XIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Lasciarsi toccare

 

 

PER LA VITA E PER LA SALVEZZA

 

Sap 1, 13-15;2, 23-24; Sal 29; 2Cor 8, 7.9.13-15; Mc 5, 21-43

 

Continua la serie di “miracoli” con cui Marco conferma, con gli atti, le parole che Gesù ha pronunziato con autorità. Anche qui, come nel passo precedente della tempesta sedata che si leggeva la scorsa domenica, c’è un passaggio dalla potenza di Gesù che vince ogni impurità alla necessità della fede.

Tutto ciò che è per la vita e per la salvezza è possibile a Dio, è possibile a Gesù!
Questa possibilità, però, non è dispiegata come potenza sovrumana che schiaccia le nostre impotenze, che le umilia umiliandoci. Dobbiamo invece dire che la potenza d’amore che salva, presente in Gesùdiventa accessibile all’uomo solo per una via: la via della fede!
E’ la fede che dà accesso e a Giairo e alla donna emorroissa a quella potenza di vita e di salvezza che è in Gesù.
Certo la fede è un rischio…e non solo perché è un fidarsi dell’invisibile e di ciò che non è misurabile con i nostri soliti metri, ma perché espone il credente a prendere una posizione, a fare una scelta di campo, ad essere guardato con sospetto da chi è pieno di “buon senso” e di “buona educazione”.

La donna malata di emorragie, infatti, ha dovuto sopportare su di sé gli sguardi di disprezzo e di derisione dei presenti; ha dovuto e voluto svelare se stessa di fronte alla domanda di Gesù su chi l’avesse toccato; e l’ha fatto dinanzi ad una folla ostile a lei che aveva avuto attenzione da quel Rabbi famoso… Tra tutta una folla che toccava e spintonava Gesù, in verità, però, solo lei lo aveva toccato con la fede: gli altri forse l’avevano toccato con l’entusiasmo, con la curiosità, con il desiderio d’avere dei benefici.
Di certo, di fatto, lei sola ha sperimentato la “dùnamis” di salvezza che usciva da Gesù, perché lei aveva una certezza scevra da ogni dubbio: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello sarò guarita».

Ha dovuto affrontare gli sguardi di giudizio dei benpensanti che, certamente, l’hanno condannata per il suo gesto “disobbediente” a tutte le leggi di purità contenute nella Scrittura: una donna come lei, con quelle emorragie, non solo era impura, ma faceva contrarre impurità a chiunque la toccava. La donna dunque ha fatto contrarre impurità a Gesù…ma è quello che Gesù voleva da quando ha scelto, nel suo primo giorno “pubblico”, di mettersi in quella fila di peccatori sulla riva del Giordano; fin da allora Gesù s’era messo dalla parte degli impuri diventando – come dice il Battista nel Quarto Evangelo – «l’agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo» (cfr Gv 1, 29).

Tra gli sguardi ostili su questa donna si delinea però un altro sguardo; quello di Gesù che le annunzia con amore un evangelo: la chiama “figlia”, le rivela la potenza della sua fede, e le dona pace e salvezza.
Questa piccola donna ritorna alla vita, e alla vita dignitosa che ogni essere umano dovrebbe avere; torna nell’anonimato e nel silenzio, ma ormai la sua mano ha toccato il “fuoco” di Dio, non solo perché ha toccato il corpo di Gesù, ma perché si è lasciata toccare, “bruciare” dalla fede.

Marco ha incastonato il racconto della donna emorroissa all’interno di un racconto più ampio: quello della figlia di Giairo. Anche Giairo ha dovuto affrontare gli altri per mostrare e vivere la sua fede; anche Giairo ha dovuto esporsi al ridicolo, e all’idea che di lui si fanno gli altri: un povero padre “impazzito” di dolore tanto da sperare pateticamente l’impossibile.
I saggi amici di Giairo, infatti, gli dicono parole di “buon senso”, parole di “buona educazione”: «Non disturbare più il Maestro: tua figlia è morta!»

Il buon senso comune dice che “alla morte non c’è rimedio”…ecco tutto. Tuttavia, dove c’è Gesù, noi dovremmo saperlo: questa frase non ha più senso!
Il problema è che per tanti cristiani continua ad avere senso perché, in fondo, per loro Gesù è solo un “sapiente”, un “maestro”, un uomo buono e caritatevole, uno che insegna cose buone, un maestro di sana morale…basta!
Ma Gesù non è questo, o per lo meno non è affatto solo questo: Gesù è salvatore e non in virtù della sua potenza, ma in forza del suo amore che rischia, che prende per mano la morte. Se, infatti, nella scena precedente è stata la donna a far contrarre impurità a Gesù con il toccarlo nella sua condizione di impura, qui, nella casa di Giairo, è Gesù stesso che, prendendo per mano la bimba morta, contrae l’impurità che il tocco di un cadavere conferiva. In definitiva, è Gesù che prende su di sè la nostra impurità, anche la nostra suprema impurità che è la morte!

I “saggi” che sono presenti, se hanno benevola compassione per quel “padre impazzito di dolore”, deridono Gesù perché chiama “sonno” la morte. Siamo alle solite: “alla morte non c’è rimedio“!
In questa situazione Gesù chiede il silenzio, vuole il silenzio, e Marco ci conduce “in alto”, ci porta su un “osservatorio altissimo”: la Pasqua di Gesù. E’ da lì che bisogna guardare questa scena, perché essa è rivelativa di come la Pasqua di Gesù sia vittoria sulla morte per noi, per le nostre membra fredde di morte come le manine di quella bambina, per le nostre speranze spezzate nel fiore della vita (la ragazzina ha dodici anni!).
Per questo motivo Marco  usa i due verbi della Risurrezione: “eghéiro” (“alzarsi”) e “Anìstemi” (“mettersi in piedi”), e ci mostra che Gesù chiama con sé i tre discepoli che saranno testimoni sia della gloria della Trasfigurazione che della prostrazione mortale, della sfigurazione del Getsemani. Sono cioè i testimoni di luce e di tenebra: Pietro, Giovanni e Giacomo chiamati ad essere testimoni della sintesi tra i due momenti… si giunge alla vita attraversando l’oscura valle della morte.

Anche per questo straordinario “miracolo” di risurrezione la potenza di Gesù non si manifesta in modo “inumano”, ma passando per la fede di quel padre che accoglie in silenzio la parola che Lui gli dice: «Non temere. Continua solo ad avere fede!».
Parole di una semplicità disarmante, parole “illogiche” che dovremmo però sentirci risuonare nel profondo in ogni ora di buio, in ogni ora che pare senza sbocchi e senza vie d’uscita. Solo fede!

Ecco la possibilità, ecco la via di accesso alla potenza di amore di Gesù, ecco l’accesso alla sua potenza che salva: una potenza “debole” perché esposta a pagare il prezzo della condivisione assoluta, sia dell’impurità presa su di sé sia della morte, che per Lui sarà addirittura morte di croce!

E lì, sul Golgotha, morte e impurità saranno assieme, al massimo grado dell’orrore, ma – attraversate dalla forza di quell’amore fino all’estremo  – si trasformeranno in vita per il mondo.

Mettiamo fede in questa “potenza debole”?
Se lo facciamo, dobbiamo sapere che intanto il mondo ne riderà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In un mare in tempesta

 

NON PRENDE SONNO IL CUSTODE DI ISRAELE

Gb 38, 1.8-11; Sal 106; 2Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41

 

Dopo il discorso in parabole, Marco mette nel suo Evangelo una sezione di miracoli per dirci che l’Evangelo è portato agli uomini in parole ed in opere: le opere confermano le parole, e le parole rendono chiare le opere, i miracoli. Anche nell’Evangelo di Marco, in fondo, i miracoli sono dei gesti al servizio della fede, e non dei gesti meravigliosi tesi a suscitare lo stupore; la fede è suscitata dalla parola, ed i miracoli la rendono più forte e più chiara.
Certamente, poi, Marco racconta i miracoli non solo per mostrare la potenza di Gesù, che è tale sulla natura (la tempesta), sul demonio (l’indemoniato di Gerasa) ed in favore dell’uomo prigioniero dell’impurità e della morte (l’emorroissa e la figlia di Giairo), ma anche per narrare la sua misericordia, che ci mostra il vero volto di Dio.

