V Domenica di Quaresima (B) – La Croce svela tutto

 

UN AMORE COSTOSO

 

Ger 31, 31-34; Sal 50; Eb 5, 7-9; Gv 12, 20-33

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

«E’ giunta l’ora…»
Questa ultima domenica di Quaresima ci proclama che il compimento è alle soglie, i giorni santi della Pasqua sono prossimi…è una vigilia carica di una grande tensione di attesa. Sarebbe poco, però, se questa tensione riguardasse solo l’attesa di giorni, certo santissimi, di liturgie, certo profonde, di gesti antichi, certo carichi di esigenze evangeliche; sarebbe poco perchè l’ora di Gesù è già scoccata: celebrare la Pasqua è ripetersi con forza che l’ora di Gesù è il nostro oggi; ogni nostro giorno, tutta la nostra vità è ormai l’ora di Gesù.
E dunque ci chiediamo: tensione verso che cosa?
Verso quei compimenti a cui ciascuno di noi deve dare accesso: oggi è tempo di nuovi compimenti dell’Evangelo, che portino l’ora di Gesù, che è già scoccata, nei punti più segreti e profondi delle nostre vite. E’ l’ora di dire dei e dei no che riguardano questo oggi preciso, quest’epoca della nostra vita contrassegnata da questa grazia, da queste fragilità, da questi peccati, da queste gioie, da queste abitudini buone e da queste abitudini cattive, da queste malattie e da questi sogni, da questi slanci e da queste viltà…in tutte queste cose, ciascuno deve dirsi: E’ l’ora di Gesù!
E’ ora in cui è necessario deporre se stessi per lasciarsi portare dal Signore Gesù lì dove Lui è; è ora in cui “rifare” quell’alleanza, che è il fondamento della nostra vita di credenti; è ora in cui Dio sia Dio e – come ha scritto Geremia nel passo di oggi – «noi siamo suo popolo», con tutto ciò che questo significa.

Alle soglie dei giorni santi della Grande Settimana, quest’anno la liturgia, per condurci a al rinnovamento dell’Alleanza, ci presenta un racconto di Giovanni che ha dell’enigmatico: alcuni greci, dei pagani dunque, degli uomini provenienti dai gojim, si accostano al gruppo di Gesù e fanno una domanda precisa: «Vogliamo vedere Gesù!».
Quando Filippo ed Andrea vanno a riferirlo a Gesù, piomba su di lui la paura e la trepidante attesa dell’ora che si rivela imminente; di quell’ora che, fin dal principio del Quarto Evangelo, era come sospesa su Gesù e su tutta la storia. Gesù, infatti, trasale turbato all’annunzio dei due discepoli che dei greci lo cercano: perchè? Perchè era comune coscienza, al tempo di Gesù, che quando i pagani avrebbero cercato il Messia, quella sarebbe stata l’ora della rivelazione piena del Messia.
E Gesù sa che quell’ora sarebbe stata ora di nozze, ma di nozze di sangue: Gesù sa che “gettare fuori il principe di questo mondo” sarà opera costosa, ed avrà il prezzo del suo sangue.

Giovanni, nel suo racconto della Passione, non narra dell’agonia nell’orto di Getsemani; in Giovanni, Gesù va in quell’orto solo perché sa che Giuda verrà lì, e lì – liberamente – si consegna. Per Giovanni la vera agonia del Messia è qui: qui subisce l’attacco della paura, il desiderio di fuga («E che devo dire, passi da me quest’ora), e qui avviene la sua piena consegna nelle mani del Padre. E’ qui che Gesù dice una parola di totale e definitiva compromissione: «Padre, glorifica il tuo nome», cioè “Padre, rendimi capace di attraversare quest’ora mostrando la tua gloria”!
Lo sappiamo, per Giovanni la gloria di Dio non è gloria di trionfo, ma è la gloria paradossale di un Crocefisso; è lì, sulla croce, che Gesù dirà davvero chi è Dio, lì griderà al Padre il suo amore perché gli uomini riconoscessero il suo amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Sul momento quei greci non ricevono risposta, ma la risposta vera la riceveranno: dalla croce Cristo attirerà tutti a sè. E’ alla croce che il Figlio di Dio dà “appuntamento” a tutti gli uomini.
Da lì scaturirà il giudizio, scaturirà cioè il discernimento di tutto; la croce dirà la verità su tutto. Le braccia spalancate del Crocefisso possono essere colte come braccia che accolgono e danno perdono e pace…ma quell’Uomo, con le braccia spalancate e inchiodato al legno degli infami, può essere colto da altri come stoltezza infinita di un’impotenza incapace di salvare chi ha posto nella potenza la sua fiducia.

