Battesimo del Signore (Anno C) – Un’ora di grazia!

 

 VICINO ALL’UOMO E ALLA STORIA

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”: qualcosa, dunque, di grande importanza!

Questa domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale.

Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia: la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia; è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere «in questo mondo»: è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio, la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!
Ora di grazia questa discesa nel Giordano, ora di grazia per noi uomini, ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: «Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto»! Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava.
Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente, che battezzerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: «Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali».
Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!
Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo!
Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”: forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3, 8.24) quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.
«Pregava»… sì, è solo nella preghiera che il nostre essere figli si fa chiaro e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, «in questo mondo»!
La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!
Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (Is 63, 19) riceve finalmente risposta: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!»

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1, 2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano, sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; e in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono: in Gesù Dio ci ha fatti suoi, e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio!
E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.
I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXX Domenica del tempo Ordinario (B) – Con occhi nuovi

 

PER ESSERE DISCEPOLI FINO ALLA CROCE

Ger 31, 7-9; Sal 125; Eb 5, 1-6; Mc 10, 46-52

 

Seguire Gesù è la grande opportunità che l’uomo riceve in dono; seguire il Figlio di Dio venuto a portarci su vie di vita strappandoci dalle vie della morte. Seguirlo, però, è un rischio perché per seguirlo bisogna dire dei no netti al mondo ed al suo modo di pensare; guai a chi pensa secondo gli uomini, secondo il mondo (cfr Mc 8, 33). Per seguirlo bisogna capire chi si sta seguendo: un Messia crocefisso, uno schiavo crocefisso e non un imperatore trionfante. Per seguirlo bisogna lasciarsi alle spalle le logiche con cui noi uomini cerchiamo sempre e solo di salvare noi stessi (Mc 8, 35); per seguirlo bisogna non lasciarsi imprigionare dalle tre libido, potenze capaci di disumanizzarci e di cui, nelle scorse domeniche, l’Evangelo ci ha dato i tre “antidoti”:
– la fedeltà nell’amore (Mc 10, 9-12);
– la condivisione (Mc 10, 21);
– il servizio che è dare la vita (Mc 10, 43-45).

La sezione dell’Evangelo di Marco sulla sequela, però, non si è conclusa lì; oggi c’è la vera conclusione con questo ultimo miracolo di tutto l’Evangelo: la guarigione del cieco Bartimeo.
Una narrazione vivace, simpatica e accattivante che conclude, possiamo dire, tutta l’attività pubblica di Gesù, e fa entrare nel contesto delle ultime polemiche che sorgono tra Gesù ed i suoi nemici, ma soprattutto nella narrazione della Passione.
La conclusione della sezione della sequela è affidata a quest’uomo cieco, che Marco ci indica come vero esempio di sequela; è come se l’Evangelo ci dicesse che non bisogna guardare ai discepoli per capire la sequela, ma a questo piccolo uomo di Gerico. In verità è l’unico miracolato dell’Evangelo ad avere un nome (insieme a Lazzaro, ma lì siamo nel IV Evangelo e siamo in tutto un altro mondo!), e sappiamo quanto il nome abbia importanza nella riflessione biblica e nella sequela del Signore…pensiamo, di contro, al giovane ricco restato senza nome perché incapace di sequela (cfr Mc 10, 22).

In tutta questa sezione, i discepoli si sono mostrati perplessi, esitanti, incapaci di comprendere le parole e le esigenze di Gesù (cfr Mc 10, 26.32.35); Bartimeo, invece, è icona di una sequela immediata e piena di luce Subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada»).
Questo cieco è anche risposta ad una domanda che i discepoli hanno fatto a Gesù davanti alle esigenze radicali del Regno, dinanzi al demone del possesso che aveva raggelato il giovane ricco e che essi sentono che possa raggelare anche loro: «Se è così allora chi mai potrà salvarsi?».
Gesù aveva risposto indicando loro non le vie della loro bravura, delle loro azioni e dei loro meriti, ma la via di Dio che rende possibile l’impossibile: «Tutto è possibile presso Dio» (Mc 10, 26-27). Ora questo cieco mostra che ciò che pareva impossibile, inimmaginabile perfino diviene possibile presso Dio, presso Gesù … diviene possibile ciò che un attimo prima era addirittura impensabile: un cieco vede, uno seduto nell’immobilità ora segue Gesù lungo la via
E’ straordinario: la potenza di Dio rende capaci gli impotenti; quell’uomo immobile nelle tenebre diviene discepolo coraggioso.

Quale la via di accesso a questa possibilità di Dio? Solo una: la fede, ed una fede che si è espressa in preghiera: «Figlio di David, abbi pietà di me»! E’ un grido insistente, che è addirittura considerato fastidioso dai presenti; ma quel grido è la porta spalancata di quel cuore in cui l’ingresso di Dio renderà possibile l’impossibile. Gesù sa leggere quel grido: è grido di fede, è la fede che lo ha salvato, è la fede che gli ha fatto credere che quel Rabbi potesse spalancargli l’oltre e l’impensabile.

Nell’Evangelo di Marco il primo miracolo è quello della liberazione di un indemoniato a Cafarnao (cfr Mc 1, 23-27); questo che leggiamo questa domenica è invece l’ultimo miracolo che Marco ci narra, e non è un caso: Gesù è venuto per liberare l’uomo dalle potenze del male e per introdurlo nella luce che è la sua sequela. Non si rimane liberi dal male e nella luce se non si segue Gesù, se non si mettono i piedi sulle Sue tracce. Chi legge l’Evangelo ha bisogno di luce per poter entrare nella Passione, ha bisogno di uno sguardo altro, uno sguardo che solo Dio può dare, uno sguardo impossibile presso gli uomini. Bartimeo è simbolo di un vedere diverso, illuminato dalla potenza di Dio; solo con un vedere così si può entrare nella Passione ed essere capaci di sostenerne il santo scandalo. Per vedere il Crocefisso e cogliere in Lui il Figlio di Dio c’è bisogno di occhi nuovi, illuminati dalla grazia.

Bartimeo, allora, ci prende per mano e ci conduce nelle ore tenebrose della Passione … ci fa camminare con lui dietro a Colui che ha preso la croce per servire e dare la vita. Bartimeo ci dice che è possibile anche a noi, fragili, ciechi, egoisti, tesi sempre e solo a salvare noi stessi; è possibile anche a noi infedeli, avidi e schiavi di noi stessi essere discepoli fino alla croce nella fedeltà, nella condivisione, nel dono totale di sé!

Nulla è impossibile presso Dio! Nessuno dica, dunque, “non è per me!”…

E’ per te solo se vuoi e se ti fidi! Grida: Figlio di Davide, abbi pietà di me!, e l’impossibile diverrà possibile!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – In disparte con Lui

 

 PER ESSERE GUARITI

Is 35, 4-7a; Sal 145; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37

 

La guarigione del sordomuto nell’Evangelo di Marco non è un miracolo come tutti gli altri in quanto nella sua collocazione apre ad una più ampia riflessione: il miracolo del sordomuto – o così come Marco definisce i miracoli: “diunamis” cioè “potenze” – si colloca, infatti, in una sezione del Secondo Evangelo che va dal versetto 30 del sesto capitolo al versetto 26 dell’ottavo, in cui c’è un tema ricorrente: i discepoli non capiscono.
Dopo la prima moltiplicazione dei pani Marco, infatti, deve annotare che essi «non avevano capito il fatto dei pani perché il loro cuore era indurito» (cfr Mc 6, 41). Dopo il lungo dibattito sulla Legge, Gesù rimprovera i suoi dicendo loro: «Siete anche voi senza intelligenza? Non capite?» (cfr Mc 7, 18) e, dopo la seconda moltiplicazione dei pani, il rimprovero è ancor più severo: «Non intendete, non capite ancora? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?» (cfr Mc 8, 17-18). Dunque, sembra chiaro: i suoi sono sordi e ciechi, ed a loro si possono dire le stesse parole dure che Gesù aveva detto per “quelli di fuori” durante il discorso in parabole (cfr Mc 4, 11-12).

