IV Domenica di Pasqua (Anno C) – La Sua promessa

 

SIAMO NELLA SUA MANO

At 13, 14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10, 27-30

 

La riflessione sul mistero pasquale continua questa domenica con l’icona del buon pastore; quest’anno passa un brano brevissimo del decimo capitolo dell’evangelo di Giovanni, brano forse troppo breve che, estrapolato dal suo ampio contesto, rischia di aprire a discorsi generici e moralistici…magari di tipo vocazionale per l’uso invalso di fare di questa domenica un momento di preghiera per le vocazioni sacerdotali. Credo che bisogna leggere questo testo in una più ampia prospettiva, in un’ottica certamente rivelativa del volto di Dio mostrato in Gesù e nella sua croce e risurrezione.

Il quarto Evangelo ha chiarissima questa prospettiva: Gesù è la narrazione, la spiegazione del Padre (Gv 1, 18); questa narrazione sarà per Giovanni il motivo della condanna di Gesù: la verità che ha narrato è la sua identità di Cristo e di Figlio di Dio, egli è il Cristo perché è Figlio di Dio; sarà ucciso perché presenta un Cristo altro e un Dio altro rispetto a quello che si pensa. Gesù narra un Dio che non risponde alle attese e ai timori degli uomini; quello che Gesù narra con tutto se stesso non è un Dio potente che si impone e vince, che esonera i suoi dal dolore, dalla malattia e dalla morte. E’ Signore perché si fa schiavo con gli schiavi (e questo fin dal tempo dell’Esodo era chiaro: è il Dio degli schiavi e non del Faraone!), è pastore perché agnello mansueto ed offerto. E’ salvatore perché perde la sua vita.

Noi abbiamo idee ambigue sul Cristo, ma anche sulla vita, anche sulla morte…abbiamo idee falsate anche su Dio e di conseguenza anche sull’uomo.
Gesù si presenta a noi come colui capace non di compiere le nostre attese – che spesso si volgono verso orizzonti miopi e fallaci – ma di compiere le sue promesse!
La promessa che questo Evangelo di oggi tratteggia è la promessa di una vicinanza straordinaria tra noi e lui; una vicinanza che siamo capaci di cogliere perché è la vicinanza di chi si è fatto davvero nostro compagno nella sofferenza e nella morte; è la vicinanza di chi ci precede nel cammino di umanità, ci precede proprio come il pastore che nell’uso orientale procede sempre avanti al gregge. Bevendo il calice della nostra umanità dolente Gesù ha creato un legame indistruttibile ed assoluto con ogni essere umano. Ecco cosa rende la voce e la parola di questo pastore inconfondibili; chi appartiene al suo gregge le riconosce! Il battezzato ha dentro di sé come un senso ulteriore capace di riconoscere quella voce e quel volto ogni qual volta Gesù lo sfiora più da vicino…come il discepolo amato ha la vocazione di gridare «E’ il Signore» a quanti non sanno cercarlo e sono raggelati nelle loro infecondità (cfr Gv 21, 7).
Chi è capace di riconoscere la sua voce  appartiene al suo gregge, come Maria di Magdala che nel giardino riconosce la sua voce che la chiama per nome e, come Maria di Magdala, non deve pretendere di afferrarlo con le proprie mani (Cfr Gv 20 ,17), ma deve cominciare a vivere nelle mani di Lui; in questo testo evangelico mi pare davvero straordinaria questa immagine delle mani di Cristo pastore, un’immagine che si dilata fino a mostrare altre mani ancora, quelle del Padre; mani che si sovrappongono in una rivelazione grandiosa che questa pagina giovannea ci consegna: «Io ed il Padre siamo uno»!  Abitando le mani del Figlio si abitano le mani del Padre!

