III Domenica di Quaresima (Anno C) – Giustizia e Pazienza

NELLA STORIA DEGLI UOMINI

Es 3, 1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La cronaca di un episodio sanguinoso che ha macchiato il culto a Gerusalemme e la memoria di un incidente occorso durante la costruzione del Tempio in cui morirono diciotto operai, dà a Gesù l’occasione di una riflessione sul vero volto di Dio e sull’urgenza della conversione…il tutto sfocia in una parabola che è al centro della nostra liturgia di questa domenica.

La prima cosa che Gesù deve smascherare è la ricorrente idea che una morte violenta o dolorosa sia conseguenza immediata di un peccato, di una colpa; deve negare che ci sia cioè un rapporto causa-effetto tra peccato e castigo all’interno della storia. Questione vecchia che già i profeti avevano stigmatizzato (cfr Ez 18, 1) e che il Libro di Giobbe aveva confutato con il suo affascinante percorso. Un’idea però tanto radicata da essere ancora oggi serpeggiante persino nel popolo cristiano. Gesù deve smascherare la menzogna di questa idea e sottolineare contemporaneamente che Dio non è questo punitore spietato; deve sottolineare che non c’è collegamento diretto tra “disgrazia” e un peccato del “disgraziato”. Gesù afferma che episodi come quelli citati vanno letti nella linea di un appello forte, pressante, urgente alla necessità di non sprecare la propria vita, di non svilire il proprio tempo, di non imboccare vie di morte ma di spendere la vita, che è così fragile ed esposta, volgendosi a Dio, alle sue strade; in una parola convertendosi!

 Non cogliere l’urgenza della conversione pone nel rischio di sentirsi dire da Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo» … e, si badi bene, non è una minaccia; non si tratta di essere puniti per dei peccati; si tratta, invece, di “perdere la vita” credendo, ingannevolmente, di “guadagnare il mondo intero” (cfr Lc 9, 25; Mt 16, 26).

Gesù non può accettare che si pensi a Dio come ad un giustiziere astioso che attende solo il momento opportuno per regolare i conti senza pietà! Questo Dio non è il Padre di cui Lui è innamorato e che è venuto a narrare all’umanità.

Ed ecco così la parabola del fico sterile. Gesù usa questo racconto per dire chi è davvero il Padre suo. C’è questo albero presso cui il proprietario è venuto a cercare frutti per ben tre anni, e non ne ha mai trovati; che fare?
Bisogna stare molto attenti a leggere questa parabola e soprattutto non bisogna leggerla come un’allegoria, per cui ogni elemento deve corrispondere nel significato ad un’altra realtà. Per esempio, nel discorso di Gesù nel IV Evangelo sulla vite e i tralci (cfr Gv 15, 1ss) ci troviamo dinanzi ad un’allegoria («Io sono la vite, voi i tralci e il Padre mio è il vignaiolo»); qui no!
Se leggessimo questa parabola come allegoria rischieremmo di vedere nel padrone severo il Padre e nel servo buono il Figlio che così risulterebbe più compassionevole, più paziente e più buono del Padre! Capiamo bene che Gesù non avrebbe potuto mai raccontare così suo Padre; la chiave di lettura non può essere questa. Mi pare che i due personaggi non siano assolutamente il Padre ed il Figlio: i due personaggi sono due istanze che, potremmo dire, si agitano in Dio stesso: l’istanza della verità e della giustizia e l’istanza della pazienza compassionevole.

In effetti, il padrone non ha torto a perdere la pazienza ed a pensare di abbattere il fico inutile … in più il fico tutto verde e senza frutti è icona di quella religiosità solo apparente che è in abominio al Signore (cfr Mic 7, 1 o Ger 8, 13); il servo, rappresenta, come dicevo l’istanza del cuore di Dio che non può scatenare la sua collera ma decide di pazientare, di attendere. Dio sceglie di non assumere solo l’equità ma di attendere.

Il tempo che si prolunga è però segno di misericordia non di assenza di giudizio sull’infecondità e sui rinvii che impediscono ogni conversione. Il tempo si prolunga per permetterci di usare il tempo saggiamente, di viverlo e non sprecarlo; il tempo non si prolunga per giustificare rimandi ed indifferenze.

La vicenda di quegli uccisi per ordine di Pilato e quella degli operai morti nel cantiere della Torre di Siloe ricordino a tutti che il tempo è breve e che la vita va vissuta, e senza sprechi insensati; invece di blaterare su presunti castighi di Dio in risposta di chissà quali oscuri delitti o peccati, sarebbe saggio pensare a non gettar via la vita ed il tempo che ci sono concessi dalla Misericordia.

