III Domenica di Pasqua – Solo l’Amore

MI AMI PIU’ DI TUTTO?

 At 5, 27-32.40.41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19

 

Pagina carica di suggestioni e di luce questo capitolo ventunesimo dell’Evangelo di Giovanni che in questa domenica risuona nelle nostre assemblee. Inizia tutto in una notte infeconda che si apre ad un’alba in cui si fa chiara una presenza: “All’alba Gesù stette sulla riva”. E’  proprio come avvenne nel cenacolo “a porte chiuse”; i discepoli devono accorgersi che Gesù sta nella sua Chiesa … nel capitolo venti Gesù li va a cercare nelle nelle loro “porte chiuse”, qui nella loro notte infeconda.

Questi capitoli del Quarto Evangelo hanno chiaramente un intento, certo pasquale e testimoniale, relativamente all’evento della Risurrezione del Crocefisso, ma hanno anche – e forse soprattutto – l’intento di affermare con forza ai credenti che Cristo Risorto è presente nella Chiesa. Egli sta lì dove sono i suoi, e li incontra e li salva con la potenza della sua Pasqua lì dove essi si dibattono con le loro paure, le loro incredulità, le loro notti,  le loro infecondità, i loro “poveri” amori. Capitolo complesso questo capitolo ventunesimo di Giovanni, con una sua lunga storia di formazione e di tradizione, ma oggi qui questo importa poco; siamo infatti chiamati a coglierne, nel suo risuonare nella liturgia, non le complesse motivazioni, ma la Parola che esso vuole comunicare alle nostre esistenze di credenti che si “giocano” la vita sulla Pasqua di Gesù!

Questa pagina di Giovanni ci dice che la testimonianza pasquale della Chiesa sarà credibile  solo nell’amor,e il quale esaurisce, e deve esaurire, tutte le dinamiche all’interno della comunità di Gesù.

Nelle notti infeconde solo l’amore può riconoscere il Signore presente: l’amore da cui ci si riconosce amati che diviene scaturigine di amore per il Signore e per il mondo! Il Discepolo amato riconosce il Risorto che sta sulla riva di quel loro lago … lui grida la verità della sua presenza: “amati amiamo” (1Gv 4, 11.19) scriverà l’autore della Prima Lettera di Giovanni! E’ vero! Solo chi ha sperimentato l’amore su di sé riesce a credere all’amore anche nelle notti buie e senza frutti … solo chi è capace di sentire su di sé quell’amore può trasformarsi in “grido” di Evangelo per chi è schiacciato dal peccato, dalla paura, dalla notte: E’ il Signore! E’ quel grido dell’amato che induce Pietro a gettarsi nella storia per incontrare l’Amante, il Vivente capace di dire parole di vita a chi sperimenta la morte: “in quella notte non presero nulla”!

Nel passo di Atti che oggi leggiamo quale prima lettura, Pietro e gli altri apostoli hanno la capacità di testimoniare senza paura la Pasqua di Gesù … ne pagano le conseguenze … si consegnano al mondo, per amore del mondo e per amore del nome di Gesù. Quando si vive di questo amore del nome di Gesù si affronta la notte della persecuzione come la notte dell’infecondità; si è lieti di una letizia non mondana (lieti di essere stati oltraggiati); ci si gioca tutto su quella presenza che fa sorgere l’alba nelle notti della Chiesa come nelle notti  della storia. Una presenza che chiede l’amore come “unum necessarium” per stare nel mondo in modo significativo. E dico significativo nel senso stretto del termine: non nel senso di avere peso per il mondo, avere una dignità ed un ruolo riconosciuti e magari applauditi, ma nel senso di avere realmente la capacità di significare Gesù ed il suo amore nella storia! O la Chiesa significa Cristo o smarrisce il suo ruolo, e verrà posta dagli uomini tra gli enti di gestione e di potere, di “significanza mondana” che desidera preminenze … e non racconterà più Cristo! Chi cerca Dio non troverà la via perché quella via si è resa irriconoscibile: una via, infatti, per essere percorsa non può essere ingombra di costruzioni mastodontiche e mondane, deve essere libera, vasta, chiara! La Chiesa sarà una via così solo grazie all’agàpe … solo grazie all’amore che è primato di Cristo nella sua vita! E’ quanto Gesù chiede a Pietro: un amore che dia a Lui un vero primato: “Mi ami tu più di tutto?” (“toùton” può essere anche neutro ed in tal caso indicherebbe non gli altri discepoli, con cui Pietro viene messo in comparazione, ma le cose, tutto il resto: Mi ami tu più di tutto?).

Insomma Gesù qui non vuole tanto dare un primato a Pietro chiedendo se Pietro lo ama di più degli altri (tra questi altri c’è anche il Discepolo amato, e mi pare per lo meno improbabile che l’autore di questo capitolo voglia poter subordinare il Discepolo amato a Pietro nell’amore!), ma vuole sapere se nel cuore di Pietro Lui ha un vero primato! Vuole sapere se Pietro ama Lui prima e più di tutte le cose, più di tutto…solo se è così Pietro può pascere e guidare i fratelli in qualunque modo essi siano; per parlare del gregge affidato a Pietro l’Evangelo usa tre parole: agnelli, pecore, pecorelle … cioè i piccoli, i grandi, i deboli … tutti devono essere nutriti e guidati dall’amore di Pietro e della Chiesa.

Pietro sarà capace di tanto, fino a dare la vita, se si consegnerà, tendendo le mani, per obbedire a quell’amore che ha assoluto primato nella sua vita e che sempre più dovrà prendere spazio. Se parte da un voler bene (verbo “philéo”) dovrà giungere davvero all’amore (verbo “agapáo”). La via? Una sola: amare, consegnando la propria vita ai fratelli; pascendo e guidando, Pietro – come la Chiesa – imparerà l’amore, imparerà quell’amore per cui Gesù diede la vita! Quando la Chiesa coglie questa dinamica, al suo interno e nelle sue relazioni con il mondo, racconta alla storia il Cristo che è l’unica narrazione di Dio!

Non abbia paura delle notti e dei tradimenti perché Cristo è sulle sue rive e fa diventare alba ogni notte con la sua presenza. Chi coglie il Cristo vivente e presente, ed è disposto a seguirlo, sarà nella storia sentinella pasquale che annunzia albe nuove di speranza, lì dove pare che la notte sia incombente, immobilizzante e senza sbocchi.

La Pasqua vuole riempire di speranza la storia degli uomini e questo può farlo solo attraverso noi credenti, attraverso il nostro amore umile ma compromesso con quello di Gesù. L’opera pasquale può essere compiuta solo da chi, come scrive Benedetto nella sua Regola, “nulla antepone all’amore di Cristo” (RB IV,21). Così, come il Discepolo amato sapremo gridare “E’ il Signore!”, così, come Pietro sapremo imparare sempre di più l’amore fino all’auto-consegna! Così la Chiesa significherà Cristo crocefisso e risorto nelle notti della storia.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

V Domenica del Tempo Ordinario – La barca infeconda di Pietro

PIETRO, UNO SPECCHIO NEL QUALE RIFLETTERE NOI STESSI

Is 6, 1-2.3-8; Sal 137; 1Cor 15, 1-11; Lc 5, 1-11

 

La pesca miracolosa (Raffaello, Victoria and Albert Museum, Londra)

 Nell’Evangelo di Luca, la vicenda di Pietro con Gesù è racchiusa tra questo grido di sconcerto “Allontanati da me che sono un peccatore” e quel pianto amaro dopo il canto del gallo nella notte del giovedì santo! La sua vicenda è emblematica delle nostre vicende con Gesù…è uno specchio nel quale possiamo e dobbiamo rifletterci; la chiamata che Gesù fa a Simone è molto semplice: gli chiede di mettergli a disposizione la barca del suo quotidiano…dalla barca di Pietro parlerà alle folle che fanno ressa per ascoltare la parola di Dio…proprio la gente che Gesù cerca, non è, infatti, gente che cerca miracoli, ma parola di Dio…la barca di Pietro sarà il luogo da cui Gesù farà risuonare la parola! Per parlare all’uomo, Gesù anche oggi ha bisogno delle nostre barche, ha bisogno cioè dei luoghi in cui viviamo il nostro ordinario; quando le nostre barche accolgono Lui che parla al mondo diventano anche capaci di prendere il largo, e di trovare il profondo

Simone non ha paura di offrire a Gesù la sua barca infeconda…la parola che vi viene pronunciata diventerà fecondità. Pietro getterà la rete su quella parola!

Credo che l’evangelo di questa domenica debba suggerirci una seria riflessione circa le aperture dei “luoghi” del nostro quotidiano alla Parola di Cristo. E’ necessario smettere di relegare la Parola di Dio in spazi ristretti, annuali magari…in spazi “sacri”, a tenuta stagna rispetto agli spazi “profani”. Distinzione questa tra “sacro” e “profano” che è meglio lasciare ai pagani in quanto non hanno nulla di cristiano, nulla di evangelico; in quanto la rivelazione cristiana ci racconta di un Dio che ha proclamato “santo” ogni spazio umano, ogni carne, ogni tempo. L’incarnazione ha fatto della storia un luogo di Dio: ogni carne è chiamata ad essere carne di Dio, ogni terra terra santa, ogni giorno tempo di grazia.

La presenza di Dio cerca l’uomo nella storia, senza paura della storia; Gesù non teme la barca “infeconda” di Pietro, non teme la sua carne di peccatore…è pronto a trasformare la barca infeconda in luogo del risuonare della parola; è pronto a trasformare il piccolo e rozzo pescatore in pescatore di uomini.

Gesù crea una vicinanza straordinaria perché Lui è la vicinanza di Dio! Una vicinanza che “spaventa”, una vicinanza che, paradossalmente, diventa per Pietro (ma sempre anche per noi!) un grido di paura: Allontanati da me che sono un peccatore! Come ci somiglia Pietro! Quando vede la sua infecondità diventare abbondanza, quando vede quella sua barca colmata, comprende che Gesù è il santo, è altro…e lui, invece, è come il mondo! Ed ecco che, in un moto di profonda verità chiede a Gesù l’unica cosa che Gesù proprio non può volere: Allontanati da me che sono un peccatore! Come può volere la lontananza chi è venuto per essere definitiva vicinanza di Dio proprio per l’uomo peccatore? Come può volere la lontananza chi è venuto a cercare chi era perduto (cfr Lc 19,10)?

Pietro dovrà imparare che proprio su quella strada di peccato e di miseria Gesù lo cercherà, e lo incontrerà fino a quello sguardo che gli donerà nel cortile di Caifa dopo il suo ultimo rinnegamento e dopo il canto del gallo (cfr Lc 22,61). Proprio su quella strada di miseria e viltà, proprio su quella “distanza” Gesù pone la sua parola di chiamata e chiede di non aver paura: Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini.

Mi pare rilevante che questa non sia una parola di proposta, ma una parola di creazione:  Sarai pescatore di uomini. In quell’ora, tra Gesù e Pietro c’è stato un incontro nella più profonda verità, e per questo è iniziato per Pietro un processo inarrestabile ed irreversibile…è iniziata per lui una nuova creazione, è iniziato a nascere un uomo nuovo; sì, poi ci saranno ancora le cadute: quella celebre della sera dell’arresto, quella più sottile di Antiochia quando Paolo dovrà rimproverarlo con durezza (cfr Gal 2,11ss), ma ormai Pietro è il pescatore al servizio dell’Evangelo, ed avrà imparato ad “usare” le sue miserie come luogo tremendo e dolcissimo dell’incontro con il suo Signore. Forse fino a quella croce piantata sul colle Vaticano, Pietro dovrà lottare con il suo essere un peccatore (e non a caso la tradizione vuole che si sia fatto crocifiggere capovolto perché non degno di morire come Gesù!), ma con una certezza: quella parola di Gesù, in quel giorno lontano sul lago di Genezaret, l’aveva fatto, creato come “uomo nuovo”, quella parola aveva fatto di lui qualcun altro!

Gesù aveva potuto far questo perché Pietro gli aveva aperto uno spiraglio del cuore; non solo gli aveva dato la barca ma soprattutto gli aveva dato fiducia, aveva creduto alla parola di Gesù: aveva preso il largo dalle sue piccole sponde rassicuranti e si era spinto là dove era profondo! È la via anche per noi, è la via che la Chiesa deve intraprendere: fidarsi, andare al largo senza alcuna sicurezza se non quella “parola” che le è stata consegnata! Non ci sono altre “vie”… le altre sono vie “logiche” e piene del solito, triste “buon senso” del mondo. E si resta sulla riva, sulla riva dei comodi compromessi, sulla riva “senza rischi”, sulla riva delle complicità meschine quando non vergognose, sulla riva della mediocrità che uccide l’Evangelo…

La via della fiducia in quella parola paradossale che proviene da Cristo è l’unica via, e non è impedita neanche dal peccato…anzi, ci fa bene ripetercelo, il peccato e la miseria possono divenire luogo di un incontro fecondo tra noi (che siamo questo e non possiamo e dobbiamo fingere di non esserlo!) e il Cristo che è il Figlio venuto a cercarci proprio e solo lì!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Il giovane ricco

PREFERIRE LA TRISTEZZA ALLA GIOIA!

 Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco, ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che che è tale perchè tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi” trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione (“Vendi e dallo ai poveri”) e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chedono sempe di più e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso! La “libido dominandi” potremo vedere che esito ha nella sequela la prossima domenica.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare” per ottenere la vita eterna, il premio di Dio…la sua domanda, per quanto “religiosa” mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”…lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso e quelle parole di proposta di Gesù: Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi. A questo punto quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”…Gesù ha chiesto troppo…e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi e non in un impresisato e impalpabile cielo

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel , ed inesplorate del dono di sè e della condivisione di tutto.

Aveva chiesto delle cose “da fare” ed in fondo Gesù gliele ha dette ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che compiuti poi lasciano tutto come prima, no; sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”…lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che incredibilmente ora è la sua identità e sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza. L’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze. Preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!

In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza…

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica. Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare e di loro Gesù aveva detto che di chi è come quei bambini è il Regno, chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno…

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perchè non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo è triste…magari il mondo lo crederà felice perchè ha molte ricchezze ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anhe su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze…

Credo, come scive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perchè ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo…resti così questa parola, cruda nella sua forza e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati…tutti!…anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio… Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa “accanto”, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi…se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto, se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo le cose cambiano e tutto diviene possibile perchè “Tutto posso in colui che mi dà forza” (cfr Fil 4,13).

La domanda di Pietro (“Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?”) può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi…no! è, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo…prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori…Quelli di fuori sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perchè mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perchè partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza! Seguire Gesù è costoso ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà! Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi…ma non come il mondo pensa…e noi come pensiamo? A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: “Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!” (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano

XXV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi piccoli

ACCOGLIERE LA PICCOLEZZA E’ ACCOGLIERE DIO

Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16 -4.3; Mc 9, 30-37

La scorsa domenica l’Evangelo di Marco ci ha mostrato come il primo annunzio della passione abbia trovato l’ incomprensione, il cuore duro e l’inciampo addirittura satanico in Pietro che è radicato nelle sue idee e nei suoi sogni di “potere” e di “sapere” (Pietro vuole un Cristo potente e pretende di sapere tutto, tanto da voler insegnare a Gesù!); oggi, il secondo annunzio della passione trova ancora dei cuori duri…non ha più successo del primo!

In primo luogo il testo ci ha detto che che i discepoli non comprendevano queste parole (l’annunzio della passione) ed avevano paura a chiedergli spiegazioni…insomma c’è un “non capire” e un “non voler capire”. Qui i Dodici non hanno scusanti in quanto Gesù, ha scritto Marco (cfr Mc 8,32), diceva queste cose circa la sua passione con “parresía”, apertamente, con franchezza, senza veli! Ma sono proprio le cose dette così che spaventano e si vogliono scavalcare ad ogni costo. D’altro canto la passione, in questo secondo annunzio, viene meglio specificata da un particolare che non è secondario: non si parla più di “anziani, sommi sacerdoti e scribi”, qui si parla di “uomini”: Il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani degli uomini, il che significa che non basta non far parte di quelle categorie storiche per essere innocenti in questa storia di dolore del Figlio dell’uomo! Sono gli uomini i destinatari di quella “incomprensibile” consegna da parte del Padre; sì, perchè è il Padre il “consegnatario”: se infatti gli uomini sono i destinatari ed il Figlio dell’uomo è l’oggetto, Colui che consegna è solo il Padre. Il Padre che lo ha già consegnato agli uomini nell’Incarnazione, che lo ha già consegnato agli uomini come Parola definitiva (cfr Eb 1,1-4), ora lo consegna come estremo dono all’umanità ma gli uomini ne faranno ciò che vorranno, fino ad ucciderlo appendendolo ad una croce.

Gli uomini: tutti gli uomini! Nessuno escluso!

Non sono stati nè Giuda, nè quegli Ebrei, nè il Sinedrio, nè Pilato con i romani…sì, loro hanno fatto la loro parte  materialmente e storicamente, ma sono le mani di tutti gli uomini ad essere macchiate del suo sangue che, paradossalmente, ha lavato e salvato tutti!

Tutto questo mistero di amore, però, resta chiuso proprio per il cuore di quei Dodici che sono i più vicini a Gesù.

Marco sottilmente (forse non tanto, bisogna solo fare attenzione e capire le concatenazioni che ci sono!) ci dice qui il perchè: non può capire l’amore chi è teso a cercare primati, privilegi e potere.

Dice il testo dell’Evangelo che i Dodici sono per via (un’espressione importante che ci richiama alla nostra quotidianità, al nostro essere “per via” nella sequela di Cristo) ma invece di seguire davvero Gesù che va alla consegna, seguono se stessi, le loro idee, i loro miseri deliri di potere…Pietro avrà anche obbedito e sarà tornato “dietro” a Gesù come gli era stato detto (“Torna dietro a me!”…cfr Mc 8,33), ma è rimasto con il cuore lì dove era andato e cioè davanti a Gesù a sbarrargli il passo e ad insegnargli come doveva fare il Messia! Pietro e gli altri pensano che il Cristo debba essere potente perché vogliono gustare una fetta di quel potere! “Chi è il più grande tra noi?” “Chi comanda?”

Certo una cosa però l’avevano capita e che cioè Gesù non la pensava così; lo considerano strano? Sono convinti di riuscire pian piano a fargli cambiare idea? Certo, alla domanda circa la natura dei loro discorsi essi tacciono. Si vergognano? Non vogliono affrontare il discorso? Non vogliono ancora sentirsi dire, con franchezza, quelle cose che tanto li turbano e che vogliono distoglierli dai loro sogni di potenza?

Gesù è paziente e comunica ancora ai suoi, con delle parole e con un gesto, le vie incredibili e paradossali che vuole e deve imboccare; ecco le vie incredibili  di Dio: loro, i discepoli, anelano ai primi posti, Gesù anela all’ultimo posto! Quel bambino che Gesù pone al centro abbracciandolo, è segno non di innocenza ma dell’ultimo posto che Lui vuole abbracciare per indicare al mondo le vie del Padre.

Gesù abbraccia, accoglie quell’ultimo posto, quello che occupano i bambini, del tutto dipendenti e fragili; d’altro canto i bambini nell’Evangelo di Marco, fino a questo momento, erano apparsi, incredibilmente, sempre in vesti non solo fragili ma anche impure: bambina è la figlia di Giairo nell’impurità della morte(cfr Mc 5,42), bambina è la figlia della donna siro-fenicia, impura perché posseduta da un demonio (cfr Mc 7,30), bambino è l’epilettico ai piedi del Tabor con le sue manifestazioni disumane (cfr Mc 9, 23ss), tutti, secondo le categorie culturali dell’epoca, impuri per motivi diversi.

Il bambino che qui Gesù abbraccia è icona della condizione del servo, è icona di im-potenza (in greco “pàis” significa “bambino” ma anche “giovane schiavo”).

Ai discepoli che sognano potenza Gesù presenta un’icona di impotenza dicendo che chi accoglie quella debolezza, quella fragilità nel suo nome accoglie Lui stesso e, paradossalmente, Dio…e qui Marco è di una forza straordinaria in quanto ci mostra che all’ultimo posto c’è addirittura Dio! Quel bambino è dunque icona delle scelte di Dio e quindi delle scelte del Figlio dell’uomo!

Essi sono disposti ad accogliere questa debolezza?

Nel passo della Lettera di Giacomo, che è oggi la Seconda lettura, leggiamo che nell’uomo sorgono guerre e liti che derivano da passioni che “combattono” dentro di lui…è il desiderio di possedere e di dominare che è radice di tutti i dolori e lacerazioni che gli uomini si infliggono; il Figlio dell’uomo è venuto per rendere possibile nell’uomo la sapienza che viene dall’alto, che rende simili a Dio: pacifici, miti, arrendevoli e pieni di misericordia…che rende veri, privi di ipocrisia, cioè privi di finzione (in greco Giacomo scrive “aniupócritos” e, in greco “iupocritós” è l’attore, uno che veste dei panni che non sono suoi, che finge di essere un altro).

Le strade di morte e dolore, ci dice Marco, sono vinte solo da chi sceglie l’ultimo posto. Un ultimo posto che però non è una scelta solo simbolica, esteriormente umile (ipocrita!), ma realmente umile perché diviene servizio, diviene chinarsi innanzi agli altri; Gesù ha detto infatti: “chi vuole essere il primo sia servo di tutti”.

Questo è possibile solo se si accoglie la piccolezza. E’ la sola via per accogliere Lui, per accogliere il Padre. Diversamente si imboccano strade diaboliche di divisione e di morte, di ricerca di sè ad ogni costo, si spasmodici desideri di primati per dominare gli altri.

Cristo ha scelto il posto dello schiavo crocefisso. Che la sua Chiesa abbia sempre il coraggio di capire questa parola, quella della croce (cfr 1Cor 1,18); abbia il coraggio quotidiano di fare a Lui domande su come vivere questo coraggio di essere ultimi. E’ per noi tutti una grande provocazione: essere ultimi. Ma per davvero!