III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Servo della Parola

 

 UNA PAROLA DIVENTATA AVVENIMENTO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21

 

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda; come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome: Teofilo, in greco “che ama Dio”; questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi ama Dio, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un Teo-evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato servo della Parola…è strano che Luca qui usi, per “servo” la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”: forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea per iniziare da lì. E a Nazareth, proprio a Nazareth dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola («Avvenga in me secondo la tua parola» cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta; attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati, silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola”, ma anchefatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perchè dice qualcosa ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: «Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…».

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: «Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore», a proclamare cioè che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!
Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero… Vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario, la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù, e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù!
Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo: il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo: l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù; e bisogna farlo oggi!
Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”, al passato e al futuro: i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni.
Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi; l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste! Domani non c’è, e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta, ma di bellezza; tempo di verità costose, ma anche tempo di luce e di liberazione!
Gesù è venuto per questo!
E’ il Salvatore…ma per davvero!

Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?
Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.
Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!
Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXXII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Dare la vita

 

TUTTA LA VITA!

1Re 17, 10-16; Sal 145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

 

E’ apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso: così scrive l’autore della Lettera agli Ebrei … l’offerta di sé fino alla fine è, in fondo, il vero tema su cui la liturgia di questa domenica vuol far soffermare la nostra riflessione e la nostra preghiera.

L’Evangelo di Marco ci conduce alla soglia della sua conclusione e, in queste ultime domeniche, ci porta agli esiti della nostra storia e della grande storia … l’esito passa per l’offerta totale di Cristo, un’offerta che, sempre come scrive la Lettera agli Ebrei, è collegata al suo ritorno con cui ci sarà il compimento di ogni storia e di tutta la storia.

Scambiare il tema di questa domenica per un invito alla generosità ed alla discrezione nel fare il bene e nel dare la “carità” è davvero depauperante! La tendenza alla lettura moralistica dell’Evangelo purtroppo ha portato troppe volte la comunità cristiana a perdere il vero cuore di tante pagine della Scrittura, e questa pagina è una delle “vittime illustri” di tale vizio ecclesiastico.

Il testo certamente inizia con un invito a guardarsi da chi ostenta se stesso; se leggiamo bene, questa ostentazione di sé ha al cuore la smodata fiducia in se stessi e nel mondo, ha al cuore quella terribile tendenza anti-evangelica di voler sempre salvare se stessi.
I ricchi che ostentano le loro azioni, si fidano delle loro azioni e vogliono mettere se stessi sulla scena del successo e dell’applauso: ad essi interessa il giudizio del mondo e perciò assecondano il mondo; ad essi interessa che la loro vita abbia molte lodi e molti incensi. La povera vedova è contraltare di questo atteggiamento, perché con il suo comportamento è davvero una pagina vivente di evangelo.

La fiducia di questa donna è riposta solo in Dio e non in se stessa, né tantomeno nelle ricchezze che non ha; la povera vedova è tanto “pagina di evangelo” da essere profezia ed annunzio per Gesù stesso, la povera vedova è per Gesù segno dello scoccare dell’ora, come direbbe Giovanni nel suo Evangelo. L’ora del Messia scocca, e la vedova, con il suo gesto, dice a Gesù quale sia la via che bisogna che Egli imbocchi: gettare in Dio la vita, tutta! Il testo greco, infatti, dice proprio così: “ólontònbíonautẽs”, “tutta la sua vita”. La solennità di questa parola, introdotta con l’amen rivelativo, ci dice che qui Gesù non sta dando un precetto morale di buon comportamento, ma sta rivelando qualcosa che è contemporaneamente essenziale alla sua missione e alla vita dei discepoli: dare la vita fa ritrovare la vita!

La storia di un’altra vedova, la vedova di Sarepta, che oggi incontriamo nella prima lettura, tratta dal ciclo di Elia nel Primo Libro dei Re, ci dice proprio questa verità: consegnarsi al Signore senza fidarsi delle apparenze umane, ma confidando nella sua Parola è fonte di vita. La vedova di Sarepta si fida più della parola di promessa del profeta che dell’evidente incombere su di lei e sul figlio della morte per fame; così la vita le è donata in abbondanza.

Gesù nell’evangelo ha detto con chiarezza che «chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà la vita per Lui e per l’Evangelo la salverà» (cfr Mc 8, 35): anche questa parola è certamente una via di sequela di Cristo, una via per il discepolo, ma è prima ancora la via che Lui, Gesù, ha imboccato: dare la vita, unica via per ritrovare la vita in pienezza. Come tutte le parole dell’Evangelo è via per il discepolo perché prima è stata via di Gesù!