Dinanzi al Dio “che ha tempo per l’uomo”, come scriveva Karl Barth, all’uomo è chiesto di vivere il tempo con responsabilità. Il racconto nel Libro dell’Esodo di Mosè al Roveto ardente ci narra proprio di un Dio che si cala nella storia degli uomini (Sono sceso, dice il Signore); un Dio che è capace di vedere, ascoltare e conoscere il dolore dell’uomo e che fa del tempo un luogo di vita e non di morte.

Il Nome rivelato a Mosè è una promessa: «Io-ci-sono»!
Lui c’è, e dona la grazia di saper cogliere il dono del tempo, il kairòs che ci è dato perché la vita sia davvero vita e non sia sprecata. L’unico “spreco” che, di contro, è doveroso al discepolo di Cristo, è quello della Croce ove la vita è “gettata” per amore, “sprecata” e non conservata gelosamente. Uno “spreco” che è dunque nella logica di un tempo vissuto in pienezza, di una vita in cui si arde fino a consumarsi. Chi è capace di vivere così riesce a dare quei frutti che il Signore attende dalla nostra pianta.

La Quaresima sia tempo di grazia per imparare a “sprecare” la vita così; non perdendola ma offrendola.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XVI Domenica del Tempo Ordinario – La zizzania non deve essere strappata

Grano e zizzania

 

LA PAZIENZA DI DIO, LA SPERANZA DELLA CHIESA 

Sap 12, 13.16-19; Sal 85; Rm 8, 26-27; Mt 13, 24-43

 

Grano e zizzania

Grano e zizzania

Ancora una parabola, anzi tre parabole, anche se pare che quella della zizzania prenda tutto il campo! Tre parabole certamente collegate, e con una spiegazione “a scoppio ritardato” della prima parabola. Come per la spiegazione della parabola del seminatore, anche questa spiegazione non risale a Gesù, ma alla comunità di Matteo e alle sue esigenze storiche; e anche questa spiegazione – dobbiamo dire la verità, come nel caso della parabola del seminatore – sposta l’attenzione dal vero centro della parabola.

Il problema della parabola della zizzania è un problema serio che agitava le comunità degli inizi come agita, in qualche modo, anche le comunità cristiane di oggi, anche se – dobbiamo dire con rammarico – noi sembriamo meno agitati rispetto a quelle prime generazioni cristiane. Forse siamo, drammaticamente, più abituati alla presenza del male tra di noi. Il problema, infatti, è lo scandalo dei peccati dopo il battesimo, lo scandalo del male che può abitare anche la Chiesa.

In primo luogo la parabola mette in guardia sul fatto che la Chiesa non è la comunità dei puri, degli eletti, degli uomini già salvati…no! La Chiesa è la comunità dove ci si può salvare. La presenza della zizzania non può essere nè deve essere una sorpresa, e neanche deve essere letta come un segno di impotenza della Parola dell’Evangelo di salvare gli uomini. Anche qui, come nella parabola del seminatore, Matteo affronta il rischio, che tanti corrono, di pensare che la Parola sia “inefficace”: se c’è la zizzania, incarnata in alcuni che hanno ricevuto la Parola e che si sono impiantati nel terreno della Chiesa, vuol dire per caso che la Parola non abbia forza sufficiente a cambiare il volto della terra?
Questa è una domanda drammatica, e la parabola vuole dare una risposta.

Così il primo problema che la parabola affronta è la presenza di servi zelanti ed impazienti che vorrebbero anticipare il giudizio di Dio con il loro giudizio; la parabola rimanda il giudizio alla fine, ma ha un altro centro: il cuore della parabola, mi pare, non è la presenza della zizzania (è un fatto facilmente constatabile!), e neanche il fatto che nel futuro giudizio il buon grano sarà separato dalla zizzania! Il centro della parabola sta nel fatto che oggi la zizzania non deve essere strappata.

Come sempre anche questa parabola è scioccante: lo scandalo è la pazienza di Dio che si colloca al di là di ogni intolleranza.
Forte era il problema dell’intolleranza ai tempi di Gesù: i farisei e gli esseni, infatti, propendevano ad una rigida separazione tra puri ed impuri: essi pensavano che l’instaurazione del Regno di Dio sarebbe avvenuta attraverso questa rigida separazione.
In fondo la stessa predicazione del Battista si spingeva su queste rive quando gridava: “La scure è posta alla radice…”, e che il Messia sarebbe venuto impugnando “il ventilabro per separare il grano dalla pula” (cfr Mt 3, 10.12).
La Chiesa dei primi secoli fu anch’essa tentata da questa logica che – diciamoci la verità – è una logica facile, anche se altamente illusoria perché i puri non esistono…addirittura nella Chiesa antica ci fu un tempo in cui si discusse circa la possibilità di ottenere il perdono per i peccati commessi dopo il Battesimo.

