I Domenica di Quaresima – La lotta

QUESTO E’ UN TEMPO DI GRAZIA

Gen 2, 7-9;3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

 All’inizio della Quaresima la prima pagina evangelica che la Chiesa ci apre dinanzi è quella delle tentazioni di Gesù, che quest’anno leggiamo nella redazione di Matteo.

Di certo, la Chiesa vuole suggerirci che si apre un tempo di grazia in cui ci è richiesta una grande lotta. La lotta, che è condizione quotidiana del cristiano, potremmo dire che, in questo tempo santo, si fa più aspra per chi davvero vuole permettere alla liturgia di scandire la sua vita per lasciare che il Mistero di Cristo lo plasmi sempre più, di anno in anno, nell’uomo nuovo.

Al principio della Quaresima è importante ricordarci che questa lotta sarebbe solo lotta titanica destinata al fallimento, alla frustrazione, se non ci fosse Gesù e la sua lotta vittoriosa sulla tentazione!

Il fatto che Lui abbia affrontato tutte le nostra tentazioni, di cui questa pagina sono una mirabile sintesi antropologica e teologica, averle attraversate custodendo la fedeltà al Padre, non è solo un “bell’esempio”, ma è mistero che ci salva e dona alla nostra umanità già quella vittoria che Gesù ha conseguito.

La lotta di Gesù nel deserto di Giuda, dopo il battesimo al Giordano, si svolge all’unico campo in cui una lotta del genere può aver luogo: il terreno della sua libertà e l’oggetto di questa lotta è il vivere da figlio! Sì, Gesù lotta per questo: vivere da Figlio tutto ricevendo dal Padre o vivere nella rapina accaparrandosi ciò che si reputa necessario per la propria vita?

Adamo nel giardino dell’in-principio tese la sua mano per rubare il dono di Dio, Gesù qui tende la sua mano vuota attendendo da Dio quel pane che sazi la sua fame (Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio) e la sua vita sarà davvero tutta un ascolto e così sarà parola profonda, tenera, esigente e consolante per ogni uomo.

Adamo nel giardino dell’in-principio tese la sua mano per disporre di Dio, per essere addirittura come Lui, Gesù che era suo Figlio non volle disporre di Dio ma si offrì a Lui senza sfidare la sua potenza (Non tenterai il Signore tuo Dio), anzi scelse la via dell’impotenza del crocifisso; il Padre gli darà il dono della resurrezione in cui vincerà la grande nemica che pareva inespugnabile: la morte.

Adamo nel giardino dell’in-principio cercò il potere passando sopra le parole di Dio ed ergendosi a signore di se  stesso, Gesù non si prostrò a Satana e gli gridò il suo “Vattene!” perché solo Dio si adora; non calpestò la signoria del Padre ed il Padre l’ha proclamato Signore dandogli in eredità tutte le genti (cfr Is 53,12; Col 2,15).

Il primo Adamo è capovolto da Cristo Gesù, l’Adamo definitivo. Il primo rapinò il secondo si offrì; il primo rubò, il Cristo si fece figlio obbediente e tutto ricevette in dono dal Padre.

L’alternativa è lì: rubare o accogliere il dono? L’alternativa è lì perché rubare è di chi vuole salvare la propria vita (cfr Mt 16,25), il ricevere il dono è di chi si fida mettendo la propria vita nelle mani di un Altro.

La via di Satana è quella che il mondo apprezza grandemente ed è la via di chi “si fa da sé”, di chi si procura piacere, ricchezza e potere … E’ la via che riceve gli applausi di un mondo che tutto riduce al “concreto” più banale, a ciò che si mangia … Quanto e come il mondo apprezza gli “uomini concreti” che non sognano, che non attendono, che non rischiano e tutto calcolano! Gesù è invece altro: sogna, attende tutto dal Padre, ha rischiato fino alla croce, senza alcun calcolo per salvare la propria vita! E’ così il Gesù che esce vittorioso dalle tentazioni! Matteo, se ci pensiamo bene, ci mostra come la tentazione prenda la via dell’ovvietà (dovremmo rifletterci davvero per le nostre vite perché credo che sull’ovvietà la tentazione ha una gran presa sulla nostra fragilità!): è ovvio, infatti, che l’uomo abbia dei bisogni, il problema è vedere come li soddisfa! I bisogni che l’uomo ha (che poi Freud inquadrerà nelle tre “libido” che già l’antico tratto della Genesi che abbiamo letto mostrava perfettamente!)  servono anche a costruire l’uomo ma l’uomo usa la logica della rapina o la logica del dono? Si vive nella storia rapinando o ricevendo? Possedendo o condividendo? Rapinare e possedere è diabolico, ricevere e condividere è da figlio! Gesù scegliendo la via filiale ci rende capaci di percorrere con lui quella stessa strada.

