XXIX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fra voi non è così

 

O SI E’ SERVI, O NON SI E’!

Is 53, 2.3. 10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci alla terza libido: il potere.
Forse, e senza forse, è un culmine … questa forza è culmine perché serve a costruirsi, in quanto esercitare una sorta di potere su se stessi, sulla storia, sul reale, è punto di equilibrio e di capacità di essere quell’“adam” uscito dalle mani del Creatore, perché domini sul creato, sul reale. Un dominio che non è un rendere schiavo il reale, ma trasfigurarlo per umanizzarlo, per renderlo casa dell’uomo; allo stesso modo il potere su se stessi è quella capacità di dire di no a quelle dimensioni di morte e di “pre-dominio” che sono perverse e pervertenti; riguardo agli altri, il potere da esercitarsi rettamente è ciò per cui si è capaci di affermare la propria identità senza paure, senza infingimenti, senza svilirsi.

La forza della libido dominandi però può essere anche il culmine delle perversioni dell’uomo. Quando questa forza diviene idolatrica, fine a se stessa, quando ha per fine noi stessi, diviene la causa principe di ogni male, ed ha spremuto lacrime e sangue alla nostra comune umanità. E’ la libido dominandi che scatena le tirannidi, è la libido dominandi che scatena le forze delle maggioranze sulle minoranze, per annientarle ed umiliarle; è la libido dominandi, in fondo, che “infetta” l’uomo facendogli pervertire l’amore, così che l’altro diviene, anche nelle relazioni coniugali ed amicali, oggetto del mio potere!
E’ sempre la libido dominandi che disumanizza la relazione con le cose, volendo possedere per avere più potere, e sempre di più per avere ancora più potere!
E’ la libido dominandi che ha sempre scatenato le guerre, gli odii razziali, le mille e mille battaglie, per creare nemici e per divenirne vincitori!

L’Evangelo di questa domenica ci dice che questa libido così pervertente abita anche la Chiesa di Cristo, e Giacomo e Giovanni sono il “luogo” in cui si mostra questa pericolosa tendenza; proprio questi due fratelli, che il Nuovo Testamento individuerà quali “discepolo amato” (cfr Gv 13, 23) e primo tra gli apostoli a versare il sangue per Cristo (cfr At 12, 1-2), non sono nati “discepolo amato” e “martire per Cristo” … sono stati uomini che, come noi, hanno dovuto affrontare e vincere, tra lotte e cadute, quelle dominanti che vogliono schiacciarci e disumanizzarci. Nel racconto di Marco i due, in fondo, sono manifestazione di un atteggiamento con cui Gesù dovrà fare i conti sino alla fine, e con cui la sua misericordia e la sua grazia devono fare i conti in ogni epoca della storia della Chiesa, sua comunità:
Chi è che è primo?
Chi comanda?
Chi ha nelle sue mani il potere spirituale sugli altri?
Il potere nella Chiesa è più perverso che altrove. Il perché è chiaro: nella Chiesa, nelle società “religiose”, esso si può ammantare di “spiritualità”, si può ammantare di Dio, può divenire più facilmente imponibile perché sacralizzato! E’ tremendo!

Giacomo e Giovanni sono quelli che, nel passo di Marco di oggi, manifestano questo desiderio perverso di potere, ma il racconto ci fa capire che gli altri dieci non sono esenti da quello stesso peccato. Scrive infatti Marco che gli altri si sdegnarono con Giacomo e Giovanni, e non certo perché stigmatizzassero il loro desiderio di potere, ma perché quel potere lo avrebbero voluto anche loro.
Gesù, paziente, si rivolge a tutti come aveva parlato ai due fratelli. Quei due li aveva sfidati a bere il suo stesso calice ed a morire della sua stessa immersione.
Tuttavia è necessario decodificare la parola battesimo che noi, immancabilmente, riconduciamo su di un piano liturgico-simbolico-sacramentale. Gesù, infatti, chiede loro se sono pronti a lasciarsi “affogare” nella sua stessa immersione, a dare la vita. Il battesimo-immersione che Gesù sta per ricevere è l’essere sommerso dal peccato del mondo per prenderlo su di sé, per condividere il dolore e la morte che imperano nella storia. I due fratelli accolgono spavaldi la sfida, senza comprendere fino in fondo quello che stanno promettendo.
Lo capiranno con la vita, lo capiranno nella sequela di quel Rabbi che li ha afferrati!
Saranno, infatti, il primo e l’ultimo a morire per Lui: Giacomo di spada, e Giovanni di “consunzione”, lasciandosi cioè consumare dall’annunzio dell’Evangelo, in un martirio senza sangue ma testimone di un “rimanere” costoso, che sfiderà i venti e le tempeste dei decenni a venire.
Quella partecipazione al suo calice, afferma con forza Gesù, non è qualcosa che si conquista con meriti, ma qualcosa che si riceve in dono, per pura grazia. Nell’ora che il Regno verrà, alla destra ed alla sinistra del Messia crocefisso, vi saranno due ladroni: gli ultimi che potevano accampare “meriti”!

