XXIV Domenica del Tempo Ordinario (B) – E’ il Messia

…MA UN MESSIA DIVERSO

 

Is 50, 5-9a; Sal 114; Gc 2, 14-18; Mc 8, 27-35

 

Già abbiamo sottolineato, in questo nostro percorso nell’Evangelo di Marco, che l’evangelista annota degli inizi: l’inizio dell’evangelo (1,1) che si manifesta con l’apparire del Battista e con la sua predicazione, l’inizio della predicazione del discepoli quando Gesù inizia appunto ad inviarli (6,7), ed ora qui Gesù inizia ad annunciare la via della croce.

La pagina che oggi si legge è davvero il cuore dell’Evangelo di Marco; è il centro della narrazione in cui viene posta la grande domanda, la più essenziale: «Voi chi dite che io sia?». E’ la domanda circa l’identità di Gesù; tutta la prima parte dell’Evangelo aveva mostrato, con i miracoli, che Marco chiama potenze, e le parole piene di exousìa, di autorità, un’identità di Gesù che però non è esaustiva, e può essere ingannevole se non viene corretta da ciò che Gesù stesso, da questo momento dell’Evangelo in poi, annuncia e rivela: la via della croce. Nel testo di oggi ascoltiamo il primo dei tre annunzi della Passione con cui Gesù svelerà sempre più il suo vero messianismo.

Le risposte della gente circa l’identità di Gesù sono vaghe e generiche: sono riletture di Gesù a partire dal passato (Elia, uno degli antichi profeti, Giovanni il Battista); Gesù rivolge la domanda ai suoi, a quelli che, nella sezione precedente, non capiscono e hanno bisogno di essere aperti alla parola nuova (il miracolo del sordomuto aveva al suo cuore quell’essenziale sospiro di Gesù: “Effatà”)…
Eccola ora la parola nuova che bisogna ascoltare; Gesù la dirà… è la parola sul suo soffrire: solo così si giunge a capire Lui chi sia.
Alla domanda di Gesù, Pietro ha risposto correttamente: è il Messia. Il problema di Pietro è però che quel Messia che lui pensa è quello secondo lui e non secondo Dio: è il Messia che risponde alle sue domande ed alle sue attese; è il Messia fatto ad immagine delle sue aspirazioni e del suo buon-senso

Gesù acconsente a quella risposta, ma chiede – come al solito in Marco – di non ridire alla gente quella parola “Messia” … è la verità, ma è una verità che può essere mal compresa, o compresa a partire dalle attese. Ora è, invece, tempo di farsi cambiare le attese!
E così Gesù inizia ad annunziare la via della croce: è sì il Messia, ma un Messia di intollerabile alterità; un Messia inconcepibile per ogni buon-senso religioso e per ogni attesa trionfalistica. E’ un Messia umiliato, riprovato, sofferente, ucciso! Non semplicemente morto, ma ucciso, morto per violenza.
Gesù stesso aveva dovuto comprendere, certo con paura e tremore, che l’unica via che poteva imboccare per raccontare l’amore-altro di Dio era quella che il Libro di Isaia già indicava: quella del Servo sofferente. La prima lettura di oggi ci ha fatto ascoltare un tratto del terzo dei carmi del Servo; Gesù deve aver sentito queste stesse parole trasalendo e comprendendole per sé, per il suo cammino di Messia diverso.

Marco scrive che Gesù annunzia la sua passione con parresìa, con franchezza, apertamente. Senza timore di scandalizzare, senza timore di essere abbandonato. Dire che è il Messia, che è il Figlio di Dio è esatto ma incompleto; c’è il rischio di leggere il Messia, il Figlio di Di, titoli che Marco aveva dato a Gesù fin dall’inizio del suo Evangelo!, secondo gli uomini e non secondo Dio.

