VI Domenica di Pasqua (Anno C) – Custodire la Parola della Croce

 


L’INABITAZIONE DI DIO

 

At 15, 1-2.22-29; Sal 65; Ap 21, 10-14; 22-23; Gv 14, 23-29

 

Nel comandamento nuovo Gesù non aveva chiesto nulla per sé e nulla per il Padre: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi»! Nel capitolo quattordici e anche in quello successivo dell’Evangelo di Giovanni, Gesù chiede di essere amato … o meglio, non lo chiede, ma pone l’amore che il discepolo ha per Lui come condizione perché possa irrompere nell’uomo la novità più sorprendente che si possa immaginare: la presenza di Dio non accanto all’uomo ma dentro di lui!

Se la Prima Alleanza partiva da un Nome che conteneva una promessa, «Io ci sono» (cfr Es 3, 14), la Nuova, Definitiva Alleanza spalanca dinanzi all’uomo un orizzonte che era inimmaginabile: questo esserci di Dio è nel credente, è nel discepolo, è in chi ha conosciuto Gesù che è la piena ed ultima rivelazione di Dio; la presenza di Dio è in chi si è innamorato di Gesù!
Questo non vuole essere un linguaggio mellifluo, sdolcinato; vuole essere un tentativo di dire la totalità e l’avvolgenza di questo amore per Gesù. Un amore che deve essere qualcosa che afferra tutto l’uomo, dal pensiero al palpito del cuore, dal corpo al sentire, dal sapere al volere, dal desiderare allo scegliere … solo chi ama così desidera “conservare” la parola dell’amato; sì, una parola da osservare, da serbare, da custodire perché non sia dimenticata; questo può avvenire solo nell’amore per colui che quella parola ha pronunziato!

Chi custodisce la Parola di Gesù (ricordiamo che il Quarto Evangelo era iniziato con la solenne affermazione che Gesù è la Parola! cfr Gv 1, 1ss) diventa “luogo” di Dio! Ecco la grande rivelazione di questo passo dei “Discorsi di addio” che oggi si legge: è possibile entrare in una circolarità di amore in cui si ama il Cristo e si conservano le sue parole diventandone “scrigno” e “tesoro”; questo permette al Padre di riconoscere, nel discepolo “innamorato” di Cristo e custode della sua Parola, il volto del Figlio amato e ciò produce l’inabitazione di Dio in quel credente! Sembra difficile ma non lo è; è invece molto lineare.

Il Padre ed il Figlio desiderano essere abitatori di quel cuore … colui che opera tutto questo; chi realizza questo desiderio del Padre e del Figlio è lo Spirito, il Parácletos, il Soccorritore, il Difensore il quale, poiché difende i diritti di Dio nel cuore del credente, lo fa nel modo più efficace possibile: ricordando Gesù ai discepoli! Il Paraclito insegnerà ogni cosa ma ricordando Gesù, ricordando tutto ciò che Lui ha detto e fatto!

Se si ricorda Gesù non si può evitare di “innamorarsene” sempre più…così tutto diventa possibile!

Da queste poche righe del Quarto Evangelo noi credenti riceviamo una rivelazione immensa che è capace di cambiare il volto della nostra interiorità, dei nostri slanci, il sapore delle nostre speranze; tutto possiamo fondare non su noi stessi, ma su un Dio in noi!

Possiamo così, e solo così, gustare la pace che è il biblico “shalom” che è concetto che contiene più del nostro concetto di pace; o forse è invito a scavare profondo all’interno di questo grande dono pasquale che è la pace.
Un dono che non si può cogliere superficialmente: a volte è colto solo come assenza di guerre, altre volte come quietismo, altre volte come repressione di moti violenti … no! La pace, lo shalom è unificazione del volere e del sentire, è unificazione del pensiero e dei gesti, è unificazione di sé con se stessi, è unità con Dio e con il creato … lo shalom è armonia, è pace su scala totale; è, in fondo, l’essere pienamente se stessi nell’amore e nella libertà, realizzando l’uomo che Dio ha “sognato nell’in-principio! Comprendiamo che questa pace può essere solo dono di Dio … nel Quarto Evangelo la pace (come anche la gioia cfr Gv 15, 11 e 17,13) può essere solo quella di Gesù: «Vi lascio la pace, vi dò la mia pace»! Ed è una pace tanto diversa da quella che può dare il mondo con i suoi inganni e le sue ambiguità.
E’ questa una pace che è il limpido prodotto della presenza di Dio nella nostra vita concreta, del suo aver preso dimora in noi!

