XXX Domenica del Tempo Ordinario – Bartimeo

LASCIARSI GUARIRE E ILLUMINARE DA DIO

Ger 31, 7-9; Sal 125; Eb 5, 1-6; Mc 10, 46-52

 

E’ strano: i discepoli, quelli che erano con Gesù e si sentivano dalla sua parte (tanto in intimità con Lui da pretendere di “dargli insegnamenti” come Pietro e tanto da chiedergli con sfacciataggine i primi posti come Giacomo e Giovanni) non capiscono chi davvero è Gesù e non si sono ancora compromessi…e qui, invece, a Gerico, incontriamo uno “ai margini”, uno rifiutato, uno zittito che si compromette: è Bartimeo il cieco!

Marco ce lo presenta come “icona” del vero discepolo disposto ad uscir fuori dalla sua condizione, dalla sua cecità, dalla sua mendicità per mettersi sulla strada di Gesù.

Dinanzi alla cecità dei discepoli, di fronte alla passione di Gesù annunziata tre volte ed ormai imminente, Marco, con questo racconto del cieco Bartimeo, ci dice che è necessario lasciarsi guarire ed illuminare da Gesù per poter entrare con Lui nella passione, al seguito di questo Messia altro che i Dodici ancora non riescono a comprendere e ad accettare.

Bartimeo è cieco, e sa di esserlo, e sa di aver bisogno di Gesù; è diventato cieco (infatti chiede di riavere la vista; alla lettera di “ri-vedere”!); la vita, il “mondo” l’hanno reso cieco, e Bartimeo conosce questa sua vicenda di accecamento. E’ quanto accade a tanti…forse a tutti? Si diviene ciechi per i “fumi” del mondo, per le false piste che il mondo prepara perchè si creda “possibile” ed allettante ciò che, alla fine, ci rende ciechi, insensibili, egoisti, bramosi di dominio.

Notiamo che Bartimeo chiama Gesù con un titolo messianico pericoloso (“Figlio di Davide”), pericoloso perchè è un titolo che evoca direttamente una regalità fraintendibile; Gesù, però, questa volta non rifiuta questo titolo, lo accetta; tra poco, infatti, sulla croce, ogni fraintendimento sulla sua regalità verrà spazzato via. Gesù desidera incontrare quel povero che lo aveva chiamato Figlio di Davide. Nessuno sente la voce di Bartimeo e quelli che la sentono vogliono farlo tacere: solo Gesù sente davvero quella voce di povero che chiede luce e salvezza. Chiede che sia chiamato. Quelli che vanno a chiamarlo lo fanno con un invito che non può che essere una chiara allusione a ciò che avviene nel credente che si lascia illuminare da Gesù, ed è disposto a seguirlo per la sua via: Coraggio! Alzati! Ti chiama. Una chiara allusione alla risurrezione: “égheire” è l’imperativo del verbo “egheíro” che è il verbo che il Nuovo Testamento userà per dire la risurrezione di Gesù. E Bartimeo si alza lasciando il mantello che, nella tradizione Biblica, è il segno della dignità e della potenza dell’uomo (pensiamo ad Elia che lascia il suo mantello ad Eliseo investendolo così del suo ministero profetico; cfr 2Re 2,13-14). Il mantello di Bartimeo è la sua vita di prima, la sua condizione di prostrato, di umiliato, di accecato. E Bartimeo si trova dinanzi a Gesù, e Gesù si pone dinanzi alla libertà e alla volontà di Bartimeo: Che vuoi che io faccia?, gli chiede. Bartimeo gli chiede di riavere la vista chiamando Gesù “Rabbunì” che signigica “Maestro mio”: ecco che Bartimeo apre qui la sua libertà alla luce di Gesù. Con Lui Bartimeo dichiara di voler avere una relazione profonda e personale; si apre alla luce che è relazione con questo Maestro che non insegna solo belle parole ma che sta andando a Gerusalemme a dare la vita…Se il cieco di Betsaida (cfr Mc 8, 22-26) era stato guarito “a tappe”, Bartimeo è guarito immediatamente; in più Gesù non lo rimanda a casa. Come non aveva impedito a Bartimeo di gridare il “segreto messianico” (“Figlio di Davide!”) così non gli impedisce di seguirlo sulla strada per Gerusalemme! Ecco il fine del discepolato: gridare chi è Gesù, lasciandosi illuminare da Lui, e seguirlo sulla via verso la Passione.