La povera vedova di questo passo dell’Evangelo di oggi dice a Gesù che è scoccata l’ora di gettarsi a capofitto nel dono totale di sé, nel perdere la propria vita per amore del mondo … è l’ora di cadere in Dio, come quei due spiccioli della vedova cadono nel tesoro del Tempio.

Dopo aver visto il gesto “profetico” della piccola vedova, Gesù annunzia il compimento, il senso della storia, con il grande discorso escatologico del capitolo 13; solo dopo entra nella sua Passione, gettando – come quella donna che scompare inconsapevole tra la folla – tutta la sua vita per amore del Padre suo, per amore del mondo.

Si è discepoli solo dando la vita! Dobbiamo davvero farcene convinti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XV Domenica del Tempo Ordinario (B) – A due a due

UOMINI CHE CAMMINANO

 

Am 7, 12-15; Sal 84; Ef 1, 3-14; Mc 6, 7-13

L’evangelo di oggi ci conduce ad un nuovo inizio, un nuovo “arché”… se infatti Marco aveva aperto il suo racconto dicendo che c’era un inizio dell’Evangelo e questo inizio, questo “arché”, è stato l’apparizione di Giovanni il Battista che preparava la venuta dell’Inviato, del Messia (cfr Mc 11-4), qui il Messia Gesù proclama un inizio nell’invio dei Dodici…è l’inizio della “corsa dell’evangelo” per le strade del mondo (cfr 2Ts 3, 1); Marco, infatti, scrive che Gesù iniziò (“érxato”, aoristo del verbo “archèo”= “iniziare”) ad inviare i Dodici a due a due”, e li chiama per questo, e dona loro la sua “exousìa”, la sua potenza, quella che la gente gli aveva riconosciuto fin dal principio della sua azione e predicazione (cfr Mc 1, 27).

La cosa sorprendente è che questa “exousìa”, questo “potere” è accompagnato da un’estrema povertà di mezzi visibili…i Dodici sono inviati spogli…in una condizione risibile per chi ha la pretesa di annunziare qualcosa che deve cambiare il mondo!

La solennità e severità di questo nuovo “arché” è specchiata in una sconcertante povertà di mezzi umani e mondani. E’ come se Marco volesse dirci che non è la ricchezza dei mezzi che fa correre l’Evangelo, ma solo l’autenticità degli evangelizzatori che è luogo della potente grazia di Dio.
Gesù non invia dei singoli ma delle coppie, “due a due”, e questo per l’usanza giudaica di viaggiare in coppia per motivi pratici; ma certamente questa insistenza e questa sottolineatura vogliono dire anche altro. Se era usanza comune di viaggiare “due a due” perché ribadirlo? Credo che i motivi siano due, e lo stesso Evangelo ci suggerisce questa risposta; andare “due a due” è garantire la presenza del Signore Gesù con gli evangelizzatori: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (cfr Mt 18, 20). Portare l’Evangelo è portare Gesù agli uomini, è proporre Lui, il suo volto, la sua vita che parla di Dio, che narra Dio. E tutto questo può avvenire solo nella reciproca carità. Agostino, commentando questo passo, si chiede: “Perché due a due?” e si risponde: “Perché due è il numero minimo per l’amore!
Cristo verrà narrato e reso presente dagli evangelizzatori, dagli inviati a patto che lo narrino nel loro reciproco amore fraterno, a patto che lo narrino non fidandosi dei mezzi del mondo!

Gesù, nel suo invio, lascia loro solo ciò che è necessario a “camminare”: bastone e sandali!
Camminare” è una caratteristica di Gesù stesso; il testo evangelico di oggi è preceduto dalla notazione che “Gesù percorreva i villaggi insegnando” … Gesù, come scrive in un suo bellissimo libretto Christian Bobin (ed. Qiqajon) è “L’uomo che cammina”, che non si stanca di percorrere le strade del mondo alla ricerca dell’uomo, alla ricerca dell’ulteriore; così i suoi discepoli, i suoi inviati: “uomini che camminano” e che camminano amandosi e fidandosi della potenza della parola che portano e non dei mezzi con cui la portano!

Un grande rischio ecclesiale di oggi è il dispiegamento dei mezzi e delle potenze mondane con l’illusione che queste cose siano al servizio dell’Evangelo; in realtà la parola di questo evangelo di oggi ci dice che mezzi mondani e potenze mondane non sono a servizio dell’Evangelo ma a detrimento di esso; chi infatti si fida dei mezzi mostra di non credere alla potenza di quella parola che annunzia, mostra di essere come il mondo e perciò sconfessa l’Evangelo!