Ai dodici tutti assieme, dopo aver compreso che tutti sono accomunati da questo malsano desiderio di potere, Gesù dice una delle parole più inascoltate nella storia della Chiesa, ma anche tra le più ascoltate da chi, nella Chiesa, ha fatto davvero la differenza, facendo avvertire nella storia il profumo di Evangelo: «Quelli ritenuti capi delle genti le dominano ed i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi però non è così».
Dobbiamo assolutamente sottolineare che Gesù non usa qui nessuna forma augurale o ottativa (non dice cioè: «tra voi non sia così»!).
No! Gesù usa un chiaro indicativo: Tra voi non è così!
O nella Chiesa si è servi, così come Gesù dice, o non si è Chiesa; si è altro!
La ragione non è data in modo moralistico, Gesù non è mai moralistico, ma in modo rivelativo: la ragione è Gesù stesso, la ragione è il Figlio dell’uomo e la sua scelta di servire, e di servire non facendo delle cose, ma dando la sua vita!
Il servo è tale – e lo dice anche Isaia nel celebre oracolo che oggi è la prima lettura – perché dà se stesso, senza nulla tenere per sé, senza nulla risparmiare!

L’antidoto alla libido dominandi è dunque il servire, che è donare la propria vita. L’apostolo Paolo, addirittura, nel suo inno cristologico nella Lettera i cristiani di Filippi scriverà che il Figlio di Dio si è fatto schiavo fino alla morte e alla morte di croce; schiavo significa che si è totalmente dato, alienato, offerto…non si appartiene più! Lui è la via per vincere la libidine del potere…Lui, schiavo crocefisso!

Questa sezione dell’Evangelo di Marco ci ha consegnato le tre “armi” per vincere il mondo con Gesù e come Gesù: l’amore fedele, la condivisione, il servizio come dono totale di sé! Così la sequela!

Quel che non ricerca queste vie è qualcosa che si maschera da cristianesimo, ma ne è solo una contraffazione ridicola e pervertita!

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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 TUTTI VERSO UNA SOLA META

Is 55, 6-9; Sal 144; Fil 1, 20c-24.27a; Mt 20, 1-16

 

Di nuovo nel “paese delle parabole” … la liturgia di oggi ci fa leggere una delle parabole più “irritanti” dell’Evangelo: irritante perché contro ogni buon senso comune e, apparentemente, segnata da una ingiusta condotta del Signore della vigna: “gli operai dell’ultima ora” o, per meglio dire, “gli operai delle diverse ore”.

In verità la parabola sarebbe introdotta dall’ultimo versetto del precedente capitolo, purtroppo omesso dal lezionario: Molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi (Mt 19,30) tanto che, con il versetto 16 del capitolo ventesimo con cui la parabola si conclude, crea una “inclusione” (in questa maniera gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi). Il contesto era stato la domanda di Pietro: Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito: che cosa dunque avremo? Gesù aveva rassicurato che quel “lasciare tutto” per Lui aveva senso, un senso di pienezza di vita (il centuplo), ma poi con la parabola vuole correggere il tiro “religioso” di Pietro e degli altri. Non si tratta, infatti, di calcoli di meriti ma di accoglienza di un amore che supera ogni logica di umana giustizia. Il detto sui primi e sugli ultimi conclude la risposta data a Pietro e si lega con un “infatti” al racconto della parabola. La Chiesa di Matteo ha bisogno di gioire della sovrana libertà d’amore di Dio il quale chiama nella storia uomini e popoli in diverse ore per condurre tutti ad una sola meta in cui nessuno può accampare meriti o diritti. I primi diventano ultimi perché hanno lavorato nella vigna fin dal principio ma ora rinfacciano a Colui che li ha chiamati e il caldo e la fatica. Al centro “geometrico” della parabola il padrone della vigna è detto Signore della vigna (“o kyrios tou ampelonõs”) con tutto l’allargamento di prospettive che questa espressione comporta: è il Signore del fine della storia (venuta la sera … ) che viene a rendere il senso alla storia e questo senso non riposa su una giustizia retributiva secondo i calcoli umani.

Ai tre gruppi di operai il Signore ha detto delle cose precise: con quelli della prima ora  pattuito il prezzo della giornata in un denaro; con molta chiarezza. E’ il giusto che serve per quel  minimo sostentamento giornaliero di una famiglia. Ai secondi il Signore dà la sua parola per cui possono fidarsi (vi darò il giusto), ai terzi, quelli dell’undecima ora (le quattro del pomeriggio) chiede solo di fidarsi senza nient’altro. Per questi c’è solo un ordine secco: Andate anche voi nella vigna. Questi vanno solo fidandosi di Lui. Partono solo per obbedienza.

