II Domenica di Pasqua – Gesù entra nei nostri “spazi chiusi”

 

LE PIAGHE: VIA DI PERDONO, PACE E GIOIA

At 5, 12-16; Sal 117 ; Ap 1, 9-11.12-13.17-19; Gv 20, 19-31

 

Incredulità di Tommaso (di Michelangelo Merisi da Caravaggio, Sanssouci – Potsdam)

Il Risorto viene a cercare i suoi nelle loro paure e nelle loro “chiusure” … li viene a cercare in quello spazio asfittico e colmo di terrori e di dubbi, in quello spazio di non-senso (“…mentre erano chiuse le porte per timore dei giudei”). Giovanni nel passo evangelico di oggi ci dice che Gesù entra a porte chiuse: è una notazione sottile e precisa. Lui è uscito dalla tomba, e quell’ingresso sbarrato dalla gran pietra è stato aperto… i suoi amici, però, sono ancora in una “tomba” fatta di paure, fallimenti, tradimenti, dubbi, incredulità (Maria di Magdala ha già incontrato il Risorto, ma loro non le hanno creduto!) … ora, la sera di quel giorno di risurrezione, Gesù va a liberarli!

Il Signore è risorto ma la sua vittoria e la sua risurrezione sono per noi … a Pasqua non si ricorda una gran vittoria individuale, non si ricorda che Dio s’è presa una rivincita sugli uomini cattivi che hanno crocefisso il Figli, ma si celebra una risurrezione, una vittoria che desidera fortemente entrare nelle infinite porte chiuse di cui sono malate le nostre vite … Gesù vi entra con le sue piaghe! Che strano! La risurrezione non ha guarito quelle ferite? Perché il Risorto le ha ancora sul suo corpo? Qualcuno ha detto che è per rendersi riconoscibile, e per affermare una indubitabile continuità tra il Crocefisso ed il Risorto! E’ vero, ma mi sembra troppo poco! Mostra quelle ferite con cui – certo – lo riconoscono non come semplice “segno distintivo”, ma come segno dell’amore! Li ha amati così, “fino all’estremo” (cfr Gv 13,1).

Gesù entra in quello spazio chiuso e porta lì, proprio lì, le “cose” che aveva promesso: la gioia (cfr Gv 16,22), la pace (cfr Gv 14, 27), lo Spirito Santo (cfr Gv 15, 26-27).

E così vediamo che quando Gesù mostra le sue piaghe essi gioirono: gioiscono certo non per le piaghe in sè, ma per l’amore che leggono in esse; gioiscono perché quelle piaghe sono ormai gloriose, sono cioè narrazione di Dio e del suo Amore che davvero “pesa” (“gloria” vuol dire “peso”!). Le piaghe di Gesù sono narrazione di quanto noi pesiamo per Dio, pesiamo tanto per Lui da lasciarsi ferire per noi, e ferire di ferite che non scompaiono, di ferite che entrano nell’eterno di Dio perché davvero, come canta il Salmo “Eterno è il suo amore” (cfr Sal 136), si gioisce solo dall’essere amati!

Gesù, poi, entra dicendo semplicemente shalom…pace: se essi sono nella paura vedendo le loro vite in pericolo, se sono attanagliati dal non-senso apparente di tutto quel che è accaduto, Gesù dona loro la pace … è la pace biblica, la quale non è sospensione delle guerre, ma è pace-unificazione con se stessi, con il mondo, con Dio. La pace è il grande bene che rende uomo l’uomo! E’ dono pasquale perché essa si raggiunge solo se si trova il senso profondo del vivere e della storia, un senso che è dischiuso solo dal Cristo Risorto!

Ed ecco che poi soffia lo Spirito: è Colui che aveva promesso, è Colui che impedirà di essere orfani (cfr Gv 14,17); è Colui che porterà a pienezza quei doni pasquali della gioia e della pace; è Colui che, consegnato alla Chiesa in quel giorno pasquale, sarà causa di gioia e di pace perché porta la remissione dei peccati. Lo Spirito è soffiato da Gesù Risorto perché trasformi quei paurosi, chiusi ancora nel loro “sepolcro”, in testimoni di pace e di gioia. Ma come saranno testimoni così? Solo in un modo: essendo portatori della remissione dei peccati … se non annunzieranno la remissione dei peccati non potrà esserci nel mondo né gioia vera e profonda, né pace radicale e duratura.