E’ quello che fa Pietro! Pietro protesta (il verbo greco “epitimào” significa appunto “proibire”, “protestare”), vorrebbe proibire a Gesù di dire quelle cose: sono intollerabili! Pietro riconosce l’identità messianica di Gesù, ma rifiuta il modo di Gesù di essere Messia. Pietro faticherà fino alla fine a capire le vie altre di Gesù, fino a quando lo troveremo nel Getsemani, ancora armato di una spada!
D’altro canto Gesù, nell’Evangelo di Matteo, chiama Pietro barjona (cfr Mt 16, 17), che lungi dal significare “figlio di Giona”, significa in verità “latitante”, “terrorista alla macchia”.
Pietro dunque deve spogliarsi di quell’uomo vecchio che pretendeva di costruire il Regno di Dio restaurando con la forza il regno davidico contro l’impero di Roma; deve lasciare il proprio progetto per seguire davvero quello di Gesù. Se nella sua chiamata al lago, Gesù gli aveva chiesto di lasciare delle cose (le reti, la barca), qui Gesù gli chiede di lasciare i propri progetti, la propria visione delle cose e del mondo.
Gesù lo chiama satana perché in Pietro parla la tentazione, parla Satana che lo aveva tentato nel deserto per sviarlo dal progetto del Padre: Satana chiede a Gesù di essere un Messia che si afferma con gesti clamorosi, e Pietro gli vuole vietare la via della croce perché pensa che lo smentisca come Messia … in realtà sia Satana che Pietro cercano di impedirgli di fare la sua strada, quella che coincide con la volontà del Padre.

Gesù, si badi, non allontana Pietro da sé, ma gli dice di tornare al suo posto di discepolo: Dietro di me, Satana! Se Pietro tornerà al suo posto di discepolo non sarà più satana perché non pretenderà più di indicare la strada a Gesù ponendosi davanti a Lui come inciampo. Se tornerà al suo posto di discepolo imparerà a seguire il Maestro e a non sostituirsi a Lui nel fare progetti; se starà al suo posto di discepolo lo potrà seguire sulle vie difficili della passione, e così capirà chi davvero sia Gesù.
Quando Pietro avrà imparato questo, quando avrà imparato qual è il suo messianismo, lo seguirà fino alla croce, fino a lasciarsi crocefiggere per Lui e con Lui nel circo di Nerone nella lontanissima Roma … intanto deve ascoltare il Signore che parla con parole intollerabili, con le parole tra le più dure dell’Evangelo: seguirlo prendendo ciascuno la propria croce, che è quella su cui deve morire l’uomo vecchio con i suoi progetti, i suoi pensieri secondo il mondo, il suo tremendo buon-senso.
Deve ascoltare Gesù che dice quell’espressione paradossale e verissima: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per me causa mia e dell’Evangelo, la salverà».

Il problema è capire cosa è salvarsi. E’ realizzare i propri pensieri, è avere come fine se stessi, o è realizzare i progetti di Dio ed avere come fine il suo Regno? Il mondo pensa in un modo, Dio in un altro! Convertirsi è sostituire in noi i pensieri del mondo con quelli di Dio. E’ quanto Pietro è chiamato faticosamente a fare; è quanto noi siamo chiamati a fare.

Lasciamoci interpellare da Gesù: Tu chi dici che io sia?

Nella nostra cappella monastica il titulum crucis del grande Crocifisso dell’abside porta scritta in greco questa domanda: Voi chi dite che io sia?
Dinanzi al Crocifisso gli equivoci cadono tutti; se Lui è il Messia è un Messia crocefisso; vogliamo essere discepoli del Messia crocefisso?
Pietro lo volle, e finì anche lui su una croce … dobbiamo preoccuparci se non finiamo su una croce anche noi … lo scrivo e tremo, ma non posso non scriverlo; è bene che ce lo diciamo e che lo sappiamo … poi lottiamo per questo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

II Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abitare con Lui

 

IL CUORE DI OGNI DISCEPOLATO

 

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

Icona di Gesù Maestro con il Discepolo Giovanni (secolo XX)

1Sam 3, 3-10.19; Sal 39; 1Cor 6, 13-15.17-20; Gv 1, 35-42

 

Nei giorni scorsi, contemplando il mistero dell’Incarnazione, abbiamo letto più volte e con stupore quello straordinario ed icastico versetto di Giovanni: «Il Verbo divenne carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (cfr Gv 1, 14); oggi, in questa domenica che segue il Tempo di Natale, l’Evangelo di Giovanni, riprendendo questo tema dell’“abitare”, ci dà ancora un suggerimento fondamentale per la nostra vita di discepoli.
Se Lui, il Verbo, è venuto «a piantare la sua tenda tra di noi», quello che conta per noi è il voler dimorare presso di Lui, con Lui, in Lui; quello che conta davvero è chiedere dove Lui dimori per stabilire con Lui la nostra dimora.
Il quarto evangelista ha caro questo tema perché ha caro il desiderio profondo che fu il senso di tutta la sua esistenza, del suo discepolato, del suo dare la vita.

Come si dà la vita per Gesù? Per Giovanni la risposta è semplice: stando con Lui, abitando presso di Lui. Nel Quarto Evangelo, Gesù stesso dirà: «voglio che dove sono io siano anch’essi con me»  (cfr Gv 17, 24; Gv 12, 26).

Il racconto di vocazione che il Quarto Evangelo ci trasmette nella pagina evangelica di questa domenica, così diverso da quello dei sinottici, sottolinea proprio questa dimensione: Andrea ed il discepolo amato (qui chiamato ancora “l’altro discepolo”), dopo la coraggiosa ed umile indicazione del Battista, seguono Gesù e ricevono subito una domanda: «Che cercate?»
E’ impressionante come la relazione con Gesù inizi con una domanda da parte di Lui; Gesù cerca subito di far venir fuori, da chi l’inizia a seguire, le ragioni più profonde che hanno mosso i suoi passi: che si cerca? E’ da lì che bisogna partire.

La domanda di Gesù riceve immediatamente una risposta: cercano il “luogo” in cui abita questo straordinario Rabbi… Si badi, non è solo la domanda discreta di un indirizzo; è la domanda che contiene, forse, già un desiderio: abitare con Lui; è la domanda che brucia il loro cuore, è la domanda sulla “dimora” dell’altro, sul luogo della sua intimità e profondità.

Non a caso qui Giovanni inizia ad usare il verbo che sarà il nerbo, nel suo Evangelo, di ogni discorso sul discepolato: il verbo “ménein”, la cui traduzione è “rimanere”, “dimorare”.
Gesù nei Discorsi di addio (cfr Gv 13-17) ne farà un vero e proprio ritornello: chi vuole essere suo discepolo deve trovare questa “dimora” (“moné” cfr Gv 14, 2); deve imparare a dimorare; deve desiderare di dimorare, di rimanere: “rimanere nel suo amore” (cfr Gv 15, 9b), “rimanere nella sua parola” (cfr Gv 8, 31), “rimanere in Lui come i tralci nella vite” (cfr Gv 15, 1ss).

La vita con Lui non è qualcosa di passeggero, di occasionale§; non è “una stagione della vita”. La vita del discepolo vuole invece una stabilità (parola cara alla vita monastica, che fa della “stabilitas” un luogo di profezia!); la vita del cristiano maturo è la vita di uno che ha cessato di “stare sulla soglia” ma che è entrato per sempre, stabilmente, nella casa. E’ la vita di uno che è disposto a stare con Lui, sempre! Non può fare più diversamente!

Il discepolo amato è il “discepolo che rimane” e, alla fine del Quarto Evangelo, Gesù risponderà esplicitamente a Pietro: “voglio che egli rimanga finchè io ritorni” (cfr Gv 21, 22). Quello che conta per ogni discepolo amato è dunque questo rimanere; per Giovanni fu questo il sale di tutta la sua vita…rimanere!
Ha provato la gioia di questo rimanere con Lui: prima di partire sulle strade del mondo, Giovanni ha gustato il vivere con Lui, l’essergli vicino, accompagnandolo ovunque, vivendo lì dove Lui viveva, rimanendo con Lui fino ai piedi della croce, lì sul Golgotha (cfr Gv 19, 26)…
Se Giovanni ci dovesse descrivere la sua vocazione, lo farebbe così: «da un giorno benedetto iniziai a dimorare con Gesù (ne ricorda dopo sessant’anni perfino l’ora: era l’ora decima!) e non ho più smesso!»

Quel dimorare materiale si versò poi in un dimorare profondo con Lui ed in Lui, di un dimorare di Gesù in lui, che fu il senso di tutta una lunga esistenza di fedeltà, di costosa fedeltà: fedeltà nella persecuzione e nel dolore, nei lavori forzati a Patmos, nel dolore di vedere i fratelli morire…Gesù fu la forza della sua vita, a partire da quel fare dimora assieme.

Così, forte di questa esperienza esistenziale, Giovanni consegna alla Chiesa questa via del rimanere…del trovare, giorno dopo giorno, la propria casa lì dove è la casa del Cristo, di Colui che si degnò di “abitare in mezzo a noi” (cfr Gv 1, 14) per giungere a “dimorare in noi” (cfr Gv 14, 23).

Straordinaria avventura quella del rimanere, del dimorare…un’avventura che ad un occhio superficiale potrebbe parere poco dinamica, ma che in realtà custodisce una forza dirompente. Come sono deboli certe appartenenze in cui non si passa mai dalla sequela difficile al rimanere a qualunque costo, anche nelle contraddizioni e nelle fragilità! Giovanni sogna una Chiesa così! Gesù voleva una Chiesa così! Non una Chiesa della “soglia”, ma una Chiesa del “dimorare”!

L’inizio di questo tratto di Tempo ordinario è segnato da questo tema del rimanere, per dirci come vivere il nostro tempo quotidiano: la strada è una sola, ed è quella del dimorare!
E’ lì, nel nostro rimanere, che Gesù opererà in noi le sue opere; lì ci darà un nome nuovo e ci renderà roccia, come farà con Simon Pietro; il fratello di Andrea è invitato anche lui ad iniziare quel dimorare: Gesù lo fissa con sguardo magnetico, con sguardo che attrae a quel rimanere con Lui, e gli fa una promessa: Sarai chiamato Kefas…una promessa che mette le sue radici in quel dimorare che inizia. Dimorando in Lui, Simone diverrà Roccia!

Questa è anche l’esperienza di Samuele che traspare dal suggestivo racconto del Primo libro di Samuele che oggi fa da prima lettura: Samuele acquistò autorità poiché il Signore era con lui, nè lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
Il segreto di Samuele era questo dimorare con il Signore; un dimorare che già era iniziato con quel suo stare, fin da piccolo, lì dove era l’Arca di Dio, che era il luogo della dimora di Dio in mezzo al suo popolo…

Dimorando presso il Signore si aprono le porte all’azione di Dio in noi, a quell’azione che è trasformazione e senso nuovo e pieno dell’esistenza.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXI Domenica del Tempo Ordinario – Chi è Gesù?


 LASCIAMOCI AFFERRARE DALLA GRAZIA

Is 22, 19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16, 13-20

 

Oggi una domanda su cui davvero “si gioca” tutto: chi è Gesù? Già Matteo aveva fatto risuonare questa domanda altre volte.

Se l’erano posta i discepoli sulla barca dopo la tempesta sedata: Chi è costui che perfino i venti e il mare gli obbediscono? (cfr Mt 8,27) ed è la domanda che, in fondo, si era posta anche Erode Antipa dandosi una risposta: Costui è Giovanni Battista. E’ risorto dai morti per questo ha potere di fare prodigi (cfr Mt 14,2). Dopo questi tentativi di domande Matteo qui vuole farci giungere una prima vera risposta che però poi avrà bisogno di essere approfondita e compresa.

​La domanda è posta da Gesù ai suoi all’estremo confine della Terra di Israele, ai piedi del Monte Hermon, lì dove ci sono le fonti del Giordano. Forse una precisazione geografica non del tutto casuale: la domanda compromettente e la risposta di Pietro vengono pronunciate lì dove c’è vicinanza alle genti, lì dove c’è “apertura” verso orizzonti ulteriori. Insomma la confessione della messianicità di Gesù avviene nella terra di Israele ma al confine dei territori delle genti.

​Domenica scorsa, non a caso, leggevamo di quella “conversione” di Gesù circa il suo rapporto con le genti quando la donna cananea gli aveva fatto spalancare il cuore e le intenzioni oltre i confini di Israele…ora, proprio ai confini della terra di Israele, rivolto quasi verso tutte le genti Gesù pone la grande domanda ai suoi.

​Le risposte che i discepoli danno circa il parere comune su Gesù non sono solo fandonie o fantasie di tipo superstizioso (come la risposta che Erode dà a se stesso di Erode: è un Giovanni redivivo e potentissimo), ma hanno anche uno spessore, e specie nella citazione di Geremia, il profeta sofferente contraddetto dai capi e la cui vicenda di profezia e dolore si svolge tutta a Gerusalemme. Come nella scena della Trasfigurazione, Mosè ed Elia erano segno della necessità della Scrittura per un “ascolto” pieno della parola di Gesù, qui è ancora la Scrittura ad orientare i cuori verso Gesù, ma il cammino non si può fermare a leggere Gesù solo come un ripresentarsi del passato: bisogna cogliere la “novità” di Gesù! E’ quanto riesce a fare Pietro.

​I tre sinottici (ed in fondo anche Giovanni con la risposta di Pietro dopo lo “scandalo” del capitolo 6: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo conosciuto e creduto che tu sei il Santo di Dio) sono concordi nell’attribuire a Pietro una confessione messianica di grande portata che segna uno spartiacque nella vicenda di Gesù con i suoi. Per Matteo è Pietro (da solo, anche se risponde a nome di tutti!) che riesce a varcare un confine importante: Gesù non è solo uno dei profeti ma è qualcosa di “nuovo”, sì in continuità con le promesse – e non potrebbe essere altrimenti – ma con un’unicità assoluta: è il Figlio del Dio vivente, colui che solo ed unico può rivelare agli uomini il volto del Padre.

​Certamente la confessione di Pietro nell’Evangelo di Matteo ha un forte sapore post-pasquale per la sua forza e precisione, ma, al di là della stretta verosimiglianza storica, a noi interessa cogliere, nel progetto di Matteo, il peso di queste parole ed il loro valore soprattutto ecclesiale.

​Pietro riceve da Gesù un elogio che in fondo, se ci pensiamo bene, non è proprio un elogio personale. Pietro non ha alcun merito di quella confessione; in lui, potremmo dire con linguaggio paolino, tutto è grazia!
Gesù lo chiama beato perché oggetto della gratuita rivelazione da parte del Padre.
Secondo alcuni esegeti il nome con cui qui Gesù chiama Pietro, Bar Jona non andrebbe tradotto con Figlio di Giona (d’altro canto, in Gv 21,15 si dice che Pietro è Figlio di Giovanni, e Giona non è assolutamente un diminutivo di Giovanni, come pure qualcuno ha tentato di dire!) ma andrebbe tradotto proprio con “Barjona”, che era il nome di una setta zelota, cioè di un raggruppamento politico di stampo nazionalistico che aveva scelto la strada della violenza per liberare la Palestina dalla morsa romana. Pietro insomma sarebbe uno proveniente da questo ambiente (altro che solo il placido pescatore del lago! D’altro canto non è lui che nel Getsemani avrà una spada?). Gesù gli sta dicendo che il Regno lo si conquista per grazia e non con la spada e il “sangue” sparso …Pietro dunque è beato perché si è lasciato afferrare dalla grazia e non perché ha conquistato il Regno con le sue forze e le sue astuzie. Pietro è beato perché tutto ha ricevuto dal Padre e Gesù continua a farlo oggetto di grazia dandogli una responsabilità ed una promessa.

​La promessa riecheggia in un testo di Isaia (28,14-18) in cui parla di alleanze con gli inferi nelle quali però gli inferi non prevarranno. E’ l’alleanza che i re di Giuda tenteranno con l’Egitto contro l’Assiria, alleanza che Isaia giudica diabolica in quanto incapace di fidarsi dell’unica Alleanza che salva, quella con il Signore. Le parole di Gesù a Pietro hanno lo stesso sfondo fosco in cui il male e le sue potenze attentano all’opera di Dio, ma contengono anche la stessa promessa: le potenze infernali non prevarranno! Si badi (contro ogni tentazione trionfalistica!) che Gesù non promette a Pietro ed alla Chiesa che prevarranno sul male, ma che non saranno sopraffatti. La lotta ci sarà ma in quella lotta sarà possibile essere “roccia”, come il nome di Pietro suggerisce, se ci si lascia afferrare dalla gratuità di Dio, se, come Pietro, si lascia che né la carne né il sangue dicano parole risolutive, ma solo la grazia!

​Sottilmente qui non c’è solo la parola fondativa del cosiddetto Primato di Pietro e del suo potere delle chiavi, ma c’è l’affermazione del primato che Pietro e la Chiesa devono dare a Dio ed alle sue vie che non sono secondo carne e sangue, cioè non seguono le logiche “buonsensiste” del mondo, quelle del tipo dei barjona, ma si lasciano tracciare dalla pura grazia. Sono quelle vie imperscrutabili e inaccessibili di cui ha scritto Paolo nel tratto della Lettera ai cristiani di Roma che oggi ascoltiamo.

