XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Nel nome di Gesù

CHIAMATI AD ABITARE LA STORIA

  –  Mal 3, 19-20; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19   –

 

Crocifisso di San Domenico (particolare) - Cimabue

Crocifisso di San Domenico (particolare) – Cimabue

Oggi non si parla della fine del mondo … si parla, nell’Evangelo come nelle altre letture che la Chiesa ci propone, della storia … della storia e del suo cammino faticoso, contraddittorio, a volte sanguinoso, a volte luminoso, a volte grigio e spento … si parla della storia. In questa storia ci sono i discepoli di Gesù; essi devono sapere delle cose e devono essere avvertiti su altre. E’ quello che fa Gesù in questo tratto dell’Evangelo di Luca che fa parte della cosiddetta “grande apocalisse” del terzo evangelo. “Apocalisse” significa “rivelazione” … su cosa riceviamo qui una rivelazione?

Gesù prende le mosse da espressioni colme di ammirato stupore che alcuni hanno pronunziato dinanzi al Tempio ed alla sua magnificenza. Gesù interviene con una parola davvero scioccante per ogni pio ebreo … come Geremia, Gesù non si fa affascinare dalla grandiosità del Tempio, nè crede che esso sia indistruttibile (cfr Ger 7,4); quello che conta è altro! Nulla è sottratto al giudizio divino, neanche il Tempio del Signore. Bisogna stare attenti – dice Gesù – a non lasciarsi ingannare da parole false che metterebbero il Tempio al di sopra della Parola del Signore! Da questa affermazione sul Tempio, Gesù passa a dare delle notizie ai suoi discepoli e a dare degli avvertimenti, degli ammonimenti

Quali le cose che accadranno?

Sono le notizie: la prima è la distruzione del Tempio, ma poi ci sono altri fatti che segneranno la storia in cui i discepoli vivono; ci saranno guerre, rivoluzioni, terremoti, carestie e pestilenze, e ci saranno anche fenomeni spaventosi nel cielo; ancora più impressionante sarà però il sopravanzare della menzogna e della falsità anche dentro la Chiesa, dentro la Comunità credente …ci saranno anche lì degli ingannatori che si paluderanno di maschere false, addirittura usando non solo il nome ma anche l’identità del Cristo.

Sono profezie? A parte l’annunzio che riguarda Gerusalemme (che realmente deve essere stato più un monito circa un fatto prevedibile, dato l’andamento delle relazioni con Roma, e chiaramente una profezia “ex eventu”, messa cioè sulle labbra di Gesù dopo che la distruzione del Tempio è avvenuta) non si tratta di profezie, ma di una descrizione della storia per come è, per quello che la storia riserva sempre e sempre riserverà fino alla fine … certo i “ fatti terrificanti nel cielo” sono fuori dell’ordinario male quotidiano, e vogliono richiamare sul piano cosmico la caducità delle cose come, sul piano particolare, tale caducità Gesù l’aveva già sottolineata circa il Tempio di cui non rimarrà pietra su pietra

Insomma mi pare che il discorso vada nel senso che la storia, anche dopo la venuta di Gesù, rimarrà piena di contraddizioni e piena di dolori … la novità, nella storia, sono proprio i discepoli!

La storia, così segnata da male e dolore, così capace di perseguitare e accusare i giusti, i discepoli del Regno, avrà dentro di sè un seme di salvezza e paradossalmente questo seme di salvezza sono proprio quei perseguitati, quegli accusati, quei trascinati dinanzi ai tribunali del mondo …

Il Signore affida ai suoi, assieme a queste notizie circa la storia, su cui non bisogna farsi illusioni, anche dei moniti, degli avvertimenti: dinanzi a tutto questo, il rischio è avere una paura che raggeli (non vi terrorizzate), o cadere preda di inganni (non lasciatevi ingannare), o mettersi a seguire dei “salvatori” che rispondono alle attese di ore di pressura e terrore con false promesse (non seguiteli!). Rischio è, pensando che la fine sia imminente, mettere termine alla lotta, alla testimonianza, all’annunzio di quella parola paradossale dell’Evangelo che contraddice il mondo e la sua storia di morte (non sarà subito la fine) … Rischio grande potrebbe essere, nel corso della storia, il pretendere di salvarsi da soli con le armi della propria eloquenza e delle proprie ragioni … il Signore dice con chiarezza: “Io vi darò lingua e sapienza”, cioè: “non fidatevi della vostra lingua e della vostra sapienza” …

