V Domenica del Tempo Ordinario – Pietro

IL PESCATORE DI UOMINI!

Is 6, 1-2a.3-8; Sal 137; 1Cor 15,1-11; Lc 5, 1-11

 

 

Gesù non si accontenta della barca di Pietro per parlare alle folle; vuole di più: vuole il suo cuore.

E’ stupefacente ma il cosiddetto primato di Pietro ha origine nella miseria, nel peccato di Pietro!

Per Luca la sua esperienza con Gesù si snoda da questo riconoscersi peccatore dinanzi all’Inviato di Dio fino al cadere in basso, lì dove più miseri non si può essere e apparire, fino a quel vile triplice rinnegare l’Amico, il Maestro; la sua vicenda è però maggiormente stretta tra due misericordie: la misericordia che lo chiama nel  suo peccato e lo invia ad essere pescatore di uomini,la misericordia che lo guarda con amore nel cortile di Caifa dopo il canto del gallo. Pietro è un peccatore perdonato che si fa vincere dall’amore misericordioso di Dio che si manifesta in Gesù.

La potenza della parola di Gesù che attira le folle, la potenza del segno della pesca feconda ed abbondante si manifesta ancor più nella sua misericordia; Pietro avverte subito la distanza tra lui peccatore e quel profeta straordinario nel quale Dio parla ed agisce…

La miseria di Pietro, il suo peccato, non è una diga che impedisce l’incontro con Dio; no! l’incontro con il Dio di Gesù, con il  Dio della rivelazione cristiana avviene proprio su quel terreno, sul terreno della miseria, del peccato.

Pietro parte peccatore e consapevole del suo peccato, reso ancor più palese dalla santità di Dio che risplende in Gesù e giunge, alla fine dell’Evangelo, ancora peccatore e capace di scendere in un abisso di miseria e di viltà…Luca, unico ad annotare questo particolare, ci narra che dopo il rinnegamento (Lc 22, 60-62), senza aspettare le lacrime di Pietro, Gesù lo guarda mentre il gallo canta…Luca scrive in greco non di un semplice sguardo ma di un guardare dentro; Gesù ancora gli guarda il cuore…è quello che lui vuole da Pietro…penetrato da quello sguardo pieno di amore Pietro si ricorda, esce fuori e piange

Ora Pietro è completo. Ora davvero può partire per essere pescatore di uomini; Luca anche in questa espressione è sottile: non usa come Marco e Matteo la parola pescatore ma un participio che significa colui che prende vivo. Luca pensa al fatto che i pesci veri, catturati in una comune rete, muoiono, ma la pesca che Gesù chiede a Pietro  di intraprendere è per la vita; la rete di Pietro e della Chiesa non è per la morte ma per la vita; Pietro è al servizio di Cristo che ci vuole afferrare e conquistare (cfr. Fil 3,12) ma per condurci alla vera vita.  A Pietro su quella riva di lago sta accadendo proprio questo: Gesù lo sta pescando per la vita, lo sta afferrando e sta aprendo i suoi orizzonti ristretti e mediocri; lo sta sospingendo al largo, anzi in greco Luca scrive vai verso il profondo…il profondo di sé, della storia, degli uomini. Così Pietro potrà essere l’uomo che Gesù sogna…il cammino però sarà lungo; Gesù aprendogli gli orizzonti e portandolo nel profondo della storia lo vuole condurre verso un mondo senza confini, verso una inimmaginabile pienezza.

Il cammino di Pietro sarà lungo e lo sarà anche per noi; un cammino che parte da un coraggio che è necessario avere: lasciarsi toccare dal fuoco di Dio…Isaia fece questa stessa esperienza dinanzi alla maestà del Dio tre volte santo…quel fuoco giunse al profondo della sua vita e gli fece fiorire sulle labbra la parola di salvezza da annunziare al popolo; Pietro incontra quello stesso fuoco che lo atterra ma alle ginocchia di un uomo. E’ qui lo straordinario della rivelazione evangelica e non ci dobbiamo mai stancare di contemplarlo e proclamarlo: il Dio tre volte santo si incontra in quell’Uomo di Nazareth, nella sua parola che conduce al profondo, su orizzonti di verità e che libera da ogni paurail Dio tre volte santo si incontra in quel suo sguardo di misericordia che non copre  o nasconde il peccato dell’uomo ma è pronto ad assumerlo, a portarlo su di sé fino alla croce in un amore sconfinato e preveniente. Ed è lì, in questo amore, che esplode la vita, lì diviene contagiosa.

Pietro può diventare colui che prende vivi  per la vita perché si sta fidando di questo amore che è più forte della morte, come proclama Paolo nella stupenda pagina della Prima lettera i cristiani di Corinto che oggi passa nella liturgia: Pietro (in aramaico Cefa) sarà testimone privilegiato della vittoria del Crocifisso sulla morte…sì, proprio lui, lui che aveva sperimentato come l’amore vince la morte, come l’amore misericordioso fosse davvero l’unica onnipotenza di Dio; Pietro sperimentò questa onnipotenza sulle sue ferite, sui suoi peccati; aveva dovuto imparare a conoscere un Dio che non si allontana dal peccatore (come lui incautamente aveva chiesto a Gesù) ma gli si fa vicino, lo scruta dentro con amore e non per umiliarlo o disprezzarlo e di lui fa una meraviglia.

Certamente tutto questo ci interpella: quanto le energie della resurrezione sono da noi accolte con il loro fuoco perché tocchino le nostre labbra impure, le nostre vite segnate dal peccato? Siamo disposti a passare per quel fuoco, siamo disposti a lasciar bruciare dall’onnipotenza misericordiosa di Cristo quell’uomo vecchio a cui siamo sempre troppo attaccati? Siamo disposti a lasciarci catturare da lui per la vera vita?

Siamo disposti ad essere smantellati nella nostra pretesa giustizia per mostrarci nella nostra verità di uomini peccatori? E’ necessario perché solo così incontreremo davvero Dio, solo così incontreremo lo sguardo di Cristo che accoglie, perdona e guida al profondo in una libertà veramente senza confini.

 

III Domenica del Tempo Ordinario – Gesù parla del Regno

TENDERE LE ORECCHIE DEL CUORE

Is 8, 23-9,2; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4, 12-23

 

 La storia è convulsa, confusa, frenetica perché fatta da noi che siamo spesso convulsi, confusi e frenetici … la storia è lacerata perché abitata e costruita da noi lacerati e laceratori; la storia è spesso luogo di tenebra perché noi uomini facciamo il male e odiamo la luce perché le nostre opere non vengano svelate (cfr Gv 3,20); in questa storia fatta così succede, ad un certo punto, qualcosa di straordinario: Gesù inizia a predicare! E parla del Regno! L’Evangelo di Matteo è così attento a questa dinamica del Regno di Dio che è detto “l’Evangelo del Regno”. Il Regno è il ristabilire il primato di Dio e la sua regalità proprio su quelle vicende convulse, confuse, frenetiche e laceranti della storia.

L’Incarnazione di Dio è parola che vuole risuonare tra gli uomini e nelle loro vicende e l’iniziare della predicazione di Gesù è allora evento di non poco conto. E’ un inizio, un’“archè” fondamentale: Gesù iniziò a predicare e a dire “Cambiate mentalità, si è avvicinato infatti il Regno dei cieli”. E’ un annunzio saettante; non a caso Matteo usa il verbo greco “keriussein”, il  verbo dell’annunzio dell’araldo, il verbo che indica un annunzio essenziale, forte, esistenziale, che vuole coinvolgere la vita senza scelta di ambiti. L’annunzio dell’Evangelo che comincia ad esplodere lì in Galilea è così: travolge e afferra tutta la vita … l’Evangelo di questa domenica ci mostra gli inizi dell’irrompere della Parola che salva e ci indica anche le “strategie” e le scelte di Gesù: Lui sceglie gli ultimi, i lontani; la sua parola risuona nel territorio di Zabulon e di Neftali, Galilea delle genti cioè regione (“galil” in ebraico significa semplicemente “regione”) dei pagani; la sua parola, il suo annunzio “kerigmatico” risuona tra il popolo immerso nelle tenebre … e quell’annunzio invera le parole di Isaia che Matteo stesso cita e che costituiscono la prima lettura di oggi; nella tenebra che è confusione, morte e lacerazione rifulge la luce che trasforma il caos tenebroso in cosmo, proprio come nell’“in-principio” (cfr Gen 1, 2-5). La liturgia di oggi pone la nostra attenzione sulla parola di Gesù: una parola che sceglie i poveri, gli ultimi; una parola che illumina le tenebre, una parola che interpella, una parola che chiede non scampoli di vita ma tutta la vita, una parola che provoca la nostra libertà.

A causa di questa parola che sa di dover consegnare al mondo, Gesù è in movimento, è in fermento … ed è in movimento per muovere ed in fermento per fermentare. Quanti verbi di movimento ci sono in queste righe di Matteo: Mentre camminava lungo il lago … andando oltrepercorreva tutta la Galilea … E la sua parola si mostra subito per quello che è: compromettente e di rottura. I primi quattro che accolgono radicalmente quella parola volgono le spalle al loro passato, alla “routine” quotidiana senza imprevisti se non quelli del “mestiere”, senza orizzonti vasti, con confini ben delineati e rassicuranti. La voce di Gesù chiama e a quella voce Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni rispondono usando a pieno la loro libertà e consegnando i loro passi ai passi di Gesù: lo seguirono. I loro passi ormai sono quelli di Cristo, la loro via è ormai quella che Gesù percorre e percorrerà. Sì, avranno delle cadute e delle lentezze ma oramai la loro vita è intrecciata per sempre con quella del Cristo … La parola che inizia a risuonare nella terra delle tenebre illumina e lega a sé chi si fida e consegna liberamente a Lui la sua libertà.

La parola di Gesù, annunziando con forza il Regno, guarisce, cura, solleva da ogni immobilità: è una parola che inizia, in ciascuno che la ascolta con cuore libero e disponibile, una creazione nuova, un mondo nuovo, un uomo nuovo.

E’ una parola che dalle rive del Lago di Galilea rimbalzerà sulle labbra di questi primi chiamati che poi la porteranno per tutto il mondo; la chiamata li trasformerà ma a partire da ciò che essi sono già; il “novum” si inserirà sulla loro realtà: i pescatori del lago diverranno pescatori di uomini; la parola che li ha chiamati ha annunziato loro il Regno veniente pronunziando il loro stesso nome: Li chiamò.

Sulle labbra di Cristo risuona oggi pure per noi il nostro nome, il problema vero è cogliere di essere chiamati da Lui in modo unico e personale; il problema è riconoscere questa chiamata che vuole una risposta unica e personale. Una risposta però pienamente obbediente. Chi elude questa chiamata non dando risposta rimane sulla riva del lago mentre i passi di Gesù si allontanano, rimane con delle barche e delle reti che sembrano tutto e poi si riveleranno essere niente.

Chi ha il coraggio di seguire Gesù non ragiona, non fa i conti dei “pro” e dei “contro”, non fa commercio della propria vita, la dona e basta! Lascia cadere tutto e va con Lui. Siamo in un tempo in cui i calcoli e il commercio sono considerati espressione di “buon senso”, di avvedutezza, di ponderatezza. Per l’Evangelo non è così! Bisogna lasciare le reti, quello cioè che ci permette di catturare, di possedere … bisogna lasciare le barche sulle quali ci si sente sicuri perché rappresentano quel che conosciamo, sappiamo governare, ciò che si muove nel nostro piccolo mondo, sul nostro piccolo lago … bisogna lasciare il padre cioè quello che lega al passato, anche con sacrosanti affetti, ma può diventare prigione e limite …

E in cambio? Una vita con Lui per le strade del mondo a proclamare come Lui un Regno invisibile agli occhi ma che trasforma le vite e orienta altrove le speranze; una vita che ha perso le sicurezze di reti, barche e padri e si nutre di fiducia in un discorso stolto, come quello della croce!

Chi si fa discepolo di Cristo lo segue fidandosi dei suoi passi anche e soprattutto quando conducono alla croce. Chi nella sua storia con Cristo vuole fidarsi di altro rischia di fallire e di rendere vana la croce di Cristo, come scrive Paolo ai cristiani di Corinto; e si rende vana la croce di Cristo con le “sapienze umane” e con i mille motivi ragionevoli e di “buon senso” che il mondo sa elencare con molta perizia.

Il vero discepolo di Cristo permette alla parola “ricreante” del Signore di scomodarlo, di fargli volgere le spalle al passato per lasciarsi condurre per le strade “insicure” dell’Evangelo; su strade su cui si trova una sola certezza: c’è Gesù! Ci basta?

Se cerchiamo altro vuol dire che la parola coinvolgente di Gesù ha trovato in noi porte chiuse e sicurezze inespugnabili.

Tendiamo le orecchie del cuore per risentire oggi il nostro nome pronunciato con amore da Gesù; e quando lo ascolteremo lasciamoci sedurre dalla sua voce che ci attira e ci propone di far strada con Lui. Senza tante domande e senza calcoli! L’Evangelo è così!

III Domenica del Tempo Ordinario – Il Regno di Dio si è avvicinato!

GESU’ NON CHIEDE TANTE COSE, CHIEDE NOI STESSI

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ il “grido” di Gesù che inizia a predicare. In questa parola di Gesù di Nazareth c’è un nuovo inizio per l’umanità tutta … e questo grido si speranza dirompe dopo che Giovanni fu consegnato … l’evangelo di Gesù contraddice la tenebra del mondo che ha consegnato Giovanni il Battista alla morte. Quell’iniquità che porterà il profeta del Giordano alla morte violenta non è una tenebra che tutto ricopre ma è contraddetta da Colui su cui è sceso lo Spirito (cfr Mc 1,10) e che ha affrontato il deserto e la tentazione, traversando il deserto e vincendo la tentazione (cfr Mc 1, 12-13).
Gesù ora sa che il Regno si è avvicinato perché sa Lui chi è, e che vie deve percorrere nella storia: Gesù sa di essere il Figlio amato e il Cristo e sa che la lotta contro il male che divide e lacera l’uomo è, per Lui e per coloro che vorranno seguirlo, l’unica via da percorrere … Per questo quell’evangelo (Il Regno di Dio si è avvicinato !) è seguito subito da un ordine: “Convertitevi e credete all’evangelo!”
Qualcuno vorrebbe che, diplomaticamente, si dicesse “un invito”! Sento però in quelle parole il suono di una via perentoria, necessaria, non eludibile … se è vero che il Regno si è fatto vicino è necessario che cambi qualcosa, e l’unica cosa che può e deve cambiare è il cuore dell’uomo.
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ dunque necessario volgere il volto verso questo Regno. “Convertirsi”, infatti, in ebraico ha in sé l’idea di “volgere le spalle” a qualcosa, a qualcuno, per rivolgersi verso qualcosa di diverso, di altro … verso Dio; insomma la “conversione” (in ebraico la “teshuvà ”) è cambiare via. D’altro canto “conversione” è, per il greco del Nuovo Testamento, “metànoia ”, cioè “mutamento di pensiero, di mente” … “conversione” è mutare il nostro pensiero con il “pensiero” di Dio, accogliere i suoi progetti che sono tanto diversi dai nostri progetti (cfr Is 55,8). “Conversione” è avvicinarsi e volgersi a Colui che si è fatto vicino!
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ un’espressione ebraica che significa che Dio si è fatto presente , si è fatto storia! Il Nuovo Testamento sa che questo farsi storia di Dio ha una radicalità impensabile: si è fatto storia non solo perché è intervenuto nella storia attraverso delle azioni e delle parole affidate ai profeti, ma si è fatto storia perché è “diventato ” un frammento di questa storia: Gesù di Nazareth!
In quel “diventare ” (in Gv 1,14 è detto con chiarezza: Il Verbo divenne carne cioè “o lògos sàrx eghèneto”) c’è il grande “scandalo” della rivelazione cristiana: Dio diviene, l’immutabile entra nel tempo, nel “divenire”; davvero Dio si è fatto vicino; davvero il Regno si è fatto “prossimo” al nostro divenire
Tutto questo proclama un’urgenza; non c’è da fare rimandi dinanzi al Regno che si è fatto vicino, dinanzi a questo Dio che decide di entrare nel nostro “divenire”, nella nostra storia! Se la storia è diventata “luogo” di Dio, questa è una provocazione a che le nostre storie divengano “luoghi” di Dio.
La scena evangelica che Marco oggi ci narra vuole sottolineare l’urgenza di dare una risposta al “passare” di Dio nella storia. Un “passare” che però non è casuale nelle nostre vite, un “passare” che è mirato a custodire il mistero dell’ “elezione ”! Sì, proprio quei pescatori vengono scelti.
Un passare di Dio che è appello ma anche opera di nuova creazione … l’appello di Dio contiene in sé anche una promessa. Sempre. Accade anche nella predicazione di Giona a Ninive nel testo che oggi si ascolta come prima lettura; il profeta è mandato a Ninive a dire una parola che bisogna bene intendere: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta! Le nostre traduzioni dicono sarà distrutta! E’ una traduzione lecita ma così conterrebbe solo una minaccia; in realtà la parola in ebraico è volutamente ambigua: sarà capovolta, cioè cambierà, si volgerà a Dio, “si convertirà”; è allora sì una minaccia, perché la parola contiene un’idea di distruzione, ma contemporaneamente è una promessa perché quella stessa parola contiene l’idea di un capovolgimento che è un rinnovamento. E’ quello che accadrà: Ninive, nel racconto parabolico del libro di Giona, sarà capovolta, farà incredibilmente penitenza e muterà il suo volto. Giona che aveva interpretato le sue stesse parole solo come minaccia e non come un “evangelo”, ne resterà infatti deluso; in fondo voleva vedere la distruzione della città perversa; dovrà invece imparare la lezione della misericordia di Dio e delle sue “vie che sono diverse dalle nostre vie” spesso miopi, più spesso incapaci di credere che è il passare di Dio nelle nostre vie di morte o di non senso che basta a trasformare e a dare senso.
Riconosciuto questo passare di Dio ed il suo appello urgente bisogna poi fare come i pescatori del lago. I quattro, infatti, devono operare la scelta di lasciare quello che hanno e quello che sono per “avvicinarsi” a Gesù, per iniziare a “fare storia” con Lui. Sia Simone ed Andrea, che Giacomo e Giovanni “lasciano ” le reti gli uni e il padre gli altri due.
L’urgenza di questa scelta è sottolineata dal racconto di Marco con quel “subito ” con cui Simone ed Andrea seguono Gesù e con quel lasciare il lavoro a metà di Giacomo e Giovanni (il padre ed i garzoni ancora sulla barca).
E’ appello all’urgenza e chi legge l’Evangelo è chiamato a coglierlo con tutta la sua forza; urgenza dichiarata anche da Paolo nel testo di oggi della Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui si dice con chiarezza che il tempo si è fatto breve e che passa la scena di questo mondo . Insomma il Regno venuto in Gesù Cristo chiede delle decisioni nette e radicali, chiede di volgere le spalle al passato per guardare verso gli orizzonti del Regno stesso. Il passato viene trasfigurato da Colui che chiama, non viene bruciato in un rogo totalizzante quasi che quel che è stato non conti più nulla; i pescatori del lago vengono trasformati in pescatori di uomini; rimangono pescatori, il loro passato è recuperato, la loro identità custodita ma trasformata per le esigenze del Regno.
Il Signore fa sempre così: anche con Davide aveva fatto lo stesso. Preso da dietro il gregge di suo padre Iesse, il Signore lo fece pastore di Israele suo popolo (cfr 1Sam 16,11 e 2Sam 5,2).
La nostra umanità è assunta da Colui che chiama e quella stessa umanità, con tutto ciò che è, entra in una storia nuova con la possibilità di spendere se stessa, le sue energie, le sue potenzialità ed il suo stesso passato, per le urgenze del Regno.
Chi è chiamato deve operare una scelta ma senza l’illusione di essere lui l’artefice della vita nuova che da lì parte e si sviluppa; chi è chiamato dice i suoi “no ” e i suoi “ ” netti davanti all’urgenza del Regno perché riconosce un’opera previa del Signore; riconosce che lo sguardo del Signore che si posa su di lui; Marco per ben due volte dice che Gesù vide Simone e Andrea e che andando un poco oltre vide Giacomo figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello … E’ quello sguardo posato sulle loro vite che diventa la forza di quegli abbandoni necessari per obbedire al Regno vicino .
Quello che da ora in poi conterà per i pescatori del lago sarà il seguire Lui , sarà lo stare con Lui . Il problema è sempre lì: smettere di seguire se stessi e le proprie vie, i propri tempi, le proprie esigenze ed iniziare a seguire non un progetto affascinante ma Lui, Gesù che passa sulle rive dei nostri laghi quotidiani e non ci chiede tante cose, ci chiede di dargli noi stessi. Non ci chiede le reti, non ci chiede le barche, il padre, il lavoro di prima … no, queste cose non ce le chiede, ci domanda invece di lasciarle , quello che ci chiede è di dargli noi stessi !
Ecco l’urgenza. Ogni rimando porta ritorni a strade mediocri quando non ammorbate dal tanfo del non-senso!