II Domenica di Pasqua (Anno C) – Shalom!

 

 PERDONATI, PERDONIAMO

At 5, 12-16; Sal 117; Ap 1, 9-11a.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

 

Scriveva il Beato Paolo VI: “Non pochi che si dicono cristiani hanno della fede un’idea imprecisa; pensano della fede ciò che essa davvero non è: offesa al pensiero, catena per il progresso, umiliazione per l’uomo, tristezza per la vita …”

Il racconto evangelico di oggi, in questa seconda domenica di Pasqua, ci mostra invece gli infiniti spazi di gioia che l’adesione all’“incredibile” fede pasquale nel Crocifisso-Risorto può spalancare all’uomo.

L’Evangelo di oggi, tratto da quello che doveva essere l’ultimo capitolo del IV Evangelo (il capitolo seguente, il ventunesimo, come è noto fu aggiunto dalla Chiesa giovannea in un secondo momento della redazione) ci narra l’incontro con il Risorto come capace di vera liberazione dalle paure, dalla tristezza, dall’isolamento, dalle ristrette pastoie dei nostri pensieri imprigionanti … un incontro che apre ai discepoli un oltre che non sapevano neanche immaginare.

La fede non è offesa al pensiero ma dà capacità al pensiero di espandersi e di comprendere quel che prima, senza di essa, non era neanche pensabile; la fede non è catena al progresso, anzi ci apre a vie di ulteriore che portano l’uomo alle sue estreme possibilità di presenza e di azione nella storia; la fede non umilia l’uomo ma lo rende libero e gioioso; la fede gli chiede di scegliere, di credere, gli apre una possibilità di “grandezza” straordinaria; la fede produce gioia lì dove sembrerebbe non poterci essere.

L’ingresso di Gesù nelle porte chiuse ed attraverso le pareti impenetrabili della debolezza e della paura di quei discepoli in lutto avviene con una parola straordinaria: Pace a voi!
Per Giovanni è il vero saluto pasquale. Shalom!
E’ il saluto ordinario della tradizione ebraica, eppure Giovanni è stato attento a non farlo mai apparire sulle labbra di Gesù prima di questo momento …la pace l’aveva promessa durante i discorsi di addio dicendo ai discepoli che dava loro la sua pace che è ben altra cosa dalle paci che può dare il mondo (cfr Gv 14, 27;16,33).
Ora qui, nella sera della Risurrezione, la proclama perché nella sua Pasqua la pace è, per l’uomo, una vera, possibile realtà. Ne mostra subito la fonte: le sue ferite d’amore. Il testo qui è straordinario: «I discepoli gioirono al vedere il Signore». Anche questa gioia aveva promessa nei discorsi d’addio: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà» (cfr Gv 16, 22) ma la cosa straordinaria è che i discepoli si rallegrano dinanzi a quelle piaghe, piaghe che non vengono mostrate per divenire un rimprovero o un rinfacciare fughe e tradimenti, ma perché siano proclamazione d’un amore sconfinato; e quei poveri dieci uomini colgono tutto questo fuoco d’amore, di novità, di futuro che scaturisce dal corpo del Crocefisso Risorto. Li è andati a cercare nei territori tremendi delle loro paure, dei loro sepolcri (sono chiusi dentro, ha detto l’Evangelista!), della loro mancanza di speranza e di futuro. Gesù è passato attraverso quei muri terribili ed è lì ad annunziare pace e a donare gioia. Una gioia ed una pace che non possono restare loro possesso, ma che li proiettano nel mondo ad essere, a loro volta, liberatori e portatori di gioia.

Cosa dovranno essere per la forza di quel soffio ricreatore che Gesù dona loro?
Dovranno essere segno incarnato della remissione dei peccati, di un’era nuova in cui i peccati degli uomini sono rimessi definitivamente; chi li vedrà – trasformati dalla libertà che è data loro, e inondati dalla gioia che, paradossalmente, viene da quelle piaghe di croce – dovrà poter vedere uomini riconciliati e perciò riconcilianti. La prima icona di Chiesa che il Risorto disegna ha il volto di una comunità che perdonata, si perdona reciprocamente al suo interno e, per questo, diviene capace di annunziare la misericordia pasquale agli uomini, divenendo così capace di essere porta per la misericordia che libera e colma di gioia. La Chiesa può essere solo questo!