Questo primo miracolo sul mare in tempesta vuole condurre il lettore, in primo luogo, a porsi quella domanda essenziale nella relazione con Gesù: «Chi è costui?». Una domanda che il Signore stesso, anche nel racconto della “tempesta sedata”, suscita con il miracolo stesso, e a cui lui solo può dare risposta vera e definitiva; risposta che poi si deve accogliere con fede, per entrare in un vero discepolato.

La domanda…la prima lettura, tratta dal Libro di Giobbe, ci conduce quasi alla fine di questo straordinario e profondissimo libro. E’ una scena di grande potenza drammatica: il Signore si presenta con tutta la sua potenza perché interpellato da Giobbe; dinanzi alle tragedie cadute sulla sua vita, il “poco paziente” Giobbe ha avuto il coraggio di fare domande a Dio, il coraggio di interpellarlo e, tra le risposte che il Signore gli dà, c’è questo breve tratto che riguarda il mare che, pure potente, è sotto la potenza di Dio!
I versetti che sono stati scelti per questo tema del mare ci permettono, a mio avviso, di sottolineare come il Signore sia al tempo stesso suscitatore di domande e sia l’unico capace di risposte…risposte che, però, bisogna cogliere nella fede e per la fede.
Il racconto della tempesta sedata è abilissimo a spostare il tema dalla potenza di Gesù sul mare al tema della fede dei discepoli il quale, ad un certo punto, diviene il centro di tutta la narrazione; anzi ne diviene la sua meta.

Già l’immagine di Gesù che dorme in mezzo alla tempesta, per quanto assolutamente illogica narrativamente, è molto forte.
La fede del discepolo, se nella difficoltà e nelle tempeste inevitabili della storia non resta salda, mostra tutta la sua immaturità ed il suo carattere “religioso”; una fede matura, invece, è capace di restare salda nella tempesta anche quando il Signore pare che dorma.

Quel dormire di Gesù – Marco specifica «su un cuscino», particolare che ha sempre intrigato i commentatori – è potente metafora dei silenzi tragici di Dio nelle spire della storia; quei silenzi di cui lo stesso Giobbe ha dovuto portare il peso, e nei quali ha avuto il coraggio di gridare…
Ed è lo stesso silenzio che il Signore Gesù dovrà portare alla fine dell’Evangelo quando il Padre, che pure aveva parlato all’inizio («Tu sei il Figlio mio, l’amato» cfr Mc 1, 11) ed al cuore dell’Evangelo («Questi è il Figlio mio, l’amato. Ascoltatelo!» cfr Mc 9, 7), nel Getsemani tace, pure se invocato con il nome della tenerezza filiale («Abba, Padre, tutto è possibile a te; allontana da me questo calice» cfr Mc 14, 36). Ugualmente tace sulla croce, tanto da provocare in Gesù la più terribile delle domande: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (cfr Mc 15, 34).

Contemplare allora quel Gesù che dorme sul cuscino, a poppa della barca di Pietro, è grande lezione spirituale per noi credenti, chiamati a credere ad una parola che tante volte pare smentita dalla storia e dalle sue vie tortuose, in cui il Signore sembra assente o addormentato. Già il Salterio aveva assicurato i credenti che «non si addormenta, non prende sonno il custode di Israele» (cfr Sal 121, 4).

Forse l’Evangelista qui si rivolge ad una comunità che è sballottata nelle tempeste, ed in tempeste che appaiono tanto più grandi e forti di lei: siamo ai tempi di una Chiesa perseguitata, ed all’indomani del martirio delle colonne della Chiesa (Pietro e Paolo). Una Chiesa così non deve dubitare della custodia del Signore e, anche se il Signore pare che dorma, non deve cessare di credere, e quindi di affidarsi.

Tra «le cose vecchie che sono passate» di cui scrive Paolo ai Cristiani di Corinto nella seconda lettura di questa domenica, bisogna annoverare in primo luogo anche la paura che è madre di ogni peccato, perché ci fa rifugiare spesso presso le sicurezze del mondo ed i suoi idoli o, peggio ancora, nelle nostre stesse mani.
Contro la paura, scrive Paolo, un pensiero ci spinge: c’è stato Uno che è morto per noi… e come credere che Questi resti addormentato dinanzi alle nostre miserie e paure?
Questo amore del Crocefisso, morto per noi, ci spinge dal di dentro a fare quel passo di consegna che è tanto più necessario nelle ore di tempesta.
La Vulgata traduceva questo versetto in modo molto profondo ed acuto: «Charitas Christi urget nos»! Sì, «l’amore di Cristo ci urge dentro»: ci brucia, e perciò ci spinge a gettarci nella mani di un Signore che a volte può tacere, può sembrare addormentato, può sembrare distante, ma che invece abita la sua Chiesa: è nella barca di Pietro, nella tempesta, e ne condivide le tempeste! Egli solo può rendere i nostri cuori alla pace, facendoli uscire dalle onde che paiono sommergere la nostra vita, le nostre storie, le nostre vocazioni, le nostre vite ecclesiali.

Il pensiero di Cristo e del suo amore ci deve spingere, scriveva Teresa di Lisieux, ad andare al profondo di noi, dove c’è la calma della sua presenza. andare oltre le superfici agitate e tempestose…
Ci vuole coraggio a tuffarsi per raggiungere quelle profondità, ma è proprio questo l’atto di fede necessario ad uscire dalla paura, per vincere la paura.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

IV Domenica del tempo Ordinario – Gesù può liberarci

L’AMORE MALATO DI NOI STESSI

Dt 18, 15-20; Sal 94; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La parola di Gesù è una parola diversa, una parola “altra”.
E’ parola di rivelazione di un evangelo, come ascoltavamo la scorsa domenica (“Il Regno di Dio si è avvicinato!”). E’ poi parola che ordina un necessario ed urgente cambiamento di rotta (Volgetevi verso l’Evangelo! Fidatevi dell’Evangelo! Cambiate vita!); ed è anche parola potente, che fa ciò che dice: una parola cioè che ha “exousìa”, che ha “potenza”. Nella Scrittura questa parola è attribuibile solo a Dio: lui ha questa potenza.
In ebraico è “shaltan” (da cui deriva l’arabo “sultano”, uno che ha potere), e indica quella potenza creatrice che ha la parola di Dio. Gesù ha una parola così. Tanto diversa dalle parole “ripetute” perchè imparate, dagli Scribi! La gente lo nota subito! La parola di Gesù è altro! E’ nuova, è potente … nasce dalla vita che Lui vive, dalla vita che Lui è!

La parola di Gesù è la parola del profeta promesso dal Libro del Deuteronomio; di quel profeta che rinnoverà la potenza innovativa della Torah consegnata a Mosè.
Il popolo, spaventato dalla teofania del Sinai, aveva chiesto di non vedere più manifestazioni straordinarie di Dio, ed ecco che il Signore promette le mediazioni: la Parola verrà detta da uomini, cui la Parola stessa verrà confidata; bisogna perciò ascoltarli.
L’autore del Deuteronomio non sa, e non può immaginare, che la mediazione definitiva metterà assieme la vera presenza di Dio e la vera umanità del Messia, Gesù di Nazareth. E’ Lui il profeta definitivo promesso a Israele: la promessa del Deuteronomio è realizzata nella carne di Gesù di Nazareth, al di là di ogni possibile ipotesi.

Lo straordinario del Dio biblico è che Lui parla! Uno straordinario che sfocia nel parlare di Gesù, che è la Parola! Il suo parlare stupisce e rivela vie nuove, il suo parlare snida il male.
Il testo dell’Evangelo di Marco, che oggi si ascolta, ci narra il primo “miracolo” di Gesù per il secondo Evangelo: un esorcismo. Un particolare è notevole: l’uomo su cui verrà compiuto l’esorcismo è all’interno della sinagoga, è nascosto e confuso tra quelli che sono lì per la preghiera e l’ascolto della Parola; l’uomo è lì dove non dovrebbe essere poiché la sinagoga è luogo ove si è radunati da Dio per la parola e per il culto; ed è lì che la parola di Gesù lo snida!
Come è vera questa scena: il male, l’“immondo”, si annida, ben nascosto in noi, nelle nostre strutture umane e perfino nelle nostre strutture ecclesiali … è ben mascherato! A volte è perfino travestito da “bene”.
Lo spirito che possiede quest’uomo in sinagoga è detto “immondo” e, per la Bibbia, “immondo” è tutto ciò che attiene alla morte; la morte è la suprema impurità. Tutto ciò che ha contatto con la morte è “immondo”; e la parola di Gesù, che è vita e grida la potenza e la bellezza della vita, snida questa “immondizia”!
Così avviene nelle nostre vite: quando risuona la vera parola di Gesù, questa mette a nudo il nostro male, le nostre iniquità. Lo stesso spirito immondo non può fare a meno di gridare e rivelare così la sua presenza!

