Tutti i Santi – Una folla immensa

 

I SANTI DANNO RESPIRO ALLA STORIA

 

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 68; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a

Poveri noi e povera Chiesa di Cristo se pensiamo che le Beatitudini siano dei “bei valori”, o che siano il prodotto di una bell’anima poetica vissuta di sogni duemila anni fa, e siano quindi prodotto della sua sfrenata fiducia in quell’uomo che fiducia non ne merita neanche un po’ e che è assolutamente “irredimibile” … Poveri noi se pensassimo che il “mondo è sempre andato così e sempre andrà così”, che il mondo è fatto di ricchi fortunati e di poveri diavoli, che è fatto di buoni, che fanno delle brutte fini, e di furbi e potenti che hanno la meglio; poveri noi se siamo convinti che il mondo è fatto da chi più possiede e  possiederà sempre di più e da chi non ha nulla e, sarà anche buono, ma è un perdente …

E’ questo lo sguardo che tanti hanno sulla storia, e sorridono con sufficienza dinanzi a pagine come le Beatitudini … La Solennità di oggi ci dice però che è possibile un altro sguardo sulla storia e sull’uomo, che è possibile che “i perdenti” siano invece quelli che si credono “i vincenti”, e vincenti siano quelli che tutti reputano perdenti. La Solennità di oggi non serve ad avvalorare una folle chimera, ma serve per confortare e rafforzare chi, avendo conosciuto Gesù, si è incamminato sulla sua strada e ne vuole pagare “il prezzo”; e lo vuole fare con gioia, sapendo che quella è l’unica via capace di realizzare l’uomo e di donare senso ai giorni della storia. La Solennità di oggi vuole gridare la verità di un capovolgimento di prospettive: “Chi fa la storia?”. Non la fanno quelli che il mondo crede la facciano.

Il testo dell’Apocalisse, con quella moltitudine immensa, ci dice che la santità non è chimera, e non è neanche una via per una èlite scelta con chissà quali criteri … C’è un solo criterio: essere disposti a scommettere la vita su Gesù e sul suo Evangelo! E questo significa essere disposti a portare anche l’opposizione del mondo! I santi trovano l’ostacolo di un mondo che, nella migliore delle ipotesi, ride di loro e, nella peggiore delle ipotesi, schiera tutto il suo armamentario violento: insultare, perseguitare, mentire, dire ogni sorta di male … in fondo, se ci pensiamo bene, sono i verbi che fanno la Passione di Gesù! Il mondo avrà per i santi un orizzonte senza confini di iniquità e Matteo l’ha detto: Ogni sorta di male

Il mondo vecchio è così; ma proprio lì, in questo fiume di iniquità, si apre una strada in cui i santi, contraddicendo il mondo con le loro vite, potranno tracciare una scia di bellezza, di luce, di novità.

I santi, che oggi contempliamo, sono quelli che hanno attraversato la storia e sono giunti alla meta e vivono alla meta. Alcuni le Chiese li hanno indicati come tali ai credenti, ma la massima parte di essi sono passati nella storia e nessuno (o pochissimi) se ne sono accorti; spesso sono stati creduti inutili; spesso sono stati disprezzati, altre volte, addirittura, sono stati scambiati per empi. Tantissimi hanno portato segretamente il sigillo della croce e nessuno se ne è accorto: uomini e donne come noi, forse (e senza forse!) carichi di debolezze, carichi di fragilità e, spesso, anche di peccato ma santi perché hanno avuto la capacità di presentarsi a Dio, come diceva una santa canonizzata, Santa Teresa di Lisieux, “a mani vuote”, con la loro impotenza e con la loro incapacità a costruire la loro santità. Sono però santi perché hanno chiesto a Dio, con tutte le loro forze, di essere fatti santi da Lui! Sono santi perché, mentre chiedevano a Dio la santità, hanno lottato per essere uomini di verità, di amore, di misericordia …
Sono stati poveri nel profondo; Matteo nelle Beatitudini fa dire a Gesù non «Beati voi poveri», come scriverà Luca, ma «Beati i poveri nello spirito» che non è un’attenuazione, non è un’affermazione rassicurante per i ricchi, quasi a dire che ciò che conta è la povertà interiore che può convivere con grandi ricchezze (cioè: “Posseggo ma sono distaccato!”). No! Poveri nello spirito significa povertà radicale, profonda, e questo perché la povertà evangelica non è “non avere nulla” (ci sono dei miserabili che sono avarissimi e legati all’estremo alle loro povere cose!) ma è il fidarsi realmente e profondamente di Dio e non dei beni di ogni tipo, non dell’accumulo che mette “al riparo”. Più avanti, nel Discorso della montagna, Gesù, infatti, dirà: “Non potete servire a Dio e a Mammona” (cfr Mt 6, 24) … I poveri, i santi, hanno fatto la scelta di servire Dio, di fidarsi di Lui; e quelli che hanno scelto questa via sono tanti, sono quella folla immensa che Giovanni ha visto con stupore nel brano del Libro dell’Apocalisse che oggi leggiamo.