Dio in noi genera la pace e libera dalla paura e dal turbamento! La paura è la grande nemica della pace perché è la grande nemica dell’amore («L’amore perfetto scaccia il timore» cfr 1Gv 4, 18), e solo l’amore può vincerla.

Dinanzi a questa prospettiva infinita che oggi la Santa Scrittura ci apre si può rimanere sbigottiti e si può avere l’impressione che tutto questo sia troppo! E’ vero! E’ troppo ma è per noi!

La visione finale del Libro dell’Apocalisse, che è oggi la seconda lettura, ci dice di una città risplendente di gloria perché è abitata da Dio, dal Suo Agnello! Credo che quella città, la Gerusalemme celeste, sia sì la città degli uomini che alla fine Dio realizzerà in pienezza, ma sia anche ogni credente che, essendo dimora dell’Agnello, è dimora di Dio, avvolto della gloria dell’Agnello che è la gloria dell’amore fino all’estremo, dell’amore senza condizioni e senza limiti!

Chi è “innamorato” dell’Agnello e lo lascia dimorare in sé, diviene “luogo” della gloria di Dio, “luogo” in cui si canta la presenza di Dio che ha un “peso”, un primato assoluto su tutto: sui pensieri, sulle scelte, sugli affetti, sulle vie da imboccare, sui sì e i no da dire per non conformarsi al mondo e per essere “custodi” di quella parola dell’Amato, che ci ha afferrato e che ci ha trasformati in uomini nuovi che sanno dove è la loro luce, che sanno che la lampada è l’Agnello!
E’ questa una parola compromettente: La lampada è l’Agnello! E l’Agnello è Cristo Gesù mite, umile, trafitto per amore ma vittorioso; l’Agnello sgozzato ma in piedi di Ap 5, 6!.

La luce in cui cammina il discepolo, insomma, è sempre quella della Pasqua: una luce “costosa”, passata per la croce, che custodisce in primo luogo la «parola quella della croce» (cfr 1Cor 1, 18): chi ama il Cristo custodisce “in primis” la “parola della croce” perché quella è la parola del suo amore senza condizioni!

La lampada, la luce in cui camminare, costi quel che costi, è dunque l’Agnello, solo l’Agnello!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In un mare in tempesta

 

NON PRENDE SONNO IL CUSTODE DI ISRAELE

Gb 38, 1.8-11; Sal 106; 2Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41

 

Dopo il discorso in parabole, Marco mette nel suo Evangelo una sezione di miracoli per dirci che l’Evangelo è portato agli uomini in parole ed in opere: le opere confermano le parole, e le parole rendono chiare le opere, i miracoli. Anche nell’Evangelo di Marco, in fondo, i miracoli sono dei gesti al servizio della fede, e non dei gesti meravigliosi tesi a suscitare lo stupore; la fede è suscitata dalla parola, ed i miracoli la rendono più forte e più chiara.
Certamente, poi, Marco racconta i miracoli non solo per mostrare la potenza di Gesù, che è tale sulla natura (la tempesta), sul demonio (l’indemoniato di Gerasa) ed in favore dell’uomo prigioniero dell’impurità e della morte (l’emorroissa e la figlia di Giairo), ma anche per narrare la sua misericordia, che ci mostra il vero volto di Dio.

Questo primo miracolo sul mare in tempesta vuole condurre il lettore, in primo luogo, a porsi quella domanda essenziale nella relazione con Gesù: «Chi è costui?». Una domanda che il Signore stesso, anche nel racconto della “tempesta sedata”, suscita con il miracolo stesso, e a cui lui solo può dare risposta vera e definitiva; risposta che poi si deve accogliere con fede, per entrare in un vero discepolato.

La domanda…la prima lettura, tratta dal Libro di Giobbe, ci conduce quasi alla fine di questo straordinario e profondissimo libro. E’ una scena di grande potenza drammatica: il Signore si presenta con tutta la sua potenza perché interpellato da Giobbe; dinanzi alle tragedie cadute sulla sua vita, il “poco paziente” Giobbe ha avuto il coraggio di fare domande a Dio, il coraggio di interpellarlo e, tra le risposte che il Signore gli dà, c’è questo breve tratto che riguarda il mare che, pure potente, è sotto la potenza di Dio!
I versetti che sono stati scelti per questo tema del mare ci permettono, a mio avviso, di sottolineare come il Signore sia al tempo stesso suscitatore di domande e sia l’unico capace di risposte…risposte che, però, bisogna cogliere nella fede e per la fede.
Il racconto della tempesta sedata è abilissimo a spostare il tema dalla potenza di Gesù sul mare al tema della fede dei discepoli il quale, ad un certo punto, diviene il centro di tutta la narrazione; anzi ne diviene la sua meta.

Già l’immagine di Gesù che dorme in mezzo alla tempesta, per quanto assolutamente illogica narrativamente, è molto forte.
La fede del discepolo, se nella difficoltà e nelle tempeste inevitabili della storia non resta salda, mostra tutta la sua immaturità ed il suo carattere “religioso”; una fede matura, invece, è capace di restare salda nella tempesta anche quando il Signore pare che dorma.

Quel dormire di Gesù – Marco specifica «su un cuscino», particolare che ha sempre intrigato i commentatori – è potente metafora dei silenzi tragici di Dio nelle spire della storia; quei silenzi di cui lo stesso Giobbe ha dovuto portare il peso, e nei quali ha avuto il coraggio di gridare…
Ed è lo stesso silenzio che il Signore Gesù dovrà portare alla fine dell’Evangelo quando il Padre, che pure aveva parlato all’inizio («Tu sei il Figlio mio, l’amato» cfr Mc 1, 11) ed al cuore dell’Evangelo («Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!» cfr Mc 9, 7), nel Getsemani tace, pure se invocato con il nome della tenerezza filiale («Abba, Padre, tutto è possibile a te; allontana da me questo calice» cfr Mc 14, 36). Ugualmente tace sulla croce, tanto da provocare in Gesù la più terribile delle domande: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cfr Mc 15, 34).

Contemplare allora quel Gesù che dorme sul cuscino, a poppa della barca di Pietro, è grande lezione spirituale per noi credenti, chiamati a credere ad una parola che tante volte pare smentita dalla storia e dalle sue vie tortuose, in cui il Signore sembra assente o addormentato. Già il Salterio aveva assicurato i credenti che «non si addormenta, non prende sonno il custode di Israele» (cfr Sal 121, 4).

Forse l’Evangelista qui si rivolge ad una comunità che è sballottata nelle tempeste, ed in tempeste che appaiono tanto più grandi e forti di lei: siamo ai tempi di una Chiesa perseguitata, ed all’indomani del martirio delle colonne della Chiesa (Pietro e Paolo). Una Chiesa così non deve dubitare della custodia del Signore e, anche se il Signore pare che dorma, non deve cessare di credere, e quindi di affidarsi.

Tra «le cose vecchie che sono passate» di cui scrive Paolo ai Cristiani di Corinto nella seconda lettura di questa domenica, bisogna annoverare in primo luogo anche la paura che è madre di ogni peccato, perché ci fa rifugiare spesso presso le sicurezze del mondo ed i suoi idoli o, peggio ancora, nelle nostre stesse mani.
Contro la paura, scrive Paolo, un pensiero ci spinge: c’è stato Uno che è morto per noi… e come credere che Questi resti addormentato dinanzi alle nostre miserie e paure?
Questo amore del Crocefisso, morto per noi, ci spinge dal di dentro a fare quel passo di consegna che è tanto più necessario nelle ore di tempesta.
La Vulgata traduceva questo versetto in modo molto profondo ed acuto: «Charitas Christi urget nos»! Sì, «l’amore di Cristo ci urge dentro»: ci brucia, e perciò ci spinge a gettarci nella mani di un Signore che a volte può tacere, può sembrare addormentato, può sembrare distante, ma che invece abita la sua Chiesa: è nella barca di Pietro, nella tempesta, e ne condivide le tempeste! Egli solo può rendere i nostri cuori alla pace, facendoli uscire dalle onde che paiono sommergere la nostra vita, le nostre storie, le nostre vocazioni, le nostre vite ecclesiali.

