VI Domenica di Pasqua (Anno C) – Custodire la Parola della Croce

 


L’INABITAZIONE DI DIO

 

At 15, 1-2.22-29; Sal 65; Ap 21, 10-14; 22-23; Gv 14, 23-29

 

Nel comandamento nuovo Gesù non aveva chiesto nulla per sé e nulla per il Padre: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi»! Nel capitolo quattordici e anche in quello successivo dell’Evangelo di Giovanni, Gesù chiede di essere amato … o meglio, non lo chiede, ma pone l’amore che il discepolo ha per Lui come condizione perché possa irrompere nell’uomo la novità più sorprendente che si possa immaginare: la presenza di Dio non accanto all’uomo ma dentro di lui!

Se la Prima Alleanza partiva da un Nome che conteneva una promessa, «Io ci sono» (cfr Es 3, 14), la Nuova, Definitiva Alleanza spalanca dinanzi all’uomo un orizzonte che era inimmaginabile: questo esserci di Dio è nel credente, è nel discepolo, è in chi ha conosciuto Gesù che è la piena ed ultima rivelazione di Dio; la presenza di Dio è in chi si è innamorato di Gesù!
Questo non vuole essere un linguaggio mellifluo, sdolcinato; vuole essere un tentativo di dire la totalità e l’avvolgenza di questo amore per Gesù. Un amore che deve essere qualcosa che afferra tutto l’uomo, dal pensiero al palpito del cuore, dal corpo al sentire, dal sapere al volere, dal desiderare allo scegliere … solo chi ama così desidera “conservare” la parola dell’amato; sì, una parola da osservare, da serbare, da custodire perché non sia dimenticata; questo può avvenire solo nell’amore per colui che quella parola ha pronunziato!

Chi custodisce la Parola di Gesù (ricordiamo che il Quarto Evangelo era iniziato con la solenne affermazione che Gesù è la Parola! cfr Gv 1, 1ss) diventa “luogo” di Dio! Ecco la grande rivelazione di questo passo dei “Discorsi di addio” che oggi si legge: è possibile entrare in una circolarità di amore in cui si ama il Cristo e si conservano le sue parole diventandone “scrigno” e “tesoro”; questo permette al Padre di riconoscere, nel discepolo “innamorato” di Cristo e custode della sua Parola, il volto del Figlio amato e ciò produce l’inabitazione di Dio in quel credente! Sembra difficile ma non lo è; è invece molto lineare.

Il Padre ed il Figlio desiderano essere abitatori di quel cuore … colui che opera tutto questo; chi realizza questo desiderio del Padre e del Figlio è lo Spirito, il Parácletos, il Soccorritore, il Difensore il quale, poiché difende i diritti di Dio nel cuore del credente, lo fa nel modo più efficace possibile: ricordando Gesù ai discepoli! Il Paraclito insegnerà ogni cosa ma ricordando Gesù, ricordando tutto ciò che Lui ha detto e fatto!

Se si ricorda Gesù non si può evitare di “innamorarsene” sempre più…così tutto diventa possibile!

Da queste poche righe del Quarto Evangelo noi credenti riceviamo una rivelazione immensa che è capace di cambiare il volto della nostra interiorità, dei nostri slanci, il sapore delle nostre speranze; tutto possiamo fondare non su noi stessi, ma su un Dio in noi!

Possiamo così, e solo così, gustare la pace che è il biblico “shalom” che è concetto che contiene più del nostro concetto di pace; o forse è invito a scavare profondo all’interno di questo grande dono pasquale che è la pace.
Un dono che non si può cogliere superficialmente: a volte è colto solo come assenza di guerre, altre volte come quietismo, altre volte come repressione di moti violenti … no! La pace, lo shalom è unificazione del volere e del sentire, è unificazione del pensiero e dei gesti, è unificazione di sé con se stessi, è unità con Dio e con il creato … lo shalom è armonia, è pace su scala totale; è, in fondo, l’essere pienamente se stessi nell’amore e nella libertà, realizzando l’uomo che Dio ha “sognato nell’in-principio! Comprendiamo che questa pace può essere solo dono di Dio … nel Quarto Evangelo la pace (come anche la gioia cfr Gv 15, 11 e 17,13) può essere solo quella di Gesù: «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace»! Ed è una pace tanto diversa da quella che può dare il mondo con i suoi inganni e le sue ambiguità.
E’ questa una pace che è il limpido prodotto della presenza di Dio nella nostra vita concreta, del suo aver preso dimora in noi!

Dio in noi genera la pace e libera dalla paura e dal turbamento! La paura è la grande nemica della pace perché è la grande nemica dell’amore («L’amore perfetto scaccia il timore» cfr 1Gv 4, 18), e solo l’amore può vincerla.

Dinanzi a questa prospettiva infinita che oggi la Santa Scrittura ci apre si può rimanere sbigottiti e si può avere l’impressione che tutto questo sia troppo! E’ vero! E’ troppo ma è per noi!

La visione finale del Libro dell’Apocalisse, che è oggi la seconda lettura, ci dice di una città risplendente di gloria perché è abitata da Dio, dal Suo Agnello! Credo che quella città, la Gerusalemme celeste, sia sì la città degli uomini che alla fine Dio realizzerà in pienezza, ma sia anche ogni credente che, essendo dimora dell’Agnello, è dimora di Dio, avvolto della gloria dell’Agnello che è la gloria dell’amore fino all’estremo, dell’amore senza condizioni e senza limiti!

Chi è “innamorato” dell’Agnello e lo lascia dimorare in sé, diviene “luogo” della gloria di Dio, “luogo” in cui si canta la presenza di Dio che ha un “peso”, un primato assoluto su tutto: sui pensieri, sulle scelte, sugli affetti, sulle vie da imboccare, sui sì e i no da dire per non conformarsi al mondo e per essere “custodi” di quella parola dell’Amato, che ci ha afferrato e che ci ha trasformati in uomini nuovi che sanno dove è la loro luce, che sanno che la lampada è l’Agnello!
E’ questa una parola compromettente: La lampada è l’Agnello! E l’Agnello è Cristo Gesù mite, umile, trafitto per amore ma vittorioso; l’Agnello sgozzato ma in piedi di Ap 5, 6!.

La luce in cui cammina il discepolo, insomma, è sempre quella della Pasqua: una luce “costosa”, passata per la croce, che custodisce in primo luogo la «parola quella della croce» (cfr 1Cor 1, 18): chi ama il Cristo custodisce “in primis” la “parola della croce” perché quella è la parola del suo amore senza condizioni!

La lampada, la luce in cui camminare, costi quel che costi, è dunque l’Agnello, solo l’Agnello!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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II Domenica di Pasqua (Anno C) – Shalom!

 

 PERDONATI, PERDONIAMO

At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11a.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

 

Scriveva il Beato Paolo VI: “Non pochi che si dicono cristiani hanno della fede un’idea imprecisa; pensano della fede ciò che essa davvero non è: offesa al pensiero, catena per il progresso, umiliazione per l’uomo, tristezza per la vita …”

Il racconto evangelico di oggi, in questa seconda domenica di Pasqua, ci mostra invece gli infiniti spazi di gioia che l’adesione all’“incredibile” fede pasquale nel Crocifisso-Risorto può spalancare all’uomo.

L’Evangelo di oggi, tratto da quello che doveva essere l’ultimo capitolo del IV Evangelo (il capitolo seguente, il ventunesimo, come è noto fu aggiunto dalla Chiesa giovannea in un secondo momento della redazione) ci narra l’incontro con il Risorto come capace di vera liberazione dalle paure, dalla tristezza, dall’isolamento, dalle ristrette pastoie dei nostri pensieri imprigionanti … un incontro che apre ai discepoli un oltre che non sapevano neanche immaginare.

La fede non è offesa al pensiero ma dà capacità al pensiero di espandersi e di comprendere quel che prima, senza di essa, non era neanche pensabile; la fede non è catena al progresso, anzi ci apre a vie di ulteriore che portano l’uomo alle sue estreme possibilità di presenza e di azione nella storia; la fede non umilia l’uomo ma lo rende libero e gioioso; la fede gli chiede di scegliere, di credere, gli apre una possibilità di “grandezza” straordinaria; la fede produce gioia lì dove sembrerebbe non poterci essere.

L’ingresso di Gesù nelle porte chiuse ed attraverso le pareti impenetrabili della debolezza e della paura di quei discepoli in lutto avviene con una parola straordinaria: Pace a voi!
Per Giovanni è il vero saluto pasquale. Shalom!
E’ il saluto ordinario della tradizione ebraica, eppure Giovanni è stato attento a non farlo mai apparire sulle labbra di Gesù prima di questo momento …la pace l’aveva promessa durante i discorsi di addio dicendo ai discepoli che dava loro la sua pace che è ben altra cosa dalle paci che può dare il mondo (cfr Gv 14, 27;16,33).
Ora qui, nella sera della Risurrezione, la proclama perché nella sua Pasqua la pace è, per l’uomo, una vera, possibile realtà. Ne mostra subito la fonte: le sue ferite d’amore. Il testo qui è straordinario: «I discepoli gioirono al vedere il Signore». Anche questa gioia aveva promessa nei discorsi d’addio: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà» (cfr Gv 16, 22) ma la cosa straordinaria è che i discepoli si rallegrano dinanzi a quelle piaghe, piaghe che non vengono mostrate per divenire un rimprovero o un rinfacciare fughe e tradimenti, ma perché siano proclamazione d’un amore sconfinato; e quei poveri dieci uomini colgono tutto questo fuoco d’amore, di novità, di futuro che scaturisce dal corpo del Crocefisso Risorto. Li è andati a cercare nei territori tremendi delle loro paure, dei loro sepolcri (sono chiusi dentro, ha detto l’Evangelista!), della loro mancanza di speranza e di futuro. Gesù è passato attraverso quei muri terribili ed è lì ad annunziare pace e a donare gioia. Una gioia ed una pace che non possono restare loro possesso, ma che li proiettano nel mondo ad essere, a loro volta, liberatori e portatori di gioia.

Cosa dovranno essere per la forza di quel soffio ricreatore che Gesù dona loro?
Dovranno essere segno incarnato della remissione dei peccati, di un’era nuova in cui i peccati degli uomini sono rimessi definitivamente; chi li vedrà – trasformati dalla libertà che è data loro, e inondati dalla gioia che, paradossalmente, viene da quelle piaghe di croce – dovrà poter vedere uomini riconciliati e perciò riconcilianti. La prima icona di Chiesa che il Risorto disegna ha il volto di una comunità che perdonata, si perdona reciprocamente al suo interno e, per questo, diviene capace di annunziare la misericordia pasquale agli uomini, divenendo così capace di essere porta per la misericordia che libera e colma di gioia. La Chiesa può essere solo questo!

Il primo compito della Chiesa non è elencare i peccati degli uomini ma è raccontare la misericordia che libera da tutti i peccati, e questo non a parole ma mostrandola nella propria carne, personale e comunitaria! Sarà la misericordia narrata così a rivelare il peccato che ne è l’esatto contrario. Chi riceve l’annunzio di misericordia attraverso una siffatta Chiesa non potrà fare a meno di vedere in faccia la verità dei propri peccati. La riconciliazione non è un chiudere gli occhi al male; la misericordia non è una “depenalizzazione” dei peccati; al contrario è una dichiarazione di perdono su qualcosa che è estremamente grave e pesante! Non ci può essere vera misericordia se non c’è verità sul peccato e sulla sua tragicità. La misericordia libera da qualcosa che è realissimo: quelle porte chiuse e quella tristezza sono realissime … e su quelle opera la misericordia, che fa germogliare la libertà e la gioia.

L’esperienza di amore e di liberazione che quei dieci discepoli hanno fatto in quella sera del primo giorno dopo il sabato è narrata a Tommaso, l’assente, il fuggiasco, colui che non solo si era nascosto (come gli altri dieci!) ma si era nascosto da solo. Giovanni usa l’imperfetto per parlarci di quel racconto fatto a Tommaso: «Gli dicevano: abbiamo visto il Signore!», e con insistenza cercano di farlo uscire dal suo buio autosufficiente ed incapace di vedere il proprio peccato; Tommaso è convinto di avere tutte le buone ragioni per non credere e non si accorge che il suo peccato è grande: è peccato di incredulità verso la Chiesa ormai radunata dal Risorto e chiamata all’annunzio, è peccato di fuga dalla famiglia ecclesiale.
E Gesù lo va a cercare proprio lì, nella sua pretesa di toccare e vedere, nella sua durezza di cuore; vince quella pretesa e quella durezza di cuore con la sua condiscendenza: «Metti pure qui il tuo dito … stendi la mano e mettila nel mio costato» …
Lo prega di non essere più senza fede ma di entrare nella fede; gli chiede di cedere a Lui le sue buone ragioni, e di lasciarsi avvolgere da quell’amore che lo è andato a cercare, da quell’amore che ha vinto la morte anche per lui, da quell’amore che lo prega e che raduna i suoi dalle terre di morte, di prigionia e di dispersione.
Tommaso è vinto, si lascia vincere e proclama la fede generata da quel Gesù che lui aveva abbandonato e che invece non ha abbandonato lui: «Mio Signore e mio Dio!»

L’Evangelo si conclude con la proclamazione da parte di Gesù che c’è però una fede ancor più perfetta di quella di Tommaso, quella di chi crederà senza vedere … quella fede che si farà generare dall’ascolto…
Straordinaria a questo proposito, è la finale del capitolo (che doveva essere la finale di tutto l’Evangelo): «Molti altri segni fece Gesù sotto gli occhi dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo» … insomma, chi leggerà quel che è scritto, chi ascolterà le parole dell’Evangelo, potrà entrare in quella fede che non vede.

La fede pasquale è frutto della vittoria di Cristo sulla morte e si radica nel cuore degli uomini grazie ad un’altra vittoria: accoglie la fede che si lascia vincere dall’amore, che viene a cercarlo condiscendente per donare la pace, la gioia, la libertà!

Di questo noi siamo testimoni!
Vinciamo se ci lasciamo vincere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Natale del Signore (Anno C) – Dalle labbra di Gesù

 

PAROLE PER LA NOSTRA VITA

 

Notte Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2, 1-14

Aurora Is 62, 11-12; Sal 96; Tt 3, 4-7; Lc 2, 15-20

Giorno Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1,1-6; Gv 1, 1-18

 

Oggi è facile fare retorica teologica o retorica di buoni sentimenti, di propositi di rinnovamento… Non vorrei tuttavia parlare in “pretese”, con un linguaggio, cioè da prete scontato!

Vorrei allora tentare altro; vorrei che il Mistero dell’Incarnazione, mistero duro ed esigente, impregnato di un sudore che a Dio non avrebbe dovuto appartenere, di lacrime e sangue che a Dio non avrebbero dovuto appartenere, ci desse uno sguardo duro ed esigente sulla nostra vita, sulla nostra esistenza credente, sulla nostra coscienza ecclesiale …
“La gioia di Dio è passata attraverso la povertà della mangiatoia e la pena della croce, perciò essa è invincibile e inconfutabile” così ha scritto Bonhoeffer; e allora vorrei che oggi ascoltassimo queste esigenze evangeliche dalle “labbra” di Gesù …
Mi sono chiesto: “Cosa ci direbbe Lui per farci celebrare nella verità il suo Natale? Cosa ci direbbe per non farci essere insensati in questi giorni?”
Ed ecco cosa mi viene in cuore … certo è una “simulazione”, ma forse non tanto; mettendosi in ascolto della Parola, che abbondante la Chiesa ci offre in questo giorno santo, le esigenze dell’Evangelo mi paiono lampanti!
E’ bello sentirsele ripetere da Gesù:

«Tra poco canterete con esultanza il “Gloria” … ma prima desidero parlarvi … Vi pare strano? Forse vi pare strano, perché in questo giorno siete abituati a vedermi neonato, e i neonati non hanno parole … Certo, mi rappresentate come uno strano neonato: già con la manina che benedice … ma sono stato un neonato come tutti voi e la mia manina non benediva … Oggi voglio però parlarvi al di là di tutto questo; non vengo a rompere l’incanto del vostro Natale, voglio invece accrescere il vostro incanto di questa notte, incanto pieno di tenerezza; vi parlo perché sono il Vivente, il Veniente … nella notte di Betlemme ero un bimbo come tutti, ma ora vivo per sempre con i segni della Passione, io sono il Risorto, l’Alfa e l’Omega!
Nell’eterno del Padre vi amo con un cuore di uomo perché in questa notte presi la vostra carne tenerissima e tremenda; ho provato il freddo, ma anche il calore del seno di mia Madre; ho provato le gioie di sere liete con amici che si amano, ma ho provato anche la delusione e il tradimento, ho provato le risate di gioia e le lacrime insopprimibili; ho vissuto la vostra vita e la vostra morte … ed è meraviglioso! Vedete? Non so dire: era meraviglioso … dico è meraviglioso!
Tra poco canterete il “Gloria”, come gli angeli nella notte di Betlemme, e le vostre voci giungeranno in cielo: è bella la voce dei figli, è bella la voce dei fratelli, è bella la voce della casa …
Cantate uniti! E’ Natale, <bambini> di ogni età!
Cantate e state uniti! Unitevi davvero, non per conquistare il potere, ma per lasciarlo agli altri; non per dominare il mondo, ma per regalare il dominio a quelli che – senza questo terribile giocattolo – si arrabbiano troppo!
Vi sembro strano? Vi sembro arrendevole? Se è così, sono proprio io! Solo io posso essere così <pazzo> da dire queste cose!
Se cantate il “Gloria” fatelo pure, ma come gente che vuole vivere il Natale a modo mio … d’altro canto io ho <inventato> il Natale …
Come cantarlo? Siate pronti a perdere tutto ciò che agli altri interessa tanto: soldi, potere, successo! Purchè vi lascino le cose sante, e non ne facciano mercato!
Dite ai potenti piccoli e grandi: TENETEVI TUTTO, MA LASCIATECI SOGNARE! Sentirsi più buoni non basta…il mondo attorno a voi ha il ruggito del leone e il sibilo del serpente! C’è bisogno di risposte concrete! Ma non <concrete> come pensa il mondo!
Le risposte concrete sono risposte che vogliono rischio e vita … pensate a come ho rischiato io, e a come è stato il mio vivere … è tutto lì … non barate!
Non vi accontentate della breve pausa natalizia e poi via… peggio di prima: è un’insopportabile contraffazione della PACE che gli angeli cantano stanotte! E’ un’insopportabile contraffazione dei miei sogni che rendono non credibile l’Evangelo!
Per fare questo SOGNATE! Sognare è importante, non come rifugio illusorio nella penombra del vostro privato, ma come forza creativa di chi vuole essere davvero la mia Sposa, mia Chiesa!
Voglio una Sposa che sogna! Se tutti sognate la stessa cosa, il desiderio si avvera! I sogni che muoiono all’alba sono quelli concepiti in solitudine e dimenticati durante il giorno per mancanza di riscontri … siate l’uno il riscontro dell’altro!
Niente ingenuità e vuoto spiritualismo, beninteso! Ma neanche cecità, cinismo e sconforto … e niente BUON SENSO! Oh, quello! … Può uccidere l’Evangelo! Io non sono il buon senso! Siate acrobati dell’incredibile! Io lo sono stato … lo sono … E c’è una regola che gli acrobati sanno a memoria: GUARDARE IN ALTO! Guai ad abbassare gli occhi alle cose sottostanti … si precipita e precipitano anche i sogni!
Con il sogno dell’Evangelo cambieremo il mondo!
Ve la sentite di venire con me a cambiare il mondo con il sogno dell’Amore? Se ve la sentite, allora cantate! A me o tutto o niente!
Se la vostra risposta è TUTTO, se avete il coraggio di chiedere la grazia del TUTTO e del no netto al buon senso, allora cantate, cantate fratelli miei in questa notte di Evangelo, in questa notte di gioia, in questa notte di Natale…»

Forse tutto questo non aiuterà per preparare l’omelia di Natale … perdonate … vuole essere, però, un abbraccio e un augurio a tutti da parte di questa nostra comunità monastica! Santo Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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