“Mano” indica la forza, il potere, la capacità di agire…le pecore dovranno passare attraverso uno scandalo che capovolge tutte le logiche di buon senso: dovranno capire che quella mano in cui si sono rannicchiate è potente perché ha scelto l’impotenza di essere inchiodato ad una croce; quella mano ferita per l’amore, dopo la Pasqua radunerà le pecore disperse, le stringerà a sé, le farà diventare suo gregge per sempre, e nulla le potrà strappare da quella mano. E’ ancora la rivelazione di un paradosso incredibile, di un amore più forte della morte, un amore che non è forte, come dicemmo a Pasqua, perché evita la morte ma perché l’attraversa. Gesù è pastore bello-buono perché nel suo agire paradossale dona la vita per le sue pecore, dona la vita perché esse abbiano la vita eterna!
Tutto questo ha un terreno meraviglioso, un luogo caldo: la mano di Dio, che la mano trafitta del Figlio ci ha narrato in una scandalosa alterità.

Come non fidarsi di una mano trafitta per me? Dove trovare un luogo più sicuro se non in quelle mani? Lui, il Cristo, le mani per il gregge se l’è sporcate! Nel suo sangue!

Affidarsi a quelle mani sarà per noi fonte ulteriore di vera conoscenza del Dio narrato a pieno nella Pasqua di Gesù.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima (Anno C) – Giustizia e Pazienza

NELLA STORIA DEGLI UOMINI

Es 3, 1-8a.13-15; Sal 102; 1Cor 10, 1-6.10-12; Lc 13, 1-9

La cronaca di un episodio sanguinoso che ha macchiato il culto a Gerusalemme e la memoria di un incidente occorso durante la costruzione del Tempio in cui morirono diciotto operai, dà a Gesù l’occasione di una riflessione sul vero volto di Dio e sull’urgenza della conversione…il tutto sfocia in una parabola che è al centro della nostra liturgia di questa domenica.

La prima cosa che Gesù deve smascherare è la ricorrente idea che una morte violenta o dolorosa sia conseguenza immediata di un peccato, di una colpa; deve negare che ci sia cioè un rapporto causa-effetto tra peccato e castigo all’interno della storia. Questione vecchia che già i profeti avevano stigmatizzato (cfr Ez 18, 1) e che il Libro di Giobbe aveva confutato con il suo affascinante percorso. Un’idea però tanto radicata da essere ancora oggi serpeggiante persino nel popolo cristiano. Gesù deve smascherare la menzogna di questa idea e sottolineare contemporaneamente che Dio non è questo punitore spietato; deve sottolineare che non c’è collegamento diretto tra “disgrazia” e un peccato del “disgraziato”. Gesù afferma che episodi come quelli citati vanno letti nella linea di un appello forte, pressante, urgente alla necessità di non sprecare la propria vita, di non svilire il proprio tempo, di non imboccare vie di morte ma di spendere la vita, che è così fragile ed esposta, volgendosi a Dio, alle sue strade; in una parola convertendosi!

 Non cogliere l’urgenza della conversione pone nel rischio di sentirsi dire da Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo» … e, si badi bene, non è una minaccia; non si tratta di essere puniti per dei peccati; si tratta, invece, di “perdere la vita” credendo, ingannevolmente, di “guadagnare il mondo intero” (cfr Lc 9, 25; Mt 16, 26).

Gesù non può accettare che si pensi a Dio come ad un giustiziere astioso che attende solo il momento opportuno per regolare i conti senza pietà! Questo Dio non è il Padre di cui Lui è innamorato e che è venuto a narrare all’umanità.