Il pensiero di Cristo e del suo amore ci deve spingere, scriveva Teresa di Lisieux, ad andare al profondo di noi, dove c’è la calma della sua presenza. andare oltre le superfici agitate e tempestose…
Ci vuole coraggio a tuffarsi per raggiungere quelle profondità, ma è proprio questo l’atto di fede necessario ad uscire dalla paura, per vincere la paura.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Pasqua (B) – A porte chiuse

 

Apparizione a porte chiuse - Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

Apparizione a porte chiuse – Duccio di Buoninsegna (Maestà del Duomo di Siena)

DENTRO LE NOSTRE PAURE

 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

Ciò che sconfigge il mondo è la nostra fede! Così ha detto Giovanni nel passo della sua Prima lettera che oggi si legge. Il mondo è arrogante, il mondo è autosufficiente, il mondo ha le sue regole razionali e di buon-senso, il mondo si fida di se stesso. Si comprende che, se questo è l’“identikit” del mondo, ciò che si oppone al mondo è la fede, perchè credere significa deporre ogni arroganza, se la fede è vera fede e non sistema di potere e di prevaricazione; credere significa fare il salto oltre il razionale ed il buon-senso; credere è mettere fiducia in un Altro!

La fede che vince il mondo per Giovanni non è una fede generica in un Dio generico, o peggio in un “qualcosa” di superiore; si tratta invece della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio inviato dal Padre, che è venuto nel mondo e ha parlato al mondo con tutta la sua vicenda: dall’acqua al sangue, cioè dal Battesimo al Giordano, fino al sangue del Golgotha.
Non solo con l’acqua, che richiama la sua vicenda pre-pasquale, ma anche con il sangue che narra la sua vicenda di Pasqua fatta di morte e risurrezione; di questo mistero unitario di Cristo è testimone lo Spirito che è verità.
Non accogliere questo mistero è rimanere con le porte chiuse dinanzi alla testimonianza dello Spirito, testimonianza che ora passa necessariamente per la Chiesa radunata dal Risorto.

Nel sommario di Atti che oggi si legge nella liturgia, la Chiesa è testimone della Risurrezione con una vita fatta di condivisione vera e radicale. E’ come se Luca qui ci volesse dire che senza questa condivisione concreta di beni non si narra la fiducia in Dio, non si narra di un Dio affidabile cui consegnare la propria esistenza. Chi non condivide è ancora uno che si fida di sè, delle proprie cose, del proprio possedere…si fida di ciò che ha, perchè questo lo mette al sicuro. Insomma chi non condivide dice ancora il suo “amen” alle cose e non al Risorto, che ha vinto il mondo.

La celeberrima scena del Cenacolo che oggi si legge si colloca alla sera del giorno di Pasqua e all’ottavo giorno.
Ci sono porte chiuse
Queste porte chiuse ricevono Gesù risorto al proprio interno: il Risorto va a visitare le prigioni che gli uomini si creano con le loro paure; il Risorto va a visitare il mondo che tiene nelle sue braccia – ben stretti – coloro che appartengono al Cristo («erano tuoi e li hai dati a me» cfr Gv 17, 6): la loro arroganza, la loro razionalità, il  buon-senso, il fidarsi solo di se stessi ha impedito loro di accogliere l’Evangelo annunziato da Maria di Magdala fin dal mattino di quel “giorno uno” (cfr Gv 20, 1ss).
Ed eccoli lì, ancora dietro le porte chiuse della loro autosufficienza aggravata da una buona dose di paura. sì, la paura…è una delle armi migliori del mondo: il tentatore sa che deve far entrare in scena la paura per vincere i discepoli, per vincere gli uomini…

E Gesù? Gesù entra a porte chiuse
Entra cioè in quell’inferno chiuso delle loro angosce, delle loro paure ed autosufficienze; e quando Lui entra quello spazio chiuso si riempie di bellezza: pace, gioia, misericordia… inizio di un mondo nuovo!
Lui entra, e soffia da Creatore e ri-Creatore; va a condividere quelle porte chiuse che dopo potranno spalancarsi, perchè ormai dentro ci sono uomini trasformati, uomini testimoni di vita e non più di paura.

Tommaso, che era assente nel giorno di Pasqua, era rintanato in porte chiuse tutte e solo sue; in porte tanto chiuse da non prevedere neanche la presenza degli altri “condiscepoli” (cfr Gv 11, 16): è il primo peccato di Tommaso; è la sua prima mancanza di fede, per cui non riesce a vincere il mondo. Tommaso non crede all’umanissima forza dello stare assieme nella fraternità: in quella sera di Pasqua è solo perché si fida solo di se stesso.

Gli altri, usciti dalla loro tenebra di paura e di autosufficienza, cercano di strapparlo dalla sua tenebra: non ci riescono. Giovanni scrive infatti che essi «gli dicevano: Abbiamo visto il Signore!», e usa il verbo all’imperfetto per dire che la loro testimonianza a Tommaso non fu un momento, non fu una parola veloce e fugace: glielo ripetevano con amore, con la forza dello Spirito, glielo dicevano nella pace, con la dolcezza della misericordia: il Risorto infatti aveva dato loro il compito di perdonare

Tommaso, però, è troppo asserragliato nelle sue porte chiuse
Solo se entra Gesù in quelle porte chiuse tutto cambia…e così Gesù, che sa che nella Chiesa c’è anche Tommaso, che nella Chiesa ci sono anche quei cuori più duri degli altri, entra nelle porte chiuse di Tommaso.
Giovanni, con profondità, scrive che Gesù entra di nuovo a porte chiuse, e sono solo quelle di Tommaso; gli altri infatti sono liberi…
Solo per Tommaso Gesù rifà tutto: annunzia la pace e spalanca a lui le sue ferite perchè, come aveva chiesto, lo tocchi, e dia soddisfazione alla sua insana e folle voglia di prove tangibili…
Quando però Gesù è dentro, tutto si “scioglie”…povero Tommaso! Non tocca nulla, non asseconda più il mondo che lo abitava e lo rendeva prigioniero. Dice solo poche parole, che sono la confessione di fede in Gesù più grande dell’Evangelo: «O Kyriós mou kaì o theós mou» (Signore mio e Dio mio).

Gesù non va a prendersi una rivincita. Gesù, paradossalmente, “gli obbedisce” affinché in lui possa sorgere l’obbedienza. Fiorisce lì l’estrema beatitudine dell’Evangelo: «Beati quelli che hanno creduto senza vedere».

Il Risorto chiede la fede, la fede e basta! Solo così i suoi discepoli potranno vincere il mondo.

Tommaso poteva essere il primo di noi, che abbiamo creduto e crediamo senza vedere (cfr 1Pt 1, 8), ed invece ha voluto essere l’ultimo di quelli che hanno visto e danno testimonianza a noi…
Poteva essere la primizia della Chiesa della pura fede, senza nulla aver visto; è stato invece l’ultimo frutto della fede che scaturisce dall’incontro con il Risorto…

Cristo ha accolto questa via di Tommaso, e vi ha acconsentito. Noi oggi fondiamo la nostra fede anche sulla sua testimonianza a cui l’Evangelo attribuisce quel vertice di consapevolezza: Gesù è Signore e Dio!
La sua testimonianza, che è colma della tenerezza di un incontro personale (Signore mio e Dio mio): le piaghe del Crocefisso sono andate a cercarlo nella sua incredulità; il Signore conosceva il suo cuore, le sue domande, le sue fragilità, il suo peccato e gli ha aperto ancora le piaghe della Passione perchè Tommaso potesse trovarvi rifugio, e da lì, rifiorire e ridivenire Apostolo con gli altri Apostoli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Pasqua di Resurrezione (B) – Dio è fedele

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NON ABBIATE PAURA!

 

Veglia

Gen 1, 1-2,2; Gen 22, 1-18; Es 14, 15-15,1; Is 54, 5-14; Is 55, 1-11; Bar 3, 9-15.32-4,4;
Ez 36, 16-28; Rm 6, 3-11; Mc 16, 1-8

Messa del giorno

At 10, 34a.37-43; Sal 117; Col 3, 1-4 (opp. 1Cor5, 6b-8); Gv 20, 1-9 (sera Lc 24 ,13-35)

 

Il Crocefisso è risorto! E’ questo il kerygma dell’alba di Pasqua… il Crocefisso è risorto! La verità della Pasqua è lì: è proprio il Crocefisso  che è risorto.

E’ essenziale mantenere l’identità tra Crocefisso e Risorto, e questo Crocefisso è Gesù di Nazareth, uno che è morto perchè ha predicato un Dio altro, diverso, scandaloso, contraddittorio di tutte le immagini religiose di Dio, contrario a tutti gli incasellamenti ed usi strumentali di Dio; uno che ha affermato che per “onorare” questo Dio bisognava vivere in un certo modo, con una prassi quotidiana diversa e “scandalosa” …

Gesù di Nazareth: uno che è morto per questo scandalo, e che ha affermato che questa vita altra era l’unico modo per raccontare il vero volto di Dio.

La sua Risurrezione dice che Dio si riconosce in questa diversità, la Risurrezione dice che Dio è “dalla parte” di quel Crocefisso e delle cose che Lui ha proclamato con la vita, le parole, le relazioni con le persone, con le scelte … insomma, Gesù ha narrato un certo volto di Dio in cui Dio stesso, risuscitandolo dai morti, si è assolutamente riconosciuto.
Gesù ha pensato Dio in modo del tutto diverso da come l’hanno pensato gli uomini, e gli uomini “religiosi” in particolare…

La diversità assoluta tra il Dio creato ed immaginato dagli uomini ed il Dio vero che Gesù ha raccontato è il terreno della grande “battaglia” che il cristianesimo avrebbe dovuto ingaggiare con ogni “religione”, ma purtroppo spesso si è trasformato esso stesso in “religione”.

Il Dio vero, quello che ha risuscitato Cristo dai morti dando su di Lui “prova sicura” (cfr At 17, 32), è Colui che noi abbiamo “scartato” (cfr Sal 118, 22; At 4, 11), trattato come rifiuto … è un Dio rifiutato che non si impone con la potenza, e che risuscita il Figlio non per vendicarsi del mondo che l’ha inchiodato alla croce, ma per salvare quello stesso mondo; è il Dio che risponde all’orrore con la misericordia, all’odio con l’amore, al rifiuto con l’abbraccio che perdona.

Questo è la Pasqua!
Non si deve ridurre la Risurrezione di Gesù ad una generica vittoria sulla morte, ad una dolcissima e consolante vittoria della vita sulla morte; la rivelazione cristiana va più a fondo, molto più a fondo! C’è qualcosa in più: solo una vita donata è sottratta alla morte e conduce alla risurrezione…non ogni esistenza è fuori dall’artiglio della vaquità, del non-senso, della morte … una vita tenuta “come un tesoro geloso”, con avarizia, stretta a sè come possesso da non perdere, non vince la morte!

La Risurrezione proclama la vittoria di un certo modo di vivere: quello di Gesù! Chi lo “segue non cammina nelle tenebre ma avrà la luce della vita” (cfr Gv 8, 12).

La Risurrezione di Gesù proclama il Dio fedele al di là di ogni nostra fedeltà, e anche questo  scandalizza i “benpensanti”.

Sì, il Dio fedele!
E’ fedele il Padre che non ha abbandonato Gesù nella morte e, se ha taciuto nelle tenebre della Passione, ha poi gridato sollevandolo dagli abissi della terra (cfr Sal 30).
E’ è fedele Gesù che, appena risorto, pensa ai discepoli che pure l’avevano lasciato solo, abbandonato … il giovane avvolto in bianche vesti, che le donne incontrano nel sepolcro aperto, ha un messaggio precipuo da dare alle donne: Dite ai suoi discepoli e soprattutto a Pietro: Vi precede in Galilea; là lo vederete, come vi disse. Lo hanno abbandonato in quella fuga vergognosa del Getsemani, e per tutta la Passione si sono eclissati; ma per Lui sono ancora e sempre i suoi discepoli! Gesù non li abbandona alla dispersione, perchè Lui è fedele! Se fosse stato per la fedeltà dei discepoli, l’Evangelo sarebbe rimasto nel cuore e nei sogni di Cristo … Il finale dell’Evangelo di Marco, con le donne sopraffatte dall’immensità dell’annunzio della Risurrezione che vanno via dal Sepolcro e non dicono nulla a nessuno perchè hanno pauraci dice che se fosse stato solo per le donne la vicenda di Gesù sarebbe caduta nel silenzio.
Marco con questo strano finale, con quell’ultima parola che è la paura delle donne, ci grida che è solo la fedeltà del Signore che permetterà all’Evangelo di correre per la storia!
Marco ci dice che la Risurrezione non è evento trionfalistico “a basso prezzo”: il gioioso annunzio della Risurrezione ci sarà, ma a partire da un nuovo inizio in Galilea, in cui la fedeltà di Cristo permetterà ai discepoli di ricominciare la sequela sperimentando la fedeltà di Colui che li precede sempre!

Il finale di Marco non è facile, perchè ci fa riporre tutto nelle mani di un Dio fedele al di là di ogni immagine religiosa di Dio; un Dio fedele che dice sì ad una vita che si consegna, si fida!
Così fu la vita di Gesù!
Così deve essere la vita del discepolo, chiamato a consegnarsi alla sola fedeltà di Dio; quella fedeltà narrata nella vicenda di Gesù Cristo, chiamato a smettere di confidare in se stesso.

Se si passa dalla nostra fedeltà a questa fedeltà di Dio, si sarà entrati nella Pasqua!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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