IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Il rifiuto del profeta

 

…E TU NON SPAVENTARTI

Ger 1, 4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12, 31-13,13; Lc 4, 21-30

Interessante e stimolante l’Evangelo di questa domenica; è il seguito di ciò che leggevamo domenica scorsa del discorso nella Sinagoga di Nazareth. Gesù non commenta esegeticamente, come abbiamo visto, il testo del Libro di Isaia che ha letto, ma ne proclama il compimento nella sua persona, nella sua presenza, nella sua azione.
La meraviglia dei nazaretani si muta in ira e addirittura in propositi omicidi, ed il passaggio avviene sotto un chiara provocazione di Gesù stesso che previene la loro reazione dopo aver ascoltato dalle loro labbra meravigliate quella domanda, che troviamo anche negli altri Evangeli, circa la sua origine ordinaria e nota: «Non è il figlio di Giuseppe?». Gesù previene la loro obiezione più grande e più grave alla sua opera ed alla sua persona: vorrebbero miracoli a loro beneficio e questo accampando un primato ed una pretesa su Gesù e la sua opera, quasi come se Gesù appartenesse loro per diritto “di campanile”.

Il racconto ci fa chiaro che il discorso nella Sinagoga di Nazareth non è il primo atto pubblico di Gesù dopo il Battesimo al Giordano e dopo il suo soggiorno nel deserto, ci sono stati già e predicazione e miracoli avvenuti altrove in Galilea, tanto che la sua fama si è diffusa e fa sorgere nei suoi concittadini pretese, recriminazioni e gelosie.
Sta di fatto che Luca opera una scelta: aprire la vita pubblica di Gesù con questo discorso rivelativo della sua missione come compimento di una parola di promessa e con il rifiuto dei suoi, prima sotterraneo e poi addirittura violento.

Perché questa scelta?
Perché l’Evangelo vuole essere un’ampia illustrazione del mistero del rifiuto del Messia. Un rifiuto che, sia chiaro, non è solo di Israele ma dell’uomo in quanto tale. E’ l’uomo, infatti, che è contraddetto paradossalmente dal Messia che annunzia l’oggi” di Dio e la liberazione dei prigionieri e dei miseri …
Viene da chiedersi: ma perché l’uomo si sente contraddetto da un Salvatore? Mi pare che la risposta possa essere solo nel fatto che l’uomo vorrebbe salvarsi da solo, o vorrebbe usare Dio a proprio piacimento quasi come un possesso da mettere in atto nel bisogno e nello “straordinario” e non nell’ordinario della vita! Certo: nell’ordinario Dio disturba, intralcia, è esigente, vuole essere “Signore” … chi vuole miracoli vuole, di contro, un Dio “al servizio”, un Dio “usabile”, un Dio che non può essere proclamato “Signore” perché non gli si vuol dare un primato, ma lo si vuole usare.

E’ la perniciosa “via dei miracoli” (non a caso dico così! Chi ha orecchi per intendere intenda!), via che svia l’Evangelo in religione e pone sul volto di Dio ancora maschere perverse ed irreali! Gesù non accetta questa via, né può accettare di appartenere ad una città (sia pure la sua!), ad una popolazione!

Gesù è universale, la sua patria è il mondo, e Gesù lo grida con forza e fermezza facendo riferimenti universalistici già contenuti nella Prima Alleanza: l’episodio della vedova di Zarepta (cfr 1Re 17, 1ss) e la guarigione di Naaman il Siro da parte di Eliseo (cfr 2Re 5, 1-19)!
Nessuno possiede Dio; tutti, invece, sono chiamati a farsi possedere da Lui e dal suo amore, e questo comporta che a Lui ci si consegni.

La reazione violenta dei nazaretani conclude l’episodio tragicamente, mostrandoci il dramma del rifiuto del Messia che sarà il nodo centrale della vicenda di Gesù. Luca ci dà qui, già all’inizio del suo Evangelo, una via per capire questo dramma. In primo luogo il rifiuto che Gesù qui subisce e quello che si concretizzerà nell’ora del Golgotha; non è un fatto isolato, né è un fatto del passato. E’ qualcosa che ogni generazione di discepoli dovrà provare.