I discepoli hanno bisogno di guarigione; i discepoli di Cristo hanno bisogno costantemente di guarigione per poter leggere la presenza di Gesù nella loro storia, nella storia della Chiesa. I discepoli di allora, e quelli di sempre, hanno bisogno di guarigione per potersi aprire alla Parola che li salva. Il racconto del sordomuto ci dice che c’è una sola via per tale guarigione: chiedere a Cristo Gesù che compia il miracolo.
L’episodio inizia infatti con la domanda umile di quelli che, potendo parlare, chiedono a nome di colui che non ha parole, una domanda che il povero sordomuto avrà implorato, sia con gli occhi che con i gesti, di pronunciare per lui verso quel Rabbi che passava facendo del bene; e Gesù fa subito un gesto: lo trae in disparte dalla folla… vuole restare solo con lui.
Perché? Certo per via di quel modo di fare di Gesù, caratteristico nell’ Evangelo di Marco, che ai primi del ‘900 fu definito dagli studiosi come “segreto messianico”; Gesù, cioè, di continuo fa dei miracoli, ma poi impone di non parlarne…la stessa cosa Gesù farà con Pietro, Giovanni e Giacomo dopo la Trasfigurazione (cfr Mc 9, 9) ma lì abbiamo la chiave del segreto messianico…Gesù dice ai tre che potranno parlare solo “dopo la sua risurrezione”. In tal modo Marco ci ha voluto dire che Gesù si può conoscere a pieno solo nel mistero pasquale: i miracoli sono solo segni che affermano che i tempi messianici sono venuti. “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti”, così esclama la folla dopo questo miracolo, citando quasi alla lettera il passo di Isaia che oggi abbiamo ascoltato quale prima lettura. Per capire, però, chi davvero sia questo Messia bisognerà saper leggere e “ascoltare” la sua Pasqua di croce e risurrezione; non a caso mentre tutto si è consumato sulla croce, il più lontano di tutti, un nemico, uno straniero, il centurione romano dirà: “Davvero quest’uomo era  Figlio di Dio!” (cfr Mc 15, 39).

Sì, allora certamente Gesù porta in disparte il sordomuto per tutto questo motivo che Marco sviluppa teologicamente nel suo Evangelo; ma c’è anche un’altra cosa che traspare sottilmente: se è vero che solo Gesù può far sentire i sordi e parlare i muti, è vero anche che questo presuppone un legame particolare, intimo, profondo tra Lui e chi accetta di lasciarsi guarire.
Solo nel rapporto personale con Gesù si può avere quella guarigione che apre all’ascolto vero della Parola; solo nel contatto intimo con Lui si può diventare capaci di dire la sua Parola, di raccontare le sue meraviglie lasciando che la Parola sia davvero solo sua e non nostra, che le meraviglie siano davvero solo sue e non nostre millanterie…

Se allora è vero che il discepolo ha bisogno continuo di essere guarito per poter ascoltare e per poter parlare con Parole di Dio, tutto questo si fonderà su un vero stare con Lui (cfr Mc 3, 14), su un rapporto “in disparte” con Lui Signore e fonte dell’ascolto.

Tutto questo è così essenziale alla vita del credente e alla vita della Chiesa, che nel rito del Battesimo, fin dall’antichità, la comunità cristiana ha sentito il bisogno di inserire il rito dell’Effatà…ogni discepolo è condotto così, fin dal suo Battesimo, dinanzi al Cristo che gli dice Effatà, e lo apre alla Parola da ascoltare e alla Parola da ridire profeticamente. Il tutto in una relazione personale, che va custodita e cercata giorno per giorno.

Come ci porta lontano dall’autentico cuore dell’Evangelo un certo attivismo ecclesiastico, che tende a porre sempre più marginale la relazione personale con il Cristo, la preghiera, l’ascolto, il tempo dato alla “lectio divina” … cose tutte guardate quasi come dei “lussi da monaci” (sic!)…ed il tutto sempre per privilegiare quel fare che soffoca radicalmente la vera identità cristiana, perché soffoca la relazione personale con il Cristo Signore!

Ogni giorno il discepolo dovrebbe porsi umilmente dinanzi al Suo Signore, ed implorarlo di imporgli le mani, sussurrandogli dolce e forte l’Effatà che, aprendolo all’ascolto, lo renderà capace di parlare e con le parole e con le opere di quel Regno che Egli è venuto a portare per rinnovare la faccia della terra. Per questo nella liturgia monastica ogni giorno iniziamo cantando: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca canterà la tua lode, Dio fa’ attento il mio orecchio perché ascolti la tua parola»!
Gli diciamo cioè: “Signore, dici su noi: Effatà!”.

Solo così il credente deve iniziare ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Mercoledì delle Ceneri (B) – Senza sconti!

 

  UOMINI NUOVI

Gl 2, 12-18; Sal 50; 2Cor 5, 20-6,2; Mt 6, 1-6.16-18

La crocifissione di Antonello da Messina (particolare)

La crocifissione di Antonello da Messina (particolare)

E’ ancora Quaresima! Non solo un tempo austero, non solo un tempo di penitenza, ma soprattutto un tempo di grazia. Tra quaranta giorni è ancora Pasqua! Tra quaranta giorni canteremo ancora l’Alleluia della vittoria…in questi giorni sospendiamo questo canto di giubilo, lo sospendiamo solo perché abbia nuova forza in quella santa notte di resurrezione. Se l’Alleluia è canto di gioia ed esultanza per una vittoria, ogni vittoria è preceduta da una battaglia, da una lotta. La Quaresima è appunto tempo di lotta, tempo di verifica, tempo di prova! Una verifica coraggiosa e veritiera della nostra fedeltà all’Evangelo, una prova della nostra capacità di scegliere Cristo e di voltare le spalle agli idoli. Tempo, come scriveva Origene, in cui è necessario allenarci in quella lotta essenziale in ogni giorno della vita del cristiano: la lotta a quella tentazione di sempre che vorrebbe che noi prendessimo per Dio ciò che Dio non è! Una lotta a volte brutale, a volte sottile ma una lotta che costa. La Quaresima è la santa palestra per imparare quest’arte, ed impararla di nuovo ogni anno con quello che siamo, e che siamo divenuti in quest’altro anno di cammino della nostra vita.

Che siamo? Fragilità! Senza illusioni dobbiamo dirlo: fragilità!
Il segno della cenere che oggi la Chiesa ci depone sul capo è memoria austera ed eloquente della nostra fragilità: l’Adam è fatto della polvere della terra, ma non rimane polvere! E’ vero, siamo fragilità ma siamo una fragilità amata infinitamente da Dio, una fragilità assunta a pieno da Dio…in Gesù, Dio si è compromesso con questa fragilità, l’ha assunta fino a scendere lui stesso in un sepolcro; ha voluto la nostra fragilità senza sconti, fino alla morte: anche quest’anno al Venerdì santo la Chiesa canterà con stupore dinanzi al Crocifisso antiche parole in greco: Dio Santo, Dio Forte, Dio Immortale, pietà di noi! Uno stupore grande che mai la Chiesa dovrà addomesticare: il Santo si è fatto maledetto, il Forte si è fatto impotenza, l’Immortale è precipitato nell’ombra di morte, nel ventre della terra, in un sepolcro come tutti gli uomini!
Una lotta costosa quella della Quaresima, costosa perché è lotta già vinta a prezzo del sangue di Cristo; la nostra polvere, allora, può entrare in quella vittoria che è nostra! La nostra fragilità è stata resa leggera dall’amore di Dio, Lui ne ha preso sulla croce il peso schiacciante e paralizzante; sul capo non ci è posto un macigno ma un po’ di polvere che, mentre ci ricorda chi siamo nella nostra fragilità, ci narra anche di un Dio che ci dichiara che non permetterà al peccato di schiacciarci! Tutto questo è per noi non solo consolazione ma pure forza per la lotta. Sulla Quaresima si proietta l’ombra della croce di Cristo, anzi la croce stende il suo riparo su di essa: a quell’ombra possiamo camminare senza timore di cadere assetati sotto un sole immoto ed impietoso…Quella croce in questo tempo santo non sarà, però, solo riparo, sarà per noi tutti anche richiesta e via: richiesta a compiere anche noi, con Cristo Gesù, l’ascesa alla croce perché sia ucciso l’uomo vecchio; via perché camminare nella sua logica di amore e libertà ha un esito: la luce della resurrezione. Non solo allora con-morti insieme al Cristo, come direbbe Paolo, ma anche con-risorti insieme a Lui (cfr Rm 6, 1-4; Col 2, 12). Gli strumenti per compiere questo cammino ce li ha dati l’Evangelo che oggi è proclamato: la preghiera, la condivisione, il digiuno. Il digiuno fa spazio a Dio e ci aiuta a conoscerci nelle nostre debolezze; la preghiera ci conduce a dimorare in Dio, la condivisione è l’atteggiamento essenziale per vivere da uomini veri in questo mondo.
Il frutto di una Quaresima vissuta senza sconti? Un passo ulteriore verso quell’uomo nuovo che la Pasqua di Cristo ci dona la possibilità di essere.
Buona Quaresima!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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