Questo spirito immondo fa una cosa strana: parla al plurale! Ci si chiede perché.
Forse, dice qualcuno, parla a nome di altri spiriti immondi; o forse sottilmente vuole comprendere in quel plurale anche l’uomo di cui ha preso possesso; lo vuole con sé; lo vuole assimilare a sé; lo considera una cosa sola con lui!
Di fatto Gesù, nello sgridarlo, dirà “Taci!”, usando il singolare e, distinguendolo chiaramente così dall’uomo, gli dice “Esci da quell’uomo!”. E’ come se dicesse “quell’uomo non è tuo; non è tuo territorio; l’uomo è terreno di Dio; è figlio di Dio!”.

Lo spirito immondo dice a Gesù due verità, che neanche lui – che è servo di menzogna – può negare: Gesù è venuto a portare rovina all’impurità, alla morte, al male che lacera l’uomo. Lo spirito immondo, inoltre, sa chi è Gesù, e lo designa come l’opposto di ciò che lui stesso è: Gesù è il Santo di Dio, e “santo” è l’opposto di “immondo”!
Nella Bibbia al termine “santo” si oppone sempre il termine “immondo”, “impuro”; la santità attiene alla vita, attiene cioè a Dio che è amante della vita (cfr Sap 11, 26); l’impurità invece attiene alla morte e a colui che della morte ha potere, il diavolo (cfr Eb 2, 14).
Gesù però non vuole che la rivelazione della sua santità avvenga per bocca di un demonio, e gli intima di tacere. La rivelazione della sua santità avverrà nel paradosso della croce, impurità assoluta, ed avverrà per bocca di un impuro (il centurione pagano) che dirà l’estrema rivelazione dell’Evangelo di Marco: “Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio” (cfr Mc 15, 39). Lì splenderà la santità di Dio che, come dirà Giovanni nel suo Evangelo, sarà gloria dell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1). Lì, sulla croce, Satana sarà incatenato per sempre …

Intanto però Gesù ha già iniziato la lotta con il male che ci abita e ci rende schiavi; l’Evangelo di oggi ci chiede di credere a questa potenza di Gesù che può liberarci; ci chiede di credere più a questo umile potere di liberazione che alle menzogne del male che ci abita, e che così spesso è mascherato da “bene”. Ci chiede di non dar credito alla menzogna che ci vuole una cosa sola con il male che ci abita e ci tormenta; Gesù, infatti, smaschera subito la menzogna di quel plurale che lo spirito immondo usa.
Il male ci strazia e grida forte, proprio come fa con quel pover’uomo della sinagoga di Cafarnao prima di lasciarlo. Ormai è smascherato da “uno più forte”, come aveva detto il Battista (“Dietro di me viene uno che è più forte di me“, cfr Mc 1, 7): uno che non solo chiede cambiamento di rotta alle vite degli uomini, non solo chiede di fidarsi dell’evangelo e non delle menzogne del “divisore”; ma uno che ha anche la forza, la “exousìa”, di dare la libertà con al sua parola potente.
E’ alla sua parola che allora dobbiamo volgere il cuore.
Chiediamoci, allora: ci stupiamo della sua parola? Marco ci dice che la gente era stupita dal suo insegnamento. Credo che dobbiamo dircelo: quando leggiamo l’Evangelo, e non ci stupiamo, significa che non abbiamo capito! E’ così!
E quando non capiamo, vuol dire che non abbiamo dato accesso nel nostro profondo a quella parola, e non le permettiamo di snidare il nostro male; non le permettiamo cioè di darci le vie e le possibilità di conversione.