La Quaresima inizia così: un invito ad attraversare la storia da figli perché la nostra meta è essere il Figlio di Dio … questa meta è un dono di grazia; i “si” obbedienti ricevono il dono lasciando che Dio sia Dio!

In fondo è questa la grande lotta: lasciare che Dio sia Dio custodendo nell’obbedienza e nella libertà la sua parola perché con essa Egli ci plasmi.

E’ la grande strada da percorrere in questa Quaresima!

III Domenica del Tempo Ordinario – Gesù parla del Regno

TENDERE LE ORECCHIE DEL CUORE

Is 8, 23-9,2; Sal 26; 1Cor 1,10-13.17; Mt 4, 12-23

 

 La storia è convulsa, confusa, frenetica perché fatta da noi che siamo spesso convulsi, confusi e frenetici … la storia è lacerata perché abitata e costruita da noi lacerati e laceratori; la storia è spesso luogo di tenebra perché noi uomini facciamo il male e odiamo la luce perché le nostre opere non vengano svelate (cfr Gv 3,20); in questa storia fatta così succede, ad un certo punto, qualcosa di straordinario: Gesù inizia a predicare! E parla del Regno! L’Evangelo di Matteo è così attento a questa dinamica del Regno di Dio che è detto “l’Evangelo del Regno”. Il Regno è il ristabilire il primato di Dio e la sua regalità proprio su quelle vicende convulse, confuse, frenetiche e laceranti della storia.

L’Incarnazione di Dio è parola che vuole risuonare tra gli uomini e nelle loro vicende e l’iniziare della predicazione di Gesù è allora evento di non poco conto. E’ un inizio, un’“archè” fondamentale: Gesù iniziò a predicare e a dire “Cambiate mentalità, si è avvicinato infatti il Regno dei cieli”. E’ un annunzio saettante; non a caso Matteo usa il verbo greco “keriussein”, il  verbo dell’annunzio dell’araldo, il verbo che indica un annunzio essenziale, forte, esistenziale, che vuole coinvolgere la vita senza scelta di ambiti. L’annunzio dell’Evangelo che comincia ad esplodere lì in Galilea è così: travolge e afferra tutta la vita … l’Evangelo di questa domenica ci mostra gli inizi dell’irrompere della Parola che salva e ci indica anche le “strategie” e le scelte di Gesù: Lui sceglie gli ultimi, i lontani; la sua parola risuona nel territorio di Zabulon e di Neftali, Galilea delle genti cioè regione (“galil” in ebraico significa semplicemente “regione”) dei pagani; la sua parola, il suo annunzio “kerigmatico” risuona tra il popolo immerso nelle tenebre … e quell’annunzio invera le parole di Isaia che Matteo stesso cita e che costituiscono la prima lettura di oggi; nella tenebra che è confusione, morte e lacerazione rifulge la luce che trasforma il caos tenebroso in cosmo, proprio come nell’“in-principio” (cfr Gen 1, 2-5). La liturgia di oggi pone la nostra attenzione sulla parola di Gesù: una parola che sceglie i poveri, gli ultimi; una parola che illumina le tenebre, una parola che interpella, una parola che chiede non scampoli di vita ma tutta la vita, una parola che provoca la nostra libertà.