Questo mendicante, a differenza del giovane ricco, ha un nome che l’Evangelo custodisce e che ci consegna: è icona di quel discepolato che anche i Dodici devono imparare da questo povero. Bartimeo è un insegnamento estremo che Gesù dona a Pietro, che si mette come inciampo tra Lui e Gerusalemme (cfr Mc 8,32-33), dona ai Dodici che disputano sul primato dell’uno sull’altro (cfr Mc 9, 33-37),e dona a Giacomo e Giovanni che vogliono posti di potere (cfr Mc 10,35-40). Bartimeo è l’antitesi del giovane ricco, è la “beatitudine” dei poveri che è resa visibile: un povero che ancora si spoglia per seguire Gesù sulla sua stessa via di spoliazione, sulla via del Figlio di Davide che da re si farà schiavo fino alla croce.

Per l’evangelista Marco, Bartimeo è un invito al suo lettore che – ricordiamolo – era il catecumeno il quale, nel prepararsi al Battesimo, doveva decidere di lasciare la sua vita di prima per seguire questo Dio scandaloso, che si era lasciato “affogare” (alla lettera “battezzare”; cfr Mc 10,38) nella violenza del mondo per raccontare l’amore del Padre. Un invito a gridare a Gesù di poter vedere fino in fondo quello che accadrà a Gerusalemme! Un invito a chiedere a Gesù di non lasciarsi scandalizzare dalla croce, un invito a chiedere occhi per continuare a leggere, senza paura, l’Evangelo con cui imparerà a seguire Gesù sulla sua stessa strada.Per seguire Gesù è necessario contemplare, nella fede, il suo cammino. La sequela è itinerario faticoso che richiede conversione, spoliazione, vendite, scelte di servire e di dare la vita come il Figlio dell’Uomo.on è un caso che tutta questa sezione dell’Evangelo di Marco che riguarda la sequela autentica di Gesù – dalla domanda “Voi chi dite che io sia?” (cfr Mc 8,29) fino all’invito a servire dando la vita come il Figlio dell’uomo (cfr Mc 10,45) – sia racchiusa tra due guarigioni di ciechi: il cieco di Betsaida che pian piano vede (Mc 8, 22-26) e Bartimeo che vede subito e si mette a seguire Gesù immediatamente!

Bartimeo, al termine di questo cammino sulla sequela di Gesù, è davvero per noi provocazione e domanda. Lasciamoci interpellare e gridiamo verso Gesù senza lasciarci mettere a tacere dal mondo che non crede alle novità e che vorrebbe che tutto restasse immutato per custodire un presente imprigionanante ma comodo, forse monotono ma pieno di sicurezze.

La luce che Gesù dona illumina nuovi cammini e chiama a rischi pieni di vita!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi piccoli

ACCOGLIERE LA PICCOLEZZA E’ ACCOGLIERE DIO

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 -4.3; Mc 9, 30-37

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’ incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro che è radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” (Pietro vuole un Cristo potente e pretende di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!); oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri…non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci ha detto che che i discepoli non comprendevano queste parole (l’annunzio della passione) ed avevano paura a chiedergli spiegazioni…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8,32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo. D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario: non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di “uomini”: Il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, il che significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo! Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre; sì, perchè è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1,1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.

Gli uomini: tutti gli uomini! Nessuno escluso!

Non sono stati nè Giuda, nè quegli Ebrei, nè il Sinedrio, nè Pilato con i romani…sì, loro hanno fatto la loro parte  materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso proprio per il cuore di quei Dodici che sono i più vicini a Gesù.

Marco sottilmente (forse non tanto, bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni che ci sono!) ci dice qui il perchè: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via (un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo) ma invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro” a Gesù come gli era stato detto (“Torna dietro a me!”…cfr Mc 8,33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato e cioè davanti a Gesù a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere! “Chi è il più grande tra noi?” “Chi comanda?”

Certo una cosa però l’avevano capita e che cioè Gesù non la pensava così; lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certo, alla domanda circa la natura dei loro discorsi essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?

Gesù è paziente e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e deve imboccare; ecco le vie incredibili  di Dio: loro, i discepoli, anelano ai primi posti, Gesù anela all’ultimo posto! Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili ma anche impure: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte(cfr Mc 5,42), bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7,30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23ss), tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.

Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…e qui Marco è di una forza straordinaria in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura, leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia…che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica, esteriormente umile (ipocrita!), ma realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri; Gesù ha detto infatti: “chi vuole essere il primo sia servo di tutti”.

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sè ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso. Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1,18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi. E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!

XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) – Voi chi dite che io sia?

CRISTO SI INCONTRA QUANDO SI ASSUME LA DEBOLEZZA

Is 50, 5-9; Sal 114; Gc 2,14-18; Mc 8, 27-35

 

Domanda culmine dell’Evangelo di Marco quella che oggi risuona: Voi chi dite che io sia? E’ quella che anche nella nostra cappella monastica sovrasta l’icona del Crocefisso sul cartiglio della Croce. Il Crocefisso interpella e bisogna dare risposta.

Il testo dell’Evangelo di oggi, supportato da alcuni versetti del carme di Isaia sul Servo sofferente che è la Prima lettura, è piena di temi importanti e ne lancia di nuovi. E’ il cuore dell’Evangelo di Marco; si trova al centro preciso della narrazione e ne è culmine e punto di nuova partenza.

Le domande circa l’identità di Gesù erano risuonate in tutta la prima parte del racconto e da parte della gente (1,22.27) e da parte dei nemici per cui è un bestemmiatore (2,7) e da parte dei discepoli attoniti sulla barca dopo la tempesta sul lago (4,41) e da parte dei suoi concittadini che non riescono a vedere nell’ordinarietà di Gesù la verità della sua pretesa (6,1-6): Perfino Erode Antipa si chiede chi sia Gesù e presuntuosamente dà anche la sua risposta superstiziosa (6, 14-16).

Tutte queste risposte sono sintetizzate dai discepoli a Cesarea di Filippo; siamo fuori dalla terra di Israele e qui Pietro dirà la verità su Gesù: è il Cristo. Ma, lo vedremo, è una verità non compresa e detta in modo ambiguo; a Gerusalemme, al cuore della terra di Israele, Gesù verrà rigettato e crocefisso ma lì ci sarà la confessione autentica: “Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!” ma sulla bocca di un “lontanissimo”, sulla bocca di un pagano crocifissore.

Pietro, a nome di tutti, risponde con una prola di verità: è il Cristo, ma Gesù capisce bene che Pietro e gli altri ora posseggono una verità che però, essendo male intesa, può divenire pericolosa, fuorviante, ingannevole. Per questo li ammonisce severamente di non dire niente al alcuno. Su quella loro ambigua conoscenza Gesù pianta il primo annunzio della croce: se è vero che è il Cristo Egli lo è nella logica della croce, dell’offerta di sè non nelle logiche di potenza e di vittoria che albergano nel cuore di Pietro e degli altri (i figli di Zebedeo al capitolo 10 – vv.35-37 – sono ancora fissi su questa idea mondana di un Cristo vittorioso e potente, capo di eserciti e dominatore politico).

Appare qui una parola che, cara alla Chiesa nascente, deve diventare cara sempre più anche a noi: “parresía”; Gesù dice questa parola esigente sulla croce con “parresía”, con franchezza, senza infingimenti  o edulcorazioni; sì, va bene anche “apertamente” ma in cui bisogna cogliere il totale rifiuto di ogni volontà di blandire gli ascoltatori o di attrarli mostrando vie facili. Marco, alla lettera, scrive che Gesù “con parresía diceva la parola”.

E’ questo il primo annunzio della passione che l’Evangelo registra ed è introdotto da quel “dei” (“è necessario”, “bisogna”) che ha fatto nascere fiumi di interpretazioni a volte anche fortemente svianti. “E’ necessario” non significa che Dio ha voluto la croce di Gesù per essere “soddisfatto” dell’offesa arrecatagli con il peccato dell’uomo, non è un destino con cui Gesù è segnato da una “perversa volontà divina” (un Dio così non è il Padre delle misericordie che Gesù ha narrato con tutta la sua vita!); “è necessario” perchè una violenza inaudita sta per abbattersi sull’Inviato di Dio perchè in questo mondo ingiusto il giusto è condannato perchè il giusto è condanna del mondo con la sua sola esistenza (cfr Sap 2,12-20). Ma non basta questo a spiegare quel “dei”. C’è altro: Dio ha deciso di rivelarsi nella croce. Non può e non vuole farlo altrove: sarebbe travisato, come al solito, dalle perversioni “religiose” degli uomini. “E’ necessario” che Dio si riveli accettando su di sè la violenza inaudita del mondo. Il Dio che Gesù narrerà con la Passione non è il Dio che sopprime la violenza degli uomini con un atto di potenza, ma è il Dio che, in Gesù, sceglie di consegnarsi a quella violenza per dichiarare quanto essa sia mortifera, assurda e cieca. La attraverserà con amore e ad essa risponderà con la vita: “e il terzo giorno risusciterà!” Si badi e non “ma il terzo giorno risusciterà”! Non è un “ma” la Risurrezione, è invece la risposta impensabile di vita a un’opera di morte; così, in Gesù, Dio ha salvato il mondo: “inceppando” il meccanismo della violenza e rispondendo alla violenza con la tenerezza, all’odio con l’amore, alla morte con la vita.

Dio ha deciso di rivelarsi proprio lì sulla croce che gli uomini  preparano per il Figlio amato che così, e solo così, sarà il Cristo!

Pietro non può capire e “minaccia” Gesù, lo ammonisce a non dire quelle cose! Rimprovera la sua parresía! Marco usa qui lo stesso verbo che aveva usato per Gesù che ammoniva Pietro e gli altri di non parlare della sua messianicità (è il verbo “epitimáo” che esprime fermezza e minaccia ed anche biasimo); Pietro ha osato lasciare il suo posto di discepolo alla sequela di Gesù e gli è passato avanti per “minacciarlo” ed insegnare a Lui come essere il Cristo. Questo suscita ancora una “minaccia” (ancora il verbo “epitimáo”!) da parte di Gesù che non dice a Pietro  di allontanarsi, come pure alcune traduzioni fanno intendere, ma di “tornare dietro di lui”, di tornare alla sua posizione di discepolo. Solo da lì potrà seguirlo fino a Gerusalemme e capire chi davvero è Gesù, come è il Cristo!

Rispondere alla domanda circa l’identità di Gesù è di capitale importanza per ogni vita cristiana in quanto ogni inganno su quella identità diventa inganno nella sequela e nel volto di Chiesa che si propone. La vera conoscenza dell’identità di Gesù fonda tra noi e Lui una relazione autentica e Marco in questo testo è chiarissimo: nessuna relazione con Cristo che si fondi sul desiderio di potere e sulla pretesa di sapere tutto. L’Evangelo è fortemente critico su queste vie! Sono quelle che Pietro sogna e sono quelle del mondo e non quelle scelte da Dio.

Chi vuole essere discepolo di Gesù di Nazareth dovrà passare attraverso il sonno del Gethsemani, attraverso la fuga, attraverso i rinnegamenti, attraverso la paura che impedisce di salire al Golgotha; passando per queste vie fallimentari il discepolo diventerà discepolo per davvero perchè capirà che Cristo, quello vero, il solo vero, si incontra solo quando si assume la debolezza, quando si capisce che si è impotenti e poveri, quando si capisce che da soli non si può neanche accedere alla fede. Altre vie sono diaboliche, in senso letterale, perchè separano, dividono da Cristo!

Per poter capire chi è davvero Gesù è allora necessario fare solo quello che Gesù stesso ha chiesto perentorio a Pietro: “opiso mou!”, “passa dietro di me”.

Solo da quella posizione di vera sequela si può contemplare il suo cammino verso Gerusalemme; lo si seguirà forse a tentoni, forse tra tante cadute, ma poi si contemplerà la Croce e da lì si portà ripartire! Certo, la via della croce è dura, disorientante e richiede lotta!

Dinanzi alla croce resta impassibile e sereno, senza disorientamenti e tentennamenti, solo chi, abituato al racconto dell’Evangelo, ne ha fatto una “storia religiosa” su cui, tutt’al più, versare qualche lacrimauccia come a teatro e non capisce più che Gesù ed il suo Evangelo sono un interrogativo radicale e compromettente sull’esistenza dell’uomo.

XVI Domenica del Tempo Ordinario – Attorno a Gesù

LA VITA ECCLESIALE

 Ger 23, 1-6; Sal 22; Ef 2, 13-18; Mc 6, 30-34

 

 

I Dodici inviati tornano…

Ecco così che, se domenica scorsa avevamo contemplato l’inizio della corsa dell’Evangelo per le strade del mondo, oggi contempliamo l’inizio di una vera vita comunitaria capace di mettere assieme gioie, fatiche, stupori, dolori, fallimenti, preoccupazioni, stanchezze; una vita comunitaria che ha al centro Gesù (Si riunirono attorno a Gesù) e che solo lì trova conforto, riposa, forza.

Una vitta ecclesiale, apostolica, colma di attività al servizio del Regno se non trova il suo centro reale (e dunque non ideale o intenzionale!) in Gesù, diventa altro, smarrisce la forza libera dell’Evangelo, si perde nei rivoli delle contese e delle rivalità o nelle pastoie delle recriminazioni e lamenti o nelle autoesaltazioni.

