V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – In cerca dell’uomo

 

VENUTO PER I MALATI E I PECCATORI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

Chi è Dio e chi siamo noi?
Già Agostino e poi Francesco d’Assisi compresero e proclamarono che in questa conoscenza c’è davvero ogni sapienza. La liturgia di questa domenica ci dice come in questa conoscenza ci sia quella consapevolezza che rende piena e vera ogni vocazione, ogni sequela.

L’Evangelo di Luca, nel capitolo precedente, in fondo ci ha detto della parola di Gesù; quella parola detta a Nazareth, quella parola che mostra un compimento della parola annunziata dai profeti, quella parola che è autorevole perché non è solo una parola che insegna ma una parola che dice ciò che Gesù vive! C’è assoluta conformità tra ciò che Lui dice e ciò che Lui fa.
Da questo la riflessione cristiana arriverà a dire che Lui non solo dice la Parola di Di, ma è la Parola di Dio.

Nel capitolo quarto, in tal senso, c’era stato un culmine nella domanda della folla che, dopo l’esorcismo di Cafarnao, esclama: «Che parola è questa che, con autorità e potenza, comanda agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?» (cfr Lc 4, 36). La coincidenza tra la parola e la vita, tra il dire e l’operare di Gesù, attrae tanta gente a seguirlo; ed eccoci così all’inizio del capitolo quinto: c’è un tale assembramento di folla da richiedere un “pulpito” imprevisto per quella parola. Luca sottilmente ci dice che Gesù proclama la Parola di Dio, la sua parola è Parola di Dio e questo non solo nel senso che ripeteva ciò che il Padre gli diceva, ma soprattutto nel senso che tutto ciò che Lui è e dice è Parola di Dio, e la gente lo percepisce notando quella conformità tra la sua parola e la sua vita.

L’evangelista ci consegna un particolare importantissimo: quel “pulpito” improvvisato è la barca di Pietro, immagine della Chiesa che deve proclamare una parola che deve avere quella stessa conformità; solo così sarà credibile!

In Luca non è narrata la vocazione dei primi quattro discepoli dopo il Battesimo e le Tentazioni, ma dopo un tempo di predicazione e anche di miracoli di Gesù. Marco e Matteo avevano letto la vocazione dei primi discepoli presso il lago come immediata, tanto immediata da non aver bisogno di nulla se non di quella parola che chiamava! Luca ci vuol dire, invece, che la risposta ad una chiamata ha bisogno di consapevolezza; la sequela di Pietro e dei suoi compagni inizia partendo da una consapevolezza di una parola autorevole e di una parola capace di divenire azione, fatto, in quest’ultimo caso parola che diviene reti piene. Pietro già sa della qualità straordinaria di Gesù come uomo in cui coincidono parola ed azione, parola e vita, tanto che, nel rivolgersi a Lui per dirgli il suo sì a gettare, assurdamente, ancora le reti dopo una notte infruttuosa, lo chiama “epistáta” e non “didáscale”: “epistátes”, infatti, significa “maestro”, ma nel senso di “capo”, di chi guida con la sua parola; “didáscalos” significa, invece, maestro nel senso di insegnante. Nell’Evangelo di Luca i discepoli chiamano sempre Gesù “epistáta” e gli altri, specie scribi e farisei, lo chiamano “didáscale”.

Pietro si lascia guidare e lì, in questa sua docilità, avviene la conoscenza: vedendo quella parola di Gesù divenire reti piene, abbondanza ove c’era miseria, fecondità lì dove c’era infecondità, Simon Pietro coglie la verità su Gesù e la verità su di sé; Gesù è il Santo e Lui è un peccatore!

E’ la stessa esperienza di Isaia nel racconto della sua vocazione che oggi leggiamo come prima lettura: «Un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito»; è la stessa esperienza di Paolo nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui narra della sua chiamata: «Ultimo apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli e non degno neanche d’essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio»; poi però Paolo aggiunge: «Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana».