Fuggendo questi rischi il discepolo, immerso nella storia, deve proclamare Gesù come suo unico Maestro e Signore, e non seguire altri (non seguiteli!); il discepolo è chiamato a perseverare (con la vostra perseveranza salverete le vostre anime; in greco “iupomonè” cioè “resistenza”) … Questa perseveranza-resistenza è dimostrazione che ci si fida della parola di Gesù e della sua presenza, che ci si affida alla sua forza, e con quella presenza e quella forza è possibile camminare nella storia nonostante le sue contraddizioni. Anzi Gesù, in questo testo di Luca, ci dice che è possibile trasformare contraddizioni e persecuzioni in occasioni di vita, di testimonianza, di annunzio di novità in una storia malata di vecchiaia, di decadenza, di vie sempre uguali a se stesse in cui il male la vince sempre (questo vi darà occasione di testimonianza).

Il discepolo può essere allora una “parola nuova” per annunziare tempi nuovi, per annunciare la caducità del mondo e delle cose che il mondo più apprezza; il discepolo è testimone di uno sguardo che va oltre la storia, ma che non dimentica la storia nel suo concreto fluire; il suo sguardo all’oltre non gli fa abdicare dalla responsabilità verso questa storia, in cui egli è chiamato ad essere seme di vita.

Più volte in questo Evangelo si parla di nome di Gesù: Alcuni verranno falsamente nel mio nomesarete trascinati davanti a re e governatori a causa del mio nome…sarete odiati da tutti a causa del mio nome…

E’ il nome che salva (cfr At 4,12) e che il discepolo deve custodire nel profondo di sè; è quel nome che non deve essere mistificato e che, custodito, fa somigliare il discepolo al suo Signore il quale fu odiato, interrogato da tribunali perversi, trascinato dinazi a re e governatori (proprio in Luca, Gesù è portato davanti a Erode e a Pilato!), tradito ed abbandonato dagli amici…

Il Signore si è fidato del Padre fino alla fine, trasformando quell’orrore nel luogo supremo di testimonianza di Dio e nel luogo supremo dell’amore.

L’Evangelo di oggi ci consegna una parola nella quale il Signore confida di averci compagni in quest’opera strordinaria di abitare la storia,  con i suoi dolori e contraddizioni, da testimoni di un’alternativa e di una speranza!

La caducità delle cose e del mondo non ci pongono, come Giona, sotto un ricino in attesa di un grande rogo punitivo (cfr Gion 4, 5-11), ma in una compassione attiva per gli uomini nostri fratelli che, anche se si presentano con il volto di nemici, hanno diritto di avere da noi la testimonianza di una perseveranza amorosa che affonda le sue radici nel nome di Gesù nostro fratello e Signore, “autore e perfezionatore della nostra fede” (cfr Eb 12,2).




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – La necessità di pregare

LA FEDE, SPAZIO DI OGNI PERSONALE COMPIMENTO 

 

–   Es 17, 8-13; Sal 120; 2Tm 3, 14-4, 2; Lc 18, 1-8  –

 

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Santo Volto, Chiesa di S. Egidio (Roma)

Una parabola che, come al solito, ci spiazza e ci invita a cambiare prospettive. Una parabola che, alla fine culmina in una sorta di “colpo di scena” che ci chiede di guardare a noi stessi, alle nostre scelte profonde, alla nostra relazione con Dio.

La parabola della vedova e del giudice iniquo è, per dichiarazione esplicita di Luca che, in qualche modo, ce ne dà il titolo (Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi),  una parabola sulla preghiera. Al capitolo undicesimo dell’Evangelo di Luca, Gesù già ha detto cosa chiedere (nell’insegnamento del Pater) e poi come chiedere (nella parabola dell’amico importuno).

E qui? Chiediamoci: chi è il protagonista della parabola? Mi pare che non sia la vedova con la sua insistenza, ma sia, in primo luogo, il giudice iniquo. La parabola, infatti, mi pare voglia parlarci, certo nell’ambito di un discorso sulla preghiera, più di Dio che di altro. Il giudice iniquo serve a Gesù per parlarci, incredibilmente, del Padre suo … è un’esemplarità “per contrario”: è presentato un giudice così iniquo da non temere Dio e non aver riguardo per nessuno, cioè è uno che ha fatto di se stesso il centro dell’universo: infatti non ha rispetto nè di chi gli sta sopra (Dio), nè di chi gli sta intorno (gli altri); l’unico centro dei suoi interessi è lui stesso. Ora, dice Gesù, se un giudice di tal fatta alla fine risponde alla domanda della donna, quanto più Dio, che è Padre e che desidera solo il bene per i suoi figli, farà giustizia a coloro che glielo chiedono, o a quelli la cui situazione di miseria, di oppressione, di vittime grida giustizia al suo cospetto?

La domanda della vedova non è una domanda banale: non chiede una cosa qualsiasi, chiede giustizia! Questa donna è l’emblema dei poveri, degli umiliati senza difesa, senza importanza per il mondo che per loro è sempre troppo grande e indaffarato … la donna riceve giustizia da quel giudice iniquo … Gesù a questo punto ha ribadito con la parabola il vero volto di Dio: è un Padre che certamente farà giustizia, non è una controparte che bisogna forzare, una contoparte con cui venire a patti attraverso un odioso commercio, che diventa “religione”. Passa quindi a ciò che gli sta più a cuore e che è ciò a cui la parabola voleva condurre l’ascoltatore. Posto dunque che Dio farà giustizia, e la farà anche prontamente (e su questo con la parabola Gesù ha affermato una assoluta certezza!), Gesù porta tutto su un altro registro. Ecco il “colpo di scena”!

Nè la vedova e la sua insistenza, nè il giudice erano il vero centro del racconto: tutto, invece, si concentra sugli ascoltatori, su noi. Gesù pone una domanda che ci trascina all’interno dell’Evangelo: la cosa importante è la fede di chi prega!

Dio è giusto e farà giustizia, ma noi ci fidiamo di Lui, della sua giustizia, dei suoi tempi, dei suoi modi? Ecco perchè la pagina di oggi si conclude con una domanda che, ad una lettura superficiale, sembra piovere dall’alto e sembra accostata alla parabola con una labile logica. Invece non è così! Ecco la domada: Ma il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla terra? Una domanda che, a sospresa, ci conduce al cuore di noi stessi, delle nostre vite credenti. Appunto: “di credenti!

L’alveo vero della preghiera non è tanto l’insistenza e quella scelta di importunità della vedova (come l’amico che va dall’altro di notte…cfr Lc 11,  5-8)….ciò che davvero conta è chiedersi se dietro l’insistenza, la perseveranza ci sia fede vera da parte dell’orante! Il pregare senza stancarsi è allora icona di una fede che si nutre della certezza della giustizia di Dio, e che non si stanca di stare alla presenza di quel Dio che è Padre vero e che altro non desidera che fare giustizia ai suoi santi!

All’inizio della parabola Luca ci ha detto che questa preghiera incessante e senza stancarsi è una necessità. E’ infatti il segno che il credente è davvero tale, ed è davvero uno che ha riconosciuto la verità di Dio, la sua paternità!

La pienezza della giustizia Dio la farà con il ritorno del Figlio alla fine della storia…allora ogni giustizia sarà compiuta!

Insomma Gesù con questa parabola ha voluto farci fare chiarezza nei nostri cuori: siamo davvero uomini e donne che vivono la storia nella certezza che Dio è fedele e farà giustizia prontamente, cioè puntualmente? Al suo ritorno il Figlio dell’uomo vuole trovare questa fede! La domanda con cui si conclude questo passo di Luca sia martello esigente nel profondo di ciascuno di noi…è domanda essenziale, perchè la fede è lo spazio dell’accoglienza della salvezza, è il “luogo” in cui si gioca ogni personale compimento!

Il “frattempo” della storia, quello che si svolgerà fino al suo ritorno, dice Gesù, deve essere riempito dalla preghiera incessante: è tempo di mani levate come quelle di Mosè di cui ci ha narrato il passo di Esodo; tempo di mani levate ad implorare Colui che certamente mostrerà il suo amore, che tutto compie e che adempie ogni giustizia; mani levate per accogliere il Regno veniente! Ogni oggi, nutrito della certezza della fedeltà di Dio, può divenire un vivere alla presenza di Dio.

Questo si fa, concretamente, giorno dopo giorno in una paziente fedeltà capace d’abbandonarsi alla promessa di Dio.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

             

 




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XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Il fine della storia

 

LA STORIA E IL SUO SENSO

Mal 3, 3-19-20a; Sal 97; 2Ts 3, 7-12; Lc 21, 5-19

 

Mentre ci avviciniamo alla conclusione di quest’anno liturgico, la riflessione che la Chiesa propone oggi è una lettura della storia e del suo senso. Guardando al fluire della storia la riflessione di Luca è attenta alla vita della Comunità dei credenti in Cristo nella storia. Quando Luca scrive il suo Evangelo ha chiaro il corso degli eventi: il Tempio di Gerusalemme è stato distrutto e la vita della Chiesa è sì fiorente, ma minacciata; già il sangue dei primi testimoni è stato versato (lo stesso Luca in Atti narrerà delle morti violente di Stefano e di Giacomo)…
La fine del Tempio per Luca (come per tutto il Nuovo Testamento) è segno potente della novità che è Cristo, e della fine della precedente economia; è segno apocalittico (cioè segno rivelativo) di una presenza di Dio nel nuovo Tempio, che è il Cristo crocefisso e risorto vivente nella Chiesa.

Il discorso di Gesù del passo odierno dell’Evangelo è sollecitato dall’ammirazione di alcuni per la grandiosità del Tempio e per le sue bellezze, ed è detto “grande apocalisse lucana”; al capitolo 17 avevamo incontrata invece la cosiddetta “piccola apocalisse”. “Grande” perché riguarda il corso di tutta la storia, mentre la “piccola” riguardava il “destino” personale, la storia personale di ogni uomo, quella che si conclude cioè con la morte.

E’ una rivelazione (“apocalisse”) che riguarda le ultime cose, e cioè non tanto “la fine” della storia ma “il suo fine”. Infatti qui Gesù smaschera le nostre paure, le nostre derive, i nostri possibili inganni, quelli che possiamo creare e quelli in cui possiamo cadere. Qui Gesù narra come sarà la storia e come in essa, coloro che si fidano di Lui e del suo Evangelo, potranno e dovranno camminare.

La storia certo ha un senso, cioè una direzione e le parole che Luca pone qui sulle labbra di Gesù non sono né terroristiche, né trionfalistiche; non sono parole che annunciano, promettono e minacciano sventure ma non sono neppure parole che assicurano un trionfo a basso prezzo. Di certo, però, sono parole di promessa di una vicinanza provvidente, che alla fine avrà la forza della salvezza, mentre intanto dona la capacità di pronunciare parole di verità anche dinanzi alle accuse e persecuzioni del mondo. Una tale salvezza ha però il costo della fedeltà e della perseveranza, il costo di saper attraversare la storia fidandosi della promessa stessa di Dio.

Il percorso della Chiesa nella storia sarà certo un cammino difficile, segnato da contraddizioni interne ed esterne, e tutto questo bisogna assumerlo per non vivere in un’illusione che anestetizza i credenti e li trasforma in uomini delusi.

Il cammino del credente, in questo passo di Luca, è mostrato come esposto al rischio di trappole che il mondo tende e in cui si può cadere. Gesù ne individua tre attraverso cui il male cercherà di aggredire chi crede; la prima trappola è terribile e diabolica: è la menzogna, l’inganno…menzogna ed inganno che pretendono perfino di indossare le maschere del volto di Dio. Pensiamoci… il testo di Luca riporta due espressioni sante che il mondo può osare di utilizzare per ingannare il credente, presentandosi come un idolo che chiede adesione: «Molti verranno nel mio nome dicendo IO SONO…NON SEGUITELIIo sono”: è il santo nome di Dio, ma pronunciato dagli idoli che pretendono di sostituirsi a Lui, è il nome di Dio che solo Cristo può pronunciare nella storia e che invece i menzogneri pronunciano per ingannare e traviare.
Gli idoli chiedono sequela, e lo fanno con seduzione potente che noi tutti sperimentiamo ogni giorno, ma Gesù ammonisce: «Non seguiteli!».
Gesù che ha detto, fin dal principio dell’Evangelo, Seguitemi! (cfr Lc 5, 11.27; Lc 9, 59; Lc 14, 27), qui mette in guardia dalle sequele sbagliate, dalle sequele che portano morte e menzogna. Tremendo, a tale proposito, è l’uso del suo nome: il credente cioè può essere intrappolato anche da chi si serve del santo nome di Cristo, invece di farsi servo di quel santo nome.
Più avanti, sempre in questa grande apocalisse, Gesù presenta invece la sua Chiesa come fatta da coloro che saranno perseguitati «a causa del mio nome». E’ così: si può usare il nome di Gesù per avere gloria e potere dal mondo, o si può rischiare e pagare di persona per quel nome santo in cui solo c’è salvezza (cfr At 4, 12).

La seconda trappola che il mondo tende nella storia alla Comunità dei credenti, è la persecuzione, quella stessa cui è stato sottoposto il Maestro. Se la Chiesa proclama parole secondo il mondo non patirà persecuzione; se la Chiesa pronunzierà parole di triste “buon senso” avrà l’applauso dei sapienti secondo il mondo. Ma se la Chiesa dirà con forza e senza sconti la parola scomoda dell’Evangelo, la parola quella della croce (cfr 1Cor 1, 18), allora patirà persecuzione e accanimento. Nella persecuzione però paradossalmente sperimenterà la potenza della presenza del Signore, che è fedele compagno di viaggio nel cammino della Chiesa nella storia.

La terza trappola che il mondo tende alla Chiesa è ancora una trappola appestata da una puzza diabolica, quella della divisione. Una divisione che penetra nelle relazioni più sante che l’uomo può vivere: Sarete consegnati dai genitori, dai fratelli…dagli amici.
E’ terribile, ma a tal segno arriva l’odio del mondo per le vie che lo contraddicono! Il mondo non sopporta, non tollera chi gli si oppone e lo ferisce lì dove può dargli più dolore, più disperazione, più tentazione.

La guerra che il mondo ingaggerà con i credenti all’interno della storia userà l’arma tremenda della morte, l’arma tremenda dell’odio (Luca lo sa: quando scrive l’Evangelo è già stato versato il sangue di Stefano, di Giacomo e di altri fratelli); e questo solo perché i credenti custodiscono il nome di Gesù, sono cioè viva memoria di Lui tra gli uomini.

Per Luca allora è chiaro: la storia si attraversa nelle sue contraddizioni, ma custodendo il nome di Cristo, la sua Parola, il suo Evangelo, la memoria viva di quell’alterità che Lui ha consegnato alla sua Chiesa.

In tutto questo è necessario perseverare, essere pazienti; l’“iupomonè” di cui Gesù oggi parla è infatti proprio la pazienza perseverante, il saper soffrire a causa dell’Evangelo senza venir meno.
Insomma, è necessario portare lo scandalo del paradosso evangelico: ci si salva solo donando la vita!