A causa di questa parola che sa di dover consegnare al mondo, Gesù è in movimento, è in fermento … ed è in movimento per muovere ed in fermento per fermentare. Quanti verbi di movimento ci sono in queste righe di Matteo: Mentre camminava lungo il lago … andando oltrepercorreva tutta la Galilea … E la sua parola si mostra subito per quello che è: compromettente e di rottura. I primi quattro che accolgono radicalmente quella parola volgono le spalle al loro passato, alla “routine” quotidiana senza imprevisti se non quelli del “mestiere”, senza orizzonti vasti, con confini ben delineati e rassicuranti. La voce di Gesù chiama e a quella voce Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni rispondono usando a pieno la loro libertà e consegnando i loro passi ai passi di Gesù: lo seguirono. I loro passi ormai sono quelli di Cristo, la loro via è ormai quella che Gesù percorre e percorrerà. Sì, avranno delle cadute e delle lentezze ma oramai la loro vita è intrecciata per sempre con quella del Cristo … La parola che inizia a risuonare nella terra delle tenebre illumina e lega a sé chi si fida e consegna liberamente a Lui la sua libertà.

La parola di Gesù, annunziando con forza il Regno, guarisce, cura, solleva da ogni immobilità: è una parola che inizia, in ciascuno che la ascolta con cuore libero e disponibile, una creazione nuova, un mondo nuovo, un uomo nuovo.

E’ una parola che dalle rive del Lago di Galilea rimbalzerà sulle labbra di questi primi chiamati che poi la porteranno per tutto il mondo; la chiamata li trasformerà ma a partire da ciò che essi sono già; il “novum” si inserirà sulla loro realtà: i pescatori del lago diverranno pescatori di uomini; la parola che li ha chiamati ha annunziato loro il Regno veniente pronunziando il loro stesso nome: Li chiamò.

Sulle labbra di Cristo risuona oggi pure per noi il nostro nome, il problema vero è cogliere di essere chiamati da Lui in modo unico e personale; il problema è riconoscere questa chiamata che vuole una risposta unica e personale. Una risposta però pienamente obbediente. Chi elude questa chiamata non dando risposta rimane sulla riva del lago mentre i passi di Gesù si allontanano, rimane con delle barche e delle reti che sembrano tutto e poi si riveleranno essere niente.

Chi ha il coraggio di seguire Gesù non ragiona, non fa i conti dei “pro” e dei “contro”, non fa commercio della propria vita, la dona e basta! Lascia cadere tutto e va con Lui. Siamo in un tempo in cui i calcoli e il commercio sono considerati espressione di “buon senso”, di avvedutezza, di ponderatezza. Per l’Evangelo non è così! Bisogna lasciare le reti, quello cioè che ci permette di catturare, di possedere … bisogna lasciare le barche sulle quali ci si sente sicuri perché rappresentano quel che conosciamo, sappiamo governare, ciò che si muove nel nostro piccolo mondo, sul nostro piccolo lago … bisogna lasciare il padre cioè quello che lega al passato, anche con sacrosanti affetti, ma può diventare prigione e limite …

E in cambio? Una vita con Lui per le strade del mondo a proclamare come Lui un Regno invisibile agli occhi ma che trasforma le vite e orienta altrove le speranze; una vita che ha perso le sicurezze di reti, barche e padri e si nutre di fiducia in un discorso stolto, come quello della croce!

Chi si fa discepolo di Cristo lo segue fidandosi dei suoi passi anche e soprattutto quando conducono alla croce. Chi nella sua storia con Cristo vuole fidarsi di altro rischia di fallire e di rendere vana la croce di Cristo, come scrive Paolo ai cristiani di Corinto; e si rende vana la croce di Cristo con le “sapienze umane” e con i mille motivi ragionevoli e di “buon senso” che il mondo sa elencare con molta perizia.

Il vero discepolo di Cristo permette alla parola “ricreante” del Signore di scomodarlo, di fargli volgere le spalle al passato per lasciarsi condurre per le strade “insicure” dell’Evangelo; su strade su cui si trova una sola certezza: c’è Gesù! Ci basta?

Se cerchiamo altro vuol dire che la parola coinvolgente di Gesù ha trovato in noi porte chiuse e sicurezze inespugnabili.

Tendiamo le orecchie del cuore per risentire oggi il nostro nome pronunciato con amore da Gesù; e quando lo ascolteremo lasciamoci sedurre dalla sua voce che ci attira e ci propone di far strada con Lui. Senza tante domande e senza calcoli! L’Evangelo è così!

Epifania del Signore – Manifestazione della carne di Dio

…CHE ACCOGLIE E SALVA

 Is 60,1-6; Sal71; Ef 3,2-3.5-6; Mt 2, 1-12

  

C’è un dramma che si agita dentro ognuno di noi; è una divisione drammatica che scopriamo nel profondo di noi stessi: “Mi gioco o no nel seguire i desideri del cuore? Nel seguire quei desideri che per il mondo sono strani, scomodi, contro-tendenza, a volte giudicati folli … li seguo o rimango nella banale comodità quotidiana senza affrontare “viaggi”, ricerche, capovolgimenti, confronti pericolosi?” Dalla risposta che diamo a questa domanda dipendono molte cose. I Magi sono “icona” dell’uomo che vive una santa inquietudine dinanzi a se stesso, a Dio, alla storia … i Magi di cui Matteo solo ci narra la straordinaria “avventura” (e qui poco conta farsi domande sul genere letterario di questo brano o sulla verosimiglianza storica del racconto!) ci sono consegnati dalla Scrittura per permettere alla nostra riflessione sull’Incarnazione di Dio di fare un passo ulteriore e direi definitivo.

Epifania del Signore significa “Manifestazione del Signore” … il manifestarsi di Dio, per prima cosa, ci chiede di fare i conti con qualcosa in cui realmente ci imbattiamo: in un Dio che ci cerca e a noi si manifesta. Si manifesta incarnandosi, scegliendo cioè un “luogo” leggibilissimo in cui tutti potessimo riconoscerlo e trovarlo: la nostra carne, la nostra umanità.

La manifestazione richiede subito che ci sia chi colga questa manifestazione … l’Epifania del Signore ha in sé la richiesta di partire da sé per dare accesso nel proprio “mondo” a Colui che si è manifestato! L’ Epifania è dono che però chiede un “viaggio” rischioso!

L’Epifania che oggi celebriamo è porta spalancata ad ogni uomo, ad ogni storia, ad ogni razza … nessuno è escluso da questo dono che ci è venuto attraverso Israele e attraverso le promesse che Israele stesso ha custodito; per quanto si possa essere “lontani” il dono è per tutti! Il problema è scegliere di “giocarsi” per questo dono …

L’Evangelo di Matteo ci dice, nei suoi primi due capitoli, che a “giocarsi” rischiando è chiamato sia l’Israele fedele che i pagani … dell’Israele fedele Giuseppe è immagine e compimento: è partito dalla terra dei suoi desideri e dei suoi sogni per approdare nella terra dei progetti di Dio, nella terra dei sogni di Dio. Giuseppe si è “giocato” la vita con questi sogni di Dio. Lo stesso deve fare chi viene da “lontano”, il pagano, lo straniero; ed ecco i Magi: lasciano quello che hanno, le loro terre e meravigliosamente si mettono a seguire una stella!

Questo “partire” permette loro di mettersi inconsapevolmente in sintonia con i desideri di Dio. Essi non lo sanno ma seguendo quella stella sono divenuti cassa di risonanza alla prima parola che Dio rivolge all’uomo nel giardino dell’ “in principio”. Lì il Signore aveva chiesto all’Adam: Dove sei? Ora l’umanità diviene, nei Magi, eco di quell’antica domanda: Dov’è il re dei giudei che è stato partorito? I Magi sono segno di quella ricerca dell’uomo che desidera la vita (cfr Sal 34,13) e che usa le sue facoltà, la sua intelligenza e i desideri del suo cuore per mettersi in “viaggio”; Matteo ci dice che uomini così possono approdare a conoscere il “dove” della vita che è il “dove” di Dio solo se giungono a Gerusalemme e lì alle Scritture: solo la rivelazione contenuta nelle Scritture che Israele custodisce (Gerusalemme) può far approdare i cuori dei “cercatori di Dio” a quel “dove” impensabile dalla nostra intelligenza: il “dove” è una Madre, un Bambino, una gioia pura che esplode lì a Betlemme, “luogo” che le Scritture hanno indicato. Lì si ferma la stella ed iniziano a muoversi i cuori … i Magi si prostrano ed adorano: atti questi assolutamente irrazionali che riconoscono in quel Bambino la fonte della vita; e a quel Bambino dischiudono i loro tesori: le ricchezze della loro umanità che li hanno condotti a cercare Dio ed il suo Messia; ora quelle ricchezze vengono consegnate al Messia perché egli le assuma e le illumini ancora.

I Magi sono allora una prima risposta a quella domanda drammatica di cui dicevamo all’inizio; c’è però anche una seconda possibile risposta: “Non vale la pena mettersi in gioco, non vale la pena lasciare le certezze, non vale la pena seguire una stella … è meglio rimanere nelle proprie sicurezze e nel proprio recinto di mura …” E’ quanto fa Erode abbarbicato com’è al suo tremendo potere che vive solo di paure e  di menzogne, è quanto, più tragicamente, fanno gli Scribi di Gerusalemme che custodiscono la Santa Scrittura e sanno il “dove” di Dio ma non si muovono e anzi si fanno strumento di una violenza che cercherà Dio solo per ucciderlo.

Magi che hanno deciso che valeva la pena giocarsi troveranno la Vita e l’adoreranno, gli altri pretenderanno di sopraffare la Vita e la Luce … dinanzi a Dio ed alla sua impensabile presenza tra noi le vie possibili sono queste: quella dei Magi, quella di Erode, quella degli Scribi

I Magi aprono al Messia i loro tesori, Erode cerca di eliminarlo dal suo orizzonte perché teme che gli faccia ombra e contraddica la sua sete di potere, gli Scribi restano indifferenti, arroccati nelle loro certezze “religiose”, immobili perché incapaci di “sognare” con la Scrittura. Lo “sta scritto” per loro non è via di ulteriore ma solo terreno di possesso e certezze rassicuranti.

I Magi no! Alla fine partono da Betlemme ancora più “sognatori” … ancora meno arroccati in certezze imprigionanti … giunti al “dove” di Dio sono davvero liberi … liberi di credere più a un sogno che ad un re potente (Avvertiti in sogno di non tornare da Erode per un’altra strada fecero ritorno al loro paese) … Ora la loro è davvero un’altra strada.

I Magi sono primizia di tutta l’umanità a cui la domanda “Dove sei?” ha ricevuto da Dio stesso una risposta: “Dove sei? Se ti nascondi io vengo a cercarti e lo faccio nella tua stessa carne, nella tua fragilità, nella tua storia … vengo a cercarti ed accendo in te il desiderio di “oltre” perché possa sollevare lo sguardo verso le stelle e possa anche tu domandare “dove?. In quei “dove?” intrecciati ci incontreremo.”

Quando gli uomini incontrano Dio, Dio non disdegna i loro tesori; li accoglie, li trasforma e ne fa ancora luogo della sua Incarnazione. All’Epifania scopriamo che l’Incarnazione non cessa mai perché Cristo, manifestandosi ad ogni carne chiede a quella carne di poter essere luogo della sua presenza, chiede a quella carne di divenire terra di Dio!

La Manifestazione del Signore nel Bambino di Betlemme è disarmata e disarmante e prepara la Manifestazione suprema disarmata e disarmante che si compirà nella Pasqua di Croce e Risurrezione. La luce dell’Epifania si apre alla luce della Pasqua, piena Manifestazione della carne di Dio che accogli e salva.

Per questo motivo anche oggi la Chiesa, per antichissima tradizione, annunzia il giorno della Pasqua di questo anno di grazia 2011.

Lasciamoci scaldare dalla luce di Cristo, diamo accesso alla luce di Cristo che vuole abitarci ed indicarci la via della vita.

 

II Domenica dopo Natale – In principio era il Verbo

IL PRINCIPIO DI TUTTO

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13,1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni, di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la Santa Sophia, la Santa Sapienza che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio, in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria (Noi vedemmo la sua gloria, ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero! Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detto nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: Essere santi e immacolati nell’ “agàpe”… Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (cfr 1Cor 1,23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra” che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive noi abbiamo visto la sua gloria intende solo la gloria della croce, la gloria  di quell’amore che può gridare Tutto è compiuto (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria ma solo Gesù lo “canta” mostrando la gloria del Padre suo, dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi (Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto) e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, portandovi il sapore della Sapienza di Dio; da allora quando ci vogliamo confrontare con Lui ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …

Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna! (cfr Gv 6, 68)