La pratica di Gesù va in tutt’altra direzione, tanto da scandalizzare i farisei e da far sorgere dubbi persino nel Battista che manda a chiedere a Gesù se è proprio lui il veniente (cfr Mt 11,3): Gesù infatti frequenta i peccatori e i pubblicani, e siede a mensa con loro (cfr Mt 9, 10-13); Gesù ha tra i suoi discepoli un traditore; Gesù frequenta donne di dubbia fama (cfr Lc 8, 1-3) e si fa toccare da una pubblica peccatrice (cfr Lc 7, 36-50).
Gesù chiede conversione, ma non segue nessuna logica di separazione e di contrapposizione tra puro e impuro: la parabola della zizzania altro non è che l’adozione di quella “politica” e logica di Gesù nella vita della Chiesa e nella vita della comunità dei discepoli. Una logica – quella che la parabola ci trasmette – tanto “altra”, tanto difficile a portarsi, che la Chiesa non è stata capace di realizzare neanche in epoca apostolica.
Si pensi a Paolo che, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, comanda alla Chiesa di “sradicare” da sé uno colpevole di incesto, di espellerlo dalla comunità (cfr 1Cor 5,5): l’Evangelo di oggi giudica dunque questa pagina di Paolo, e dichiara che l’Apostolo non seguì la via di Gesù che chiede di lasciare il giudizio ultimo a Dio, e di lasciare nel campo della Chiesa il buon grano assieme alla zizzania.

Nell’oggi della Chiesa è così: il grano sta assieme alla zizzania, non può essere diversamente… la Chiesa è così, e così diventa luogo di pazienza e di fraterna carità, poiché l’attesa ed il rinvio del giudizio custodiscono, forse, una speranza incredibile: la zizzania potrebbe trasformarsi.
Certo, biologicamente, la zizzania mai diventerà buon grano, ma nel “paese” della grazia, sul terreno della Chiesa di Cristo, questo potrebbe anche avvenire…
Allora l’attesa è il tempo della Chiesa, in cui non bisogna essere impazienti, ma è anche il tempo della speranza e dell’intercessione. L’attesa che Dio chiede ci suggerisce che il Regno è presente, ma è anche realtà in divenire, realtà dinamica…
La Pasqua del Figlio ha vinto il male in radice, ma non ha eliminato le sue conseguenze: vi è un “contagio” del male che infetta il terreno santo della Chiesa, perché in esso ci sono gli uomini feriti e avvelenati da quel contagio.

Le due brevi parabole che Matteo narra tra la parabole della zizzania e la sua spiegazione, le parabole cioè del granello di senape e del lievito, ci vogliono rendere convinti dell’incredibile potenza dell’Evangelo…
D’altro canto, proprio la storia di Gesù, finita così male, sembra piccola cosa, insignificante per la grande storia che neanche se n’è accorta; eppure ha in sé una “potenza” tale da trasformare la storia, proprio come il pizzico di lievito o il piccolo granello di senape: guai a chi si fa accecare dalla grandezza, guai a chi disprezza la piccolezza…
Nella storia c’è il seme del Regno che è la Chiesa, piccola e povera perché peccatrice e colma di zizzania; ma quel seme del Regno porterà al Regno!
Di questo i cristiani devono essere certi, senza però perdere la tensione verso la purificazione della Chiesa; questa però non si ottiene sradicando gli altri dalla Chiesa, ma sradicando il male dal proprio cuore, e lottando, anche dolorosamente, per giungere a questo sradicamento.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Pentecoste – Lasciare spazio a Dio

La Pentecoste, Beato Angelico

La Pentecoste, Beato Angelico

 
SE CI APRISSIMO ALLO SPIRITO …

 

At 2, 1-11; Sal 103; 1Cor 12, 3b-7;12-13; Gv 20, 19-23


La Pasqua di Gesù giunge oggi alla pienezza perché la Croce e la Risurrezione puntano qui! Sì, puntano a donare all’uomo la vita nuova, quella nello Spirito! Gesù è venuto tra noi per raccontarci il Padre e per donarci lo Spirito! La missione del Figlio è narrare l’amore di Dio fino all’estremo, quell’amore “costoso” che è capace di salire sulla croce, ma anche quell’amore umilmente vittorioso che non resta nell’ombra di morte e ribalta le pietre tombali che noi uomini avevamo creato per tenerlo prigioniero. La missione del Figlio però non poteva essere solo questo: ci avrebbe mostrato un mondo meraviglioso, quello dell’amore eterno di Dio, ma senza darcelo! Se Pasqua non giungesse a Pentecoste sarebbe una meraviglia straordinaria, ma una meraviglia frustrante e per noi irraggiungibile. Pentecoste è l’ora in cui Dio ci grida che tutto questo è per noi! Paolo scriverà: E’ versato nel nostro cuore! (cfr Rm 5,5).

Pentecoste non è tuttavia un mistero che ci invita a fare qualcosa, è un mistero piuttosto che ci invita a ricevere un “dono”, anzi il Dono per eccellenza. Pentecoste ha un solo bisogno: la nostra recettività.

Sia la Pentecoste di Luca nella celebre pagina di Atti che oggi apre la liturgia della Parola, sia la Pentecoste giovannea (che, ricordiamolo, Giovanni pone nella sera stessa della Risurrezione!) ci mostrano gli apostoli in una posizione del tutto passiva, recettiva … Per Luca è una recettività preparata dall’attesa, dalla preghiera; per Giovanni è una recettività generata dalla tenerezza del Risorto che mostra le ferite dell’amore e che soffia – come nel giorno della creazione dell’Adam nel giardino dell’in-pricipio – lo Spirito che vivifica!

Quello che conta perciò è essere disposti a ricevere il Dono dall’alto; quello che conta è lasciare spazio a Dio nelle nostre vite: diversamente queste saranno prigioniere delle nostre strettoie, dei nostri angusti progetti; rimarranno nell’incomunicabilità più assoluta.

Se noi Chiesa aprissimo davvero le nostre porte allo Spirito, non con le chiacchiere o con i nostri “dovuti” “Veni Creator” ma nel coraggio della verità e nell’accoglienza di Uno che viene anche a sconvolgerci le vite, tra noi aleggerebbe meno aria di mediocrità e di rassegnazione; tra noi non ci sarebbe quel pessimismo mortifero che nulla ha a che vedere con la gloria del Risorto.
Se ci aprissimo allo Spirito non ci sarebbe tra noi quel buonismo che non vede, o cerca di occultare il reale e ci rende immobili e raggelati in situazioni senza via d’uscita.
Se davvero ci aprissimo allo Spirito ed al suo fuoco ci sarebbero tra noi meno manie di protagonismo e di esteriorità; se lo lasciassimo veramente operare con le sue fiamme, tra noi ci sarebbe solo la “febbre” per l’Evangelo e la passione per le “cose” di Dio.
Se lo Spirito avesse mano libera sulla nostra storia, noi Chiesa saremmo più misericordiosi, meno attenti ai peccati degli altri e pronti a dimenticare o a coprire i nostri peccati.
Se lo Spirito, estremo dono del Crocifisso Risorto, trovasse la nostra libertà spalancata a Lui e alla sua azione, porterebbe il suo frutto straordinario: la santità! Sì, la santità con i suoi infiniti colori e con le sue infinite melodie … la santità capace di comporre quell’armonia che l’umanità non conosce anche se, nel profondo, vi anela.

Lo Spirito è dato per la remissione dei peccati, per creare un’umanità riconciliata e riconciliante; e tutto questo che non avviene miracolisticamente o meccanicamente nel mondo! Questo inizia ad “avvenire” nelle nostre vite, nelle nostre piccole comunità che si aprono all’Evangelo: solo chi è disposto a vivere sotto l’azione dello Spirito e non sotto le proprie azioni potrà iniziare quest’opera nuova! E sarà capace di lottare contro la mediocrità, contro il pessimismo, contro il buonismo, contro l’esteriorità, contro dita puntate senza misericordia
Chi vive sotto l’azione dello Spirito non è un uomo “da crociata” contro quelli – gli altri – che sono mediocri, pessimisti, buonisti, esteriori, incapaci di misericordia! E’ invece un uomo che, avendo ricevuto un dono d’amore infinito, scopre in sé la mediocrità, i pessimismi, i buonismi, le esteriorità, le intolleranze …
Chi vuole vivere sotto l’azione dello Spirito permette allo Spirito di “lavare ciò che è sordido, di bagnare ciò che è arido, di sanare ciò che sanguina, di piegare ciò che è rigido, di scaldare ciò che è gelido, di raddrizzare ciò che è sviato”! Glielo permette nella propria vita!

Fidarsi dell’azione dello Spirito è, in fin dei conti, permettergli di condurci anche dove non avremmo voluto (cfr Gv 21,18); chi si fida dello Spirito cambia con Lui la faccia della terra, non con azioni prodigiose o “tocchi di bacchetta magica”, ma con la pazienza dei santi che sanno attendere con un’“attiva passività” (incomprensibile paradosso per il mondo!) l’opera di Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: