I Domenica di Avvento (Anno C) – Il Signore ritorna

 

CERTEZZA E INVOCAZIONE

Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3, 12-4, 2; Lc 21, 25-28. 34-36

L’Avvento non è attesa del Natale! E’ un po’ semplicistico ed infantile dire così; l’Avvento culmina nel Natale!
L’Avvento è tanto di più: è attesa del Signore che ritorna! Il Natale verrà e sarà conforto alla fatica dell’attesa: se è già venuto, adempiendo le promesse fatte ad Israele, vuol dire che ancora manterrà la promessa e tornerà.

L’Avvento è tempo di esercizio, di preghiera, di riflessione per preparare la venuta del Signore, quella che avverrà alla fine della storia, quella che invochiamo e di cui siamo certi. La parola  Maranathà è la preghiera tipica dell’Avvento, ma in verità è tipica della vera identità cristiana, perché si è cristiani se si attende il Signore, se si fa della storia un’attesa impegnata e vigilante di Lui.
La parola Maranathà ci dice contemporaneamente certezza ed invocazione; è una parola in aramaico – la lingua parlata da Gesù e dalla prima comunità cristiana – che troviamo nel Nuovo Testamento, nella Prima lettera ai cristiani di Corinto (1Cor 16, 22) nel suo suono originale e che troviamo, questa volta tradotta in greco, alla fine del libro dell’Apocalisse (Ap 22, 20); essa può avere due significati: Marànathà (Il Signore nostro viene!) oppure Marana thà (Signore nostro, vieni!).
Dunque certezza ed invocazione! Certezza perché Lui l’ha promesso, ed oggi ascoltiamo questa promessa nel passo dell’Evangelo di Luca, Evangelo che ci accompagnerà in tutto questo nuovo anno liturgico che oggi ha inizio.

Sì, è certo: Gesù tornerà, ed a Lui dovremo consegnare la storia trasfigurata dal suo Evangelo e Lui consegnerà tutto al Padre ed al suo amore …
Se sarà questo, la sua venuta come non invocarla, come non attenderla, come non sperarla con tutto noi stessi, come non lottare per affrettarla?

L’Evangelo ancora oggi ci parla con quel linguaggio apocalittico che ritrovammo in Marco due domeniche fa: la realtà che conosciamo sarà capovolta dalla venuta del Figlio dell’uomo, tutto sarà nuovo e questa novità dovrà passare attraverso il giudizio del Figlio dell’uomo; un giudizio che Luca ci chiede di prendere molto sul serio: quegli uomini che muoiono di paura vogliono dirci proprio la serietà e la verità di un giudizio con cui bisognerà fare i conti! Bisognerà avere coraggio per comparire davanti al Figlio dell’uomo; mi viene da dire che ci sapranno andare quelli che avranno avuto il coraggio della sequela nel loro cammino storico …
Quale sarà il criterio netto del giudizio del Figlio dell’uomo veniente? Uno solo: aver seguito il progetto di vita del Crocefisso, l’essere stato suo discepolo, ma per davvero …

La formula che troviamo in Lc 9, 24 ci dice chiaramente quale sia questo progetto su cui tutto si giocherà: “Chi conserva la sua vita la perde e chi la dona la ritrova!”. Chi vive così, certo con tutte le lotte, le fatiche e le cadute che possono – anzi, devono esserci – si prepara alla venuta improvvisa del Figlio dell’uomo ed al suo giudizio.
Ed allora non bisogna lasciarsi sorprendere impreparati, bisogna stare attenti a non lasciarsi inghiottire dalla vita, a non farsi scorrere addosso la vita; il fare soffoca tutto e questo ci rende incapaci di riconoscere il tempo opportuno per la salvezza, il tempo per dire e ridire con gioia il nostro al Signore Gesù.

Domenica scorsa dicevamo che la festa di Cristo Re non deve avere sapore trionfalistico e questo è vero anche per il ritorno glorioso del Figlio dell’uomo. Certamente è vero che quel giorno sarà giorno di trionfo e di un trionfo palese a tutti, a differenza della sua vittoria pasquale che non fu palese a tutti e che è conoscibile solo nella fede e “visibile” solo nell’amore fraterno nella comunità ecclesiale. Questo trionfo finale in potenza e gloria grande deve però essere letto correttamente: non significa assolutamente che Dio alla fine della storia abbandonerà la strada della croce, e quindi dell’amore costoso, per sostituirla con quella della potenza e  – magari, come tanti vorrebbero – della vendetta! Vedete, se così fosse, significherebbe – come scrive Bruno Maggioni – che la croce non sarebbe più il centro della salvezza progettata da Dio in Cristo, e la sequela del Crocefisso non sarebbe più l’elemento decisivo di una vita umana e sensata, l’elemento decisivo del giudizio di Dio.

E’ chiaro che, se Dio abbandonasse la via della Croce per sostituirla alla fine, alla venuta del Figlio, con la mondana logica della potenza, darebbe ragione a tutti quelli che per secoli hanno riso della croce, hanno riso dell’amore, a tutti quelli che hanno deriso l’amore perché giudicato debole ed inutile, incapace di dare completa liberazione. In questi giorni tristi che stiamo vivendo, con la violenza insensata che ci ha visitati a casa nostra, quante voci in tal senso stiamo sentendo! Voci che – devo dire la verità – rattristano quanto la violenza insensata ed il sangue innocente sparso e versato!
No! Dio non smentirà se stesso!
Il ritorno del Figlio dell’uomo – ricordiamolo sempre – sarà il ritorno del Crocefisso, sarà la rivelazione luminosa che l’amore, e nient’altro, è la via della salvezza! Nient’altro!

Se questa è la nostra fede ne scaturiscono parecchie conseguenze concrete; come tutto il Nuovo Testamento, pare che anche Luca creda ad un’imminenza della Parusia, di questo ritorno glorioso. Noi però sappiamo che ai tempi di Luca e della scrittura del suo Evangelo, si era fatto chiaro che si apriva un lungo tempo della Chiesa, un tempo che si sarebbe prolungato; Luca ci dice però che sempre ci saranno segni premonitori.
Quali? Guerre, persecuzioni, dolori, ore di pressura straordinarie, e ne ha parlato all’inizio del capitolo.
In che senso sono segni premonitori? Lo sono perché ci dicono la fragilità degli equilibri umani e la fragilità delle posizioni di “buon-senso” che gli uomini apparecchiano per sé e per la storia; ogni generazione è testimone di guerre ed ingiustizie, di contraddizioni e miserie; ogni generazione è allora appellata da quegli eventi fallimentari a cogliere il presente come urgente, decisivo e questo non solo perché è breve (il che è anche vero!), ma perché ogni giorno ci dà occasioni per vivere la sequela, per vivere i nostri sì al Crocefisso. Le occasioni vanno colte perché passano e non tornano più … il che posso dire oggi non è il sì che potrò dire domani … intanto certe occasioni saranno state scavalcate e perdute per la mancanza di vigilanza.

Luca, in tal senso, ci invita ad alzare la fronte, a volgere lo sguardo al Figlio dell’uomo, al Crocefisso che torna. Così non smarriremo la speranza: la storia a volte sembra un tronco secco che non può più dare vita ma proprio lì, nella storia, riapparirà il Germoglio, come ha cantato Geremia nel suo oracolo che oggi è la prima lettura. Se si fissa lo sguardo al Germoglio di Iesse (cfr Is 11, 1) che Dio farà apparire, allora la speranza rifiorirà e l’attesa metterà in moto la vita dei discepoli, l’attesa verrà riempita da quei sì a “perdere la propria vita” con amore, che è il cuore della sequela di Gesù.

Solo l’amore salva la storia, oggi e quando Lui tornerà. Checché ne dicano i profeti di sventura, assassini della speranza, che seminano morte quanto coloro che vorrebbero combattere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Coraggiosi nella Speranza

 

TIMORE E CONSOLAZIONE

Dn 12, 1-3 ; Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

 

Siamo alle ultime due domeniche di questo anno liturgico, e oggi ascoltiamo per l’ultima volta, in quest’anno, la voce dell’Evangelo di Marco poichè a partire da domenica prossima la Chiesa ci propone, a conclusione dell’anno, una pagina giovannea. Oggi l’evangelista ci conduce davvero alla fine o, per meglio dire, al fine della storia.

Siamo nel capitolo che precede la narrazione della Passione, e tutto questo capitolo è occupato da un lungo discorso che Gesù fa solo a quattro degli apostoli: a Pietro, a Giacomo, a Giovanni e ad Andrea (cfr Mc 13, 3 ). E’ dunque come un discorso riservato, segreto; è una rivelazione per pochi, ma che poi dovrà essere comunicata a tutti (cfr Mc 13, 37 ). Tutta la folla, ma neanche tutti i discepoli, non ne potrebbero portare il peso, né potrebbero comprenderla … bisogna avere pazienza. Dopo gli avvenimenti pasquali potrà essere divulgata per essere forza di consolazione e forza per la lotta.

Lo sguardo di Gesù allora si slancia oltre gli avvenimenti che sono alle porte, quelli della sua Pasqua che per ben tre volte ha preannunziato ai suoi, e apre loro questa conoscenza di ciò che deriverà dal mistero della Pasqua ormai imminente. Il linguaggio che Gesù usa è di tipo apocalittico, quindi carico di immagini, di segni e che abbisogna di una decodificazione per non esser letto come minaccia o come terroristico: quegli astri che cadono, quel sole che non splende più e quelle potenze dei cieli sconvolte vogliono dire che ci sarà un nuovo ordine del cosmo, che “le cose vecchie sono passate” (cfr 2Cor, 5,17; Ap, 21,4), il mondo che conosciamo passa perché scocca l’ora di un mondo nuovo in cui il Figlio dell’uomo verrà con la sua gloria a dire una parola definitiva sulla storia.

La pagina comunica un senso di timore perché certamente quell’ora sarà anche ora di giudizio; comunica però anche un grande senso di consolazione perché quell’ora sarà ora in cui sarà palese la vittoria dell’amore, la vittoria di Dio ma soprattutto sarà ora di presenza di Colui che i discepoli di tutti secoli hanno amato e desiderato, fin dai tempi della Prima Alleanza … Sarà ora in cui la sua presenza ci permetterà di vedere quel volto tanto atteso (cfr Es 33, 23; Sal 11,7; Sal 27,8) … la sua presenza … non a caso la Chiesa cominciò a chiamare quel giorno del ritorno del Figlio dell’uomo con la sola parola parusia che significa proprio “presenza”.

Anche la prima lettura, tratta dal Libro apocalittico di Daniele, ci mostra questo duplice aspetto: timore e consolazione. In un tempo di grave pressura e persecuzione, tempo in cui i credenti possono cadere nel cinismo e nello scoraggiamento se non nel tradimento, c’è salvezza perché Dio non solo si fa presente, ma dichiara di essere stato sempre vigilante sul suo popolo: “Sorgerà il gran principe Michele che vigila sui figli del tuo popolo”.

Il testo di Marco, all’annunzio di fede, fa seguire dei moniti da parte di Gesù: sottolinea l’imminenza della Parusia ma, contemporaneamente – e ciò pare contraddittorio – precisa subito che nessuno conosce il tempo e l’ora di quella venuta, paradossalmente neanche il Figlio dell’uomo che ne sarà protagonista.
In realtà Marco qui non si contraddice; desidera tuttavia comunicare che l’attesa cristiana è complessa in quanto due possono essere gli atteggiamenti, entrambi errati e portatori di vuoto e morte: ci può essere chi, vedendo tardare la Parusia e vedendo che la storia è sempre la stessa e che continuano ad imperare guerre, morte, ingiustizie, dolori, iniqui che trionfano e giusti che patiscono, può allentare l’attesa e divenire cinico fino a farsi mondanizzare, fino ad adeguarsi a quel mondo che è sempre uguale che non è per nulla cambiato. Dall’altro lato ci può essere chi, presumendo l’imminenza immediata della Parusia, perde ogni interesse alla storia ed alla lotta da fare, nel quotidiano, per essere segno di un’alterità che racconti Dio.
I due atteggiamenti sono entrambi mortiferi poichè davvero lasciano la storia così com’è: i primi vi si adeguano, i secondi se ne disinteressano! Così l’Evangelo viene spento, reso innocuo ed inoffensivo.

Marco ci vuole dire che l’imminenza della Parusia non è un’imminenza cronologica, è un’imminenza, vorrei dire, di certezza, è l’imminenza di un compimento già avvenuto ma che deve ulteriormente compiersi; è l’imminenza del “già e non ancora”! Una simile imminenza vuole che il credente vigili come se l’ora fosse oggi, ma senza affannarsi in impazienze e previsioni. Si deve vigilare cioè come se tutto avesse il suo fine oggi ma si lotta contemporaneamente come se questo fine fosse lontano!

Solo così si può avere vera incidenza nella storia. E’ il solito pericolo che la Chiesa ha corso per secoli e che ancora rischia di correre: quello cioè di installarsi nella storia, adeguandosi alla storia e diventandone addirittura un ingranaggio “religioso” e giustificativo; questo mi pare il pericolo più grande e da temere, anche perché è il più facile da correre in quanto questo atteggiamento di adeguamento alla storia sorge dall’evidenza dei meccanismi mondani a cui è più facile assentire che opporvisi. L’altro atteggiamento è tipico non solo di certi gruppi millenaristici (che spuntano in ogni secolo!) e che sono sempre pronti a mostrare i calcoli del giorno della fine del mondo, ma è soprattutto l’atteggiamento spiritualoide di chi pensa che, per essere pio, il cristiano debba fuggire dal mondo, disprezzarlo e disinteressarsene per pensare solo allo “spirito” … è l’atteggiamento di chi storce il muso davanti alla concretezza della storia con cui si è chiamati a compromettersi e fa questo per un preteso distacco ammantato da Evangelo.

La parola di oggi, invece, ci porta nella storia ma con lo sguardo rivolto all’oltre e vivificato dalla speranza. La parola di oggi ci vuole nella storia come dei coraggiosi che lottano ma con una certezza nel cuore: la vittoria di Cristo è sicura. Attenderlo significa portare frutti di amore, di giustizia e di novità nella storia perché Lui, al suo ritorno, come cantiamo nella notte di Pasqua, trovi accesa la fiamma dell’Evangelo e da lì possa iniziare ad accendere di vita tutto il cosmo portando a compimento ciò che noi, pur lottando, non abbiamo saputo portare a compimento!

Che grande consolazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano