V Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – In cerca dell’uomo

 

VENUTO PER I MALATI E I PECCATORI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

Chi è Dio e chi siamo noi?
Già Agostino e poi Francesco d’Assisi compresero e proclamarono che in questa conoscenza c’è davvero ogni sapienza. La liturgia di questa domenica ci dice come in questa conoscenza ci sia quella consapevolezza che rende piena e vera ogni vocazione, ogni sequela.

L’Evangelo di Luca, nel capitolo precedente, in fondo ci ha detto della parola di Gesù; quella parola detta a Nazareth, quella parola che mostra un compimento della parola annunziata dai profeti, quella parola che è autorevole perché non è solo una parola che insegna ma una parola che dice ciò che Gesù vive! C’è assoluta conformità tra ciò che Lui dice e ciò che Lui fa.
Da questo la riflessione cristiana arriverà a dire che Lui non solo dice la Parola di Di, ma è la Parola di Dio.

Nel capitolo quarto, in tal senso, c’era stato un culmine nella domanda della folla che, dopo l’esorcismo di Cafarnao, esclama: «Che parola è questa che, con autorità e potenza, comanda agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?» (cfr Lc 4, 36). La coincidenza tra la parola e la vita, tra il dire e l’operare di Gesù, attrae tanta gente a seguirlo; ed eccoci così all’inizio del capitolo quinto: c’è un tale assembramento di folla da richiedere un “pulpito” imprevisto per quella parola. Luca sottilmente ci dice che Gesù proclama la Parola di Dio, la sua parola è Parola di Dio e questo non solo nel senso che ripeteva ciò che il Padre gli diceva, ma soprattutto nel senso che tutto ciò che Lui è e dice è Parola di Dio, e la gente lo percepisce notando quella conformità tra la sua parola e la sua vita.

L’evangelista ci consegna un particolare importantissimo: quel “pulpito” improvvisato è la barca di Pietro, immagine della Chiesa che deve proclamare una parola che deve avere quella stessa conformità; solo così sarà credibile!

In Luca non è narrata la vocazione dei primi quattro discepoli dopo il Battesimo e le Tentazioni, ma dopo un tempo di predicazione e anche di miracoli di Gesù. Marco e Matteo avevano letto la vocazione dei primi discepoli presso il lago come immediata, tanto immediata da non aver bisogno di nulla se non di quella parola che chiamava! Luca ci vuol dire, invece, che la risposta ad una chiamata ha bisogno di consapevolezza; la sequela di Pietro e dei suoi compagni inizia partendo da una consapevolezza di una parola autorevole e di una parola capace di divenire azione, fatto, in quest’ultimo caso parola che diviene reti piene. Pietro già sa della qualità straordinaria di Gesù come uomo in cui coincidono parola ed azione, parola e vita, tanto che, nel rivolgersi a Lui per dirgli il suo sì a gettare, assurdamente, ancora le reti dopo una notte infruttuosa, lo chiama “epistáta” e non “didáscale”: “epistátes”, infatti, significa “maestro”, ma nel senso di “capo”, di chi guida con la sua parola; “didáscalos” significa, invece, maestro nel senso di insegnante. Nell’Evangelo di Luca i discepoli chiamano sempre Gesù “epistáta” e gli altri, specie scribi e farisei, lo chiamano “didáscale”.

Pietro si lascia guidare e lì, in questa sua docilità, avviene la conoscenza: vedendo quella parola di Gesù divenire reti piene, abbondanza ove c’era miseria, fecondità lì dove c’era infecondità, Simon Pietro coglie la verità su Gesù e la verità su di sé; Gesù è il Santo e Lui è un peccatore!

E’ la stessa esperienza di Isaia nel racconto della sua vocazione che oggi leggiamo come prima lettura: «Un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo ad un popolo dalle labbra impure io abito»; è la stessa esperienza di Paolo nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui narra della sua chiamata: «Ultimo apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli e non degno neanche d’essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio»; poi però Paolo aggiunge: «Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana».

Paolo già sa, perché l’ha già sperimentato, quando scrive la lettera, che la grazia ha operato nella sua debolezza e nella sua miseria. Isaia e Pietro lo sperimenteranno.
A Pietro, che gli confessa la sua miseria di peccatore, Gesù fa, di contro, la sua proposta vocazionale; la sua parola, che opera e crea, farà di Pietro qualcosa di nuovo: pescatore di uomini. Luca, alla lettera, scrive sarai uno che prende vivi gli uomini. Pietro, segnato dalla morte e dal peccato, prenderà gli uomini per la vita, per portarli alla vita.
Il peccato di Pietro non è una diga o un baratro tra lui e Gesù; è il luogo invece del loro incontro. Sapere di essere peccatore e sapere la santità di Dio è vera sapienza, perché non resta semplicemente una consapevolezza, una notizia che potrebbe risultare solo avvilente e paralizzante (la prima reazione di Isaia e di Pietro è proprio quella di una paralisi dinanzi al santo!), ma è luogo in cui avviene un incontro che salva e da cui parte una via ulteriore di salvezza anche per altri uomini: quelli cui Isaia è inviato, quelli che Pietro dovrà trarre vivi dalle acque di morte, quelli che, ascoltando Paolo, hanno creduto alla sua predicazione.
Quanto il cristianesimo è lontano da ogni via religiosa! Le vie religiose vogliono separazione e purezza per l’incontro con Dio; il cristianesimo, in Gesù, ci ha raccontato un Dio che cerca l’uomo nel suo peccato, non se ne spaventa e non aspetta nessuna purificazione previa per incontrarlo ma, proprio nell’incontrarlo, lo rende nuovo e capace di opere di vita!

Tutte le volte che abbiamo annunziato un cristianesimo per i “puri” abbiamo tradito Gesù e il suo Evangelo, abbiamo annunziato un cristianesimo tanto sfigurato da non avere più nulla a che fare con Gesù di Nazareth, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori (cfr Lc 5, 31-32).

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica del Tempo Ordinario – Sulle rive del nostro quotidiano

L’ENTUSIASMO DI UN SI’

 Is 8, 23 – 9, 2; Sal 26; 1Cor 1, 10-13.17; Mt 4, 12-23

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

C’è un evento di salvezza essenziale nel passo dell’Evangelo di Matteo di questa domenica: Gesù inizia a predicare!

Se abbiamo contemplato gli inizi della sua vicenda nella nostra carne, se abbiamo contemplato il suo manifestarsi alla storia quale presenza che salva, se abbiamo ascoltato che è l’Agnello che prende su di sè il peccato del mondo, che è altresì l’incredulità ed il rifiuto di Dio, nel passo di oggi esplode l’evento per cui, Colui che è la Parola, inizia ad annunziare (il verbo utilizzato è “kerússein”!), inizia cioè a proclamare il Regno che è venuto a portare nella storia in modo definitivo.

Matteo ci racconta che ci fu un giorno in cui Gesù fece scoccare l’ora in cui la Parola diretta di Dio iniziò a percorrere le strade del mondo, e iniziò la predicazione del Regno. Già Israele aveva sognato questo regnare di Dio nella storia degli uomini, e nei cuori degli uomini, ma ora Gesù annunzia che il Regno è davvero vicino; e Matteo pone sulle labbra di Gesù un verbo che significa non tanto una vicinanza spaziale quanto una vicinanza temporale: è, cioè, il tempo in cui Dio, in Gesù, vuole che il suo Regno davvero inizi nei cuori degli uomini. Il primo cuore in cui questo Regno prende forma e forza è proprio il cuore umano di Gesù, nostro fratello … il Regno è davvero vicino, è venuto, cammina in questa storia, su questa terra, respira questa nostra aria…

L’inizio della predicazione di Gesù, annunziatore del Regno già con la sua sola presenza, per Matteo invera definitivamente le parole di profezia del Libro di Isaia, che oggi costituiscono la prima lettura, e che Matteo puntualmente cita: “Il paese di Zabulon e di Neftali sulla riva del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti, il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce, su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte, una luce si è levata”. Le parole del profeta si riferivano ad un evento storico di liberazione di quelle popolazioni appartenenti alle tribù di Zabulon e di Neftali, che erano state umiliate dall’Assiria e deportate … la liberazione, che Matteo collega a quell’oracolo, è però una liberazione su di un altro piano, un piano teologico. Quella liberazione, annunziata dalla speranza del profeta, è rinascita di un popolo ridotto a essere non-popolo; analogamente, la rinascita che la luce dell’Evangelo di Gesù porta in quelle stesse terre provoca la novità di vita in alcuni uomini galilei, dei pescatori, che vengono alla luce come “pescatori di uomini”, come discepoli di Gesù, annunziatore del Regno e dimora stessa del Regno!

In questo passo evangelico, la salvezza è qualcosa di estremamente concreto, qualcosa che si mostra immediatamente nelle vite di questi uomini: uomini con i loro nomi precisi … importante il nome! Il nome, infatti, è segno di un’identità, di una concretezza umana che è chiamata a coinvolgersi con Gesù senza tante complicazioni, senza tante domande o ulteriori riflessioni: se Luca e Giovanni, nei loro racconti, pongono le prime chiamate dopo eventi o parole significativi (per Luca, una pesca miracolosa – cfr Lc 5, 1ss – per Giovanni, le parole del Battista e la sua testimonianza – cfr Gv 1, 29-37), per l’evangelista Marco, e poi anche per l’evangelista Matteo, invece, la chiamata di Gesù è come l’irrompere improvviso di una luce che non vuole dilazioni, che chiede un immediato, un sì generoso e senza domande. La stessa parola di promessa che Gesù fa a Pietro ed Andrea è una parola ambigua e senza nessun precedente nella tradizione ebraica che potesse renderla chiara: essere “pescatori di uomini” non è un contratto, non è una promessa di ricompensa, non specifica vie di un possibile percorso o mete da raggiungere; essere “pescatori di uomini” non dà nessuna assicurazione sul futuro … e i quattro rispondono con la stessa logica: non valutano pro o contro, non cercano di fare patti, non fanno domande nè chiedono assicurazioni semplicemente (divina semplicita!) lasciano tutto e seguono Gesù!

Certo questo modo di raccontare ha più sapore teologico che storico, ma ci grida un’esigenza: il non pretendere di capire tutto e di sapere tutto davanti al Signore che chiama; questo racconto grida l’esigenza di lasciarsi illuminare dalla luce di Cristo, che rivela le tenebre in cui tanto spesso sediamo; grida l’esigenza di lasciarsi afferrare dalla luce per seguire la luce, fidandosi della luce.

La verità è che i nostri calcoli ed i nostri metri di giudizio sono davvero miseri, e ci lasciano il più delle volte “raggelati” in un immobilismo che pietrifica … e tanti rimangono con le loro reti e le loro barche, con i loro progetti e i loro affetti lì sulla spiaggia, incapaci di volgere lo sguardo a quell’ulteriore, che Gesù solo può indicare. C’è poco da fare, con Lui si va sempre verso un ignoto che può fare certamente paura, ma è un ignoto in cui Lui c’è, e tanto ci può bastare se davvero abbiamo fatto esperienza di Lui. Solo una debole esperienza (o un’esperienza inesistente!) produce uomini di deboli o inesistenti slanci.

Con la pagina di oggi l’Evangelo di Matteo ci mostra Gesù che inizia la sua missione con tre azioni precise: annunzia il Regno, chiama e cura. Questa triplice azione sarà la via per quei pescatori diventati pescatori di uomini: stare con Gesù per annunziare e mostrare il Regno presente; essere, a loro volta, voce che chiama altri uomini alle esigenze della sequela; chinarsi a curare le infermità degli uomini loro fratelli, a curare la terribile malattia della durezza-di-cuore (la “sklerokardía”) che conduce al vuoto e al non-senso, a curare la malattia dell’immobilismo che toglie all’uomo la passione per la vita, per l’oltre, per la ricerca appassionata del volto stesso dell’uomo.

Gesù passa sulle rive del nostro quotidiano, sempre … porta la luce del Regno perchè ci mostra, nella sua persona, come Dio può regnare in un cuore d’uomo, facendo dell’uomo una dimora dell’amore e della compassione, una dimora di misericordia e di fraternità. Quando incrociamo quello sguardo di luce, lasciamocene afferrare e partiamo con Lui.

Certo il “colpo di fulmine” dei discepoli al lago dovrà trasformarsi in un rimanere che non si stanca, un rimanere che non si tira indietro: quegli stessi discepoli che seguirono Gesù immediatamente, “lasciando tutto”, sono gli stessi discepoli che “fuggirono abbandonandolo” (cfr Mt 26,56) in una triste notte di primavera … La loro sequela entusiastica dovrà passare quindi per le domande, per le incapacità a comprendere, per le viltà, per le paure, per le cattive interpretazioni del Regno (“sedere alla destra e alla sinistra di Gesù nel Regno” cfr Mt 20,21), dovrà passare per l’ora buia della croce … ma poi, quegli stessi discepoli, torneranno, e solo allora potranno essere – davvero e per sempre – pescatori di uomini fino ai confini del mondo … solo allora, perchè avranno fatto esperienza della fragilità del cuore dell’uomo nella loro stessa fragilità; e potranno aiutare gli uomini ad attraversare le domande, perchè essi stessi le avranno attraversate; potranno aiutarli nelle loro paure, perchè nella loro carne avranno sempre la memoria di quella paura che li aveva pietrificati dinanzi alla croce; solo allora, dopo il buio, potranno indicare la luce che a Pasqua sperimenteranno! Verrà dunque il tempo delle domande e delle paure, ma i discepoli le potranno affrontare e dominare solo per quel già detto su quella spiaggia di Galilea: un sì certamente fragile, ma vero, e detto “al buio”… fidandosi solo di un’intuizione di luce. In seguito, il sì degli inizi sarà più puro, ma quel sì piccolo e imperfetto, nel suo entusiasmo, era necessario.

Matteo vuole dunque dirci questo: prima la sequela e poi le domande; prima il sì e poi la fatica per custodirlo; prima la consegna piena al Regno e poi le lotte per la fedeltà e la forza necessaria per rialzarsi dalle cadute. Tutto questo può sembrare logico, tuttavia spesso scegliamo vie tortuose, in cui si cercano prima le assicurazioni, le mete ben definite, le certezze degli esiti … vie, queste, che non permettono mai un inizio; vie di rimandi senza fine. Gesù sa che la via della fiducia e della consegna è via di vera libertà: Gesù lo sa perchè questa è la via che Lui stesso ha percorso con il suo sì pieno al Padre; un sì che non sapeva dove l’avrebbe condotto, un sì che sapeva essere costoso, ma non quanto costoso: così ci ha salvati, così ci ha guariti e a questo ci chiama. Oggi.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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V Domenica del Tempo Ordinario – La barca infeconda di Pietro

PIETRO, UNO SPECCHIO NEL QUALE RIFLETTERE NOI STESSI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

 

La pesca miracolosa (Raffaello, Victoria and Albert Museum, Londra)

 Nell’Evangelo di Luca, la vicenda di Pietro con Gesù è racchiusa tra questo grido di sconcerto “Allontanati da me che sono un peccatore” e quel pianto amaro dopo il canto del gallo nella notte del giovedì santo! La sua vicenda è emblematica delle nostre vicende con Gesù…è uno specchio nel quale possiamo e dobbiamo rifletterci; la chiamata che Gesù fa a Simone è molto semplice: gli chiede di mettergli a disposizione la barca del suo quotidiano…dalla barca di Pietro parlerà alle folle che fanno ressa per ascoltare la parola di Dio…proprio la gente che Gesù cerca, non è, infatti, gente che cerca miracoli, ma parola di Dio…la barca di Pietro sarà il luogo da cui Gesù farà risuonare la parola! Per parlare all’uomo, Gesù anche oggi ha bisogno delle nostre barche, ha bisogno cioè dei luoghi in cui viviamo il nostro ordinario; quando le nostre barche accolgono Lui che parla al mondo diventano anche capaci di prendere il largo, e di trovare il profondo

Simone non ha paura di offrire a Gesù la sua barca infeconda…la parola che vi viene pronunciata diventerà fecondità. Pietro getterà la rete su quella parola!

Credo che l’evangelo di questa domenica debba suggerirci una seria riflessione circa le aperture dei “luoghi” del nostro quotidiano alla Parola di Cristo. E’ necessario smettere di relegare la Parola di Dio in spazi ristretti, annuali magari…in spazi “sacri”, a tenuta stagna rispetto agli spazi “profani”. Distinzione questa tra “sacro” e “profano” che è meglio lasciare ai pagani in quanto non hanno nulla di cristiano, nulla di evangelico; in quanto la rivelazione cristiana ci racconta di un Dio che ha proclamato “santo” ogni spazio umano, ogni carne, ogni tempo. L’incarnazione ha fatto della storia un luogo di Dio: ogni carne è chiamata ad essere carne di Dio, ogni terra terra santa, ogni giorno tempo di grazia.

La presenza di Dio cerca l’uomo nella storia, senza paura della storia; Gesù non teme la barca “infeconda” di Pietro, non teme la sua carne di peccatore…è pronto a trasformare la barca infeconda in luogo del risuonare della parola; è pronto a trasformare il piccolo e rozzo pescatore in pescatore di uomini.

Gesù crea una vicinanza straordinaria perché Lui è la vicinanza di Dio! Una vicinanza che “spaventa”, una vicinanza che, paradossalmente, diventa per Pietro (ma sempre anche per noi!) un grido di paura: Allontanati da me che sono un peccatore! Come ci somiglia Pietro! Quando vede la sua infecondità diventare abbondanza, quando vede quella sua barca colmata, comprende che Gesù è il santo, è altro…e lui, invece, è come il mondo! Ed ecco che, in un moto di profonda verità chiede a Gesù l’unica cosa che Gesù proprio non può volere: Allontanati da me che sono un peccatore! Come può volere la lontananza chi è venuto per essere definitiva vicinanza di Dio proprio per l’uomo peccatore? Come può volere la lontananza chi è venuto a cercare chi era perduto (cfr Lc 19,10)?

Pietro dovrà imparare che proprio su quella strada di peccato e di miseria Gesù lo cercherà, e lo incontrerà fino a quello sguardo che gli donerà nel cortile di Caifa dopo il suo ultimo rinnegamento e dopo il canto del gallo (cfr Lc 22,61). Proprio su quella strada di miseria e viltà, proprio su quella “distanza” Gesù pone la sua parola di chiamata e chiede di non aver paura: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini.

Mi pare rilevante che questa non sia una parola di proposta, ma una parola di creazione:  Sarai pescatore di uomini. In quell’ora, tra Gesù e Pietro c’è stato un incontro nella più profonda verità, e per questo è iniziato per Pietro un processo inarrestabile ed irreversibile…è iniziata per lui una nuova creazione, è iniziato a nascere un uomo nuovo; sì, poi ci saranno ancora le cadute: quella celebre della sera dell’arresto, quella più sottile di Antiochia quando Paolo dovrà rimproverarlo con durezza (cfr Gal 2,11ss), ma ormai Pietro è il pescatore al servizio dell’Evangelo, ed avrà imparato ad “usare” le sue miserie come luogo tremendo e dolcissimo dell’incontro con il suo Signore. Forse fino a quella croce piantata sul colle Vaticano, Pietro dovrà lottare con il suo essere un peccatore (e non a caso la tradizione vuole che si sia fatto crocifiggere capovolto perché non degno di morire come Gesù!), ma con una certezza: quella parola di Gesù, in quel giorno lontano sul lago di Genezaret, l’aveva fatto, creato come “uomo nuovo”, quella parola aveva fatto di lui qualcun altro!

Gesù aveva potuto far questo perché Pietro gli aveva aperto uno spiraglio del cuore; non solo gli aveva dato la barca ma soprattutto gli aveva dato fiducia, aveva creduto alla parola di Gesù: aveva preso il largo dalle sue piccole sponde rassicuranti e si era spinto là dove era profondo! È la via anche per noi, è la via che la Chiesa deve intraprendere: fidarsi, andare al largo senza alcuna sicurezza se non quella “parola” che le è stata consegnata! Non ci sono altre “vie”… le altre sono vie “logiche” e piene del solito, triste “buon senso” del mondo. E si resta sulla riva, sulla riva dei comodi compromessi, sulla riva “senza rischi”, sulla riva delle complicità meschine quando non vergognose, sulla riva della mediocrità che uccide l’Evangelo…

La via della fiducia in quella parola paradossale che proviene da Cristo è l’unica via, e non è impedita neanche dal peccato…anzi, ci fa bene ripetercelo, il peccato e la miseria possono divenire luogo di un incontro fecondo tra noi (che siamo questo e non possiamo e dobbiamo fingere di non esserlo!) e il Cristo che è il Figlio venuto a cercarci proprio e solo lì!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Pasqua – Gettiamo la rete

UN INVITO A DEPORRE IL NOSTRO BUONSENSO

At 5, 27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

 

Credere nella risurrezione non è atto intellettuale o dottrinale…d’altro canto credere nella Santa Scrittura è aderire vitalmente al Signore, è adesione di tutto l’uomo, compromissione esisistenziale con il Signore della storia. Dunque anche il credere al Risorto è necessariamente un aderire a Lui, è un compromettersi reale e vitale; per questo è un girare le spalle per sempre al buon senso del mondo. Il buon senso del mondo è quello che fa di tanti cristiani i campioni di una capacità straordinaria: sommare parole di fede, parole cristiane ad un quieto vivere, adeguato a ciò che al mondo piace, a quel che piace ai suoi meccanismi perversi, a quello non sporcarsi ma ile mani perché andare in chiesa va bene ma poi non bisogna esagerare; questo buon senso difende se stesso dicendosi che essere cristiani va anche bene ma senza essere fanatici o integristi.

L’evangelo di questa domenica ci fa virare in tutt’altra direzione; è costituito da gran parte del capitolo ventunesimo di Giovanni, quel capitolo che la Chiesa giovannea sentì il bisogno di aggiungere all’evangelo per affidare integralmente alla grande Chiesa quel deposito di cui essa era custode grazie al Discepolo amato; è una scena straordinaria che ci riporta sulle rive di quel lago di Galilea dove tutto era iniziato per i discepoli…

Tornati a pescare devono constatare la loro infecondità; il Risorto dalla spiaggia grida loro una parola che è carica di affetto (li chiama paidìa, cioè figli, ragazzi) ma anche invito a deporre il buon senso per aprirsi ad altro; gettare la rete dalla parte destra della barca non ha alcun significato per l’ordinario buon senso non solo di qualunque esperto pescatore, ma di chiunque…eppure i discepoli lo fanno e devono constatare la fecondità dell’obbedienza ad una parola di cui si son fidati senza alzare il baluardo del buon senso. Chi poteva dire una parola così potente e così altra? Solo Lui, Colui che senza alcun buon sensoli aveva amati fino all’estremo, fino a stare ai loro piedi come uno schiavo, fino a quelle piaghe che, senza arroganza o rimprovero, aveva mostrato loro…E’ il Signore! grida il Discepolo amato a Pietro…e questi comincia ad imboccare le vie altre che sono fuori dal buon senso…comincia finalmente a capire che con Gesù si deve andare per altre strade…e così si getta in mare…Non solo il Risorto c’è e ci viene a cercare sulle rive delle nostre infecondità, del nostro peccato, delle nostre autosufficienze…ma è necessario anche andargli incontro; è necessario cioè andargli incontro a costo di qualsiasi cosa; lo si incontrerà nelle lotte della storia; quelle acque in cui Pietro si getta diventano il mezzo per raggiungere il Risorto; è solo tuffandosi nella storia a capofitto, senza remore e senza buon senso che si può arrivare al banchetto dell’Agnello… Sulla spiaggia Gesù ha preparato infatti un banchetto che ha sapore eucaristico e attorno a quel banchetto Giovanni registra un silenzio straordinario che ci pare quasi di toccare; da quel silenzio in cui i discepoli non hanno domande ulteriori scaturisce la voce del Risorto, l’unico in grado di fare ancora e sempre le grandi domande: Simone di Giovanni, mi ami tu più di tutto? Fa tenerezza questo Signore che ha  amato fino all’estremo che chiede amore; chiede a Pietro e a noi, per cui risuona oggi questo Evangelo, un amore personale che sappia dargli un primato, amore che abbia la bellezza e la forza del suo stesso amore; il Risorto parla a Pietro di agàpe, usa il verbo dell’agàpe, il verbo con cui in tutto l’Evangelo Egli ci parlato dell’amore di Dio, dell’amore che è in Dio, dell’amore che è Dio (cfr Gv 4, 8). Pietro risponderà con un altro verbo, quello dell’amicizia (philèo), del voler bene; l’alternanza di verbi non può essere solo una variazione stilistica, cone vorrebbero alcuni: l’agàpe di cui Gesù domanda è quel di più che ha già chiesto a Pietro, è quel di più che sempre l’amore vero, quello che ha girto le spalle al buon senso, desidera; un amore appagato a pieno, che non sogni e desideri un di più non è più neanche amore. Quel di più dell’amore conduce i nostri orizzonti fuori dal buon senso degli uomini; quel di più dell’agàpe è la meta con cui ogni giorno deve misurarasi il povero amore di Pietro (la sua philìa carica anche delle sue miserie, dei suoi peccati e rinnegamenti…) Un amore povero che ancora non è agàpe ma che Pietro ormai afferma in verità per quel che è, non fidandosi di sé ma di Gesù…nel Cenacolo si era fidato solo di sé ed aveva detto parole grosse ma senza fondamento: Perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te! (cfr Gv 13, 37) Ora non si fida più di sé, si fida del sapere di Gesù: Signore tu sai tutto, tu sai che io ti voglio bene. Pietro ha sperimentato che non è sto lui a dare la vita per Gesù, ma Gesù l’ha data per lui; qui sulla riva del lago, su quella spiaggetta che oggi viene chiamata Tabga, Pietro sa tutta la verità sull’amore di Gesù e sul suo povero amore

Su quel povero amore di Pietro però Gesù ancora scommette: Pasci i miei agnelli, guida le mie pecore, pasci le mie pecore…Obbedendo a questa richiesta del Risorto, con il suo povero amore, Pietro imparerà ad amare di più, imparerà quell’agàpe che lo farà sempre più somigliantissimo al suo Signore…fino a lasciarsi cingere da un Altro che lo condurrà dove non avrebbe mai voluto  o saputo andare; quell’Altro che lo condurrà per la teologia del quarto Evangelo è lo Spirito, l’altro Consolatore; lo condurrà  ad amare con lo stesso amore di Dio, quello che dona la vita, ad amare con l’agàpe a cui Gesù in qust’alba lo sta chiamando…

L’agàpe è dono dall’alto, cui un Altro ci conduce, ma è anche un dono che si accetta liberamente lasciandosi plasmare il cuore dalla pazienza di Dio. L’avventura meravigliosa di Pietro sarà questa, così potrà davvero seguire il suo Signore; non a caso l’ultima parola che il Risorto pronunzia nell’Evangelo è Tu seguimi! La sequela non può essere, dietro a Gesù, un’azione a metà: o lo si segue fino a tendere le mani sulla croce, o rimane una misera contraffazione dell’Evangelo, del discepolato. Bisogna però lasciarsi condurre dall’agàpe fino all’agàpe.




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