La croce svela tutto.
Ci dice chi è il Padre: è il Dio «che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (cfr Gv 3, 16).
Ci dice chi è il Figlio Gesù: è colui che ha amato fino all’estremo (cfr Gv 13, 1).
Ci dice chi sono i discepoli: sono coloro che fuggono, tranne il discepolo amato che lo segue fino al Golgotha (cfr Gv 18, 8 e Gv 19, 26).
Ci dice chi è il mondo: è tutto ciò che ha inchiodato il Figlio al legno dei maledetti ma che, essendo oggetto dell’amore di Dio, deve essere attratto dal Figlio (cfr Gv 12, 32).

La via dell’ora è dunque chiara ma è costosa; infatti, in questo passo di Giovanni, Gesù consegna alla Chiesa – e oggi consegna a noi in questa Quinta domenica di Quaresima – la parola sul chicco di grano che deve cadere a terra e morire per dare frutto.
Se nei Sinottici il chicco sparso dal Seminatore è la Parola dell’Evangelo, qui, in Giovanni, il chicco di grano che deve scendere nella terra, spezzarsi e provare l’orrore della morte per dare vita, è una metafora potente e dolcissima di ciò che Gesù è venuto a fare: “Padre, per questo sono venuto!” esclama Gesù in questo racconto giovanneo.

Gesù si abbandona all’ora, ed è pronto per entrare nella Passione che sarà amore fino all’estremo. Lo straordinario è che Gesù invita anche noi a seguirlo: «Se uno mi vuol servire mi segua e là dove sono io sarà anche il mio servitore». Stare dove è Lui: certo, nell’intimità del Padre ma prima, stare dove Lui è, è stare sulla croce di un amore costoso.
Una parola, questa, che il Quarto Evangelo dice con forza a chi già si proclama Chiesa di Cristo, a coloro che, come noi, si proclamano suoi discepoli e “servitori”.

Insomma, non si può seguire Gesù e “amare” la propria vita, pensare di “salvarla”, di preservarla, di metterla “sotto chiave” perché nulla e nessuno la tocchi! Si può essere di Gesù solo se si è disposti a donare la vita, fino all’estremo e senza compromessi, senza “barare”: è necessario entrare nell’ora del Figlio dell’uomo!

Solo così il principe di questo mondo, il diavolo, il divisore, verrà gettato fuori dalla storia. Gesù l’ha fatto: l’ha gettato fuori perché il diavolo è brama di potere e di prevaricazione; è “salvare stessi” a prezzo degli altri, che si possono e devono “perdere” per i miei interessi. Gesù ha gettato fuori il principe di questo mondo perché è stato pronto a chinarsi ai piedi degli uomini, a contatto con le loro miserie e vergogne: chi sta ai piedi dei fratelli, e, come il chicco di grano, è disposto a cadere in terra per dare frutto, getta fuori il principe di questo mondo, colui che presiede la mondanità e proclama di continuo le buone ragioni dell’“ego”, le buone ragioni della propria vita, delle proprie cose e dei propri progetti al di sopra di tutto, anche di Dio! Anzi, prima di tutto al di sopra di Dio!

Eccoci, dunque, pronti ad entrare nella Santa Settimana; non per ripetere riti antichi e suggestivi, ma per decidere di dare accesso all’ora di Gesù nelle nostre vite!

E sarà la Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XX Domenica del Tempo Ordinario – Un pane sovrabbondante


DAL PRODIGIO AL SEGNO 

 

Is 56, 1.6-7; Sal 66; Rm 11, 13-15.29-32; Mt 15, 21-28

 

Cristo e la Cananea, Annibale Carracci (Parma, 1595)

Cristo e la Cananea, particolare. Di Annibale Carracci (Parma, 1595)

Che strano l’evangelo di questa domenica d’estate! Un evangelo in cui i soliti ruoli sono sovvertiti, negati in qualche modo, per lo meno nell’apparenza: un Gesù che non mostra compassione dei discepoli che si fanno intercessori (forse più per fastidio che per convinzione: “Vedi come ci grida dietro!”), e una pagana che “converte” il Figlio di Dio!
Incredibile!