Gesù, infatti, dice: «Nessun profeta è ben accetto in patria»
Il rifiuto dei profeti è qualcosa che è sempre accaduto e sempre accadrà. Ce lo testimonia anche Geremia nel testo che oggi leggiamo dal libro dei suoi oracoli, e che è il racconto della sua vocazione: «Tu non spaventarti …ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno».

La sorte di tutti i profeti è questa, e Gesù neanche qui ha voluto esenzioni; Lui, che è il profeta più grande, ha subito il grande rifiuto, quello della croce. Questa non fu il frutto della malvagità e della sclerocardìa di giudei e romani di quella generazione, ma è il frutto della comune durezza di cuore di tutte le generazioni.

Ogni discepolo di Gesù allora lo sappia: nel Battesimo fu unto profeta e, se vuole essere fedele a quel dono battesimale, si deve aspettare persecuzione e rifiuto.

Quando nei secoli cristiani sono emersi profeti disposti a vivere l’Evangelo con radicalità e hanno gridato i loro “no” al mondo e alla Chiesa stessa hanno subito persecuzione, rifiuto, e molto spesso hanno versato il sangue. Proprio come il loro Signore! La verità è che se non subiamo persecuzione è perché non siamo profeti, perché non mostriamo il volto contraddicente ed esigente del Dio, di Gesù Cristo.

La finale del passo di oggi, poi, ci mostra Gesù che passa in mezzo ai suoi concittadini infuriati e se ne va … mostrandosi libero e sovrano.
Pare un anticipo dell’esito pasquale della Croce: la Risurrezione. La corsa dell’Evangelo non è arrestata dalla violenza dei nazaretani, così come non ci riuscirà la violenza dei crocifissori.

I profeti capaci di patire e di morire per l’annunzio delle esigenze dell’Evangelo sono più vivi che mai, come il loro Signore che è risorto!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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L’AMORE MALATO DI NOI STESSI

Dt 18, 15-20; Sal 94; 1Cor 7, 32-35; Mc 1, 21-28

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

Il volto di Cristo, di Rembrandt (particolare)

La parola di Gesù è una parola diversa, una parola “altra”.
E’ parola di rivelazione di un evangelo, come ascoltavamo la scorsa domenica (“Il Regno di Dio si è avvicinato!”). E’ poi parola che ordina un necessario ed urgente cambiamento di rotta (Volgetevi verso l’Evangelo! Fidatevi dell’Evangelo! Cambiate vita!); ed è anche parola potente, che fa ciò che dice: una parola cioè che ha “exousìa”, che ha “potenza”. Nella Scrittura questa parola è attribuibile solo a Dio: lui ha questa potenza.
In ebraico è “shaltan” (da cui deriva l’arabo “sultano”, uno che ha potere), e indica quella potenza creatrice che ha la parola di Dio. Gesù ha una parola così. Tanto diversa dalle parole “ripetute” perchè imparate, dagli Scribi! La gente lo nota subito! La parola di Gesù è altro! E’ nuova, è potente … nasce dalla vita che Lui vive, dalla vita che Lui è!

La parola di Gesù è la parola del profeta promesso dal Libro del Deuteronomio; di quel profeta che rinnoverà la potenza innovativa della Torah consegnata a Mosè.
Il popolo, spaventato dalla teofania del Sinai, aveva chiesto di non vedere più manifestazioni straordinarie di Dio, ed ecco che il Signore promette le mediazioni: la Parola verrà detta da uomini, cui la Parola stessa verrà confidata; bisogna perciò ascoltarli.
L’autore del Deuteronomio non sa, e non può immaginare, che la mediazione definitiva metterà assieme la vera presenza di Dio e la vera umanità del Messia, Gesù di Nazareth. E’ Lui il profeta definitivo promesso a Israele: la promessa del Deuteronomio è realizzata nella carne di Gesù di Nazareth, al di là di ogni possibile ipotesi.

Lo straordinario del Dio biblico è che Lui parla! Uno straordinario che sfocia nel parlare di Gesù, che è la Parola! Il suo parlare stupisce e rivela vie nuove, il suo parlare snida il male.
Il testo dell’Evangelo di Marco, che oggi si ascolta, ci narra il primo “miracolo” di Gesù per il secondo Evangelo: un esorcismo. Un particolare è notevole: l’uomo su cui verrà compiuto l’esorcismo è all’interno della sinagoga, è nascosto e confuso tra quelli che sono lì per la preghiera e l’ascolto della Parola; l’uomo è lì dove non dovrebbe essere poiché la sinagoga è luogo ove si è radunati da Dio per la parola e per il culto; ed è lì che la parola di Gesù lo snida!
Come è vera questa scena: il male, l’“immondo”, si annida, ben nascosto in noi, nelle nostre strutture umane e perfino nelle nostre strutture ecclesiali … è ben mascherato! A volte è perfino travestito da “bene”.
Lo spirito che possiede quest’uomo in sinagoga è detto “immondo” e, per la Bibbia, “immondo” è tutto ciò che attiene alla morte; la morte è la suprema impurità. Tutto ciò che ha contatto con la morte è “immondo”; e la parola di Gesù, che è vita e grida la potenza e la bellezza della vita, snida questa “immondizia”!
Così avviene nelle nostre vite: quando risuona la vera parola di Gesù, questa mette a nudo il nostro male, le nostre iniquità. Lo stesso spirito immondo non può fare a meno di gridare e rivelare così la sua presenza!

Questo spirito immondo fa una cosa strana: parla al plurale! Ci si chiede perché.
Forse, dice qualcuno, parla a nome di altri spiriti immondi; o forse sottilmente vuole comprendere in quel plurale anche l’uomo di cui ha preso possesso; lo vuole con sé; lo vuole assimilare a sé; lo considera una cosa sola con lui!
Di fatto Gesù, nello sgridarlo, dirà “Taci!”, usando il singolare e, distinguendolo chiaramente così dall’uomo, gli dice “Esci da quell’uomo!”. E’ come se dicesse “quell’uomo non è tuo; non è tuo territorio; l’uomo è terreno di Dio; è figlio di Dio!”.

Lo spirito immondo dice a Gesù due verità, che neanche lui – che è servo di menzogna – può negare: Gesù è venuto a portare rovina all’impurità, alla morte, al male che lacera l’uomo. Lo spirito immondo, inoltre, sa chi è Gesù, e lo designa come l’opposto di ciò che lui stesso è: Gesù è il Santo di Dio, e “santo” è l’opposto di “immondo”!
Nella Bibbia al termine “santo” si oppone sempre il termine “immondo”, “impuro”; la santità attiene alla vita, attiene cioè a Dio che è amante della vita (cfr Sap 11, 26); l’impurità invece attiene alla morte e a colui che della morte ha potere, il diavolo (cfr Eb 2, 14).
Gesù però non vuole che la rivelazione della sua santità avvenga per bocca di un demonio, e gli intima di tacere. La rivelazione della sua santità avverrà nel paradosso della croce, impurità assoluta, ed avverrà per bocca di un impuro (il centurione pagano) che dirà l’estrema rivelazione dell’Evangelo di Marco: “Davvero quest’uomo è il Figlio di Dio” (cfr Mc 15, 39). Lì splenderà la santità di Dio che, come dirà Giovanni nel suo Evangelo, sarà gloria dell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1). Lì, sulla croce, Satana sarà incatenato per sempre …

Intanto però Gesù ha già iniziato la lotta con il male che ci abita e ci rende schiavi; l’Evangelo di oggi ci chiede di credere a questa potenza di Gesù che può liberarci; ci chiede di credere più a questo umile potere di liberazione che alle menzogne del male che ci abita, e che così spesso è mascherato da “bene”. Ci chiede di non dar credito alla menzogna che ci vuole una cosa sola con il male che ci abita e ci tormenta; Gesù, infatti, smaschera subito la menzogna di quel plurale che lo spirito immondo usa.
Il male ci strazia e grida forte, proprio come fa con quel pover’uomo della sinagoga di Cafarnao prima di lasciarlo. Ormai è smascherato da “uno più forte”, come aveva detto il Battista (“Dietro di me viene uno che è più forte di me“, cfr Mc 1, 7): uno che non solo chiede cambiamento di rotta alle vite degli uomini, non solo chiede di fidarsi dell’evangelo e non delle menzogne del “divisore”; ma uno che ha anche la forza, la “exousìa”, di dare la libertà con al sua parola potente.
E’ alla sua parola che allora dobbiamo volgere il cuore.
Chiediamoci, allora: ci stupiamo della sua parola? Marco ci dice che la gente era stupita dal suo insegnamento. Credo che dobbiamo dircelo: quando leggiamo l’Evangelo, e non ci stupiamo, significa che non abbiamo capito! E’ così!
E quando non capiamo, vuol dire che non abbiamo dato accesso nel nostro profondo a quella parola, e non le permettiamo di snidare il nostro male; non le permettiamo cioè di darci le vie e le possibilità di conversione.