L’esito di queste tre chiamate è un vero evangelo perché tutti ricevono quello che serve per la vita (quel denaro). Se il Signore desse meno del denaro pattuito con i primi non sarebbe più un evangelo, non sarebbe più una buona notizia; infatti, che buona notizia sarebbe se quegli uomini, tornando a casa, non avessero il necessario per vivere? Quegli ultimi si sono rivelati primi già nella loro cieca fiducia piena di speranza, nel loro ad un lavoro che poteva rivelarsi insufficiente alla “prova” di una “giustizia” semplicemente retributiva; i primi sono diventati ultimi perché hanno rivelato un rapporto sviato e con il Signore, contro cui mormorano tacciandolo sottilmente di “ingiustizia”, e con i loro compagni di lavoro di cui hanno invidia  (e questa è sempre, tremendamente, tristezza, dolore per la gioia di un altro!). In fondo i primi hanno un rapporto sbagliato anche con il loro stesso lavoro di cui non hanno compreso il valore e di cui considerano solo il peso e la fatica. Il valore di quel lavoro è detto da una parola del Signore della vigna, una parola che non va letta come ironica o di “degnazione”: Amico: non sono ingiusto con te; non hai fatto il patto con me per un denaro? La parola con cui lo chiama, “hetáire” (“amico”) in greco significa “collaboratore”; insomma è come se gli dicesse: “Ti ho fatto il grande dono di essere mio popolo santo di Dio; cfr Is 5,1ss; Sal 80); non hai saputo vivere la gioia di una fatica sì costosa ma vissuta con me, per me; vissuta in una storia grande di intimità. Perché guardi attorno, a ciò che quelli delle altre ore di chiamata hanno ricevuto, perché non guardi a me, al nostro rapporto?

Quelli della prima ora rischiano di fare calcoli e di ergersi sugli altri, di pretendere un di più! La “giustizia” di questo Signore è una giustizia più larga, più profonda, più alta rispetto ai parametri legalistici e “religiosi” che possono insinuarsi anche tra coloro che da sempre (dalla prima ora!) lavorano nella vigna. I “giusti” (quelli che tali si pretendono) rischiano di cadere in una “religione” fatta di pesi e misure, di calcoli e di meriti da accumulare; rischiano di guardare gli altri delle diverse ore con sufficienza e disprezzo; rischiano di non conoscere più il vero volto di Dio, la sua “giustizia” che va oltre. Gesù aveva già detto fin dal Discorso sul monte che era necessario che la “giustizia” dei suoi discepoli andasse oltre quella degli Scribi e dei Farisei (cfr Mt 5,20) e qui mostra l’oltre della sua “giustizia” che non si nutre di calcoli ma affonda le radici solo nella “bontà” del Signore. Una bontà che può diventare accecante per il giusto della prima ora. L’invidia è infatti detta da Matteo con un’espressione idiomatica: avere l’occhio cattivo; avere cioè uno sguardo che non è puro, non è limpido, uno sguardo incapace di vedere e il fratello che gioisce per la bontà del Signore e il Signore stesso che è buono e nel suo amore non fa torto a nessuno, che nel suo amore dà vita a tutti senza calcoli meschini.

Quello che conta dinanzi al cuore di Dio non sono i meriti, i “sudori” ed il “calore” ma conta la prontezza a rispondere, la fiducia nel suo amore, lo sguardo puro sulla gioia degli altri. A tal proposito ricordiamo quella beatitudine matteana: Beati i puri di cuore perché vedranno Dio (Mt 5,8), in cui i puri sono quelli che hanno lo sguardo limpido sugli altri, senza né volerli possedere, né sottomettere, né disprezzare ma guardarli per condividerne la gioia come il dolore. Uno sguardo così, aveva detto Gesù lì sul Monte delle beatitudini, è il solo capace di vedere Dio. Ecco il rischio che corrono gli operai della prima ora: non vedere più Dio perché incapaci di vedere l’altro e la misericordia che li avvolge.

Matteo giunge così alla fine del suo racconto e ci ha mostrato come in questo “strano” paese delle parabole non solo tutti ricevono la vita (quel denaro) in modo uguale ma addirittura ci ha mostrato un ribaltamento: i primi son diventati ultimi e gli ultimi i primi.

Nel paese delle parabole è possibile perché è il paese dei “sogni” di Dio, è il paese delle sue logiche; come è vera quella parola di Isaia che oggi abbiamo ascoltato: I miei pensieri – dice il Signore – non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie … pensieri e vie di Dio davvero sovrastano i nostri pensieri e le nostre vie: hanno il respiro dell’ oltre, il profumo di un “evangelo” che non è la solita logica mondana!

A quest’oltre Matteo richiama la sua Chiesa, la destinataria del suo Evangelo, a quest’oltre siamo chiamati noi che ci riconosciamo discepoli di questo Signore che chiama a quella vigna per la quale ha già dato tutto, fino a versare tutto il suo sangue. Un oltre che Paolo canta con coraggio in un paradossale ribaltamento delle logiche umane: Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno. Siamo disposti all’oltre di questo paradosso?  




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