E’ duro ammetterlo in tempi come i nostri, così ubriachi delle proprie potenze e dei propri mezzi; è duro ma proprio così! Gesù l’ha detto con cruda chiarezza.

La potenza della parola annunziata libera dal male e dalla sofferenza…ma non costringe nessuno! Marco ci tiene a sottolineare che l’evangelizzatore deve mettere in conto anche la possibilità del fallimento, del rifiuto. Fu questa anche l’esperienza dei profeti e Amos, nel tratto del suo libro che passa oggi come Prima lettura, ha detto che la sua profezia fu accompagnata, nel suo inizio, dal rigetto, dal rigetto di quei potenti che non vogliono che la una parola di Dio sconvolga le loro vie ed i loro progetti. Amos però sa che quella parola non può essere taciuta; non continua a profetizzare perchè è gradito ed applaudito ma solo perché è stato il Signore ad inviarlo, Lui lo ha “preso” dalla sua precedente vita e l’ha posto al servizio di una possibilità nuova, quella che essi non stanno accogliendo.

Ai Dodici Gesù chiede anche un gesto profetico per coloro che non accoglieranno l’Evangelo: quella polvere scossa a testimonianza per loro. E’ questo certo un gesto di presa di distanza, ma è anche gesto che ribadisce la strada che gli inviati hanno percorso per loro, per quell’annunzio…è la polvere dei sandali, è la fatica del cammino fatto, è la strada percorsa passo dopo passo per andare a cercare i loro cuori e le loro vite.
E’ come dire: “quello che dovevamo dirvi ve l’abbiamo detto; questa polvere è testimone della fatica e del cammino che abbiamo fatto per voi e per quella parola di cui ci fidiamo, ora tocca a voi fare la vostra fatica…se volete!” Il gesto precede poi l’andare altrove: nessun fallimento o rifiuto deve fermare la corsa dell’Evangelo. Marco qui vuole mettere in guardia la Chiesa dal “fissarsi” su certe persone o certi ambienti…un “fissarsi” che potrebbe diventare una pretesa o una costrizione, oltre a diventare un vero blocco alla Parola che, per sua natura, vuole correre a cercare altri uomini su cui versarsi e a cui aprire nuovi orizzonti.

L’Autore della Lettera ai cristiani di Efeso ci ha poi aperto un varco di comprensione sullo scopo di questo Evangelo che deve correre per il mondo: ad esso si crede per partecipare al mistero della volontà di Dio che è la ricapitolazione di tutto in Cristo. Il verbo “anakefalèo” che si traduce con “ricapitolare” va bene inteso; cosa è l’opera della “ricapitolazione”? E’ la re-intestazione o, meglio ancora, la re-destinazione” di tutto a Dio.

Insomma, l’opera di Cristo e della sua salvezza, l’opera dell’Evangelo, è far ritornare tutto al suo vero ed unico destinatario che è Dio! Il creato era indirizzato a Dio e l’uomo, con il suo peccato l’ha invece “destinato” ad altro, a se stesso, alla mondanità; Cristo l’ha re-intestatoal Padre.

Chi evangelizza è al servizio di questa “re-intestazione”, spinge gli uomini a trovare la loro vera “destinazione”, la vera “destinazione” della loro storia, il senso profondo della loro esistenza, delle loro lotte, delle loro speranze!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Tutti i Santi – Una scelta di campo!

ESSERE SANTI: COSTOSO MA PER TUTTI

 

Ap 7, 2-4. 9-14; Sal 23; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12

 

Cristo risorto adorato da santi, di Beato Angelico (Predella Pala di Fiesole)

Cristo risorto adorato da santi, di Beato Angelico (Predella Pala di Fiesole)

La grande solennità che oggi si celebra davvero ci dilata il cuore!
Non si tratta solo di contemplare i santi giunti alla meta del cammino, e gioire per l’esito luminoso delle loro vite; si tratta invece di sentire che questo esito luminoso è possibile per tutti noi, per tutti i battezzati!

È la santità la grande meta della vita cristiana, anzi è la meta di ogni giorno.
La nostra chiamata è alla santità! Non una santità comodamente relegata in un indistinto futuro, in un’ora estrema di compimento, ma una santità che si costruisce e si vive giorno dopo giorno. Una santità che sia un’autentica alterità da vivere rispetto al mondo, alterità che può essere solo conformazione a Cristo ed al suo Evangelo.