Questo esorcismo rappresenta il primo miracolo di Gesù nell’Evangelo di Marco; per Marco infatti l’opera di Cristo è la liberazione dal male che abita l’uomo, che lo schiaccia, lo schiavizza, lo rovina!
Lo spirito immondo della sinagoga di Cafarnao grida a Gesù “sei venuto a rovinarci!” e, tante volte, anche noi scopriamo in noi un grido simile dinanzi alle proposte esigenti e radicali dell’Evangelo!
E’ vero: Gesù è venuto a rovinare la nostra brama di autodeterminazione, la nostra ubriacatura di pseudo-libertà, le nostre “gabbie dorate” in cui siamo felicemente prigionieri dei nostri peccati che amiamo. Gesù è venuto a rovinare quell’amore malato di noi stessi, che ci fa calpestare gli altri e vuole sempre “salvare noi stessi”, e che non vuole amare perchè amare costa!
Gesù è venuto davvero a rovinare l’uomo vecchio ma, se solo sappiamo stupirci per un attimo delle sue parole nuove e potenti, quella menzogna sarà smascherata, e ci sarà chiaro che a rovinarci era la brama di autodeterminazione sganciata da Dio; a rovinarci era la nostra libertà malata, a rovinarci erano le “gabbie” dei nostri peccati, a rovinarci è quella “filautìa” che non ci permette di amare dando la vita!
Forse, quando queste cose ci lasciano, ci straziano ma finalmente saremo uomini veri, liberi e capaci di annunziare quel Regno in cui nessun altro ci possiede, se non il Padre che Gesù è venuto a raccontarci …
Non ci possiede, nel Regno, se non Lui che ci consegna alla vera libertà, quella dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

III Domenica di Avvento – La Domenica della Gioia

RALLEGRARSI PERCHE’ IL SIGNORE E’ VICINO

Sof 3, 14-17; Sal da Is 12, 2-6; Fil 4, 4-7; Lc 3, 10-18

 La domenica della gioia!

L’Avvento oggi ci conduce a quella speranza che ha, e deve avere, il sapore della gioia!

Gaudete!”, “Rallegratevi!” è il comando della liturgia di questa domenica. Rallegrarsi perchè il Signore è vicino, rallegrarsi perchè la sua presenza è sperimentabile ogni giorno, rallegrarsi perchè questa presenza nell’oggi che ci parla, ci nutre, ci consola, ci stringe in fraternità, è certezza del suo ritorno! La sua presenza che traversa la nostra vita sotto i veli giungerà ad una pienezza svelata, rivelata e ci dirà che la storia non è insensata ma ha un senso, cioè ha una direzione che è il futuro di Dio!

La gioia! Senza gioia non siamo testimoni credibili, senza gioia  testimoniamo che l’Evangelo è chimera, che l’Evangelo è lontano; senza gioia, diciamolo con chiarezza, mostriamo che l’Evangelo non ha toccato davvero le nostre vite. Quando l’Evangelo ci tocca, subito ci contagia la gioia: è la gioia di chi sperimenta, e dunque sa, che c’è uno più forte delle nostre miserie e debolezze, più forte delle nostre impotenze; è la gioia di sapersi amati e cercati!

Sofonia, nell’oracolo che abbiamo ascoltato come prima lettura, chiede al popolo di rallegrarsi nel profondo perchè il Signore è presente e salva con il suo amore. Sofonia però, dice anche un’altra cosa, che mi pare bellissima: la gioia è anche gioia del Signore e la causa di questa gioia di Dio è il popolo, credente e salvato! Questa gioia di Dio non deriva da qualcosa che il popolo fa, ma semplicemente dal fatto che quel polo ci sia, e sia il suo popolo, il luogo cioè in cui possa far risplendere il suo amore. Un amore che rinnova:  essere amati rinnova, apre al domani: Ti rinnoverà con il suo amore!

Non è già questo motivo grande di gioa?

Se Sofonia sapeva che questo sarebbe accaduto, non sapeva però fino a che punto, e non sapeva neppure il “come”, profondo e radicale, che Dio avrebbe scelto per rinnovarci nell’amore! La via straordinaria che Dio scelse, al di là di ogni attesa, fu quella della sua venuta senza più nessun diaframma tra Lui e noi se non quello della carne santissima del Messia!

Paolo, invece, sa che che il motivo della gioia è il Signore Gesù che è venuto, viene e verrà e la cui attesa è fuoco di gioia nel suo cuore! Ai suoi amati cristiani di Filippi Paolo osa dare il “comando” della gioia. Chi ha consegnato a quegli uomini e a quelle donne l’Evangelo ha autorità per “comandare” loro di portare alle estreme conseguenze quell’Evangelo ricevuto ed accolto: essere nella gioia nonostante le tribolazioni che provengono dalla storia!