Attorno a Gesù! E Lui è lì per accogliere e difendere, per offrire riparo e riposo, è lì per dichiarare con dolce fermezza la necessità di un “altrove” solitario per un riposo con Lui!

È vero che dopo, nel racconto di Marco di oggi, questo non accade fino in fondo in quanto le folle ancora premono e sono spaesate ed abbandonate, ma ciò non destituisce di importanza la dichiarazione della necessità di questo tempo con Lui, del tempo del riposo, del tempo dell’”altrove”!

Le folle premono e generano in Gesù quel moto che è all’origine di tutto l’Evangelo: la commozione-compassione; questa è all’origine dell’Evangelo perché è proprio la commozione-compassione la causa dell’Incarnazione; è la commozione-compassione la causa della Croce. Unisco i due termini (commozione e compassione) per designare meglio cosa sia questo moto che avviene in Gesù: è un dolore profondo, un dolore viscerale, direi “irragionevole”; è come il dolore materno. Questo è suggerito dal verbo greco “splanchnίzomai” che deriva dalla parola “splánchna” (“viscere”) che significa “sentire dolore nelle viscere”; è allora un dolore materno, profondo perché proveniente dalle “viscere” in cui in figlio si è formato. E’ questa commozione profonda il cuore dell’Evangelo, una commozione che rivela l’amore ed è ragione di ogni moto di donazione da parte di Dio. Andare in disparte con Lui per riposare è allora, per il credente, andare alla fonte di questo amore che quando si incontra con la miseria, povertà e smarrimento dell’uomo, si concretizza in commozione, in dolore nelle viscere. Lo stare con Lui abilita i discepoli a questo sentire con Cristo; stare con Lui significa imparare a sentire quella sua commozione-compassione, è imaprare a far scaturire dall’amore la concretezza della compassione che, alla fine, si deve tradurre necessariamente in desiderio di portare gli stessi pesi, gli stessi dolori.

Infatti la commozione di Gesù si tradusse nella sua piena condivisione e della nostra umanità e della nostra morte e del nostro dolore; chi prova quella commozione profonda non può rimanere fuori dal dolore dell’amato, al contrario, lo vuole abitare e portare! Così fece Gesù, e così è necessario che faccia la sua Chiesa. Questo, però, sarà possibile solo se i suoi discepoli avranno sempre il “coraggio” di dare spazio al silenzio pieno di Lui, alla solitudine abitata da Lui, al riposo in Lui. Guai a chi ritiene non necessario quel salire sulla barca dell’ “anachòresis” (cioè del prendere le distanze dal quotidiano) e del riposo in Lui; il rischio è, come sempre, quello di smarrire l’identità del discepolato di Cristo e di vestire i panni di una delle tante (e, per carità, anche benemerite!) associazioni filantropiche!

Bisogna farsi convinti che è il vero rapporto con Cristo che rende veri e profondi, e scevri da ogni egoismo i nostri rapporti intra-umani.

La commozione-compassione di Gesù sorge dal vedere che quelle folle sono sole, nessuno se ne fa carico, nessuno le guida…dove vanno? Che speranze hanno in cuore? Hanno ancora speranze? Di cosa si “nutrono”? Gesù le guarda con amore e si fa loro pastore; si fa per loro nuovo Mosè che le deve e può guidare ad una vera terra di libertà, ad una terra promessa di pace  e di riconciliazione. Darà loro il pane, come Mosè diede il pane della manna, e poi, nel suo Esodo (cfr Lc 9,31) aprirà per quelle folle e “per moltitudini” (cfr Mt 26,28), una via di salvezza, una via di autentica umanità. Nuovo Davide, come ha scritto Geremia nell’oracolo che abbiamo ascoltato come Prima lettura, li pascerà nella giustizia facendo misericordia e regnando dalla Croce.

Salire sulla barca di questo Messia è sì riposare con Lui, è sì presa di distanza dal quotidiano ma per tornare agli uomini con lo stesso amore costoso del Messia Gesù; un amore che si fa con-passione e quindi dono. Salire su quella barca è condividere con Lui le sue due “passioni” quella per il Padre, da ricercare incessantemente nel silenzio, e quella per l’uomo da servire umanizzandolo ed indicandogli vie di vita e questo portandone i pesi e le ferite, senza darsi sconti. Le due “passioni” devono sempre stare assieme e mai, né l’una, né l’altra in modo implicito! Le vere “passioni” non tollerano l’implicito!