Il primo compito della Chiesa non è elencare i peccati degli uomini ma è raccontare la misericordia che libera da tutti i peccati, e questo non a parole ma mostrandola nella propria carne, personale e comunitaria! Sarà la misericordia narrata così a rivelare il peccato che ne è l’esatto contrario. Chi riceve l’annunzio di misericordia attraverso una siffatta Chiesa non potrà fare a meno di vedere in faccia la verità dei propri peccati. La riconciliazione non è un chiudere gli occhi al male; la misericordia non è una “depenalizzazione” dei peccati; al contrario è una dichiarazione di perdono su qualcosa che è estremamente grave e pesante! Non ci può essere vera misericordia se non c’è verità sul peccato e sulla sua tragicità. La misericordia libera da qualcosa che è realissimo: quelle porte chiuse e quella tristezza sono realissime … e su quelle opera la misericordia, che fa germogliare la libertà e la gioia.

L’esperienza di amore e di liberazione che quei dieci discepoli hanno fatto in quella sera del primo giorno dopo il sabato è narrata a Tommaso, l’assente, il fuggiasco, colui che non solo si era nascosto (come gli altri dieci!) ma si era nascosto da solo. Giovanni usa l’imperfetto per parlarci di quel racconto fatto a Tommaso: «Gli dicevano: abbiamo visto il Signore!», e con insistenza cercano di farlo uscire dal suo buio autosufficiente ed incapace di vedere il proprio peccato; Tommaso è convinto di avere tutte le buone ragioni per non credere e non si accorge che il suo peccato è grande: è peccato di incredulità verso la Chiesa ormai radunata dal Risorto e chiamata all’annunzio, è peccato di fuga dalla famiglia ecclesiale.
E Gesù lo va a cercare proprio lì, nella sua pretesa di toccare e vedere, nella sua durezza di cuore; vince quella pretesa e quella durezza di cuore con la sua condiscendenza: «Metti pure qui il tuo dito … stendi la mano e mettila nel mio costato» …
Lo prega di non essere più senza fede ma di entrare nella fede; gli chiede di cedere a Lui le sue buone ragioni, e di lasciarsi avvolgere da quell’amore che lo è andato a cercare, da quell’amore che ha vinto la morte anche per lui, da quell’amore che lo prega e che raduna i suoi dalle terre di morte, di prigionia e di dispersione.
Tommaso è vinto, si lascia vincere e proclama la fede generata da quel Gesù che lui aveva abbandonato e che invece non ha abbandonato lui: «Mio Signore e mio Dio!»

L’Evangelo si conclude con la proclamazione da parte di Gesù che c’è però una fede ancor più perfetta di quella di Tommaso, quella di chi crederà senza vedere … quella fede che si farà generare dall’ascolto…
Straordinaria a questo proposito, è la finale del capitolo (che doveva essere la finale di tutto l’Evangelo): «Molti altri segni fece Gesù sotto gli occhi dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo» … insomma, chi leggerà quel che è scritto, chi ascolterà le parole dell’Evangelo, potrà entrare in quella fede che non vede.

La fede pasquale è frutto della vittoria di Cristo sulla morte e si radica nel cuore degli uomini grazie ad un’altra vittoria: accoglie la fede che si lascia vincere dall’amore, che viene a cercarlo condiscendente per donare la pace, la gioia, la libertà!

Di questo noi siamo testimoni!
Vinciamo se ci lasciamo vincere!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pasqua di Resurrezione (Anno C) – Lo abbiamo atteso

 

…E ORA CI TENDE LA MANO

Veglia

Gen 1, 1-2,2; Gen 22, 1-18; Es 14, 15-15,1; Is 54 ,5-14;Is 55, 1-11; Bar 3, 9-15.32-4,4;

Ez 36, 16-28; Rm 6, 3-11; Lc 24, 1-12

Messa del giorno

At 10, 34a.37-43; Sal 117; Col 3, 1-4 (opp.1Cor5, 6b-8); Gv 20 ,1-9 (sera Lc 24, 13-35)

 

Celebrare la Pasqua!
Lo abbiamo fatto nel Santo Triduo seguendo il Signore nei passi della sua Passione, dal Cenacolo al Getsemani, dal Getsemani agli oltraggi e al processo iniquo, dalla Croce al sepolcro di Giuseppe d’Arimatea …
Abbiamo contemplato la Croce gloriosa in cui ci è stato raccontato tutto Dio, e abbiamo visto lì la sua gloria che è presenza che salva; la gloria, che è il sì incondizionato a Dio, è detta tutta in quella croce su cui lo Sposo ha donato tutto alla Sposa.