Questo esorcismo rappresenta il primo miracolo di Gesù nell’Evangelo di Marco; per Marco infatti l’opera di Cristo è la liberazione dal male che abita l’uomo, che lo schiaccia, lo schiavizza, lo rovina!
Lo spirito immondo della sinagoga di Cafarnao grida a Gesù “sei venuto a rovinarci!” e, tante volte, anche noi scopriamo in noi un grido simile dinanzi alle proposte esigenti e radicali dell’Evangelo!
E’ vero: Gesù è venuto a rovinare la nostra brama di autodeterminazione, la nostra ubriacatura di pseudo-libertà, le nostre “gabbie dorate” in cui siamo felicemente prigionieri dei nostri peccati che amiamo. Gesù è venuto a rovinare quell’amore malato di noi stessi, che ci fa calpestare gli altri e vuole sempre “salvare noi stessi”, e che non vuole amare perchè amare costa!
Gesù è venuto davvero a rovinare l’uomo vecchio ma, se solo sappiamo stupirci per un attimo delle sue parole nuove e potenti, quella menzogna sarà smascherata, e ci sarà chiaro che a rovinarci era la brama di autodeterminazione sganciata da Dio; a rovinarci era la nostra libertà malata, a rovinarci erano le “gabbie” dei nostri peccati, a rovinarci è quella “filautìa” che non ci permette di amare dando la vita!
Forse, quando queste cose ci lasciano, ci straziano ma finalmente saremo uomini veri, liberi e capaci di annunziare quel Regno in cui nessun altro ci possiede, se non il Padre che Gesù è venuto a raccontarci …
Non ci possiede, nel Regno, se non Lui che ci consegna alla vera libertà, quella dei figli.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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…QUESTA E’ LA SEQUELA DI GESU’!

 

Ger 20, 7-9; Sal 62; Rm 12, 1-2; Mt 16, 21-27

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin

Il Cristo giallo, di Paul Gauguin


Pietro ha “confessato” chi è Gesù… è il Messia! E’, dunque, il Figlio di Davide, il re d’Israele.
Ma che significava  tutto questo nel cuore di Pietro? Credo sia necessario capire una cosa: Pietro può arrivare a dire che Gesù è il Messia, ma non può andare oltre. Solo Gesù può dire cosa significa che Lui è il Messia.

La grande fatica che Gesù ha dovuto fare è stata quella di capire la sua identità messianica ma anche quella di reinterpretarla nell’oggi di quella storia, di quell’ora in cui veniva a visitare il suo popolo: il trono di Davide non esisteva più, il Regno di Davide era finito in pratica fin dal 587! Che significato può avere dunque per Gesù essere il Messia?

Gesù comprende, non senza sgomento, che la sua identità messianica si sposa con l’identità profetica, che la sua realtà di Messia coincide con quella di un Rabbi, di un Profeta. Gesù parla dunque di un patire “necessario”…si badi non un patire generico, ma un patire che è morte ignominiosa (“da parte degli anziani”, cioè è riprovazione ufficiale!) e violenta (“sarà ucciso”), una morte inflitta in giovane età.
Se è vero che Davide ha patito, e anche molto e anche da re, è tuttavia anche vero che non ha patito nel modo di cui sta dicendo Gesù; i re, insomma, non hanno prefigurato nulla di quanto Gesù sta dicendo. La morte violenta e ignominiosa l’hanno subita così i profeti.