​Le chiavi che Pietro riceve (e qui c’è l’eco del testo di Isaia circa il maggiordomo del re Ezechia che abbiamo ascoltato come prima lettura) serviranno a fare una cosa che ormai è chiara: bisogna aprire a tutte le genti il tesoro del Regno, la via della grazia. Potremmo dire che qui Matteo mostra i frutti dell’umile incontro con la donna cananea (cfr Mt 15,21-31), frutti che nella finale dell’Evangelo diventeranno espliciti: Fate discepole tutte le genti (cfr Mt 28,19).

​Pietro riceve anche un altro compito, quello di legare e sciogliere, che per i rabbini significava permettere e proibire, escludere dalla comunione o perdonare: una grave responsabilità che qui viene data a Pietro e in seguito a tutti i discepoli (cfr Mt 18,18). Il “sapore” di potere sugli altri è tolto se si considera che questa potestà di legare e sciogliere è sottomessa al farsi oggetto della grazia: quanto più Pietro e gli altri undici si lasceranno afferrare dalla pura grazia, quanto più accorderanno alla grazia un primato, tanto più avranno capacità di discernere ciò che va proibito e ciò che va permesso, dove sia la comunione e dove la separazione.

​Capiamo allora che non è questione di potere questa scena con Pietro, ma è questione di comunione e di primato di Dio nelle vite dei credenti. Si è “roccia” se non ci si fida delle proprie forze ma se si mette la propria debolezza nelle mani di Dio. E’ Lui che può rendere “roccia” la sabbia friabile! Pietro lo sperimenterà a pieno: nel cortile di Caifa capirà di essere ancora sabbia, e non ancora roccia. Pietro imparerà ad essere roccia facendosi plasmare da Gesù e dal suo mistero pasquale. Pietro qui ancora non ha capito tutte le implicazioni che contiene quella sua confessione: Tu sei il Cristo! Dovrà imparare a fidarsi delle vie incredibili e imperscrutabili della debolezza di Dio. Come e quanto ancora dovrà morire il barjona che è in Pietro!

​E’ questa anche la nostra fatica e la nostra lotta, la più terribile; quella contro noi stessi e le nostre presunzioni; quella contro le nostre potenze per dare spazio alla grazia.

​Il grande Patriarca di Costantinopoli Atenagora lo scrisse in una pagina mirabile:

​“Occorre fare la guerra più dura che è quella contro se stessi. Bisogna riuscire a disarmarsi. Ho fatto questa guerra per anni ed è stato terribile, ma adesso sono disarmato, non ho più paura di nulla, poiché l’amore caccia il timore … Se ci si disarma, se ci si spossessa, se ci si apre al Dio-Uomo che fa nuove tutte le cose, allora Lui cancella il brutto passato e ci rende un tempo nuovo nel quale tutto è possibile”.

P. Fabrizio Cristarella Orestano

XIX Domenica del Tempo Ordinario – Vieni!


UNA PAROLA ASCOLTATA CON FIDUCIA
 

1Re 19, 9a.11-13a; Sal 84; Rm 9, 1-5; Mt 14, 22-33

 

Passaggio del Mar Rosso Michelangelo (particolare) - Cappella Sistina

Passaggio del Mar Rosso, Michelangelo – Cappella Sistina (particolare)

Il passo dell’evangelo di questa domenica si apre con la fede di Gesù e si conclude con la fede che la Chiesa deve avere e nutrire.

Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù si ritira in preghiera. Non ci è dato di sapere molto di questa preghiera segreta di Gesù al Padre. Certo Gesù sa pienamente di essere il Figlio, ed entrare in quell’intimità esprime questa completa consapevolezza: in quest’ora di intimo colloquio la piena e vera umanità di Gesù vive però di fede e non di visione; Gesù crede nel Padre e nella sua presenza, crede che il Padre lo ascolta (cfr Gv 11, 42); in quell’ora di intimità Gesù sente il Padre, proprio come Elia sull’Oreb, nel silenzio trattenuto in cui Lui si manifesta, e in quel silenzio Gesù si confronta con la volontà del Padre per verificare le vie che sta percorrendo nella sua missione. Tutto questo, però, sempre nella fede; questo ci deve essere ben chiaro: nessuna “visio beatifica” per Gesù, nessuna esenzione dalle vie impervie e faticose della fede.