La Chiesa è posta nel mondo per essere luogo di perdono: troppe volte noi Chiesa ci siamo messi ad annunciare solo i peccati e non la remissione dei peccati. Pensiamoci: in questo modo non abbiamo portato né gioia né tanto meno pace … e non abbiamo mostrato neanche le piaghe gloriose di Gesù! Queste non vanno mostrate per accusare gli uomini, ma per salvare gli uomini raccontando loro Dio! Le piaghe di Gesù sono e restano gloriose per l’eternità perché sono le ferite che narrano di un Dio che s’è lasciato ferire dall’amore per le sue creature … di un Dio che così ci ha guariti e ci guarisce (cfr Is 53,5).

Nel testo dell’Evangelo di oggi vediamo proprio come quelle piaghe guariscono: infatti guariscono quei prigionieri paurosi e disorientati, per poi andare a cercare Tommaso e guarirlo dalla sua autosufficienza ed incredulità. Il Risorto va a cercare proprio lui, Tommaso! Le piaghe del Crocefisso non sono un amore generico; sono un amore che cerca i nostri singoli volti, le nostre singole e personali storie: che manchi Tommaso a quel primo incontro la sera di Pasqua non è, per Gesù, un fatto secondario o trascurabile … e così, otto giorni dopo, lo va a cercare con quelle ferite che, raccontando Dio, guariscono e portano gioia, pace, perdono. E da allora, di otto giorni in otto giorni, il Risorto viene a cercare i suoi: gli smarriti, gli infedeli, i distratti, ma anche i cercatori appassionati di Dio, gli innamorati di Lui … li va cercare per guarirli, per confermarli, per dare loro la forza dell’Evangelo … per dare loro quella forza che, paradossalmente, è capacità di essere deboli e feriti come Lui per amore del mondo.

Tommaso è nostra “icona”: è il discepolo del dubbio ma anche, alla fine, della fede più audace! Tommaso è colui che chiede di mettere brutalmente il dito nelle ferite del Risorto, ma è anche colui che pronunzia la formulazione di fede cristologica più alta di tutto il Nuovo Testamento: Mio Signore e mio Dio! Tommaso arriva a comprendere che quelle mani ferite e quel fianco trafitto da una ferita mortale sono le mani ed il fianco di Dio! Per credere ad un Dio così non bastano le vie e gli strumenti “intelligenti” del razionale Tommaso, è necessario arrendersi dinanzi ad un Dio talmente altro ed impensabile che non può che essere il vero Dio!

Quando ci si arrende al Crocefisso è possibile la fede … e ci si arrende al Crocefisso quando si è visitati dalle sue piaghe gloriose! Quelle piaghe che “parlano” con la loro verità che è storia di un dolore assunto liberamente e per amore!

Tommaso percepisce che Gesù cercava proprio lui, l’incredulo, l’autosufficiente che pensava di stare al di sopra degli altri creduloni e deboli … sente che Gesù cercava proprio lui con quelle piaghe aperte, disponibili ad essere toccate purché lui si lasci vincere! Così Tommaso fu vinto … e, vinto, è divenuto “via” per tutti quelli che, come lui, nei secoli, crederanno di essere troppo intelligenti per credere, per arrendersi a qualcosa che travalica le vie del solito “buon senso” e del “credibile”!

Se l’ha fatto Tommaso può farlo ogni uomo: piegare il capo in un’obbedienza di fede che, da ora in poi, dovrà deporre la pretesa di vedere, di pesare, di quantificare, di dimostrare, di dedurre … una fede che è beatitudine perché è credere a quelle mani ferite e a quel fianco aperto, in cui si spalancano vie “incredibili” di perdono, di gioia, di pace!

La Pasqua è questo!

di p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Pasqua – La Resurrezione è la fede cristiana

UN INGRESSO NEL FUTURO

At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv 20,19-31

 

La resurrezione è la fede cristiana! Noi cristiani non crediamo all’immortalità ma alla resurrezione! Dio non è venuto in Gesù in un immortale ma in uno di noi, fragile e mortale! Giovanni nel prologo del suo Evangelo ce lo dice con chiarezza quando scrive che il Verbo divenne carne (Gv 1,14) ed usa, direi, una parola brutale: sarx che suggerisce la fragilità, la debolezza, la mortalità… Se la via del cristianesimo è la resurrezione ciò significa che non si salta la morte ed il dolore; la resurrezione deve passare per la morte, la resurrezione passa per la morte e fa compiere un balzo in avanti, verso il futuro. La resurrezione non è un ritorno al  passato, ma un ingresso nel futuro impensabile di Dio in cui ci porta con il nostro passato, la nostra storia. Ecco perché il Risorto si ripresenta ai suoi con le sue piaghe! Nell’Evangelo di questa domenica esse sono protagoniste. Quelle piaghe non sono cancellabili, la resurrezione non le ha annientate: la resurrezione è fedele alla storia!

Il corpo del Risorto è il corpo di Gesù di Nazareth ma nel balzo verso il futuro di Dio…in questo futuro “eterno” porta i segni della sua fragilità, del suo Amore per il mondo, del nostro peccato. Il corpo del Risorto è quello di Gesù di Nazareth in tutto simile a noi eccetto il peccato (cfr Eb 4,15) dunque fragile e mortale; il corpo del Risorto è segnato da quelle piaghe che, liberamente e per amore si è lasciato infliggere per attirarci a sé (cfr Gv 12, 32) amandoci fino all’estremo (cfr Gv 13,1); il corpo del Risorto è il corpo di Colui è stato trafitto per noi (cfr Gv 19,37; Is 53,5), a causa dei nostri peccati!

Mostrando le sue piaghe nel cenacolo la sera del giorno di Pasqua, Gesù non solo dà un segno della sua identità (il Crocifisso è il  Risorto!) ma racconta anche chi è Dio e chi siamo noi.

Quelle piaghe narrano l’Evangelo di un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito (cfr Gv 3,16); quelle piaghe narrano anche la nostra identita: chi siamo? Degli amati fino all’estremo (cfr Gv 13, 1; Gv 19,30), fino a quelle piaghe e a quel cuore trafitto…siamo però ancora la causa di quelle trafitture, ne siamo la causa per i nostri peccati; questa è una verità da non tacere, una verità da dirci certamente senza “dolorismi” e atteggiamenti falsamente penitenziali. Il nostro peccato è il contributo fattivo e concretissimo che noi diamo al male del mondo, alla morte e alle perversioni mondane; tutto questo Gesù lo ha preso nella Passione, e se ne è lasciato schiacciare senza aprire la sua bocca e senza minacciare vendetta (cfr 1Pt 2,23-24), e così facendo ha spezzato l’odio che nutre il male del mondo.

La piaga mortale, quella del costato, è poi segno che la Resurrezione non è un atto concluso una volta per sempre: non si può vivere con il cuore trafitto; quella ferita mortale è allora memoria, come scrive un teologo francese (Germain Leblond), che il Padre eternamente risuscita il Figlio, che le energie di resurrezione si dispiegano nel tempo e nell’eternità. Allora davvero quelle piaghe sono gloriose (gloria, in ebraico kavod = peso): ci narrano cioè il peso che Dio ha avuto per Gesù, e il peso che noi abbiamo avuto per Lui che ci ha amati fino all’estremo.

Entrando nel cenacolo, egli incontra degli uomini ancora chiusi nei loro sepolcri di paura…Gesù è uscito dal sepolcro, ma i suoi sono ancora in una tomba di paura impotente…il Risorto entra nelle loro porte chiuse e vi porta la luce delle sue piaghe gloriose…le mostra loro non per rinfacciare il male che ha subito ma per narrare loro l’estremo, definitivo evangelo della vittoria dell’amore; amore che perdona e che crea ministri di perdono, crea una comunità retta dalla remissione dei peccati, una comunità che vive perdonanandosi perché perdonata, una comunità che ha la responsabilità della remissione dei peccati e non perché, come banalmente e riduttivamente spesso si dice, qui Gesù “istituisce” il sacramento del perdono! No! E’ troppo poco! Quello è lo zenith, l’apice di questa economia nuova del perdono…la comunità dei discepoli di Gesù ha la responsabilità della remissione dei peccati perché Gesù le chiede di essere portatrice nella storia di una capacità di perdono grande, senza confini; se quella Comunità non dovesse essere questo la remissione dei peccati non giungerà agli uomini! E’ una responsabilità ma è anche un dono… Anzi  è il dono che genera la responsabilità: il soffio dello Spirito che esce dalle labbra de Risorto è dono di riconciliazione, è dono di una nuova creazione!