Nella prima lettura di questa domenica abbiamo letto quello straordinario passo di Geremia in cui il profeta narra del suo dolore, della seduzione che ha sentito da parte di Dio e del dolore che ne è derivato, “obbrobrio e scherno ogni giorno”.
Gesù certamente ha dinanzi agli occhi questa esperienza di Geremia, ma è provocato soprattutto da quella figura misteriosa del Servo di Adonai, cantato dal Secondo Isaia nei suoi celebri carmi… Qui è l’originalità unica dell’interpretazione che Gesù fa del suo messianismo: un’interpretazione estranea ad Israele, e dunque estranea anche ai discepoli ed in questo caso specifico a Pietro.
Questi l’aveva chiamato Messia ma non ha capito cosa davvero diceva: certamente ha detto la verità, s’è lasciato guidare dal Padre, si è “guadagnata” per questo una beatitudine dalle labbra di Gesù (cfr Mt 16, 17)… ma ora? Beato per la sua attitudine di quell’ora di farsi piccolo poiché “ai piccoli il Padre rivela i suoi misteri” (cfr Mt 11,25), ora è già “diventato grande”: è sicuro di sé, ed ha smesso di pensare secondo Dio! Pietro ora è rientrato nelle logiche di calcolo degli uomini, è rientrato nella “carne e nel sangue”, ed è diventato persino arrogante: forse quella beatitudine l’ha reso vanaglorioso, tanto che osa passare avanti a Gesù rimproverandolo. Tratta Gesù come un bambino che non ha capito bene, cerca di spiegare a Gesù come vadano davvero le cose; e si “guadagna” un bel “Satana”, con le stesse parole con cui Gesù aveva respinto il diavolo nel deserto (“Yupaghe Satana”, qui con la sola aggiunta di “dietro a me”).

La differenza tra il Pietro della beatitudine e quello addirittura chiamato Satana sta nel fatto che il primo si fida di Dio ed il secondo si fida di sè. La beatitudine non è annullata, è invece fondata: si è beati se si lascia il primato a Dio ed alle sue vie, e se si rigettano le proprie vie, i propri pensieri e le proprie comprensioni. Se non si fa così, si costruisce su “carne e sangue” e non su Dio e i suoi progetti.

La seconda parte dell’Evangelo di questa domenica è in parallelo con la prima: bisogna capirlo bene perché è molto importante per noi: la storia messianica di Gesù non può non riflettersi sulla storia di coloro che vogliono seguire Gesù.
Pietro, in fondo, rifiutando la Passione di Gesù, il Messia sofferente, sta rifiutando la propria passione, sta rifiutando il discepolo sofferente. Pietro non si preoccupa tanto di Gesù, si preoccupa di sè: rifiuta di seguire un Messia che, in verità, aveva già detto una parola che ora prende tutte le sue fosche tinte: “un discepolo non è di più del suo maestro” (cfr Mt 10, 24).

Segue uno dei detti più fortemente autentici di Gesù, uno di quelli nei quali possiamo sentire proprio l’accento delle sue parole; è un mashal, un proverbio, volutamente urtante e paradossale: Chi vuol salvare la propria vita la perderà, e invece chi perde la sua vita per causa mia la troverà“.
Il tutto dopo l’invito a seguirlo, prendendo la propria croce: la propria croce è la propria sequela di Lui, è il modo di ciascun discepolo di far morire quell’uomo vecchio che pensa secondo l’uomo e non secondo Dio.
La sequela di Gesù è possibile solo a chi è disposto alla morte dell’uomo vecchio e a chi è disposto a smettere di pensare a sé, a dire no a se stesso….cosa significa rinnegare se non “dire no”?
La sequela è possibile solo a chi è disposto a smettere di avere in cima ai propri pensieri, il salvare se stesso. A Gesù lo diranno fino alla fine: sulla croce dovrà ancora sentire voci “sataniche” che gli grideranno “Salva te stesso!” (cfr Mt 27, 40). Chi salva se stesso, però, perde la vita, perché perde il senso della vita che è nell’amore, e chi salva la sua vita non salva gli altri.

Gesù qui dichiara che i suoi  discepoli non possono non essere che con Lui…chi non entra in questa sua via non è suo discepolo: nessuno si illuda!

Il testo di oggi si chiude con un fugace quanto forte accenno al giudizio finale, in cui il Figlio dell’uomo sarà protagonista: il Figlio dell’uomo renderà a ciascuno secondo il suo agire”. Qui si deve fare bene attenzione, perché non si sta parlando di opere, e di opere buone su cui si verrà giudicati ma si sta parlando di un agire preciso: la sequela di Gesù. Si sarà giudicati, insomma, sulla verità della sequela di Gesù, sulla verità del prendere la propria croce e di dire “no” a se stesso, sulla verità d’essere disposti a perdere la vita.
Si sarà giudicati sul proprio rapporto con Gesù!

Il giudizio, la parola definitiva di senso sulla nostra vita, sarà pronunciato sulla sequela o meno di questo Messia sofferente; sulla scelta o meno di accogliere il rischio mortale di essere discepoli di questo Messia, perdente per il mondo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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I PROFETI NON SONO MAI NELLA MAGGIORANZA

 Ger 1, 4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13, 13; Lc 4, 21-30 

 

Elia e la vedova di Sarepta (G. Lanfranco, Roma)

Gesù suscita stupore negli abitanti di Nazareth, suoi concittadini: “Erano stupiti delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca“…Il loro, però, è uno stupore che “marcisce” a causa dell’interesse personale e dall’utilitarismo…lo stupore “marcisce” perchè affondato nella “religione” che cerca il proprio tornaconto, la propria “salvezza”, che cerca Dio solo per servirsi di Lui…I nazaretani, infatti, del discorso inaugurale del suo ministero che Gesù ha appena pronunziato nella loro sinagoga commentando l’evangelo di Isaia (cfr Is 61,1ss) non colgono nulla! Hanno fisso in cuore solo un pensiero: come usare Gesù?

Hanno sentito dire dei suoi “miracoli” avvenuti a Cafarnao e ora vogliono lo stesso per loro. Su Gesù e sui suoi segni reclamano diritti: sono suoi concittadini! Gesù ha sentito queste loro recriminazioni…ha udito mezze parole, ha avvertito le loro mormorazioni, ha percepito le loro attese…I suoi concittadini hanno proclamato il loro stupore dinanzi alle parole di grazia che ascoltano da Lui, e “grazia” vuol dire “dono”, “gratuità”, vuol dire un dono sovrabbondante ed inaspettato…in realtà, però, essi abbandonano la strada del dono gratuito ed imboccano la via della pretesa, dell’accampare diritti…parlano di “patria”; un’espressione questa sempre “indecente” sulle labbra di un credente! Un’espressione che crea particolarismi, divisioni; una parola pericolosa “patria”, perchè a volte, come ha scritto spesso Enzo Bianchi, diventa facilmente un concetto “contro” gli altri, un concetto che tende a creare barriere e privilegi!

E’ quello che vogliono i nazaretani i quali pretendono che Gesù sia loro…ma, si badi, non perchè hanno capito, come dicevamo domenica scorsa, che Gesù è l’evangelo, ma perchè sperano di poter ricavare da Gesù qualcosa per loro. Il loro stupore “marcisce” perchè non si apre alla fede in quel Gesù che è l’evangelo per loro, sì, ma anche per tutti gli uomini!

Gesù aveva detto, leggendo Isaia: “Lo Spirito del Signore è su di me…e mi invia ad annunziare ai poveri un evangelo”! E loro, i nazaretani, non sono poveri, perchè sono ricchi delle loro pretese; sono ricchi della presunzione che Gesù sia loro proprietà.

Gesù questo non può accettarlo e si pone subito sulla linea dei grandi profeti del passato; anche Elia ed Eliseo fecero grandi miracoli per “quelli di fuori”: la vedova di Sarepta di Sidone, e Naaman il Siro non avevano titoli di pretesa dinanzi al profeta, e neanche dinanzi al Signore…e se Naaman va ad Eliseo chiedendo la guarigione, la povera vedova addirittura non aveva chiesto nulla! Entrambi, però, vengono presentati come incapaci di accampare alcun diritto.