Questa fu la via di Gesù, e la “grande apocalisse lucana” rivela che la storia sarà salvata e custodita da un piccolo resto che resiste agli inganni, alle divisioni, alle persecuzioni, un piccolo resto capace di pagare di persona.

Questa è parola di speranza, è parola di consolazione che dà ai nostri passi di credenti la forza ed il coraggio di attraversare la storia senza fuggirla, ma vivendola portandovi la bellezza dell’Evangelo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – Il seminatore

IL SEME FECONDO DELLA PAROLA

Is 55, 10-11; Sal 64; Rm 8, 18-23; Mt 13, 1-23

 

Matteo ci porta oggi, come scrive Luigi Santucci nella sua “Vita di Cristo”, nel paese delle parabole. Un paese che solo gli ingenui possono pensare essere un paese per sempliciotti e ignoranti, un paese inventato da Gesù per quelli che, poverini, non capirebbero discorsi più elevati! E’ perfettamente il contrario: è un paese in cui riescono ad entrare solo quelli a cui il Padre rivela queste cose; al capitolo undici, lo ascoltammo la scorsa domenica, Gesù rendeva lode al Padre perché rivelava le cose del Regno ai piccoli e le nascondeva ai sapienti e agli intelligenti! Nel paese delle parabole solo i piccoli riescono ad avere cittadinanza perché solo loro conoscono questo linguaggio profondo. Un linguaggio che chiede di penetrare la parola pronunciata, di andare al profondo, di lasciarsi afferrare e coinvolgere in una serie di immagini, luoghi, cose, persone, sentimenti in cui Dio nasconde le cose del Regno ai presuntuosi e agli arroganti e in cui rivela le cose del Regno a coloro che si lasciano interpellare, porre in crisi; a quelli sanno farsi piccoli …

Il paese delle parabole è un luogo in cui parlano i semi, i solchi, gli uccelli, le spine, le pietre, il lievito, le reti, i gigli dei campi, le reti, la zizzania, le perle, il sole, le pecore; un paese in cui i contadini, le donne che spazzano la casa, i pastori, i padri addolorati, i fratelli invidiosi, i figli ribelli, i vignaioli, i debitori, i re che partono in guerra, i pescatori, i mercanti hanno ciascuno da raccontarci una storia e raccontandocela ci danno una pista per ritrovare i passi di Dio assieme ai nostri passi; il paese delle parabole è un paese in cui il seme della Parola è nascosto nei solchi e nelle pieghe della nostra umile storia quotidiana e da lì può germogliare per chi lo riconosce deponendo se stesso ed accogliendo l’Evangelo!

Gesù si presenta all’inizio di questo capitolo tredici come colui che conduce in questo paese meraviglioso e compromettente in cui è possibile riconoscere Dio ed il suo operare nella storia. La parabola  che oggi ascoltiamo ci racconta proprio di Gesù; Lui ci racconta di se stesso: Il seminatore uscì a seminare! E’ la vicenda di Gesù che, uscito dal Padre, viene a gettare il seme fecondo della Parola tra gli uomini; è un Seminatore generoso che non lesina il seme; lo getta con generosità sperando che trovi solchi aperti ed accoglienti … l’inizio della parabola di oggi ci narra di un esodo, quello di Gesù, che ha lo scopo di portare a noi una Parola che vuole accoglienza per diventare fecondità. Lui è venuto nella storia a pronunciare un Evangelo che solo i piccoli sapranno cogliere, un Evangelo che però è donato a piene mani a tutti i terreni; l’Evangelo che Gesù narra al mondo è un Evangelo di amore che non può non nutrirsi di speranza! Il Dio che semina ha una speranza tale che è capace di “sprecare” semenza anche sul terreno battuto, anche tra i sassi, anche tra le spine! Il Dio che spera vorrebbe che quelle miserie divenissero solchi di accoglienza e fecondità! La parabola del Seminatore con cui Matteo ci fa giungere nel paese delle parabole non deve essere letta con chiavi moralistiche, l’attenzione, infatti, va puntata sul Seminatore e non su un facile elenco di “buoni e cattivi”; invece è rivelazione del solo buono che fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi (cfr Mt 5,45) e getta il seme della Parola su tutti i terreni. La speranza del nostro Dio è più grande del calcolo! Il Dio che Gesù narra è pronto a venire a rivoltare il terreno su cui ha indiscriminatamente seminato. Su quei terreni passerà con il suo aratro e, a chi vuole, scaverà profondi solchi di accoglienza; a chi vuole strapperà le spine che tutto soffocano, a chi vuole toglierà le pietre che opprimono e rendono impotenti le radici!

Nella successiva parabola della zizzania, conosce anche una via fuori dell’ordinario; sì, perché le parabole non si spiegano … se si colgono, si colgono! Sono un po’ come la musica: se uno coglie la bellezza di una melodia di Bach o la potenza di una frase musicale di Verdi, l’ha colta! Se uno non la coglie nessuno gliela può davvero spiegare! Così è per le parabole! Invece qui e per la parabola della zizzania c’è una spiegazione … ma è una spiegazione che non risale a Gesù (anche se Matteo la pone sulle labbra di Gesù); è una spiegazione che risale alla Chiesa di Matteo. E’ quella Chiesa che desidera leggersi “sotto il giudizio” di quella parola. Così se la parabola è rivelazione del Seminatore, la spiegazione è una lettura della vita ecclesiale. Nella Chiesa c’è un’accoglienza diversificata della Parola; questa è accolta (con vario risultato: chi il cento, chi il sessanta, chi il trenta per uno) o non è accolta. A volte è accolta illusoriamente (le spine, il terreno sassoso), a volte non è neanche ascoltata (sulla strada gli “uccelli” subito la portano via).

La Chiesa di Matteo si interroga dinanzi alla Parola così generosamente sparsa sul suo vario terreno; si chiede: in noi che vita ha la Parola di Gesù? Mette radici? Dà frutto? Permettiamo alla tentazione di strapparcela a causa della nostra superficialità? La lasciamo soffocare dalle spine? Spine che non solo gli affanni che sono nel mondo ma anche gli affanni mondani che infestano la Chiesa e che, in essa, soffocano la potenza della Parola e ne impediscono la crescita. Lasciamo che il sole la bruci a causa della nostra incapacità di durata, di fedeltà, di costante perseveranza? Matteo, dopo averla condotta nel paese delle parabole,  interroga la sua Chiesa su ciò che davvero vale nel suo sentire e nella sua prassi, interroga la sua Chiesa (ed oggi interroga pure noi!) su che vita ha la Parola nel suo concreto cammino storico. Matteo sa bene che la mediocrità è capace di rendere impotente la Parola potente di Dio che viene a fecondare la terra e che torna a Dio solo dopo aver reso la storia gravida di vera vita! Isaia ci ha cantato, nella prima lettura di questa domenica, il viaggio straordinario della Parola che scende da cielo e viene a fecondare la terra prima di tornare al cielo; è, lo capiamo bene, la storia di Gesù che è Parola-seme ed è Seminatore venuto a portare nella storia la Parola dolce ed esigente dell’Evangelo, Parola che chiede compromissione, chiede di smuovere e rivoltare i nostri terreni battuti ed impenetrabili, chiede di sradicare le spine che tutto soffocano, chiede di levar via le pietre di durezza e di mediocrità che pure pare ci proteggano e ci facciano più forti ma che, in realtà, rendono tutto privo di radici …

Le parabole diventano automaticamente giudizio sulle nostre vite: siamo per caso tra quelli che non vedono con gli occhi, non ascoltano con gli orecchi, non comprendono con il cuore? Siamo tra quelli che non si convertono e così non guariscono? O l’ascolto delle parabole fa scendere su di noi la beatitudine che Gesù pronunzia: Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano?

L’Evangelo trovi i nostri terreni disposti a lasciarsi rivoltare e purificare per essere capaci di accogliere il seme che il Seminatore è uscito a seminare!




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