E’ la grande sfida!

E’ bello parlare della gioia, ma non lo si può fare a cuor leggero e senza tenere presente che sono tanti i motivi per cui la gioia può essere smarrita, in un mondo che offre ai credenti tribolazioni, incomprensioni e muri che paiono invalicabili! Ma è lì la sfida: non si 

tratta di pensare alla gioia “comune”, quella che gli uomini provano quando tutto va bene e per il verso giusto. Per una gioia simile non c’è molto da dire: è naturale, è quella che tutti hanno nel benessere, nel successo, nella piena realizzazione dei propri progetti… Ricordiamo che Paolo, quando scrive questo “comando” alla gioia, si trova in carcere! La gioia che lui vive, dunque, non è la gioia  “a basso prezzo” e a fiato corto del successo e dello star bene…è un’altra cosa! E’ la gioia che proviene dall’Evangelo, dalla lieta notizia di Gesù che si insinua nel quotidiano – anche doloroso e contraddicente – e dona a quel buio la luce dell’amore incondizionato di Dio che grida la promessa, la grande promessa del compimento della speranza! Questo avviene non perchè accadono dei fatti concreti ma perchè viene Qualcuno: Gesù! Finchè la nostra gioia non ha il volto di Gesù e del suo Evangelo non è vera gioia (direbbe Giacomo, non è “perfetta letizia” cfr Gc 1, 2) … è sempre e solo la gioia effimera del mondo; per questo il Gesù del Quarto Evangelo parlerà della “mia gioia” (cfr Gv 15, 11): la sua gioia è quella gioia diversa, con radici che affondano non nel terreno degli accadimenti, ma nel terreno del grande accadimento che è l’ avvento di Dio nella storia in Gesù di Nazareth, Figlio eterno di Dio nella nostra carne!

Questa gioia, dunque, non è a basso prezzo perchè è una gioia che presuppone un morire alle proprie vie, un vero morire!

Il Battista, che anche oggi occupa il testo dell’Evangelo di Luca, viene interrogato sul fare e propone una sola cosa: spogliarsi delle proprie potenze ed accogliere il Dio Veniente, Colui che immergerà nel fuoco che brucia tutto il superfluo.

Spogliarsi delle proprie potenze, di quelle che ci si costruisce con le proprie mani; spogliarsi della potenza dell’accumulo (“Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia lo stesso”), che ci mette al sicuro dietro uno scudo di benessere che ci si è creati…Via questa potenza: condividi! Così dice il Battista: ai pubblicani chiede di non approfittare del loro potere e della loro posizione per accumulare per sè, facendosi complici odiosi dei romani i quali, pur di avere il gettito fiscale che essi assicurano, tollerano con piacere le loro sopraffazioni con cui si arricchivano illecitamente…Via questo potere iniquo! Ai soldati Giovanni chiede di non vessare e non razziare. Pensiamoci: ma che soldato è uno che non vessa, che non usa violenza, che non maltratta? Giovanni chiede a questi violenti “per vocazione” di rinunciare alla propria violenza rinunziando, quindi, alla loro potenza.

Mi pare palese che Giovanni il Battista non proponga qui una morale minimalistica ma una spoliazione dalle potenze che ciascuno si costruisce abilmente; propone una spoliazione che porti ogni uomo a ritrovarsi “impotente” davanti a Colui che è più forte, al Messia che viene con il fuoco e che libererà definitivamente dalle potenze di morte.

Giovanni proclama con fermezza di non essere il Cristo ma di essere servo di di quell’immersione in acqua che spoglia dalle proprie potenze mettendo ciascuno dinanzi alla propria verità di fragilità e di peccato; solo un uomo così, “convinto di peccato”(cfr Gv 16,8) potrà ricevere l’Evangelo, accoglierlo e farsi così riempire di gioia vera.

Questa domenica davvero ha i colori dell’aurora (ecco il rosaceo dei paramenti liturgici!), perchè Cristo non si vede ancora ma tinge l’orizzonte di grande speranza. Egli viene e non tarderà! Intanto occorre spogliarsi delle proprie potenze, delle proprie gioie … così Lui ci rivestirà della potenza del suo amore e di quella gioia che nessuno potrà toccarci.

p. Fabrizio Cristarella Orestano