storia ma la travalica!

Chi riconosce la regalità di Cristo Gesù inizia a cercarlo “perdutamente”, inizia a cercarlo con una passione tale che renderà il proprio sguardo lungimirante e capace di penetrare l’oltre della storia; se il suo Regno non è di questo mondo, se il suo Regno non è di quaggiù sarà impellente cercarlo nell’“oltre”, sarà necessario entrare in quella tensione di speranza che è capace di trainare la storia verso la meta e, mentre la traina, la trasforma.

La reagalità di Cristo ci attrae al futuro di Dio mentre ci chiede di spenderci qui nell’amore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Il giovane ricco

PREFERIRE LA TRISTEZZA ALLA GIOIA!

 Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco, ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che che è tale perchè tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi” trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione (“Vendi e dallo ai poveri”) e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chedono sempe di più e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso! La “libido dominandi” potremo vedere che esito ha nella sequela la prossima domenica.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare” per ottenere la vita eterna, il premio di Dio…la sua domanda, per quanto “religiosa” mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”…lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso e quelle parole di proposta di Gesù: Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. A questo punto quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”…Gesù ha chiesto troppo…e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi e non in un impresisato e impalpabile cielo

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel , ed inesplorate del dono di sè e della condivisione di tutto.

Aveva chiesto delle cose “da fare” ed in fondo Gesù gliele ha dette ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che compiuti poi lasciano tutto come prima, no; sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”…lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che incredibilmente ora è la sua identità e sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza. L’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze. Preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!

In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza…

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica. Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare e di loro Gesù aveva detto che di chi è come quei bambini è il Regno, chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno…

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perchè non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo è triste…magari il mondo lo crederà felice perchè ha molte ricchezze ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anhe su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze…

Credo, come scive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perchè ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo…resti così questa parola, cruda nella sua forza e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati…tutti!…anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio… Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa “accanto”, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi…se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto, se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo le cose cambiano e tutto diviene possibile perchè “Tutto posso in colui che mi dà forza” (cfr Fil 4,13).

La domanda di Pietro (“Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?”) può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi…no! è, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo…prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori…Quelli di fuori sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perchè mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perchè partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza! Seguire Gesù è costoso ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà! Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi…ma non come il mondo pensa…e noi come pensiamo? A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: “Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!” (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica del Tempo Ordinario – Pietro

IL PESCATORE DI UOMINI!

Is 6, 1-2a.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5, 1-11

 

 

Gesù non si accontenta della barca di Pietro per parlare alle folle; vuole di più: vuole il suo cuore.

E’ stupefacente ma il cosiddetto primato di Pietro ha origine nella miseria, nel peccato di Pietro!

Per Luca la sua esperienza con Gesù si snoda da questo riconoscersi peccatore dinanzi all’Inviato di Dio fino al cadere in basso, lì dove più miseri non si può essere e apparire, fino a quel vile triplice rinnegare l’Amico, il Maestro; la sua vicenda è però maggiormente stretta tra due misericordie: la misericordia che lo chiama nel  suo peccato e lo invia ad essere pescatore di uomini,la misericordia che lo guarda con amore nel cortile di Caifa dopo il canto del gallo. Pietro è un peccatore perdonato che si fa vincere dall’amore misericordioso di Dio che si manifesta in Gesù.

La potenza della parola di Gesù che attira le folle, la potenza del segno della pesca feconda ed abbondante si manifesta ancor più nella sua misericordia; Pietro avverte subito la distanza tra lui peccatore e quel profeta straordinario nel quale Dio parla ed agisce…

La miseria di Pietro, il suo peccato, non è una diga che impedisce l’incontro con Dio; no! l’incontro con il Dio di Gesù, con il  Dio della rivelazione cristiana avviene proprio su quel terreno, sul terreno della miseria, del peccato.

Pietro parte peccatore e consapevole del suo peccato, reso ancor più palese dalla santità di Dio che risplende in Gesù e giunge, alla fine dell’Evangelo, ancora peccatore e capace di scendere in un abisso di miseria e di viltà…Luca, unico ad annotare questo particolare, ci narra che dopo il rinnegamento (Lc 22, 60-62), senza aspettare le lacrime di Pietro, Gesù lo guarda mentre il gallo canta…Luca scrive in greco non di un semplice sguardo ma di un guardare dentro; Gesù ancora gli guarda il cuore…è quello che lui vuole da Pietro…penetrato da quello sguardo pieno di amore Pietro si ricorda, esce fuori e piange

Ora Pietro è completo. Ora davvero può partire per essere pescatore di uomini; Luca anche in questa espressione è sottile: non usa come Marco e Matteo la parola pescatore ma un participio che significa colui che prende vivo. Luca pensa al fatto che i pesci veri, catturati in una comune rete, muoiono, ma la pesca che Gesù chiede a Pietro  di intraprendere è per la vita; la rete di Pietro e della Chiesa non è per la morte ma per la vita; Pietro è al servizio di Cristo che ci vuole afferrare e conquistare (cfr. Fil 3,12) ma per condurci alla vera vita.  A Pietro su quella riva di lago sta accadendo proprio questo: Gesù lo sta pescando per la vita, lo sta afferrando e sta aprendo i suoi orizzonti ristretti e mediocri; lo sta sospingendo al largo, anzi in greco Luca scrive vai verso il profondo…il profondo di sé, della storia, degli uomini. Così Pietro potrà essere l’uomo che Gesù sogna…il cammino però sarà lungo; Gesù aprendogli gli orizzonti e portandolo nel profondo della storia lo vuole condurre verso un mondo senza confini, verso una inimmaginabile pienezza.

Il cammino di Pietro sarà lungo e lo sarà anche per noi; un cammino che parte da un coraggio che è necessario avere: lasciarsi toccare dal fuoco di Dio…Isaia fece questa stessa esperienza dinanzi alla maestà del Dio tre volte santo…quel fuoco giunse al profondo della sua vita e gli fece fiorire sulle labbra la parola di salvezza da annunziare al popolo; Pietro incontra quello stesso fuoco che lo atterra ma alle ginocchia di un uomo. E’ qui lo straordinario della rivelazione evangelica e non ci dobbiamo mai stancare di contemplarlo e proclamarlo: il Dio tre volte santo si incontra in quell’Uomo di Nazareth, nella sua parola che conduce al profondo, su orizzonti di verità e che libera da ogni paurail Dio tre volte santo si incontra in quel suo sguardo di misericordia che non copre  o nasconde il peccato dell’uomo ma è pronto ad assumerlo, a portarlo su di sé fino alla croce in un amore sconfinato e preveniente. Ed è lì, in questo amore, che esplode la vita, lì diviene contagiosa.

Pietro può diventare colui che prende vivi  per la vita perché si sta fidando di questo amore che è più forte della morte, come proclama Paolo nella stupenda pagina della Prima lettera i cristiani di Corinto che oggi passa nella liturgia: Pietro (in aramaico Cefa) sarà testimone privilegiato della vittoria del Crocifisso sulla morte…sì, proprio lui, lui che aveva sperimentato come l’amore vince la morte, come l’amore misericordioso fosse davvero l’unica onnipotenza di Dio; Pietro sperimentò questa onnipotenza sulle sue ferite, sui suoi peccati; aveva dovuto imparare a conoscere un Dio che non si allontana dal peccatore (come lui incautamente aveva chiesto a Gesù) ma gli si fa vicino, lo scruta dentro con amore e non per umiliarlo o disprezzarlo e di lui fa una meraviglia.

Certamente tutto questo ci interpella: quanto le energie della resurrezione sono da noi accolte con il loro fuoco perché tocchino le nostre labbra impure, le nostre vite segnate dal peccato? Siamo disposti a passare per quel fuoco, siamo disposti a lasciar bruciare dall’onnipotenza misericordiosa di Cristo quell’uomo vecchio a cui siamo sempre troppo attaccati? Siamo disposti a lasciarci catturare da lui per la vera vita?

Siamo disposti ad essere smantellati nella nostra pretesa giustizia per mostrarci nella nostra verità di uomini peccatori? E’ necessario perché solo così incontreremo davvero Dio, solo così incontreremo lo sguardo di Cristo che accoglie, perdona e guida al profondo in una libertà veramente senza confini.

 




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Immacolata Concezione – Maria, donna dell’Avvento

TERRENO LIBERO, ACCOGLIENTE E FECONDO DELLA PAROLA

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11.12; Lc 1, 26-38

Secondo il racconto di Genesi che oggi si ascolta, Eva aveva peccato perché aveva creduto ad una menzogna insinuante del tentatore (il serpente striscia, si insinua … proprio come la tentazione, specie la più sottile!): “Puoi non essere più creatura e puoi diventare come Dio” e il “terreno” di Eva diventò “terreno” di morte e miseria, di dolore e maledizione (parole tutte che il testo di Genesi enumera con sgomento!) … il “terreno” di Eva però, si badi bene, non è un terreno primordiale, un’origine infausta che sta solo in un “in-principio” di cui portiamo, nostro malgrado i segni. Non è così!

Una lettura così di queste pagine forti e paradossalmente luminose del Libro della Genesi è un vero errore, un errore che in qualche modo potrebbe deresponsabilizzarci. Il “terreno” di Eva è il nostro “terreno” quotidiano, è il “terreno” infestato dai nostri “no” alla creaturalità , dai nostri “no” a Dio e alla sua signoria , “no” sottili e, a volte, inconfessati e inconfessabili. I nostri “terreni” generano morte perché è vero che noi vogliamo essere come Dio , misura noi stessi del bene e del male, del vivere e del morire, dei tempi e degli spazi che appartengono solo a Dio. Eva è figura potente che evoca il buio dell’uomo, di quell’uomo che, creato per generare vita (il nome di Eva è evocativo di vita!) finisce per generare morte.  Oggi Eva è posta dalla liturgia della Chiesa a fare da sfondo antitetico all’icona di Maria, la Vergine di Nazareth.  Al cuore dell’Avvento oggi Maria ci è posta innanzi come “terra” feconda perché accoglie il seme di Dio e così genera Dio nella carne rimanendo con fermezza creatura e creatura umile e colma di stupore . Se Eva agisce e, con le sue mani, strappa il frutto di morte e disobbedienza, Maria sceglie di “non agire” per permettere a Dio la sua azione, la sua opera. Maria, nel notissimo passo di Luca dell’Annunciazione, fa domande, chiede, ma lo fa solo per essere più obbediente , chiede per mettere tutte le sue azioni solo sotto il segno della più vera obbedienza .  Maria scopre che c’è un primato di Dio nella sua vita, che Dio ha guardato a Lei “prima” e non rispondendo a sue azioni di “giustizia”. Maria si sente chiamata da Gabriele colmata di grazia con un nome cioè che rivela un “prima” in cui lei stessa non ha parte. In fondo, dire che Maria è l’Immacolata è affermare questo “prima” gratuito di Dio.  Maria, diversamente da Eva, diversamente da noi, non ha la presunzione di avere tutto nelle sue mani, non ha la presunzione di voler controllare tutte le possibilità, non ha la presunzione del potere “assoluto”, sciolto cioè dalla coscienza di essere creatura.  La sua verginità, paradossalmente feconda, ci racconta con fermezza che nulla è impossibile a Dio; la verginità di Maria (come la sterilità di Elisabetta che genera il Battista, o prima ancora quella di Sara che genera Isacco o quella di Anna che genera Samuele) ci spalanca dinanzi l’impossibile che Dio fa possibile con la sua grazia e la sua misericordia.  Come dicevamo, Gabriele chiama Maria “riempita di grazia” (così è più esatto tradurre il testo di Luca: Rallegrati, riempita di grazia !) perché è tale non per sua virtù, per suoi meriti, per sua potenza … è “piena di grazia” perché riempita di grazia.  Il primato è sempre di Dio, e Maria lo riconosce … diversamente da Eva, Maria si dichiara serva della Parola che in lei deve solo trovare il “terreno” per piantare la sua tenda di vera carne.  Maria offre al Messia, al Figlio dell’Altissimo, all’Atteso, la sua carne di creatura e, dalla sua carne germina Dio! La sua carne di donna, fatta madre dalla grazia, diverrà in Gesù carne di Dio. E’ vertiginoso!  La solennità di oggi celebra dunque non tanto un privilegio di Maria ma soprattutto il sogno di Dio su di lei, il compimento in lei dell’evangelo della grazia. Nella sua “povera” carne di donna splende una possibilità offerta agli uomini: la possibilità di essere terra di Dio … rimanendo terra ma essendo tutta di Dio. Il mistero di oggi è la santità di Maria, è il suo essere stata “messa da parte ” dal progetto di Dio. Il Signore l’ha prescelta e salvata, l’ha separata dal terreno “infestato ” di Eva, l’ha fatta terreno santo, nuovo su cui il Figlio poteva piantare la sua tenda.  Maria è “tutta santa” (come dicono le Chiese d’oriente volgendo in forma positiva l’appellativo occidentale di Immacolata ) perché Dio così l’ha voluta per l’incarnazione del Figlio. Gesù che percorrerà le strade degli uomini facendosi carico di tutte le loro miserie, dei loro orrori, dei loro peccati, nasce da una carne come la nostra ma tutta di Dio fin dal momento del suo concepimento.  Maria è tutta di Dio (e la sua verginità ne è conferma) e lo è cosciente e consapevole, felice della sua condizione di creatura e di chiamata; Maria obbedisce e non vuole fare né un po’ di più, né un po’ di meno di quanto Dio le chiede … Maria si fa disponibile a che la Parola avvenga in lei.  Nel nostro percorso di questi giorni Maria è per noi figura straordinaria dell’Avvento per il suo essere terreno libero, disponibile, accogliente e perciò fecondo della Parola. Maria è icona dell’Avvento perché la sua attesa è rivolta tutta, da quell’ora del suo sì , a Colui che cresce dentro di lei e da lì deve portare pace e salvezza a tutte le genti.  Così deve essere anche per noi che siamo chiamati a far crescere Cristo in noi (cfr Ef 4, 13) fino alla pienezza.  La Vergine Immacolata, Madre del Signore, la Figlia di Sion in cui si compie ogni promessa ci insegni ad essere, con gioia e coraggio, terreno di un Avvento che è maturazione piena in noi di Cristo compimento di ogni verità dell’uomo.

P. FABRIZIO CRISTARELLA ORESTANO




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