Matteo, che pure ci tiene a che Gesù non varchi il confine di Israele (per Marco nel passo parallelo non è così! cfr Mc 7,24), mette sulle labbra di Gesù l’esplicito comando ai suoi di “non andare dai pagani” (cfr Mt 10,5ss), e pone qui una scena che ha per protagonista una pagana, una pagana che va da Lui.
E’ lei che ha sconfinato, è lei che si avvicina a Gesù e lo chiama con titoli di grande spessore: “Signore e Figlio di Davide!”…e Davide aveva dato pane a tutto il popolo (2Sam 6,19) così come Gesù ha appena fatto (Mt 14, 13-21)…
Il pane equivale alla vita, e quel pane dato da Gesù è stato sovrabbondante (le dodici ceste avanzate!), perchè quando Dio dà la vita la dà in sovrabbondanza e nessuno rischia di restare senza…
La donna sembra quasi sapere di questa sovrabbondanza quando parla del pane che cade dalla  tavola dei figli.

A Gesù – che pare insensibile e chiuso – la donna ricorda quella sovrabbondanza di pane; e Lui, che non si era fatto smuovere nè dai titoli teologicamente corretti che gli aveva dato, nè dalle sue grida, nè dalle sue invocazioni nè dal racconto delle sofferenze della sua figlioletta, si lascia smuovere da quest’umile notazione: il suo pane è tanto sovrabbondante che cade dalla tavola dei figli!

Gesù non ha degnato la donna di una parola, per poi dirle parole perfino scortesi nel paragonarla ad un cagnolino (si ricordi che “cane” per un ebreo corrispondeva a “pagano”); la donna – nel riconoscere che quel che ha detto Gesù è vero – non nega la parola di Gesù, ma si richiama proprio ai doni che sono scaturiti dalla sua parola. Questo – incredibile! – apre gli orizzonti delle prospettive della missione di Gesù.

Il rifiuto e la freddezza di Gesù provenivano dalla convinzione che un’azione miracolosa fuori dal popolo di Israele non corrispondesse ai progetti del Padre, e che il Padre l’avesse inviato ai soli figli di Israele. Questo certo non escludeva che l’Evangelo dovesse poi raggiungere tutti gli uomini, come già i profeti avevano detto, e come oggi abbiamo sentito nella prima lettura in un oracolo di Isaia. Ma Gesù sa che Lui deve predicare ad Israele, che è il Messia di Israele. Poi sarà l’Israele fedele a far giungere l’Evangelo fino ai confini della terra.
D’altro canto per Gesù i miracoli devono essere segni leggibili, e solo Israele aveva la chiave per leggerli. Gesù, infatti, aveva risposto agli inviati del Battista con un “collage” di una serie di citazioni di Isaia attraverso cui un ebreo poteva leggere la sua identità proprio guardando a quelle opere di salvezza (“i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati e i sordi odono, i morti sono svegliati e i poveri evangelizzati” cfr Mt 11,5).

La donna, essendo fuori dalla tradizione ebraica, come potrebbe leggere un gesto miracoloso? Il rischio era che lo leggesse solo come un prodigio, e non come un segno! E Gesù – quindi – rifiuta!

La donna però, con la sua fiducia in Gesù e con la sua straordinaria intuizione dell’abbondanza dei doni di Lui, dimostra di saper leggere oltre il gesto che gli chiede: ella mostra a Gesù la possibilità che i lontani si nutrano, fin da quei giorni, di quel pane sovrabbondante che è l’annunzio dell’Evangelo che dà la vita… e non disconosce – sdegnata – il suo “status” di cagnetta (cioè di non-figlia!), ma lo accetta ponendosi in una condizione di speranza!
La sua è dunque la speranza del creato tutto che attende la rivelazione dei figli, come scriverà Paolo (cfr Rm 8, 19-22). E Gesù apre il suo cuore ad orizzonti più vasti e più immediati…compiendo il prodigio che ora sa che la donna sa leggere come segno. Gesù ha capito che questo prodigio è un segno anche per Lui stesso!

Non dobbiamo aver paura di affermare che Gesù abbia imparato da questa donna; la sua vera umanità è talmente vera che ha dovuto e voluto fare anche la fatica di una comprensione sempre maggiore di se stesso e della missione che il Padre gli aveva dato da compiere.
Non bisogna temere questa visione dell’umanità senza sconti di Gesù. Essa, infatti, spalanca a noi la meraviglia dell’amore di Dio che, per raggiungerci, non ha ricusato nessuna delle nostre fatiche; in questo essere davvero nelle nostre fatiche, il Figlio di Dio ci ha salvati! Ci ha salvati prendendo su di sè tutte le nostre lotte e le nostre fatiche, anche la fatica dolorosissima di lottare contro le proprie visioni e le proprie convinzioni.

Questo Gesù che “si converte” convince ancor più della sua divinità e della bellezza del nostro Dio,  che vuole essere con noi fin nel profondo delle nostre fatiche umane.

Così Gesù è veramente  via per noi e per le nostre lotte e per le nostre “conversioni”…

 

p. Fabrizio Cristarella Orestano