Noi lo abbiamo atteso questo Sposo, sceso per amore nelle profondità della morte e degli inferi; lo abbiamo atteso, a differenza dei discepoli che, in quei giorni di primavera dell’anno 30, nulla attendevano più. L’abbiamo atteso perché l’Evangelo, in un giorno benedetto della nostra vita, ci ha incontrati e trasformati e, su questo mistero di morte e di amore, abbiamo fondato tutta la nostra vita; abbiamo atteso la Pasqua, abbiamo atteso la santa notte di Risurrezione e questo Santo giorno di Pasqua! L’abbiamo atteso per esporre ancora le nostre vite alle potenti energie della Risurrezione, per immergere ancora le nostre storie nell’amore radicale del Padre, del Figlio e dello Spirito, in un rinnovato Battesimo che imbeva tutte le nostre fibre.

Ne abbiamo bisogno! La Pasqua di Gesù non è un fatto perduto oltre il fossato abissale di questi duemila anni; è invece evento che ci cerca ogni giorno e con cui – direi – “scontrarsi” ogni giorno, per chiederci se abbiamo assunto lo stile dell’uomo nuovo che Gesù ci ha mostrato, uno stile che, lungi dall’essere sovrumano, è invece pienamente umano … la Pasqua ci provoca e ci sfida … ogni anno, ogni giorno.

La Risurrezione di Gesù, avvenuta nel segreto del sepolcro di Gerusalemme in questa Santa Notte, si è manifesta negli incontri del Risorto con le donne e con i suoi … le apparizioni avvengono nel tempo e nello spazio della storia, della nostra storia umana e vengono a dirci che il nostro mondo è realmente toccato dal corpo del Risorto, una realtà del tutto nuova quel corpo, una realtà impensabile alla storia stessa. Il Signore Gesù, il Risorto, tende la mano verso di noi e verso questo mondo, e ci chiede un’obbedienza concreta, nel nostro corpo; ci chiede di seguirlo su questa via di novità possibile anche là dove si imporrebbe una assoluta impossibilità ed impotenza.

La sua Risurrezione al terzo giorno ci grida proprio che lì, dove ogni speranza pare morire, Dio risponde con il suo amore indefettibile e concretissimo che capovolge ogni “status” di morte, con il suo amore che si è “sporcato le mani” con la nostra carne e che non si accontenta di toccare le nostre “anime” ma ci vuole toccare in tutta la nostra corporea umanità per evitarci il rischio di una facile caduta verso vuoti e falsi spiritualismi. La Risurrezione al terzo giorno è proprio la risposta di Dio a ciò che a noi uomini pare perduto per sempre: se il primo giorno è il giorno del disastro irreparabile (la morte), il secondo giorno è il giorno della stasi che pare irreversibile (la tomba chiusa) ed è lungo questo secondo giorno, il terzo giorno è l’ora del “novum” inatteso e insperato.

La Risurrezione provoca la nostra carne a passare attraverso il dono totale di sé per giungere ad una vita colma di senso e di eterno. Il Risorto ci dice che la nostra carne può profumare di eternità a patto di scegliere la via costosa della Pasqua.

L’alleluia pasquale di questa notte e di questi cinquanta giorni non è un canto di gioia beneaugurante, ma è la dichiarazione di voler essere, come il Cristo, gloria di Dio che racconta il primato del Padre, di voler davvero appartenere a questo mondo toccato dalle energie del Risorto!

Rivestiti dal Risorto, fin dal giorno del Battesimo, in ogni Pasqua ridiciamo il nostro sì a questa veste luminosa da custodire nella fede in ogni giorno della nostra vita.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pasqua di Resurrezione (B) – Dio è fedele

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NON ABBIATE PAURA!

 

Veglia

Gen 1, 1-2,2; Gen 22, 1-18; Es 14, 15-15,1; Is 54, 5-14; Is 55, 1-11; Bar 3, 9-15.32-4,4;
Ez 36, 16-28; Rm 6, 3-11; Mc 16, 1-8

Messa del giorno

At 10, 34a.37-43; Sal 117; Col 3, 1-4 (opp. 1Cor5, 6b-8); Gv 20, 1-9 (sera Lc 24 ,13-35)

 

Il Crocefisso è risorto! E’ questo il kerygma dell’alba di Pasqua… il Crocefisso è risorto! La verità della Pasqua è lì: è proprio il Crocefisso  che è risorto.

E’ essenziale mantenere l’identità tra Crocefisso e Risorto, e questo Crocefisso è Gesù di Nazareth, uno che è morto perchè ha predicato un Dio altro, diverso, scandaloso, contraddittorio di tutte le immagini religiose di Dio, contrario a tutti gli incasellamenti ed usi strumentali di Dio; uno che ha affermato che per “onorare” questo Dio bisognava vivere in un certo modo, con una prassi quotidiana diversa e “scandalosa” …

Gesù di Nazareth: uno che è morto per questo scandalo, e che ha affermato che questa vita altra era l’unico modo per raccontare il vero volto di Dio.

La sua Risurrezione dice che Dio si riconosce in questa diversità, la Risurrezione dice che Dio è “dalla parte” di quel Crocefisso e delle cose che Lui ha proclamato con la vita, le parole, le relazioni con le persone, con le scelte … insomma, Gesù ha narrato un certo volto di Dio in cui Dio stesso, risuscitandolo dai morti, si è assolutamente riconosciuto.
Gesù ha pensato Dio in modo del tutto diverso da come l’hanno pensato gli uomini, e gli uomini “religiosi” in particolare…

La diversità assoluta tra il Dio creato ed immaginato dagli uomini ed il Dio vero che Gesù ha raccontato è il terreno della grande “battaglia” che il cristianesimo avrebbe dovuto ingaggiare con ogni “religione”, ma purtroppo spesso si è trasformato esso stesso in “religione”.

Il Dio vero, quello che ha risuscitato Cristo dai morti dando su di Lui “prova sicura” (cfr At 17, 32), è Colui che noi abbiamo “scartato” (cfr Sal 118, 22; At 4, 11), trattato come rifiuto … è un Dio rifiutato che non si impone con la potenza, e che risuscita il Figlio non per vendicarsi del mondo che l’ha inchiodato alla croce, ma per salvare quello stesso mondo; è il Dio che risponde all’orrore con la misericordia, all’odio con l’amore, al rifiuto con l’abbraccio che perdona.

Questo è la Pasqua!
Non si deve ridurre la Risurrezione di Gesù ad una generica vittoria sulla morte, ad una dolcissima e consolante vittoria della vita sulla morte; la rivelazione cristiana va più a fondo, molto più a fondo! C’è qualcosa in più: solo una vita donata è sottratta alla morte e conduce alla risurrezione…non ogni esistenza è fuori dall’artiglio della vaquità, del non-senso, della morte … una vita tenuta “come un tesoro geloso”, con avarizia, stretta a sè come possesso da non perdere, non vince la morte!

La Risurrezione proclama la vittoria di un certo modo di vivere: quello di Gesù! Chi lo “segue non cammina nelle tenebre ma avrà la luce della vita” (cfr Gv 8, 12).

La Risurrezione di Gesù proclama il Dio fedele al di là di ogni nostra fedeltà, e anche questo  scandalizza i “benpensanti”.

Sì, il Dio fedele!
E’ fedele il Padre che non ha abbandonato Gesù nella morte e, se ha taciuto nelle tenebre della Passione, ha poi gridato sollevandolo dagli abissi della terra (cfr Sal 30).
E’ è fedele Gesù che, appena risorto, pensa ai discepoli che pure l’avevano lasciato solo, abbandonato … il giovane avvolto in bianche vesti, che le donne incontrano nel sepolcro aperto, ha un messaggio precipuo da dare alle donne: Dite ai suoi discepoli e soprattutto a Pietro: Vi precede in Galilea; là lo vederete, come vi disse. Lo hanno abbandonato in quella fuga vergognosa del Getsemani, e per tutta la Passione si sono eclissati; ma per Lui sono ancora e sempre i suoi discepoli! Gesù non li abbandona alla dispersione, perchè Lui è fedele! Se fosse stato per la fedeltà dei discepoli, l’Evangelo sarebbe rimasto nel cuore e nei sogni di Cristo … Il finale dell’Evangelo di Marco, con le donne sopraffatte dall’immensità dell’annunzio della Risurrezione che vanno via dal Sepolcro e non dicono nulla a nessuno perchè hanno pauraci dice che se fosse stato solo per le donne la vicenda di Gesù sarebbe caduta nel silenzio.
Marco con questo strano finale, con quell’ultima parola che è la paura delle donne, ci grida che è solo la fedeltà del Signore che permetterà all’Evangelo di correre per la storia!
Marco ci dice che la Risurrezione non è evento trionfalistico “a basso prezzo”: il gioioso annunzio della Risurrezione ci sarà, ma a partire da un nuovo inizio in Galilea, in cui la fedeltà di Cristo permetterà ai discepoli di ricominciare la sequela sperimentando la fedeltà di Colui che li precede sempre!

Il finale di Marco non è facile, perchè ci fa riporre tutto nelle mani di un Dio fedele al di là di ogni immagine religiosa di Dio; un Dio fedele che dice sì ad una vita che si consegna, si fida!
Così fu la vita di Gesù!
Così deve essere la vita del discepolo, chiamato a consegnarsi alla sola fedeltà di Dio; quella fedeltà narrata nella vicenda di Gesù Cristo, chiamato a smettere di confidare in se stesso.

Se si passa dalla nostra fedeltà a questa fedeltà di Dio, si sarà entrati nella Pasqua!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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