Una folla immensa”: quanti sono passati facendo del bene senza ostentazioni, senza sentirsi giusti, senza giudicare gli altri sul proprio metro, senza disprezzare gli altri! … Ecco i santi … e nella storia erano già figli di Dio.

La seconda lettura di questa liturgia, sempre uno scritto giovanneo, tratto dalla prima lettera dell’Apostolo, ci rivela questa straordinaria qualità del cristiano: essere figlio di Dio ed esserlo realmente. Santi perché Dio li ha“separati” per Lui; infatti, il significato letterale della parola ebraica “kadosh”, lo sappiamo, è “altro”, “separato”. In Cristo i santi sono stati “messi a parte” per Dio. Ora, questi figli di Dio il mondo non li conosce e, come prima si diceva, li osteggia e perseguita o, comunque, li considera senza nessun valore.

Noi ci meravigliamo di questo, eppure il Nuovo Testamento lo afferma con chiarezza: il Santo di Dio, Gesù Cristo, il Santo per eccellenza,  è stato odiato, perseguitato, riprovato, ucciso, e un discepolo non è meno del maestro, ha detto Gesù (cfr Gv 15, 18-21). Il mondo non ha riconosciuto Lui che era la luce, come può riconoscere noi che riflettiamo la sua luce, che tante volte rendiamo opaca con le nostre miserie e i nostri peccati?

Scriveva anni fa Enzo Bianchi: «Paolo ci ricorda che “ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (cfr Col 3, 3): nascosti per il mondo e per noi stessi. E’ normale che, anche se fatti santi da Dio, eletti, separati dalla mondanità, noi risultiamo sconosciuti al mondo.
C’è una pretesa tra i cristiani di oggi: il riconoscimento da parte degli uomini. E’ una pretesa anti-evangelica … l’unica beatitudine e l’unica gioia la possiede il cristiano che sa dire con Paolo, nella fede, anche se a caro prezzo, «siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, sì, ma non abbandonati alla morte; afflitti, ma sempre lieti, poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possiede tutto». (cfr 2Cor 6, 8-11).

Quale il “segreto” dei santi nella storia? La speranza di vedere Dio faccia a faccia … una speranza che ci purifica perché, per quella speranza, noi cerchiamo la comunione con Lui già quaggiù. Per quella speranza noi beviamo al calice della comunione dei santi.
Facciamo comunione con il Santo, Gesù Cristo e, in Lui dilatiamo il cuore alla comunione dei santi, con tutti i santi, quelli della terra e quelli del cielo. E con questi possiamo vivere un dialogo vero, profondo …  Il passo dell’Apocalisse ci testimonia la possibilità di questo dialogo con i santi: infatti, nella pagina che oggi leggiamo c’è uno straordinario dialogo tra Giovanni e un Vegliardo. Commentando questo testo, i Padri della Chiesa, a partire da San Gregorio di Nazianzo, affermano questa reale possibilità di dialogo con i santi che sono alla meta.
San Gregorio fa un’ipotesi suggestiva. Chi è quel Vegliardo? Per Gregorio si tratterebbe di Giacomo, il fratello di Giovanni, il primo tra gli Apostoli che ha versato il sangue per Gesù (cfr At 12, 2) … è allora un Apostolo già alla meta che dialoga con un Apostolo ancora dolorosamente in cammino (i due fratelli sono il primo e l’ultimo dei Dodici apostoli a morire!) ed è proprio il Vegliardo (Giacomo, secondo l’ipotesi del Nazianzeno) che inizia il dialogo: «Uno dei Vegliardi prese la parola e mi disse: “Questi che sono avvolti in bianche vesti chi sono e da dove sono venuti?». E Giovanni risponde: «Tu lo sai! E il Vegliardo testimonia: Sono coloro che sono passati per la grande prova fino a lavare le vesti nel sangue dell’Agnello».

Insomma c’è una koinonìa che supera spazio e tempo, c’è una koinonìa che aiuta lo sforzo dei credenti a vivere la koinonìa nella storia. La comunione con i santi è, insomma, radice santa per la comunione dei santi che sono in cammino.

Vivendo la lotta per la comunione, i santi santificano la storia. Lo sappia o non lo sappia il mondo, sono i santi che danno respiro alla storia impedendole di morire d’asfissia; sono i santi che immettono in questa storia un alito rinnovatore di vita. Il mondo pretende di essere il padrone della storia e di salvarla con la ricchezza, il potere, la violenza, l’avidità, la prevaricazione, e invece la storia la salvano ogni giorno i poveri, i miti, gli affamati, i misericordiosi, i puri, i pacificatori, i perseguitati.

E’ il mistero della santità. E’ mistero che ci appartiene e ci chiede il coraggio di lottare per tracciare nel mondo un cammino di senso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica dopo Natale (B) – La Santa Sapienza

 

IL SAPORE DI DIO

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …».

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è «presso Dio»: a lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio!
Chi incontra Gesù, accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato» …
Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo), è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa: quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe”»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis”: chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza, questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive «noi abbiamo visto la sua gloria» intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare «Tutto è compiuto» (oppure potremmo tradurre: «Fino all’estremo»!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria; solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita, e narrando così il vero volto di Dio.
Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, che Gesù ha vissuto essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …
Un tale confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la Sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti, riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui, che è la Santa Sapienza, a Lui, che è il Verbo fatto carne, le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». (cfr Gv 6, 68)

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Santissima Trinità – La fonte della storia

ECCO IL NOSTRO DIO!

Dt 4, 32-34.39-40; Sal 32; Rm 8, 14-17; Mt 28, 16-20

Tutte le feste cristiane fanno riferimento ad un evento di salvezza che è accaduto nella storia, ad eventi puntuali in un tempo ed in un luogo precisi; così le feste ebraiche, così le feste cristiane: l’incarnazione, la Natività del Signore, la sua Pasqua di croce e risurrezione (questa addirittura sottolineata, nei simboli di fede, con “sotto Ponzio Pilato” per collocarla precisamente nella storia!), l’Ascensione del Signore, la Pentecoste. Oggi no. Nella festa di oggi non c’è la celebrazione di un evento di salvezza, ma la contemplazione della fonte di tutti gli eventi di salvezza, della fonte della storia stessa: la Trinità Santissima .
Ecco il nostro Dio! Eterna circolarità di vita e di amore , eterno abbraccio di un Padre che sempre inizia ad amare, di un Figlio che si lascia generare ed amare, di uno Spirito che è l’Amore spirato dal Padre e che il Figlio gli ridona in un abbraccio di eterna unità!
Ecco il nostro Dio! Ma, per quanto cerchiamo di entrare nel Dio “in sè” questo ci riconduce sempre al Dio “per noi”, “con noi”! Infatti la meraviglia straordinaria è che l’Eterno Amore di questo Dio-Comunione si dona tutto a noi e, in Gesù Cristo, si è mostrato, si è narrato e ha preso casa per sempre in noi …
Il volto trinitario di Dio è il grande dono che Gesù ci ha fatto: Lui ce lo ha rivelato , Lui ce lo ha narrato : è il suo essere Figlio che ci ha rivelato che c’è un Padre , è la sua promessa di un altro Paraclito che ci ha rivelato lo Spirito Santo che tutto vivifica e che è il Dono che ci fa Chiesa, attestandoci – come scirve Paolo nel testo della Lettera ai cristiani di Roma che abbiamo ascoltato – che siamo figli di Dio e coeredi di Cristo !
La “finale” dell’Evangelo di Matteo, che oggi si proclama, ci dice che questo mistero eterno di amore che Gesù ci ha rivelato “a caro prezzo”, con la sua croce, vuole riflettersi sul volto della Chiesa !
Questa “finale” dell’Evangelo di Matteo, in realtà, è una “porta” che si spalanca sulla storia: tutto deve essere toccato dall’Evangelo di Gesù e i discepoli, radunati sul monte in Galilea, sono inviati ad annunziare il volto del Dio trino “immergendovi” tutte le genti. L’annunzio del “volto” di Dio è affidato al “volto” della Chiesa e questa finale dell’Evangelo di Matteo ci descrive benissimo l’identità della Chiesa di Cristo; sì, se si leggono con profondità queste righe di Matteo, vi si scopre l’identità di questa Comunità inviata, incredibilmente, a cambiare la faccia della terra con l’annunzio della Buona Notizia dell’amore di Dio.
“Quando lo videro gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano ”: è una comunità adorante ma attraversta da ombre, da dubbi ; la fede è così…sempre “vespertina” – come dicevano i Padri della Chiesa – piena di luci e di ombre. La Comunità dei credenti nella storia sarà sempre le due cose assieme: adorante (sa che la vita proviene solo da Dio!) e piena di ombre (dubbi, peccati, infedeltà).
La Chiesa, poi, è inviata da Cristo a portare il suo Evangelo alle genti partecipando così alla comunicazione della salvezza a tutti gli uomini; la sua non è missione particolare ma universale :a tutte le genti…
Gesù usa quattro verbi intensissimi: “andate”, “ammaestrate”, “battezzando” e “insegnando ”…
Andare”: una comunità allora non immobile, statica, attendista ma inquieta di santa inquietudine, che cerca l’uomo ovunque l’uomo sia; non c’è luogo o stato di vita che possa essere estraneo alla Chiesa di Cristo.
Ammaestrare”, questo secondo verbo mi pare che richiami fortemente, più che un insegnamento dottrinale, una testimonianza di vita: la Chiesa è maestra quando è testimone di un modo altro di stare tra gli uomini nella storia, è maestra quando mostra delle relazioni fraterne che siano inimmaginabili da ogni logica mondana; è maestra quando vive l’amore intra-ecclesiale , quello che Giovanni, nel suo Evangelo, farà dare da Gesù come “comandamento estremo” (cfr Gv 13,34).
C’è poi il verbo “battezzare” che non richiama solo ad un rito sacramentale da compiere ma ad una consegna da fare: “nel nome”, infatti, è un’espressione che designa destinazione. Battezzare “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” è allora dire che le genti devono essere immerse nell’amore trinitario perchè quella è la destinazione di ogni uomo, quella è la patria cui bisogna giungere; Paolo dirà la stessa cosa, con altro linguaggio, quando parlerà di Gesù come di Colui che ha ricapitolato tutto che significa proprio che ha “re-intestato ” tutto il Creato alla sua vera, unica e primitiva destinazione: Dio! (cfr Ef 1,10)
Insomma tutti gli uomini devono essere riconsegnati all’amore di Dio e l’opera della Chiesa è proprio e solo questa; la Chiesa, con tutte le sue fragilità ed ombre, ha la vocazione di “insegnare” le vie di Dio.
Il quarto verbo è, infatti, “insegnare”; insegnare a fare ciò che Gesù ha comandato; nei secoli la Chiesa sarà custode del deposito dell’Alleanza e dovrà insegnare con la parola, con l’esempio, con la liturgia, con la lotta quotidiana per la giustizia, con lo schierarsi sempre con le vittime e mai con i caranefici, a vivere l’Evangelo!
Questi quattro verbi catapultano, in questa pagina di Matteo, quei poveri uomini certo adoranti ma attraversati da paure e da ombre, verso un orizzonte così vasto da parere assolutamente impossibile alle loro forze…quei quattro verbi catapultano noi, Chiesa di oggi, attraversata da “veleni” e mediocrità, da slanci di santità e generosità e da rigurgiti di logiche di potere e mondanità, verso orizzonti che paiono impossibili in questo tempo di disaffezione e di “riduzione”…eppure per quei poveri Undici e per noi, ancor più poveri, si dischiude la più grande speranza e certezza: l’Emmanuele, Dio-con-noi ! Come l’Evangelo di Matteo si era aperto, così si chiude. Se nel primo capitolo Giuseppe aveva ascoltato dall’Angelo l’annunzio che il grembo della sua Sposa era gravido, per opera dello Spirito Santo, dell’Emmanuele, del Dio-con-noi (cfr Mt 1,22-23), così qui la Chiesa ascolta dalle labbra dell’Emmanuele stesso che, per tutta la storia, ella sarà piena della sua presenza : Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli .
Questa presenza è l’unica forza che la Chiesa deve avere! Guai quando confida in altre forze! Questa presenza è la consegna del Dio trino alla storia degli uomini! E’ la via incredibile. ma umanissima, per cui l’amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo cercherà nei secoli i cuori di tutti gli uomini !
I Tre si affidano a fragili mani, rese forti dalla certezza stessa di quell’esserci di Dio.
E’ solo chi crede davvero a queste parole di Cristo Gesù che riesce, nella Chiesa, a realizzare la propria vocazione e nonostante le sue ombre e fragilità; solo chi crede davvero a questa promessa del Risorto riesce a far brillare sul proprio viso un riflesso della Trinità Santissima, del suo mistero di amore; solo una Chiesa che si fida di quella promessa può essere capace di mostrare alla storia le strade dell’Evangelo, le strade dell’eterno.




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XV Domenica del Tempo Ordinario – Il Buon Samaritano

 

…UNA PARABOLA DEL FIGLIO!

Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

 

Il Buon Samaritano (Van Gogh)

La grande attenzione che oggi si deve fare dinanzi a questa pagina dell’evangelista Luca che è al cuore di questa domenica è quella di non ridurla a parola moralistica che dà buoni consigli religiosi e pii invitando a comportamenti solo etici…questa pagina infatti non è questo e se indica una via morale non è cero questo il suo primo scopo.

Il dottore della Legge che chiede a Gesù che cosa deve fare per avere la vita eterna si sente ricondotto da Gesù stesso verso quel campo della Santa Scrittura di cui dovrebbe essere esperto; la risposa che dà a Gesù, pure esatta ed unificante (Luca pone sulle labbra di questo personaggio l’unificazione tra amore per Dio ed amore per il prossimo) attende ancora un compimento, un compimento che consiste nell’andare oltre quel “come se stessi”.
Gesù conduce pian piano il dottore della Legge verso questo compimento, e lo fa sottolineando quella parola d’amore che Dio ha pronunciato sul suo popolo, una parola che, come oggi ascoltiamo dal passo del Deuteronomio, è stata posta sulle labbra e nel cuore del popolo perché sia fatta, sia fatta diventare vita.

La parola dell’amore vuole concretezza, e il dottore della Legge lo comprende; ecco, infatti, che il suo domandare, nato insidioso e malizioso («un dottore della Legge si alzò per tentare Gesù», cosi scrive Luca), pare che qui si trasformi in domanda sincera. La risposta a questa domanda è la celebrare parabola del Buon Samaritano.

Il dottore chiede a Gesù, in fondo, “dove” e “a chi” donare quell’amore preziosissimo che è al cuore della Legge. Gesù, che rifugge dai mille casi e pure dalle rispostine pie e preconfezionate, risponde con il racconto di una storia! Una storia precisa, ma ampia, tanto ampia da avere il sapore della storia dell’umanità, da avere il sapore della storia della sua stessa vicenda di uomo tra gli uomini.
Alcuni Padri, infatti, amano chiamare questa parabola non del Buon Samaritano ma Parabola del Figlio, intendendo che in questo racconto è adombrata la vicenda del Figlio di Dio che si accosta compassionevole alle nostre piaghe. Così i Padri ne fecero una straordinaria allegoria per cui ogni elemento della narrazione divenne, nella loro lettura, un simbolo della vicenda della nostra salvezza, dalla locanda-Chiesa ai due denari interpretati in svariati modi…

Senza entrare in questi particolari, quello che mi pare vada custodito è che certamente Gesù che sta rispondendo alla domanda del dottore (Chi è il mio prossimo?) con una storia che non fa altro che raccontare il suo modo di agire con l’uomo. Non è un caso che in questa parabola tutti i personaggi abbiano una specificazione che dà loro un nome: i briganti, un sacerdote, un levita, un samaritano, l’albergatore…tutti tranne uno: colui che non fa nulla, tranne che lasciarsi amare e servire dal samaritano dopo essere stato vittima di briganti… lui è semplicemente un uomo.

Di fronte all’uomo ci si può porre con rapina, con violenza, con indifferenza, col passare oltre oppure con compassione.
«Un samaritano passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione» dice Luca (in greco esplanchnìste dal verbo splanchìizo), usando un verbo che nei Vangeli è usato per dire della commozione profonda di Gesù (cfr Mc 6, 34; Lc 7, 13); è il verbo della commozione della donna-madre dinanzi al dolore del proprio figlio, dinanzi al pianto del proprio figlio…è commozione viscerale, è dolore che parte dall’”utero” dove quel figlio si è formato. Il verbo greco che Luca usa è lo stesso che traduce, nell’Antica Alleanza, il verbo ebraico che i profeti usano per dire che il Signore si commuove per il suo popolo (cfr Os 11, 8). Questo verbo dunque tradisce l’identità del samaritano: adombra Gesù stesso, Gesù che si è accostato all’uomo ferito, abbandonato a se stesso, preda della violenza e della morte.

Capiamo così che la parabola è rivelativa, ed è necessario perciò leggerla non sul piano morale, che resta sullo sfondo come conseguenza di quell’evento d’amore che è il Figlio di Dio, venuto a cercarci sulle nostre strade di deserto e di morte.

La parabola ci invita a cambiare le prospettive delle nostre domande a Dio, domande sempre sul piano moraleggiante, sempre con lo scopo di farci rassicurare sulle cose da fare. «Chi è il mio prossimo?», aveva chiesto il dottore intendendo chiedere “Chi devo amare?”
La risposta di Gesù è assolutamente capovolgente: il tuo prossimo è chi ha compassione di te!

E’ una risposta sconvolgente!
Non bisogna cercare tanto a favore di chi agire, a chi dispensare la propria generosità, quanto è necessario farsi trovare da Colui che ha compassione di noi. Se non ci lasciamo trovare da Gesù, che è venuto a cercarci nella nostra povertà ferita e malata di morte, non potremo essere capaci di misericordia vera. Se non ci lasciamo afferrare da Lui che vuole farsi carico di noi, la nostra sarà sempre una parodia di misericordia, una parodia di amore per il prossimo. Una parodia perché il grande rischio è che i nostri siano gesti ed atti egoistici paludati da amore, gesti protesi a volersi sentire buoni e giusti. Questo non accade invece quando mi lascio trovare da Gesù, quando gli so mostrare le mie ferite, le mie solitudini senza speranza, le mie impotenze…allora dovrò abbandonare ogni autosufficienza, ogni pretesa di attività e dovrò lasciarmi vedere, amare, curare, caricare, affidare da Gesù. Riconoscendo in primo luogo che Gesù si è fatto a me prossimo,  fisserò lo sguardo su di Lui e sulla sua gratuità ad ogni costo…allora capirò come «amare il prossimo come me stesso» chiede un oltre, chiede un compimento: contemplando Colui che si è fatto buon samaritano per me capirò che l’amore parte dall’amare il prossimo come me stesso, ma deve compiersi in un amare il prossimo più di me stesso, in un amore fino all’estremo.

Un amore così solo Gesù ce lo può dire e donare.

Il racconto allora è chiaramente rivelativo perché ci conduce alla contemplazione di Gesù, il Figlio di Dio nella nostra carne in cui, come dice l’autore della Lettera ai cristiani di Colosse, di cui oggi leggiamo un tratto del primo capitolo, «abita ogni pienezza» e che ha riconciliato il mondo «con il sangue della sua croce»; ha amato con il suo sangue, nel suo sangue.

La via della vita eterna, di cui il dottore della Legge chiede all’inizio del suo incontro con Gesù, passa per l’amore di Gesù; è il lasciarsi amare nella verità per camminare, pur se con fatica, verso un amore nella verità, un amore che non abbia paura di amare il prossimo più di se stesso.
Questa è la via di Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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