Le piaghe gloriose sono andate a cercare i discepoli ancora “sepolti” e vanno a cercare anche l’assente Tommaso…quelle piaghe sono ancora protagoniste di questa ultima scena del quarto Evangelo (l’Evangelo di Giovanni finiva qui, lo straordinario capitolo 21 è aggiunta della Chiesa giovannea)…quelle piaghe vanno a cercare il più debole, il più debole perché si fa forte del suo raziocinio imprigionante; quelle piaghe lo trasformano, gli rivelano chi è lui e chi è Dio, lui un incredulo, Dio Amore che non si stanca…quelle piaghe permettono a Tommaso di pronunciare quella profressione di fede con la quale riconosce il Risorto. Questi proclama da quell’ora l’economia definitiva della salvezza: credere senza vedere…si potrà vedere solo attraverso l’Evangelo narrato e custodito dalla Chiesa, quell’Evangelo che ci conduce ai segni che Cristo ha compiuto sotto gli occhi dei suoi discepoli e che ora è possibile vedere attraverso quello sta scritto che ci è consegnato perché crediamo e abbiamo la vita. Così saremo beati…più di Tommaso, anche più del Discepolo amato che vide e credette (cfr Gv 20, 8)…Noi ci fidiamo del loro sguardo e ancor più della loro fede e da allora su ogni umile cristiano risuona l’estrema beatitudine dell’Evangelo: Beati quelli che senza vedere crederanno.




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II Domenica di Pasqua – Il sogno di Chiesa di Atti

INCREDULITA’ E DUREZZE CHE CI TENGONO FUORI DAL SOGNO DI CHIESA 

At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

 

In questa seconda domenica pasquale la Chiesa è chiamata ad una riflessione sulla sua fede pasquale, sulla sua adesione vitale ed esistenziale al mistero che ha appena contemplato e celebrato nei giorni santi della Pasqua .

Cosa deriva da questa realtà della Pasqua di Cristo? Una volta accolto il Crocefisso Risorto immediatamente nasce la Chiesa. A molti questo non piacerà…ma è così! La Pasqua di Cristo vuole annunziare una possibilità nuova di relazione tra gli uomini che si riconoscono in quell’amore costoso del Figlio di Dio.

Il testo di Atti , che oggi è la prima lettura, è emblematico di questo esito della Pasqua di Gesù: l’esito è una vita in cui si ha un cuore solo ed un’anima sola e in cui, poichè si è questa unità , anche l’avere viene unificato ; i beni messi in comune sono un “sacramento”, un “segno” di quell’ unità radicale che il Crocefisso Risorto dona e crea in chi aderisce a Lui.

Questa di Atti è certo un’icona ideale della Comunità dei credenti ma, il fatto che sia ideale non la fa meno vera nè meno ineludibile. O la Chiesa cammina verso questa meta o smarrisce il suo volto di Comunità radunata dal Crocefisso Risorto, da Colui che venne, come scrive la Prima Lettera di Giovanni , con acqua e sangue, venne, cioè a pieno con la sua morte costosa e vivificante! La fede cristiana è adesione al Signore Crocefisso ma potente nella sua debolezza.

La fede cristiana è quello che Tommaso non sa accettare: è riconoscere le piaghe del Vivente…è credere che sia possibile una risurrezione di un piagato a morte…è riconoscere che la verità di Dio dimora anche in fratelli “piagati ”…sì, perchè il primo peccato di Tommaso fu quello di non aver creduto a quegli uomini fragili, traditori, fuggiaschi e disertori (o “incredibili” come Maria di Magdala per il fatto d’essere donna!) che erano i suoi fratelli. Il primo peccato di Tommaso fu quello d’essersi fermato a quelle piaghe della “chiesa nascente” dando più credito alle piaghe che all’Evangelo che quei piagati gli proclamavano.

Le piaghe del Crocefisso per lui erano solo piaghe di un morto e non riusciva a credere che potevano trasformarsi nelle piaghe di un Vivente, in un luogo di gloria che narra l’amore di Dio…

Mi pare che le piaghe del Risorto richiamino con forza le piaghe della Chiesa; riconoscere Cristo dalle sue piaghe è connesso al riconoscere la Chiesa nelle sue piaghe, nelle sue fragilità, riconoscere la Chiesa come un vaso sì di creta, ma vaso eletto per custodire l’Evangelo (cfr 2Cor 4,7).

Tommaso non riusciva a vedere che quel vaso di creta dei suoi fratelli custodiva l’Evangelo più sconvolgente e trasformante della storia! Ed ecco che Gesù deve andarlo a cercare proprio in quel “territorio” di incredulità e di chiusura; Gesù deve andarlo a crecare proprio dietro le pareti di quel “cuore di pietra” della sua inacapacità a credere. Aveva cercato gli altri dieci dietro la pietra pesante della loro “tomba” di paura e lì, in quello spazio di morte, aveva “soffiato” lo Spirito vivificatore e quei fuggiaschi, increduli e disertori divennero la sua Chiesa, quella che, in embrione, avevamo visto ai piedi della croce nella Madre e nel Discepolo amato…ora è lì creata con il “fango” di quell’umanità fragile e piagata; ora è lì, fatta capace di donare al mondo la sola cosa di cui il mondo ha bisogno: la pace che è remissione dei peccati , che è riconciliazione. Ora quegli uomini possono mettersi, con Lui (stette in mezzo a loro !), in cammino verso quell’unità dei cuori che Atti ci ha mostrato. A quell’unità però manca uno e quando un solo fratello manca, quell’assenza pesa e rende tutti più poveri.

Così il buon pastore , il pastore bello (cfr Gv 10) va a cercare la pecora perduta e non solo la cerca ma gli si offre: apre per quella pecora perduta che è Tommaso le sue ferite; è disposto a farsi toccare in quelle ferite per dare a Lui accesso alla vita. Ci sono in noi “territori” non evangelizzati, abitati dall’incredulità, colmi di quel “buon senso” del mondo per cui un morto è un morto e le ferite sono solo ferite; ci sono in noi degli spazi chiusi al dare credito ai fretelli, alle loro vite evangelizzate (più della nostra, tante volte!), di dare loro fiducia, di amarli nella loro fragilità…sono quei “territori” e quegli spazi che il Risorto vuole visitare e li vuole visitare per sanare quelle incredulità e durezze che ci tengono fuori dal sogno di Chiesa di Atti. Certo! Non può camminare verso la Chiesa di Atti chi non è disposto a lasciarsi visitare e contraddire dalle piaghe del Crocefisso Risorto, chi non è disposto a riconoscere le piaghe dei fratelli non come ostacoli ma come occasione di amore.

La comunione dei beni che Atti ci chiede è comunione di quello che si è prima che di quello che si ha. Guai a chi pretende di mettere in comune con gli altri solo la parte migliore di sè, guai a chi pretende di cogliere dai fratelli solo la loro bellezza e la loro bontà…

Tommaso è ricondotto da Gesù in seno ad una comunità di fratelli fragile e povera, ma che è la sola “casa” dove può abitare e dove lui, il “gemello” (Didimos) di tutti noi, abitati da “ore cattive” di incredulità, è fatto capace della più grande confessione di fede: Signore mio, Dio mio!

E’ vero quello che si canta in un inno pasquale: “Non c’è peccato che non chiami il perdono, non c’è lontano in Dio, non c’è ferita che non possa guarire, rinasce tutto in Dio !”

Il Risorto mostrandoci le sue ferite ci dice che è proprio così, per tutti e anche per Tommaso, peccatore, ferito e lontano.

 




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