Ed ecco così la parabola del fico sterile. Gesù usa questo racconto per dire chi è davvero il Padre suo. C’è questo albero presso cui il proprietario è venuto a cercare frutti per ben tre anni, e non ne ha mai trovati; che fare?
Bisogna stare molto attenti a leggere questa parabola e soprattutto non bisogna leggerla come un’allegoria, per cui ogni elemento deve corrispondere nel significato ad un’altra realtà. Per esempio, nel discorso di Gesù nel IV Evangelo sulla vite e i tralci (cfr Gv 15, 1ss) ci troviamo dinanzi ad un’allegoria («Io sono la vite, voi i tralci e il Padre mio è il vignaiolo»); qui no!
Se leggessimo questa parabola come allegoria rischieremmo di vedere nel padrone severo il Padre e nel servo buono il Figlio che così risulterebbe più compassionevole, più paziente e più buono del Padre! Capiamo bene che Gesù non avrebbe potuto mai raccontare così suo Padre; la chiave di lettura non può essere questa. Mi pare che i due personaggi non siano assolutamente il Padre ed il Figlio: i due personaggi sono due istanze che, potremmo dire, si agitano in Dio stesso: l’istanza della verità e della giustizia e l’istanza della pazienza compassionevole.

In effetti, il padrone non ha torto a perdere la pazienza ed a pensare di abbattere il fico inutile … in più il fico tutto verde e senza frutti è icona di quella religiosità solo apparente che è in abominio al Signore (cfr Mic 7, 1 o Ger 8, 13); il servo, rappresenta, come dicevo l’istanza del cuore di Dio che non può scatenare la sua collera ma decide di pazientare, di attendere. Dio sceglie di non assumere solo l’equità ma di attendere.

Il tempo che si prolunga è però segno di misericordia non di assenza di giudizio sull’infecondità e sui rinvii che impediscono ogni conversione. Il tempo si prolunga per permetterci di usare il tempo saggiamente, di viverlo e non sprecarlo; il tempo non si prolunga per giustificare rimandi ed indifferenze.

La vicenda di quegli uccisi per ordine di Pilato e quella degli operai morti nel cantiere della Torre di Siloe ricordino a tutti che il tempo è breve e che la vita va vissuta, e senza sprechi insensati; invece di blaterare su presunti castighi di Dio in risposta di chissà quali oscuri delitti o peccati, sarebbe saggio pensare a non gettar via la vita ed il tempo che ci sono concessi dalla Misericordia.

Dinanzi al Dio “che ha tempo per l’uomo”, come scriveva Karl Barth, all’uomo è chiesto di vivere il tempo con responsabilità. Il racconto nel Libro dell’Esodo di Mosè al Roveto ardente ci narra proprio di un Dio che si cala nella storia degli uomini (Sono sceso, dice il Signore); un Dio che è capace di vedere, ascoltare e conoscere il dolore dell’uomo e che fa del tempo un luogo di vita e non di morte.

Il Nome rivelato a Mosè è una promessa: «Io-ci-sono»!
Lui c’è, e dona la grazia di saper cogliere il dono del tempo, il kairòs che ci è dato perché la vita sia davvero vita e non sia sprecata. L’unico “spreco” che, di contro, è doveroso al discepolo di Cristo, è quello della Croce ove la vita è “gettata” per amore, “sprecata” e non conservata gelosamente. Uno “spreco” che è dunque nella logica di un tempo vissuto in pienezza, di una vita in cui si arde fino a consumarsi. Chi è capace di vivere così riesce a dare quei frutti che il Signore attende dalla nostra pianta.

La Quaresima sia tempo di grazia per imparare a “sprecare” la vita così; non perdendola ma offrendola.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Servo della Parola

 

 UNA PAROLA DIVENTATA AVVENIMENTO

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12, 12-30; Lc 1, 1-4;4, 14-21

 

L’Evangelo di questa domenica ci fa ascoltare due inizi solenni: quello dell’Evangelo stesso di Luca e quello che, lo stesso Luca, racconta come inizio della predicazione di Gesù.

Nell’elegante e classico prologo del suo Evangelo, Luca scrive di “avvenimenti”, di “testimoni oculari”, di “ricerche accurate”…insomma, l’Evangelo, che Teofilo riceve per mano di Luca, non è un trattato teologico o una serie di belle ed edificanti idee, ma è una vicenda; come abbiamo celebrato nei giorni del Natale, l’Evangelo è carne, la carne del Figlio di Dio, di Gesù di Nazareth! L’Evangelo, la Buona Notizia, è la carne di Dio che viene a vivere e a sporcarsi le mani in questa nostra vicenda quotidiana

Luca dichiara di voler raccontare questa storia di Dio con-noi e si propone di farlo grazie alla testimonianza di coloro che l’hanno vissuta, ne hanno fatto esperienza e ne hanno saputo fare una lettura nella fede.

Il destinatario ha un nome: Teofilo, in greco “che ama Dio”; questo nome non è casuale, nè, per i più, è un nome di una persona reale; è dichiarazione di una certezza che Luca ha nel cuore: può ricevere l’Evangelo e “dargli credito” solo chi ama Dio, solo chi è disposto a fidarsi di Lui per leggere nella carne di Gesù di Nazareth un Teo-evangelo, una notizia di gioia che Dio ha proclamato all’umanità.

Questi avvenimenti che Luca racconta sono divenuti Parola di Dio tanto che chi fu testimone di quei fatti è diventato servo della Parola…è strano che Luca qui usi, per “servo” la parola “iuperétai” che, alla lettera, vuol dire “rematori”, “uomini a servizio in un equipaggio”: forse Luca ha in cuore i “viaggi” della Parola per raggiungere le sponde di tutti gli uomini, quelli che ha vissuto con Paolo e che narrerà negli Atti degli Apostoli.

Il secondo solenne inizio è quello della predicazione di Gesù. Siamo al capitolo quarto dell’Evangelo; dopo il battesimo al Giordano e dopo le tentazioni affrontate e vinte nel deserto, il primo atto di Gesù (ormai a pieno consapevole di essere il Figlio amato e il Messia!) è, per Luca, “tornare a casa” in Galilea per iniziare da lì. E a Nazareth, proprio a Nazareth dove Gabriele aveva parlato a sua madre e dove il sì di lei aveva resa possibile la Parola («Avvenga in me secondo la tua parola» cfr Lc 1, 38), la Parola inizia la sua corsa e si presenta al popolo nella sinagoga!

La scena è solenne: Gesù apre il rotolo di Isaia, legge, poi si siede e commenta; attorno a Lui attenzione carica di attesa, sguardi puntati, silenzio. In questo silenzio Gesù, che ha letto le parole del profeta sul Servo (cfr Is 61, 1ss), proclama che quella parola è diventata compimento! E compimento significa avvenimento! E quell’avvenimento è Lui stesso, Gesù! Insomma, la parola di promessa che il profeta aveva pronunziato a nome di Dio ora è avvenuta. Le orecchie di coloro che ascoltano non sentono più una promessa ma sono chiamate a cogliere un evento. D’altro canto, lo sappiamo, in ebraico il termine “d’bar” significa “parola”, ma anchefatto”, “accadimento”…

Gesù è la Parola del Padre non perchè dice qualcosa ma perché è quello che è! E’ il suo esserci che “parla”, sono i suoi gesti che “dicono”, è la sua vita, in tutta la sua interezza, che è Parola definitiva di Dio!

In quel sabato di Nazareth Gesù, che aveva ricevuto al Giordano la parola di tenerezza e di rivelazione dal Padre (cfr Lc 3, 22), che era andato nel deserto ad iniziare la lotta con Satana ed aveva iniziato a riportare la vittoria su di lui anche per noi, può presentarsi come evento di liberazione e di guarigione.

Lo Spirito che su di Lui dimora “grida” anche in Lui i diritti di Dio sull’umanità e sulla storia, e Gesù è pronto a proclamare un Evangelo a chi si fa povero, a chi si fa, cioè, “cavità” per accogliere l’immensa novità della salvezza: «Lo Spirito del Signore è su di me e mi ha inviato ad annunziare ai poveri un evangelo…».

Gesù annunzia che è iniziato il tempo della grazia! Alla lettera: «Mi ha inviato…a predicare un anno gradito al Signore», a proclamare cioè che inizia un tempo che il Signore “sognava”, che il Signore gradisce, un tempo che rende lieto il Signore! E’ bellissimo! E’ un tempo in cui il Signore, attraverso il Figlio, ritroverà i figli dispersi e perduti e ne gioirà (cfr Lc 15, 32), un tempo in cui, attraverso il Figlio, potrà gridare un evangelo di libertà, di luce, di distruzione di ogni oppressione!
Gesù è tutto questo…Gesù è questo evangelo! Gesù è il “sogno” di Dio! Lui stesso!

Quando dimentichiamo che Gesù è l’evento di salvezza, che Lui è l’Evangelo, cadiamo subito in un cristianesimo incatenato e legalistico; quando crediamo che l’Evangelo sia una “nuova legge”, una serie di bei precetti religiosi e morali da adempiere per essere buoni cristiani, vanifichiamo la forza dirompente dell’Evangelo stesso, di quello vero… Vanifichiamo la libertà dell’Evangelo, libertà che si dipana incarnandosi in ogni credente con la sua incredibile ed infinita fantasia, come ci fa capire Paolo nel passo della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi si legge.

Quando, al contrario, la Chiesa comprende che l’Evangelo è Gesù, e lo accoglie, allora inizia di nuovo un’incarnazione di Dio, un’incarnazione in quell’ora concreta della storia. La vera ed unica vocazione della Chiesa è dunque una sola: ripresentare Gesù!
Per questo Paolo parla della Chiesa come del Corpo di Cristo: il “corpo” per la Scrittura è quello che noi siamo, è la nostra visibilità, è la nostra concretezza. Per far ciò bisogna cedere il proprio “terreno” a Gesù, alla sua piena umanità che racconta Dio, permettendo così a Dio di mettere ancora la sua tenda nella storia degli uomini!

E’ necessario però lasciarsi ferire da Cristo: l’uomo nuovo, che in Gesù si presenta a noi, deve ferire a morte l’uomo vecchio che è in noi! E ci si fa ferire solo se si ascolta in modo compromettente Gesù; e bisogna farlo oggi!
Guai, infatti, a chi vive una vita cristiana fatta di rimandi e di “tempi migliori”, al passato e al futuro: i “tempi migliori” possono essere sia quelli che si rimpiangono sia quelli che si attendono per prendere decisioni.
Dio, in Gesù, viene a cercarci nell’oggi, in ogni oggi; l’oggi, d’altro canto, è l’unica cosa che esiste! Domani non c’è, e quando ci sarà, sarà un oggi in cui dare quella benedetta risposta! L’appello di Gesù ci pressa con fermezza! Basta dirgli un pieno per entrare in quel tempo gradito a Dio: tempo di lotta, ma di bellezza; tempo di verità costose, ma anche tempo di luce e di liberazione!
Gesù è venuto per questo!
E’ il Salvatore…ma per davvero!

Abbiamo sperimentato che ci salva concretamente nei nostri oggi?
Dobbiamo dirci la verità: chi non ha vissuto questa esperienza, resta un cristiano “di facciata”, un cristiano “di religione”, un cristiano “di riti”, tutt’al più uno di quei cristiani esasperati da quella morale che diventa poi, facilmente, moralismo.
Gesù invece, è lì a dirci un evangelo, una buona notizia.

Non  ci trovi mai assuefatti o “accomodati”!
Ci trovi pronti a cogliere l’oggi di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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III Domenica di Quaresima (B) – Le Dieci Parole

 

PROMESSA DI UN DIO GELOSO

 Es 20, 1-17; Sal 18; 1Cor 1, 22-25; Gv 2, 13-25

 

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Ten Commandments di Peter Lipman-Wulf, Leo Baeck Institute at the Center for Jewish History

Dopo le tentazioni nel deserto, dopo la Metamorfosi che mostra la bellezza del Padre sul volto del Figlio, il nostro cammino quaresimale ci chiede di andare ancora più in profondità. Se le prime due domeniche sono state di contemplazione cristologica, ora ci è posta una domanda: “E’ efficace l’Alleanza di Dio nella tua vita? Che spazio reale ha?

Le tre letture di questa domenica sono in questa linea interpellante: il testo del libro di Esodo è parola di benedizione e promessa di fedeltà, e chiede subito un giudizio su di noi, se siamo cioè in cammino con il Signore, e lo fa rimettendoci sulle tracce di Israele nel deserto… La domanda che ci pone il celebre passo che leggiamo è se i nostri tratti si avvicinano a quelli del Signore; le Dieci Parole, infatti, ci disegnano i tratti di un volto umano che sono quelli di Dio! Incredibile, ma è così!

Il testo dell’Evangelo di Giovanni (la cacciata dei mercanti dal Tempio), superando tutte le letture moralistiche che si son fatte di questa pagina, mostra il Figlio che rivela il volto geloso del Padre: Gesù si presenta come divorato dallo zelo per il Padre… E’ ancora, dunque,  una parola che chiede giudizio su di noi.

Il passo della Prima lettera ai Cristiani di Corinto ci fa ascoltare Paolo che chiede, senza mezze misure, se la nostra fede è frutto di miracoli o di sapienza umana, o se ci basta la parola della croce. Si è discepoli di Cristo solo se si riconosce – e non a parole – che la «parola quella della croce» (così alla lettera il testo paolino) è l’unica fonte di vita. Per caso abbiamo altre fonti di vita?
In fondo il tutto è domanda forte sulla reale Signoria di Cristo nelle nostre vite, e al centro della Quaresima non c’è domanda più opportuna. La Scrittura oggi ci chiede una coraggiosa verifica della nostra sequela e della nostra gelosia per il Signore!

Il testo di Esodo bisogna saperlo leggere, altrimenti il suo senso più profondo ci sfugge. Non è un elenco di “comandamenti” come li abbiamo sempre chiamati, ma siamo dinanzi a Dieci Parole (in ebraico d’varim)! Non parole che limitano, ma parole che plasmano, creano l’esistenza del credente! Parole non da “osservare” ma da custodire (così il verbo ebraico!). Parole rivolte ad un “tu”, e non parole generiche…
Non sono comandi, e dunque grammaticalmente non sono all’imperativo ma nell’ebraico “incompiuto”, che è una specie di futuro che andrebbe tradotto con “tu sarai capace di…”. E’ chiaro così che si tratta di una promessa di Dio, una promessa che ha una premessa: “Poiché ti ho fatto uscire dall’Egitto e sono il Signore tuo Dio, se tu rimarrai con me in alleanza sarai capace di…”

Se si vive nella libertà che Dio ha donato, allora si diviene capaci di vivere in modo altro. Se si rimane nello spazio della salvezza e della libertà si è capaci di custodire le Parole che Dio ha pronunziato su di noi, si riesce a fare spazio al dono di Dio.
Custodia delle Parole è risposta all’Alleanza, anche se deve essere chiaro che non è la nostra risposta che sostiene l’Alleanza: dinanzi al Vitello d’oro, infatti, Dio rinnovò l’Alleanza…Dunque, è sempre la fedeltà di Dio che sostiene l’Alleanza.

Le Dieci Parole chiedono di custodire la memoria di Dio, il senso della sua presenza; chiedono di dargli spazio nella nostra vita. Le Dieci Parole mostrano il volto di Dio, sono rivelazione di chi Lui sia. Ne consegue che custodire le Dieci Parole è via di assunzione del suo volto…
Dio chiede di vivere secondo le Dieci Parole perchè è geloso ed esigente, e la sua è una gelosia che non tende, come le nostre gelosie, a difendere se stesso ma a difendere noi affinché non ricadiamo sotto il potere di nessun Egitto. E’ una gelosia liberante, una gelosia che fa crescere. Le Dieci Parole sono allora il risultato dell’azione liberatrice di Dio, ma sono contemporaneamente via di liberazione e di custodia della libertà. Parole che ci rendono capaci di custodire in noi il volto di Dio.

Nel passo di Giovanni Gesù ancora ci narra la gelosia di Dio: per Giovanni Gesù compie questo gesto scandaloso non alla fine della sua vita, alla vigilia della Passione (per gli altri Evangeli quest’episodio fu una delle accuse nel processo), ma all’inizio della sua vita pubblica. E’ la prima Pasqua che l’Evangelo narra; è un’azione profetica in cui però l’Evangelo riconosce un segno: il vero Tempio è il suo corpo! Entrando nel Tempio Gesù proclama un giudizio: non vuole una riforma della liturgia del Tempio, non vuole una moralizzazione del Tempio (!) ma vuole gridare che bisogna dare spazio a Dio! Il Tempio era un segno di questo spazio per Dio nel mondo, nella storia, nella vita…ora questo spazio è ingombro da altro…
Gesù vuole ristabilire lo spazio di Dio in mezzo al suo popolo! Gesù proclama che il Padre vuole dimorare in mezzo agli uomini (e il Quarto Evangelo arriverà a proclamre che vuole dimorare dentro gli uomini! – cfr Gv 14, 23). La scena della Purificazione del Tempio ci mostra che il Figlio è venuto a rimuovere ciò che impedisce il dimorare di Dio nell’uomo…

Il gesto di Gesù è simbolico, e rinvia al vero segno: questo sarà la distruzione del Tempio del suo corpo…il vero zelo di Gesù sarà il dono di sè “fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1).
Il vero segno che cambierà e purificherà i cuori sarà la sua Pasqua; d’altro canto il Gesù di Giovanni compie in quella Pasqua (e la datazione non è casuale!) un gesto preciso: scaccia i mercanti di animali e i cambiavalute (che servivano a cambiare le monete “impure” con monete lecite perchè senza immagini, con cui acquistare gli animali per i sacrifici) perchè vuole dire che d’ora in poi non ci sarà più bisogno di quei sacrifici di animali perchè è venuto il vero agnello.

La Parola ci chiede, dunque, un cuore unificato in cui Dio possa dimorare, e di questo ci rende capaci solo una cosa: l’accoglienza della libertà pasquale che Gesù ci dona. Una libertà che ha una sua espressione straordinariamente paradossale: è libero chi si fa dono; è libero chi si consegna totalmente, come Gesù.

Nel testo della Prima Lettera ai Corinzi che si legge oggi, Paolo lo riafferma con forza: solo la Croce di Cristo dà a Dio il giusto spazio nelle nostre esistenze. Paolo afferma che la Croce è l’unica sua sapienzami proposi di non sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e questi crocefisso»), proponendo se stesso quale immagine di Cristo (venni a voi in debolezza). La Chiesa che ne deve risultare è una Chiesa che può essere immagine di Cristo solo se mostra la sua debolezza («non ci sono in mezzo a voi sapienti, nobili…»). L’unica via è la «Parola, quella della croce» che è la logica della sconvolgente debolezza di Dio che si rivela nel Figlio: via di novità e via per verificare a chi si appartiene, chi si segue, che alleanza ci segna…

La gelosia di Dio che Esodo ci ha mostrato, lo zelo di Gesù che vuole che l’uomo sia spazio di Dio, trovano nello scandalo della Croce l’immagine più eloquente…lì è il segno dell’Alleanza, lì è il luogo dell’unificazione e della manifestazione di quest’unità. Lì, dove il Figlio si è fatto pienamente obbediente al Padre facendosi spazio per Dio e spazio per tutti gli uomini.

Questa Quaresima ci conduca alla nudità della Croce…con lo sguardo fisso alla Croce, sapremo rispondere alle domande che verificano la nostra autenticità nel discepolato.

Via dura? Via necessaria!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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