XXV Domenica del Tempo Ordinario – Giustizia e Misericordia


IL SAPORE DELL’EVANGELO

Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

"La Parabola degli operai della vigna" - Rembrandt

“La Parabola degli operai della vigna” – Rembrandt

La parabola degli operai dell’ultima ora è una di quelle parabole irritanti e provocatorie che spesso troviamo sulle labbra di Gesù. E’ irritante e provocatoria perché capovolge il buonsenso ed il comune sentire; diremmo che contraddice la “giustizia” … In realtà, se leggiamo bene il racconto, non è così…gli ascoltatori di questa parabola, però, fanno sempre lo stesso errore: la leggono con prospettive sbagliate, dando spazio alle loro reazioni istintive e mettendosi poi sempre nei panni degli operai della prima ora, i quali si sentono defraudati. Il problema della parabola non è la giustizia o meno del padrone; il problema è proprio la reazione degli operai della prima ora in cui, come dicevo, noi tendiamo sempre ad identificarci: la recriminazione di questi non riguarda un’ingiustizia subita, poiché hanno pattuito un danaro – che era una paga giusta a quel tempo – ed un danaro hanno ricevuto! La loro mormorazione riguarda invece il bene che hanno ricevuto gli ultimi: come scrive Matteo, alla lettera, essi hanno occhio cattivo mentre il padrone della vigna è buono. Il problema della parabola è quindi che i primi operai rifiutano con nettezza che gli ultimi possano godere dei loro stessi beni e della loro eredità.

Al centro della parabola, dunque, non sta il comportamento di Dio, adombrato dal padrone della vigna; al centro della parabola c’è il problema del comportamento dei “giusti” (adombrati dagli operai della prima ora) dinanzi alla misericordia di Dio. I “giusti”, se sono davvero giusti, dovrebbero pensare e sentire come Dio e dovrebbero dunque gioire della misericordia accordata ai piccoli, ai peccatori, agli ultimi arrivati; se non gioiscono, e qui anzi provano rabbia e risentimento, delusione e rifiuto degli ultimi, vuol dire che sono davvero distanti dal padrone, che hanno “occhio cattivo” mentre lui è buono. Anzi, la cosa è ancora più grave, dal momento che essi hanno “occhio cattivoperché lui è buono! La misericordia di Dio ha qui allora un esito paradossale: mentre salva e fa gioire quelli che non accampano diritti, quelli che hanno bisogno solo di perdono e gratuità, quelli giunti tardi, fa diventare cattivi quelli che presumevano di essere buoni, e per questo presumevano di dover avere privilegi ed esclusive. La misericordia di Dio, allora, rivela i cuori, svela i pensieri dei cuori…mostra che si appartiene a Dio se ci si lascia amare e perdonare; se si ricevono dalla sua mano dei doni ma proprio e solo come doni; i “giusti” si rivelano lontani dai pensieri di Dio e dalle sue vie.

Isaia, nell’oracolo che ascoltiamo nelle letture di oggi, dice che i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri e che le sue vie sono vie davvero altre. La pagina di oggi va proprio in questa direzione: è una pagina imprevedibile che, sfuggendo alle nostre logiche, ci illumina il mondo di Dio, e, facendo questo, si rivela come un evangelo! Il sapore dell’evangelo è proprio qui! Che evangelo sarebbe se tutto funzionasse come al solito, con le nostre misure, le nostre “giustizie”, le nostre proporzioni e i nostri cammini? Non sarebbe più una buona notizia, ma la solita notizia! Il profumo evangelico qui è netto e forte: Dio è altro, e ci vuole portare in questa alterità; chi non lo segue in questa alterità percorrerà vie che saranno certo gradite al mondo, ma si troverà altrove rispetto all’Evangelo.

Gesù è venuto a dirci questa logica altra di Dio; è venuto a mostrarci vie paradossali che gridano “no” al mondo e ai suoi parametri, e mostrano possibili cammini diversi per l’umanità. Cammini in cui diventa possibile dire e vivere cose paradossali; come Paolo, che ai Cristiani di Filippi può scrivere: “Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”! Una follia! Paolo però è uno che si è incamminato davvero sulle vie di quella paradossalità che, se si riesce a leggere bene, è davvero una buona notizia perché spalanca vie impensabili: spalanca le porte delle prigioni del buon-senso e del dovuto, apre le fosse opprimenti dei meriti e dei privilegi.

Il Figlio di Dio è morto sulla croce proprio per gli operai dell’ora undecima, per gli operai dell’ultima ora… Chi sa guardare a Lui crocefisso scopre che tutti, tutti, tutti siamo solo operai dell’ora undecima… Sì, siamo tutti operai dell’ultima ora… E solo le nostre sciocche e perverse presunzioni possono farci porre nelle vesti di chi pensa di accampare meriti e pretese davanti a Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

Di nuovo nel “paese delle parabole” … la liturgia di oggi ci fa leggere una delle parabole più “irritanti” dell’Evangelo: irritante perché contro ogni buon senso comune e, apparentemente, segnata da una ingiusta condotta del Signore della vigna: “gli operai dell’ultima ora” o, per meglio dire, “gli operai delle diverse ore”.

In verità la parabola sarebbe introdotta dall’ultimo versetto del precedente capitolo, purtroppo omesso dal lezionario: Molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi (Mt 19,30) tanto che, con il versetto 16 del capitolo ventesimo con cui la parabola si conclude, crea una “inclusione” (in questa maniera gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi). Il contesto era stato la domanda di Pietro: Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito: che cosa dunque avremo? Gesù aveva rassicurato che quel “lasciare tutto” per Lui aveva senso, un senso di pienezza di vita (il centuplo), ma poi con la parabola vuole correggere il tiro “religioso” di Pietro e degli altri. Non si tratta, infatti, di calcoli di meriti ma di accoglienza di un amore che supera ogni logica di umana giustizia. Il detto sui primi e sugli ultimi conclude la risposta data a Pietro e si lega con un “infatti” al racconto della parabola. La Chiesa di Matteo ha bisogno di gioire della sovrana libertà d’amore di Dio il quale chiama nella storia uomini e popoli in diverse ore per condurre tutti ad una sola meta in cui nessuno può accampare meriti o diritti. I primi diventano ultimi perché hanno lavorato nella vigna fin dal principio ma ora rinfacciano a Colui che li ha chiamati e il caldo e la fatica. Al centro “geometrico” della parabola il padrone della vigna è detto Signore della vigna (“o kyrios tou ampelonõs”) con tutto l’allargamento di prospettive che questa espressione comporta: è il Signore del fine della storia (venuta la sera … ) che viene a rendere il senso alla storia e questo senso non riposa su una giustizia retributiva secondo i calcoli umani.

Ai tre gruppi di operai il Signore ha detto delle cose precise: con quelli della prima ora  pattuito il prezzo della giornata in un denaro; con molta chiarezza. E’ il giusto che serve per quel  minimo sostentamento giornaliero di una famiglia. Ai secondi il Signore dà la sua parola per cui possono fidarsi (vi darò il giusto), ai terzi, quelli dell’undecima ora (le quattro del pomeriggio) chiede solo di fidarsi senza nient’altro. Per questi c’è solo un ordine secco: Andate anche voi nella vigna. Questi vanno solo fidandosi di Lui. Partono solo per obbedienza.

L’esito di queste tre chiamate è un vero evangelo perché tutti ricevono quello che serve per la vita (quel denaro). Se il Signore desse meno del denaro pattuito con i primi non sarebbe più un evangelo, non sarebbe più una buona notizia; infatti, che buona notizia sarebbe se quegli uomini, tornando a casa, non avessero il necessario per vivere? Quegli ultimi si sono rivelati primi già nella loro cieca fiducia piena di speranza, nel loro ad un lavoro che poteva rivelarsi insufficiente alla “prova” di una “giustizia” semplicemente retributiva; i primi sono diventati ultimi perché hanno rivelato un rapporto sviato e con il Signore, contro cui mormorano tacciandolo sottilmente di “ingiustizia”, e con i loro compagni di lavoro di cui hanno invidia  (e questa è sempre, tremendamente, tristezza, dolore per la gioia di un altro!). In fondo i primi hanno un rapporto sbagliato anche con il loro stesso lavoro di cui non hanno compreso il valore e di cui considerano solo il peso e la fatica. Il valore di quel lavoro è detto da una parola del Signore della vigna, una parola che non va letta come ironica o di “degnazione”: Amico: non sono ingiusto con te; non hai fatto il patto con me per un denaro? La parola con cui lo chiama, “hetáire” (“amico”) in greco significa “collaboratore”; insomma è come se gli dicesse: “Ti ho fatto il grande dono di essere mio popolo santo di Dio; cfr Is 5,1ss; Sal 80); non hai saputo vivere la gioia di una fatica sì costosa ma vissuta con me, per me; vissuta in una storia grande di intimità. Perché guardi attorno, a ciò che quelli delle altre ore di chiamata hanno ricevuto, perché non guardi a me, al nostro rapporto?

Quelli della prima ora rischiano di fare calcoli e di ergersi sugli altri, di pretendere un di più! La “giustizia” di questo Signore è una giustizia più larga, più profonda, più alta rispetto ai parametri legalistici e “religiosi” che possono insinuarsi anche tra coloro che da sempre (dalla prima ora!) lavorano nella vigna. I “giusti” (quelli che tali si pretendono) rischiano di cadere in una “religione” fatta di pesi e misure, di calcoli e di meriti da accumulare; rischiano di guardare gli altri delle diverse ore con sufficienza e disprezzo; rischiano di non conoscere più il vero volto di Dio, la sua “giustizia” che va oltre. Gesù aveva già detto fin dal Discorso sul monte che era necessario che la “giustizia” dei suoi discepoli andasse oltre quella degli Scribi e dei Farisei (cfr Mt 5,20) e qui mostra l’oltre della sua “giustizia” che non si nutre di calcoli ma affonda le radici solo nella “bontà” del Signore. Una bontà che può diventare accecante per il giusto della prima ora. L’invidia è infatti detta da Matteo con un’espressione idiomatica: avere l’occhio cattivo; avere cioè uno sguardo che non è puro, non è limpido, uno sguardo incapace di vedere e il fratello che gioisce per la bontà del Signore e il Signore stesso che è buono e nel suo amore non fa torto a nessuno, che nel suo amore dà vita a tutti senza calcoli meschini.

Quello che conta dinanzi al cuore di Dio non sono i meriti, i “sudori” ed il “calore” ma conta la prontezza a rispondere, la fiducia nel suo amore, lo sguardo puro sulla gioia degli altri. A tal proposito ricordiamo quella beatitudine matteana: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8), in cui i puri sono quelli che hanno lo sguardo limpido sugli altri, senza né volerli possedere, né sottomettere, né disprezzare ma guardarli per condividerne la gioia come il dolore. Uno sguardo così, aveva detto Gesù lì sul Monte delle beatitudini, è il solo capace di vedere Dio. Ecco il rischio che corrono gli operai della prima ora: non vedere più Dio perché incapaci di vedere l’altro e la misericordia che li avvolge.

Matteo giunge così alla fine del suo racconto e ci ha mostrato come in questo “strano” paese delle parabole non solo tutti ricevono la vita (quel denaro) in modo uguale ma addirittura ci ha mostrato un ribaltamento: i primi son diventati ultimi e gli ultimi i primi.

Nel paese delle parabole è possibile perché è il paese dei “sogni” di Dio, è il paese delle sue logiche; come è vera quella parola di Isaia che oggi abbiamo ascoltato: I miei pensieri – dice il Signore – non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie … pensieri e vie di Dio davvero sovrastano i nostri pensieri e le nostre vie: hanno il respiro dell’ oltre, il profumo di un “evangelo” che non è la solita logica mondana!

A quest’oltre Matteo richiama la sua Chiesa, la destinataria del suo Evangelo, a quest’oltre siamo chiamati noi che ci riconosciamo discepoli di questo Signore che chiama a quella vigna per la quale ha già dato tutto, fino a versare tutto il suo sangue. Un oltre che Paolo canta con coraggio in un paradossale ribaltamento delle logiche umane: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno. Siamo disposti all’oltre di questo paradosso?  




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