Il racconto di Matteo passa poi da questo silenzio trattenuto, in cui Gesù prega, al fragore di una tempesta che vede i discepoli a lottare con la paura che è la vera antitesi della fede. Il racconto però si chiuderà con una solenne professione di fede da parte dei discepoli: Tu sei veramente il Figlio di Dio!

E’ chiaro: per l’Antico Testamento comandare alla potenza impressionante del mare è solo di Dio. Fu già questa l’esperienza fondante della fede di Israele; il popolo uscito dall’Egitto ebbe a che fare con l’invalicabile ostacolo del Mar Rosso e lì vide la potenza del Signore sulle acque; ora sul lago di Genezareth i discepoli sono impressionati dal dominio di Gesù su quelle acque tempestose, che non solo saranno placate da Lui ma sulle quali lo vedono camminare. E’ la potenza della Pasqua di Cristo che qui Matteo già ci fa intravedere.
La quarta veglia della notte di cui Matteo parla non può non richiamare “la veglia del mattino”  in cui il Signore travolse i carri degli egiziani (cfr Es 14,24): è dunque il Cristo pasquale che qui si mostra vittorioso sugli abissi del male, ed il suo «Io sono!» richiama con potenza il nome divino rivelato proprio nell’Esodo.

Questa scena sul mare è una chiara metafora della situazione della Chiesa all’indomani della Pasqua: la barca della Chiesa sarà avvolta tante volte dai flutti impetuosi della persecuzione, dell’incomprensione, della morte, del peccato, del suo stesso peccato, della terribile possibilità che la Comunità dei discepoli si faccia travolgere da dinamiche mondane,che seducono e che le stravolgono il volto…
Come dominare questo mare di male? Come salvare la fragile barca della Chiesa di Cristo? L’evangelo di questa domenica risponde che c’è solo una via: la fede.

Matteo, riprendendo il racconto parallelo di Marco (6, 42-52), aggiunge l’episodio di Pietro che cammina anch’egli sulle acque. Credo che il centro del racconto di Matteo sia proprio qui. Pietro cammina sulle acque, ma non per propria virtù; tutto dipende dalla parola di Gesù: Vieni! E’ quella parola che sostiene i piedi di Pietro sul tumulto delle acque, è quella parola ascoltata con fiducia.
Quando la fede viene meno, o sopravanza la presunzione, le acque impetuose tentano di sommergere Pietro; Matteo consegna alla Chiesa il grido di Pietro, lo consegna  alle nostre vite credenti: Signore, salvami! E’ un grido che ha la sua forza nella duplice coscienza della propria impotenza e della potenza di Cristo, che rende possibile l’impossibile.

E’ la fede del discepolo, è la fede della Chiesa che permette che si cammini nelle contraddizioni e nelle tempeste della storia; non solo nelle tempeste che sono le opposizioni e le persecuzioni, ma anche e soprattutto – come già dicevo – nelle tempeste che sorgono dentro, nelle tempeste che sono le tentazioni lusinghiere di mondanità, di potere, di indifferenza… cose tutte che sfigurano il volto della Chiesa, sommergendo la sua barca in flutti violenti e impietosi.

La scena di Pietro che cammina sulle acque per Matteo ha ancora un senso, ed è un monito che è importante che la Chiesa colga: ciò che conta non è tanto imitare Gesù, ma seguirlo; se Pietro pretende di imitare Gesù fallisce, basta un colpo di vento… Se invece vuole seguirlo tutto diviene possibile. Quando è che Pietro comincia  a seguirlo e smette di fidarsi di sè? Solo quando grida Signore, salvami!

Dov’è la differenza tra imitare e seguire? Non è tanto in ciò che si fa, ma è nello spirito di ciò che si fa: quando crediamo di poter fare senza di Lui, o quando ci mettiamo nelle sue mani e gli gridiamo di salvarci. In pratica il problema è quando ci fidiamo di noi o quando ci fidiamo di Cristo Gesù.

Solo la sua voce e la sua mano sono forza e pace per la Chiesa. Quando lasciamo poco spazio alla speranza perché avviliti dalle forze contrarie, esterne ed interne, è necessario immergersi nella fede, ed in essa volgere l’orecchio alla sua parola e tendere la mano alla sua mano! E allora la tempesta si placa e si può riposare in Lui e con Lui.

E si può ricominciare la lotta!

p. Fabrizio Cristarella Orestano