Il problema di fondo è sempre quello di Adam: rigettare la logica del dono per accogliere la logica perversa della pretesa, se non addirittura quella della “rapina”! (cfr Fil 2,6).

I suoi concittadini alla fine, visto che riescono ad “usare Gesù” per i loro scopi, arrivano a progettare di ucciderlo: Gesù o è loro, o è meglio che non sia di nessuno! Questa è la loro logica perversa! Meglio uccidere un “messia” che non serve! La logica di patria è diventata subito una logica “contro” gli altri: contro Gesù che non accondiscende ai loro desideri, contro gli altri che non siano nazaretani, a cui desidererebbero sottrarre sia le parole di grazia che dice Gesù, sia soprattutto i suoi miracoli!

La scena conclusiva di questo racconto di Luca è davvero tragica: lo conducono fuori dalla città e cercano di gettarlo nel vuoto. Scena tragica che ci conduce alla fine della vicenda di Gesù, quando verrà condotto fuori dalla città e gettato nel vuoto della morte.

C’è poco da fare: Gesù è un profeta scomodo da seguire; le sue vie sono vie senza esenzioni, senza “patrie” e senza particolarismi!

Oggi accade un po’ quello che accadeva a Nazareth in quel giorno di rivelazione: tanti si stupiscono di Gesù, lo ammirano, sono interessati a Lui, forse alcuni sono ammirati perfino di alcune opere della sua Chiesa; ma quanto a seguirlo ed a compromettersi per Lui, non se ne parla neanche! E quando qualcuno vuole farlo davvero, il nostro mondo cerca subito di “ricondurlo alla ragione, invitandolo a “non esagerare”, ad essere “sanamente” mediocre!

E’ quello che succede quando lo stupore non diventa fede, è quello che succede  qundo lo stupore inizia a fare i calcoli e non vuole essere strada per vite compromesse.

Gesù è profeta scomodo perchè fa uscire fuori dal banale, ed il banale, per il mondo, è tanto rassicurante! Il banale è poi molto comodo per i potenti che vogliono gestire uomini banali e pronti a vendersi tutto per i propri privilegi sia pure piccoli piccoli!

Seguire Gesù, cogliendo davvero le parole di grazia che sono sulla sua bocca, significa diventare, con Lui, profeti scomodi di un’umanità segnata da quell’amore tanto scomodo, che Paolo canta straordinariamente nel celebre inno all’amore della sua Prima Lettera ai cristiani di Corinto, e che oggi si ascolta in questa liturgia.

Essere profeti scomodi: questa è la vocazione della Chiesa!

Non bisogna però dimenticare una cosa: essere profeti scomodi significa essere sempre “minoranza”. I profeti, ricordiamolo con forza, non sono mai nella maggioranza! Dobbiamo rifletterci: la folla non è mai profetica…è rivoluzionaria  e  violenta (e infatti le grandi rivoluzioni che la storia ricorda ce lo dimostrano!). Per questo le rivoluzioni non cambiano il mondo…checchè se ne dica! Le rivoluzioni abbattono giustamente dei tiranni ma ne creano di nuovi e, a volte, più tremendi dei precedenti. La profezia, invece, lotta per cambiare il mondo attraverso un piccolo gregge minoritario che è disposto a pagare il prezzo della solitudine e dell’incomprensione; la profezia viene sempre trascinata fuori dalla città degli uomini per essere uccisa; lì però parla più autenticamente ancora!

I credenti sono profeti di un mondo nuovo aperto al futuro di Dio, ma paradossalmente il mondo li rigetta e ride di loro, accusandoli di essere superati, vecchi, incapaci di “aggiornarsi”…è una delle tante mistificazioni del mondo per soffocare l’Evangelo!

Gesù a Nazareth oppone alla violenza cieca dei suoi concittadini la ferma volontà di continuare ad essere ciò che è, senza compromessi, senza accomodamenti!

Gesù è nemico di ogni conformismo!

Noi credenti di oggi siamo “complici” di Gesù, o siamo “complici” del mondo che ci vuole innocui, allieneati e conformi al suo quietismo?

P. Fabrizio Cristarella Orestano




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