Paolo già sa, perché l’ha già sperimentato, quando scrive la lettera, che la grazia ha operato nella sua debolezza e nella sua miseria. Isaia e Pietro lo sperimenteranno.
A Pietro, che gli confessa la sua miseria di peccatore, Gesù fa, di contro, la sua proposta vocazionale; la sua parola, che opera e crea, farà di Pietro qualcosa di nuovo: pescatore di uomini. Luca, alla lettera, scrive sarai uno che prende vivi gli uomini. Pietro, segnato dalla morte e dal peccato, prenderà gli uomini per la vita, per portarli alla vita.
Il peccato di Pietro non è una diga o un baratro tra lui e Gesù; è il luogo invece del loro incontro. Sapere di essere peccatore e sapere la santità di Dio è vera sapienza, perché non resta semplicemente una consapevolezza, una notizia che potrebbe risultare solo avvilente e paralizzante (la prima reazione di Isaia e di Pietro è proprio quella di una paralisi dinanzi al santo!), ma è luogo in cui avviene un incontro che salva e da cui parte una via ulteriore di salvezza anche per altri uomini: quelli cui Isaia è inviato, quelli che Pietro dovrà trarre vivi dalle acque di morte, quelli che, ascoltando Paolo, hanno creduto alla sua predicazione.
Quanto il cristianesimo è lontano da ogni via religiosa! Le vie religiose vogliono separazione e purezza per l’incontro con Dio; il cristianesimo, in Gesù, ci ha raccontato un Dio che cerca l’uomo nel suo peccato, non se ne spaventa e non aspetta nessuna purificazione previa per incontrarlo ma, proprio nell’incontrarlo, lo rende nuovo e capace di opere di vita!

Tutte le volte che abbiamo annunziato un cristianesimo per i “puri” abbiamo tradito Gesù e il suo Evangelo, abbiamo annunziato un cristianesimo tanto sfigurato da non avere più nulla a che fare con Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori (cfr Lc 5, 31-32).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Servo della Parola

 

 UNA PAROLA DIVENTATA AVVENIMENTO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21

 

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda; come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome: Teofilo, in greco “che ama Dio”; questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi ama Dio, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un Teo-evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato servo della Parola…è strano che Luca qui usi, per “servo” la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”: forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea per iniziare da lì. E a Nazareth, proprio a Nazareth dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola («Avvenga in me secondo la tua parola» cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta; attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati, silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola”, ma anchefatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perchè dice qualcosa ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: «Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…».

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: «Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore», a proclamare cioè che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!
Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero… Vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario, la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù, e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù!
Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo: il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo: l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù; e bisogna farlo oggi!
Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”, al passato e al futuro: i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni.
Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi; l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste! Domani non c’è, e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta, ma di bellezza; tempo di verità costose, ma anche tempo di luce e di liberazione!
Gesù è venuto per questo!
E’ il Salvatore…ma per davvero!

Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?
Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.
Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!
Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica dopo Natale – Contemplare la Sapienza

 

 

PER ESSERE SANTI E IMMACOLATI

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …»
Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo, ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e dunque di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio, in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato …»

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che è Lui significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detto nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra” che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremoche è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive noi abbiamo visto la sua gloria intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare Tutto è compiuto (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria ma solo Gesù lo “canta” mostrando la gloria del Padre suo dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, portandovi il sapore della Sapienza di Dio; da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère”!).

Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio,e l’autentico sapore dell’umano e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!» (cfr Gv 6, 68).




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XII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In un mare in tempesta

 

NON PRENDE SONNO IL CUSTODE DI ISRAELE

Gb 38, 1.8-11; Sal 106; 2Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41

 

Dopo il discorso in parabole, Marco mette nel suo Evangelo una sezione di miracoli per dirci che l’Evangelo è portato agli uomini in parole ed in opere: le opere confermano le parole, e le parole rendono chiare le opere, i miracoli. Anche nell’Evangelo di Marco, in fondo, i miracoli sono dei gesti al servizio della fede, e non dei gesti meravigliosi tesi a suscitare lo stupore; la fede è suscitata dalla parola, ed i miracoli la rendono più forte e più chiara.
Certamente, poi, Marco racconta i miracoli non solo per mostrare la potenza di Gesù, che è tale sulla natura (la tempesta), sul demonio (l’indemoniato di Gerasa) ed in favore dell’uomo prigioniero dell’impurità e della morte (l’emorroissa e la figlia di Giairo), ma anche per narrare la sua misericordia, che ci mostra il vero volto di Dio.

Questo primo miracolo sul mare in tempesta vuole condurre il lettore, in primo luogo, a porsi quella domanda essenziale nella relazione con Gesù: «Chi è costui?». Una domanda che il Signore stesso, anche nel racconto della “tempesta sedata”, suscita con il miracolo stesso, e a cui lui solo può dare risposta vera e definitiva; risposta che poi si deve accogliere con fede, per entrare in un vero discepolato.

La domanda…la prima lettura, tratta dal Libro di Giobbe, ci conduce quasi alla fine di questo straordinario e profondissimo libro. E’ una scena di grande potenza drammatica: il Signore si presenta con tutta la sua potenza perché interpellato da Giobbe; dinanzi alle tragedie cadute sulla sua vita, il “poco paziente” Giobbe ha avuto il coraggio di fare domande a Dio, il coraggio di interpellarlo e, tra le risposte che il Signore gli dà, c’è questo breve tratto che riguarda il mare che, pure potente, è sotto la potenza di Dio!
I versetti che sono stati scelti per questo tema del mare ci permettono, a mio avviso, di sottolineare come il Signore sia al tempo stesso suscitatore di domande e sia l’unico capace di risposte…risposte che, però, bisogna cogliere nella fede e per la fede.
Il racconto della tempesta sedata è abilissimo a spostare il tema dalla potenza di Gesù sul mare al tema della fede dei discepoli il quale, ad un certo punto, diviene il centro di tutta la narrazione; anzi ne diviene la sua meta.

Già l’immagine di Gesù che dorme in mezzo alla tempesta, per quanto assolutamente illogica narrativamente, è molto forte.
La fede del discepolo, se nella difficoltà e nelle tempeste inevitabili della storia non resta salda, mostra tutta la sua immaturità ed il suo carattere “religioso”; una fede matura, invece, è capace di restare salda nella tempesta anche quando il Signore pare che dorma.

Quel dormire di Gesù – Marco specifica «su un cuscino», particolare che ha sempre intrigato i commentatori – è potente metafora dei silenzi tragici di Dio nelle spire della storia; quei silenzi di cui lo stesso Giobbe ha dovuto portare il peso, e nei quali ha avuto il coraggio di gridare…
Ed è lo stesso silenzio che il Signore Gesù dovrà portare alla fine dell’Evangelo quando il Padre, che pure aveva parlato all’inizio («Tu sei il Figlio mio, l’amato» cfr Mc 1, 11) ed al cuore dell’Evangelo («Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!» cfr Mc 9, 7), nel Getsemani tace, pure se invocato con il nome della tenerezza filiale («Abba, Padre, tutto è possibile a te; allontana da me questo calice» cfr Mc 14, 36). Ugualmente tace sulla croce, tanto da provocare in Gesù la più terribile delle domande: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cfr Mc 15, 34).

Contemplare allora quel Gesù che dorme sul cuscino, a poppa della barca di Pietro, è grande lezione spirituale per noi credenti, chiamati a credere ad una parola che tante volte pare smentita dalla storia e dalle sue vie tortuose, in cui il Signore sembra assente o addormentato. Già il Salterio aveva assicurato i credenti che «non si addormenta, non prende sonno il custode di Israele» (cfr Sal 121, 4).

Forse l’Evangelista qui si rivolge ad una comunità che è sballottata nelle tempeste, ed in tempeste che appaiono tanto più grandi e forti di lei: siamo ai tempi di una Chiesa perseguitata, ed all’indomani del martirio delle colonne della Chiesa (Pietro e Paolo). Una Chiesa così non deve dubitare della custodia del Signore e, anche se il Signore pare che dorma, non deve cessare di credere, e quindi di affidarsi.

Tra «le cose vecchie che sono passate» di cui scrive Paolo ai Cristiani di Corinto nella seconda lettura di questa domenica, bisogna annoverare in primo luogo anche la paura che è madre di ogni peccato, perché ci fa rifugiare spesso presso le sicurezze del mondo ed i suoi idoli o, peggio ancora, nelle nostre stesse mani.
Contro la paura, scrive Paolo, un pensiero ci spinge: c’è stato Uno che è morto per noi… e come credere che Questi resti addormentato dinanzi alle nostre miserie e paure?
Questo amore del Crocefisso, morto per noi, ci spinge dal di dentro a fare quel passo di consegna che è tanto più necessario nelle ore di tempesta.
La Vulgata traduceva questo versetto in modo molto profondo ed acuto: «Charitas Christi urget nos»! Sì, «l’amore di Cristo ci urge dentro»: ci brucia, e perciò ci spinge a gettarci nella mani di un Signore che a volte può tacere, può sembrare addormentato, può sembrare distante, ma che invece abita la sua Chiesa: è nella barca di Pietro, nella tempesta, e ne condivide le tempeste! Egli solo può rendere i nostri cuori alla pace, facendoli uscire dalle onde che paiono sommergere la nostra vita, le nostre storie, le nostre vocazioni, le nostre vite ecclesiali.

Il pensiero di Cristo e del suo amore ci deve spingere, scriveva Teresa di Lisieux, ad andare al profondo di noi, dove c’è la calma della sua presenza. andare oltre le superfici agitate e tempestose…
Ci vuole coraggio a tuffarsi per raggiungere quelle profondità, ma è proprio questo l’atto di fede necessario ad uscire dalla paura, per vincere la paura.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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