Esaltazione della Santa Croce – Volgere lo sguardo


IL FIGLIO INNALZATO GRIDA: DIO E’ PADRE

Nm 21, 4b-9; Sal 77; Fil 2, 6-11; Gv 3, 13-17



Andrea del Castagno - Crocifissione

Andrea del Castagno – Crocifissione

 

Quest’anno la Solennità dell’Esaltazione della Santa Croce cade di domenica; è una festa antichissima delle Chiese d’Occidente e d’Oriente che nasce per ricordare che il 14 di settembre del 320 Santa Elena, madre dell’imperatore Costantino, ritrovò il legno della Croce nei pressi del Calvario; il vescovo di Gerusalemme presentò al popolo il legno, innalzandolo ed invitando all’adorazione dicendo: “Ecco il legno della Croce a cui fu appeso il Cristo Salvatore del mondo”, espressione poi riversata nella liturgia del Venerdì Santo.

Questa antichissima festa ci invita ancora una volta a volgere lo sguardo alla Croce di Cristo, al suo amore per l’uomo, al suo dono fino all’estremo.

E’ necessario che ci facciamo convinti che, se non guardiamo alla Croce con costante amore, non riusciremo a custodire la santità nella nostra vita, non riusciremo a tenere lontane da noi le suggestioni mondane che vorrebbero fare di noi altro, che vorrebbero asservirci a quelle dominanti che fanno della storia un luogo in cui si combatte per il potere, per il danaro, per il prestigio ed il piacere personali…

Il testo del Libro dei Numeri che la liturgia propone ci narra un episodio che l’autore colloca nel cammino di esodo del popolo dall’Egitto; i serpenti velenosi (alla lettera in ebraico vengono definiti dei “serafim”, cioè degli “infiammati”, dei “brucianti”!), che uccidono gli ebrei che mormorano contro il Signore e contro la fatica che la libertà richiede, sono un simbolo potente del peccato che avvelena l’uomo. Il peccato è sempre la stessa cosa: non fidarsi di Dio e mettere, invece, fiducia in se stessi.
I serpenti richiamano certo il serpente antico del giardino dell’in-principio, che suggerì ad Eva proprio la via della non-fiducia in Dio; il serpente, in quella pagina di Genesi, non fa altro che mettere sospetto nel cuore dell’uomo, sospetto sull’amore di Dio, sospetto sulle sue richieste, sulle sue vie…

Come uscire dal tremendo sospetto verso Dio? Come liberarsi dal veleno della separazione da Lui? Come liberare Dio stesso dalle perverse maschere che il sospetto dell’uomo ha posto sul suo volto nascondendolo, velandolo, stravolgendolo?
La rivelazione cristiana ci dice che c’è un solo modo: volgere lo sguardo al Crocefisso (cfr Gv 19, 37; Ap 1, 7), volgere lo sguardo a chi non ritenne un tesoro geloso la sua condizione di Dio ma spogliò se stesso fino ad assumere il ruolo dello schiavo e questo fino alla morte e alla morte di croce.
Così “canta” Paolo nello straordinario inno della sua Lettera ai cristiani di Filippi che oggi si proclama, e così “canta” tutto il Nuovo Testamento mostrandoci in Gesù il vero volto di Dio!

Volgere lo sguardo a Lui ci salva dal morso infiammato del serpente antico, che ogni giorno si ripresenta a noi.
Mosè nel testo del Libro dei Numeri è invitato da Dio ad innalzare un serpente di rame: chi volgerà lo sguardo a questo segno elevato da Dio sarà guarito dal veleno del morso dei serpenti della ribellione.

Per neutralizzare la disobbedienza del peccato, Mosè richiede un atto di obbedienza. In fondo è quello che Gesù stesso ha compiuto facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Nel testo dell’Evangelo di Giovanni che oggi si ascolta, Gesù dice a Nicodemo che come Mosè innalzò il serpente nel deserto così dovrà essere innalzato il Figlio dell’uomo. Chi volgerà lo sguardo al Figlio innalzato sarà capace di essere un uomo nuovo, libero dalle immagini perverse di Dio e fatto convinto che il volto d’amore del Crocefisso è il solo vero volto di Dio.

Gesù è venuto a raccontare Dio con tutta la sua vita e le sue parole, ma soprattutto salendo sulla Croce, accettando di essere innalzato sul legno dei maledetti. Così ha strappato la maschera che noi uomini avevamo posto sul volto di Dio, e da lì, dalla Croce, ci ha gridato che Dio è Padre; da lì ha fatto diventare Dio davvero  un “evangelo”, una “buona notizia”.

Guardiamo oggi alla Croce come luogo dell’amore che, riconsegnandoci Dio come Padre, ci riconsegna una grande libertà ed una grande gioia.

La libertà e la gioia di poter amare sentendosi amati ed amati così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Mai senza l’altro


LA CORREZIONE FRATERNA

Ez 33, 1.7-9; Sal 94; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20

 

Cristo tra i Santi Pietro e Paolo, di Pietro Lorenzetti

Cristo tra i Santi Pietro e Paolo, di Pietro Lorenzetti

Il capitolo diciotto di Matteo contiene il cosiddetto discorso ecclesiale: Gesù parla del suo sogno di comunità…quelli che credono in Lui realizzano una Comunità che ha precise caratteristiche. Per Gesù non basta una formale adesione a questo gruppo, una dichiarazione di appartenenza generica…quello che conta è impostare delle relazioni che siano davvero fraterne, e questa fraternità si fonda sulla mediazione di Gesù stesso e questa fraternità assicura la sua presenza.

Nella prima parte del discorso (che non abbiamo ascoltato) si parla di grandezza e piccolezza nel Regno, giungendo alla conclusione che i piccoli valgono talmente tanto che per un solo piccolo, e per giunta peccatore, vale la pena lasciare i novantanove grandi (o giusti) per cercare quel solo. La seconda parte del discorso mette in campo tutta una gamma di problemi grandissimi che sorgono in ogni relazione umana, e che sono essenziali per la vita della Comunità di Gesù: il peccato, la correzione, il perdono…
La sezione di cui è parte l’evangelo di questa domenica inizia dicendo: “Se il tuo fratello pecca contro di te” e si conclude con la parabola dei due servi (o del servo spietato), che termina con un detto di grande peso: “così il Padre mio farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno il proprio fratello”. La sezione, dunque, ha un tema preciso: il peccato del fratello e il comportamento che bisogna assumere dinanzi ad esso.
L’inizio del capitolo ci ha messo bene in chiaro che nella Comunità persistono peccati, scandali, inimicizie…cosa fare dinanzi a questa realtà?

La risposta è una sola: amare e perdonare, e guardare all’altro sempre come ad un fratello.
E’ proprio la visione dell’altro come fratello la molla per la correzione fraterna, di cui oggi l’evangelo sembra tratti con centralità. Tutta la “procedura” che Matteo qui suggerisce di fronte al fratello che sbaglia deve avere una sola motivazione: l’amore.
Nessuna correzione fraterna è lecita se non nell’ambito dell’amore vero e concreto per il fratello. D’altro canto, la stessa dizione “correzione fraterna” mette in risalto che la correzione deve partire dal sentirsi fratello, per arrivare all’altro da chiamare e trattare come fratello.

Se non c’è l’amore nessuno si azzardi a correggere: chi corregge senza amore rischia di correggere per umiliare, per dominare, per spirito di rivalsa, per sottolineare la propria “giustizia” e la propria irreprensibilità.
Di contro, chi corregge per amore soffre per il peccato dell’altro, lo sente nella propria carne e nel profondo dei suoi sogni di comunità e di umanità nuova. Chi corregge per amore è disposto a lottare per la vita e la gioia dell’altro, perché sa che il peccato sottrae all’altro vita e gioia… ed ecco perché chi corregge, nel discorso che oggi fa Gesù, è disposto a mettere in piedi tutta quella “procedura” di correzione che coinvolge altri della Comunità, ad amare e lottare con lui per il fratello che sbaglia.

In tutto questo procedimento si apre una via in cui il peccatore, sentendosi amato e non umiliato, rimproverato e schiacciato può avere la possibilità reale di guardare in faccia al proprio errore e trovare la forza per uscirne, sapendo di poter contare sull’aiuto di quelli che lo amano e l’hanno cercato nel suo peccato.

La conclusione dura per chi non ascoltasse la correzione carica di un vero amore fraterno ed ecclesiale (“consideralo come un pagano e un pubblicano”) è, in realtà, la constatazione di un dato di fatto: chi non accoglie l’amore si pone da sé fuori della Comunità di Gesù; chi non accoglie onestamente quell’amore che lo cerca e gli mostra il proprio peccato, come può stare ai piedi della croce di quel Figlio di Dio che si è donato, Lui giusto, per gli ingiusti? Inoltre la Comunità non può avallare il peccato mortifero dell’altro e, con sofferenza, deve rendersi conto che, chi disconosce l’amore, è fuori dalla Comunità.

Una Comunità così, animata dall’amore e disposta a lottare per l’amore, farà un’esperienza straordinaria: sperimenterà la presenza di Gesù, sempre! Non si tratta solo di pregare assieme, ma di essere assieme, di fare una scelta radicale e di fondo per il “con”, per il “mai senza l’altro”!
Gesù parla qui di “accordarsi sulla terra”: è un’espressione bellissima ed amplissima che merita la nostra meditazione profonda, e lo scavo più entusiastico possibile per trovarvi tutte le implicanze e tutte le esigenze che essa racchiude. Il verbo che Matteo pone sulle labbra di Gesù è il verbo “siunphonèo” che significa “suonare assieme”, “parlare assieme”, “avere voce assieme”; significa, cioè, armonia, ascolto reciproco; significa sapere che la “sinfonia” la si ottiene dalla somma delle voci e dei suoni, i quali hanno ognuno il suo timbro e la sua altezza e che assieme creano il bello, il vero e spessissimo il sublime.

E’ allora la scelta del “con” (del “siun”) che rende palpabile la presenza di Cristo nella sua Comunità e che, di conseguenza, rende la Comunità credibile nella storia, capace di portarvi Cristo, che è il volto dell’amore e del perdono di Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica di Pasqua – L’incredulo che ha sfidato Dio

CREDERE SENZA VEDERE

At 2, 42-47; Sal 117; 1Pt 1, 3-9; Gv 20, 19-31

 

Il Risorto è presente nella sua Chiesa!

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

Incredulità di San Tommaso (Caravaggio)

La Pasqua non è conclusione di una storia…non è il “lieto fine” di una vicenda dolorosa…la Pasqua è nuovo inizio di una presenza che fonda una comunità di uomini e donne rinnovati dalla misericordia e colmati del bene supremo cui ogni uomo anela: la pace.

La Pasqua è dono di pace, ma è un dono di cui Gesù, entrando nel cenacolo in quella sera del primo giorno dopo sabato e dicendo “Pace a voi”, mostra il prezzo: le sue mani e i suoi piedi feriti, il suo cuore trafitto! Questo è il prezzo della pace e dell’uomo nuovo: un prezzo che Gesù mostra senza rinfacciare il dolore, senza rinfacciare l’abbandono, senza rinfacciare i tradimenti.

Le piaghe del Crocefisso sono al cuore della Chiesa perché al cuore di essa c’è l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) di Lui che l’ha creata e santificata.

Il Quarto Evangelo non ci dice che Gesù “apparve” (e neanche “venne”!), ma che Gesù “stette in mezzo [a loro]” (“éste eis tò méson”): Pasqua è, dunque, apertura di un tempo nuovo ed ulteriore, un tempo in cui si può sperimentare una presenza stabile, sicura, estesa; una presenza che la Chiesa può gustare senza più limiti di spazio e di tempo. Una presenza che c’è, e che si rinnova di continuo aprendo il tempo all’eterno… e questo in ogni giorno della storia.

L’evangelo di questa domenica ci dice che il Risorto stette in mezzo ai suoi la sera del giorno della Risurrezione e otto giorni dopo… Il giorno dell’incontro rinnovato con il Risorto è così l’ottavo giorno: se ci riflettiamo, però, l’ottavo giorno in sé e per sé non esiste (i giorni sono 7!); l’ottavo giorno è allora dizione che ci rivela che il tempo del Risorto, il tempo in cui Lui ormai sta nella sua Chiesa, è un tempo oltre il tempo: nel tempo c’è uno sprazzo di eterno che è la sua presenza, che viene a donare pace e viene a cercarci con le sue piaghe; la sua presenza trascina la storia verso l’oltre della storia, verso l’eterno.

I discepoli presenti in quella sera di Pasqua accolgono quella presenza e la riconoscono. Colgono anche la richiesta del Risorto alla loro vita di Chiesa: annunziare l’evento pasquale come luogo di misericordia e di perdono, mostrando il volto di una comunità di uomini riconciliati dall’amore fino all’estremo di Gesù.

I Dieci (Tommaso è assente) accolgono quell’invito ad essere testimoni della Risurrezione e della speranza; questo è possibile solo annunziando la remissione dei peccati con la propria vita. Annunziare la remissione dei peccati è compito ecclesiale cui adempiere con tutta la vita della Chiesa, che il Risorto ha posto nel mondo come comunità riconciliata e riconciliante.

La pace del Risorto, che raggiunge il cuore dei discepoli chiusi in quel cenacolo che è diventato la loro “tomba”, li fa partecipi della Risurrezione di Gesù: erano “morti” per la paura e per la disperazione, ma l’ingresso di Gesù apre loro nuovi orizzonti di vita e dà loro un compito preciso: testimoniare la novità! Essi lo fanno subito con Tommaso, e lo fanno anche con insistenza. Giovanni, infatti, usa qui un imperfetto per parlare della loro testimonianza: “gli dicevano” (“élegon oûn autõ”)! Il loro è annunzio reiterato ed insistente, ma Tommaso è un fallimento! In verità, anche loro non dovevano aver accolto la testimonianza di Maria di Magdala se Gesù li ha trovati “seppelliti” a porte chiuse: questa volta, però, non è la testimonianza di un singolo ma è la testimonianza della Chiesa, di tutta una comunità credente…

Dalle labbra di Tommaso rimbalza una sfida: vuole vedere anche lui, vuole toccare; vuole, in fondo, più degli altri! Tommaso poteva essere il primo dei nostri fratelli, condividendo la nostra fede al buio, una fede senza vedere; e invece no! Ha voluto aver bisogno del vedere; ha voluto essere più fratello di Pietro, di Giovanni, di Giacomo e degli altri che fratello nostro! Certo, è nostro fratello nel dubbio e nella fatica di credere!

Il dubbio… nel nostro mondo pare che avere dubbi sia molto meritorio; in realtà – spesso – risulta molto comodo, e così si fa passare il dubbio per espressione di maturità, di non creduloneria, di indipendenza. Molti sono onestamente dubbiosi e tormentati dal dubbio; per tanti, invece, il dubbio diventa un paese di disimpegno! Se Cristo è risorto, nulla può essere più come prima… ma se mi rifugio nei meandri del dubbio, allora tutto può rimanere sospeso nel mediocre, rendendo possibile rimandare decisioni e definitive prese di posizione.

Tommaso, dunque, è uno che sta imboccando questa via mortifera, una via che è anche via di peccato poiché lui è lontano dalla Chiesa proprio la sera di Pasqua, ma soprattutto perché non crede alla testimonianza della Chiesa: il suo è un peccato prima contro la Chiesa e poi contro Dio… Tommaso però viene cercato nel suo peccato da Colui che ormai sta nella Chiesa, e che egli ha rifiutato rifiutando la Chiesa.

E Gesù stette di nuovo in mezzo a loro! Tommaso ora – cercato – si arrende… ma si arrende al vedere? Tommaso si arrende in primo luogo dinanzi all’essere stato cercato e amato sul terreno della sua incredulità, del suo peccato. Tommaso si arrende a Colui che è tornato all’ottavo giorno solo per cercare lui, l’incredulo che ha sfidato Dio.

“Signore mio, Dio mio” grida Tommaso, facendo esplodere nel Nuovo Testamento la più grande confessione di fede cristologica! E da quelle labbra arrese all’amore, questa parola grande e semplice rimbalzerà sulle labbra di tutte le generazioni cristiane: generazioni più beate di Tommaso perché credono senza vedere, ma beate con Tommaso perché – come lui – amate e perdonate da Colui che ormai sta nella Chiesa, e spinge la Chiesa ad essere dimora di misericordia, dimora di fratelli tutti peccatori perdonati, tutti chiamati a perdonare e perdonarsi.

Così, e solo così, il mondo crederà senza vedere, senza vedere le piaghe del Risorto ma vedendo il frutto meraviglioso di quelle piaghe: una comunità di uomini e donne che, perdonati, si perdonano. Ecco l’unica cosa che la Chiesa deve mostrare!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

I Domenica di Quaresima – Preceduti nella lotta


TOGLI LE TENTAZIONI, E NESSUNO SI SALVA

 

 –  Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11  –

 

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Le tentazioni di Cristo, Beato Angelico

Voglio iniziare questo percorso quaresimale, dopo le Ceneri, con una frase del grande Padre del Monachesimo, Antonio il Grande: “Nessuno se non è tentato può entrare nel regno dei cieli; di fatto, togli le tentazioni e nessuno si salva”. E’ vero! E’ vero perchè la salvezza è un fatto costoso, ed il suo prezzo è solo la lotta … una lotta che noi possiamo ingaggiare con le idolatrie e le mondanità che ci assediano, una lotta con il male che ci sorge da dentro, e nell’ora e nel modo che non ci aspetteremmo; una lotta con la tentazione che ci assale dal profondo di quel cuore che in tanti giorni della nostra vita credevamo d’aver dato tutto al Signore ed al suo Regno.

Fare i conti con quel male che ci assedia, e ancor più con quello che ci assedia da dentro di noi, è davvero la via maestra per dire quel sì radicale, e sempre più libero e pieno, all’Evangelo di Gesù Cristo. E’ necessario dire questo sì a quell’Evangelo che è tale, una lieta notizia, per tutto quello che, in Gesù Cristo, il Padre ci ha consegnato e donato. Oggi leggiamo una lieta notizia di capitale importanza per questa dimensione di lotta che autentica i nostri cammini di libertà: le tentazioni di Gesù nel deserto.

La Chiesa sapientemente pone in capo al cammino di Quaresima questo racconto che è fondante per la nostra capacità di affrontare quella lotta che salva, e che Antonio il Grande, di cui dicevo all’inizio, sperimentò prima su di sè senza sconti, e di cui ha poi potuto parlarci sapientemente proprio perchè ne aveva sentito e patito i morsi nella sua stessa povera carne… La Chiesa sa di essere nel deserto nel frattempo tra la Pasqua e la Parusia, e sa che lì deve affrontare gli assalti del Drago, come scrive l’autore dell’Apocalisse (cfr Ap 12, 1-6). L’Evagelo di oggi ci dice che in questo deserto è possibile lottare perchè in questo siamo stati preceduti da Gesù, il Figlio Amato, venuto nella nostra carne senza cercare nessuna esenzione.

Credo che sia importante che capiamo che Gesù non fu esentato dal peccato, ma semplicemente non lo commise! La differenza è grande! L’esenzione sarebbe stata un’astratta impeccabilità fredda, algida, disumana; quella che Gesù invece ha vissuto, e così ha consegnato a tutta la carne dell’uomo, è una vittoria costosa che ha dovuto attraversare i deserti della tentazione, i morsi delle parole e dei pensieri contro Dio, che aprivano dinanzi a Lui scenari diversi e realmente possibili! Le tentazioni ci dicono che Gesù affrontò realmente, dolorosamente e sanguinando la possibilità vera di un no alle vie del Padre; le tentazioni ci dicono che la scoperta della propria identità avvenuta nel Battesimo al Giordano (“Tu sei il Figlio mio, l’amato” cfr Mc 1, 11) si è dovuta scontrare con la vertigine del potere tutto e dell’avere tutto, con la vertigine del gustare tutto senza le fatiche dell’umano. La conoscenza della propria identità di Figlio si è dovuta subito scontrare con questa possibilità disumana e “diabolica” … sì, è paradossale, ma è così! E’ infatti il diavolo che, nella drammatizzazione di Matteo, incita Gesù a pensare diversamente da Dio: sono pensieri “diabolici”, che incredibilmente si agitano nel pensiero dell’uomo Gesù, Figlio di Dio!

Il Figlio di Dio ha dovuto lottare con questi pensieri “diabolici” di vie realmente possibili; ha dovuto lottare per accogliere invece l’altra vera possibilità, quella di una fedeltà ad un progetto di Dio assurdo e “perdente”: accogliere la debolezza fino in fondo, essere il servo che salva ma in virtù della sua impotenza, e non gettandosi a capofitto nella vertigine del potere.

La vittoria di Gesù, che rimbomba in tre potenti no al diavolo, è una vittoria che spalanca la storia alla possibilità dell’Evangelo, e che apre l’uomo, ogni uomo, alla possibilità dell’uomo nuovo. Quello del diavolo, quello “logico”, “sapiente”, “possidente”, “vincente” è l’uomo vecchio: è quell’uomo che ha creato sempre lacrime, dolore, sangue, ingiustizie … è l’uomo che si è prostrato a satana sotto mille e mille forme, e con mille e mille tipi di inchini e genuflessioni, è quello che ha fatto della terra una “valle di lacrime”! L’uomo nuovo, che Gesù crea con i suoi no al diavolo, è “illogico”, “stolto”, “perdente”, “povero” ma è l’uomo nuovo, è l’uomo libero e liberante del “sogno” di Dio nel giardino dell’in-principio.

La Chiesa chi fa iniziare la Quaresima con questa pagina evangelica che è davvero una bella notizia: è un evangelo, ed è anche una promessa. Infatti è la bella notizia che possiamo intraprendere la lotta perchè siamo stati preceduti da Uno che, come scriverà Agostino, ha già lottato ed ha già vinto per noi! Questo non ci esenta dalla lotta, ma ci assicura che Lui lotta con noi, come scrive S. Atanasio nella sua “Vita Antonii”.

Iniziamo la Quaresima con questa promessa che ci viene dalla vittoria di Cristo: una vittoria di cui contempleremo a pieno lo splendore nella Notte della Risurrezione, con la promessa di quella presenza che non ci lascia soli nella lotta per il Regno, per l’Evangelo, per l’uomo nuovo che deve essere costruito in noi.

Sarà una dura lotta, ma una bella lotta.

Bella? Sì, perchè è la stessa lotta di Cristo. Lui è la bellezza che ci fa affrontare ogni bruttura, con la promessa di trasfigurare la nostra miseria in santità.

Con questa luce camminiamo in questa Quaresima!

p. fabrizio Cristarella Orestano