La liturgia di questo giorno ci mostra la meta finale nella pagina dell’Apocalisse, dandoci una grande speranza con quella grandiosa molteplicità dei santi («Vidi poi una moltitudine immensa»), ma anche il nostro oggi nella redazione di Matteo delle Beatitudini, in cui ci appare chiaro che con l’Evangelo e con il Dio di Gesù Cristo non si gioca!
Le Beatitudini ci mostrano infatti uomini e donne che sanno di essere “uomini comuni, ma scelti da Dio, speciali perchè amati” (mi si perdoni la citazione!), con la certezza che la santità non è solo frutto di una conquista quotidiana, ma è frutto della grazia che davvero accompagna chi cerca Dio e desidera che la propria carne sia Evangelo vivente.
La realtà della nostra vita di salvati è questa, e Giovanni nella sua Prima lettera ci ha detto con limpida chiarezza che noi fin d’ora siamo figli di Dio!
“Fin d’ora”!
Le Beatitudini sono l’Evangelo di questo fin d’ora! Le Beatitudini sono un annunzio che il Regno è arrivato… Quello che i Profeti intravedevano come il futuro dell’era messianica, per Gesù è il presente, è l’oggi. Infatti oggi i poveri sono beati, e già oggi è loro il regno dei cieli. Nessuno è escluso da questo regno; non ci sono emarginati, anzi quelli che il mondo emargina sono i primi, i beati.

Il Regno è venuto perché Gesù ha vissuto le beatitudini, e non solo! Le beatitudini sono infatti “il modo di Gesù di pensare la vita” (Bruno Maggioni). Gesù ha fatto della vita un luogo in cui ha solo sperimentato il dono di Dio; la sua esistenza l’ha letta sempre come dono, e ciò l’ha spinto a farsi dono.

Matteo, dunque, elenca le Beatitudini non per beatificare delle situazioni (che sono, in verità, poco beate!), ma per beatificare degli atteggiamenti; la comunità di Matteo è invitata ad assumere quegli atteggiamenti che hanno radice nella povertà di spirito: il povero, già nella Prima Alleanza, è colui che ha fiducia in Dio, e solo in Dio; il povero costruisce la pace, rigetta la violenza, ha fame e sete di giustizia, è misericordioso, ed è puro perchè fa sempre corrispondere l’interno del cuore all’esterno della vita.
Il povero è afflitto. E su quest’ultima espressione, che è la seconda delle beatitudini elencate da Matteo, vale la pena soffermarsi: perché Matteo dà tanto rilevanza agli afflitti? Chi sono?

Per Matteo l’uomo delle Beatitudini fa propri i problemi del Regno, e ne soffre: è beato, allora, chi concretamente soffre perché la Chiesa è divisa, perché non è sempre segno della presenza di Dio; è beato chi soffre per i propri peccati; è beato chi lotta perché il mondo possa essere altro, e lo fa con l’arma più efficace che ha: la sua santità, la sua disponibilità a essere concretamente altro.

Le Beatitudini non sono quindi un generico sentimento buono e positivo, ma sono concreti e coraggiosi passi per un’umanità nuova e segnata dalla giustizia, dalla pace; sono concreti e coraggiosi passi per essere “icona” di Cristo Gesù, che le Beatitudini le incarnò e ne fece lo stile della propria vita, ne fece la sua risposta al Padre da cui tutto, nell’eterno e nella storia, comprendeva d’aver ricevuto.

La storia della santità nella Chiesa è la storia degli infiniti modi di declinare questo concretissimo essersi compromessi con l’Evangelo; è la storia dei modi sconfinati di incarnare le beatitudini che lo Spirito ha suscitato con la sua fantasia, il suo rispetto per le diversità delle persone, e con il suo realismo attento alla storia ed ai suoi aneliti.

Essere santi è costoso, ma è per tutti i battezzati; non si può, e non si deve desiderare un po’ meno di questo.
Creati per la santità, redenti dal Santo, non possiamo fare altro che lottare quotidianamente per la santità. Diversamente, tutto diventa grigio ed insensato, si smarrisce l’ umanità e si assumono volti deformati, in cui l’Adam non è più riconoscibile.

L’alternativa è netta: o santi o meschini. O santi o schiavi. O santi  o complici della mondanità e dell’odio. O santi o folli costruttori di una Babele che precipita nella confusione.

La santità è una scelta di campo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: