XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Entrare nel Regno

 

 SCENDERE NEL NOSTRO PECCATO

Ez 18, 25-28; Sal 24; Fil 2, 1-11; Mt 21, 28-32

 

I due figli e la vigna (Icona)

I due figli e la vigna (Icona)

La parabola dei due figli. Una pagina splendida per la sua sobrietà, un racconto scarno ed efficace, una parola che vuole “graffiare” le placide sicurezze degli interlocutori di Gesù che gli avevano domandato con quale autorità compiva gesti come quello di scacciare i mercanti dal Tempio (cfr Mt 21, 12ss; Mt 21, 23). Gesù risponde con una domanda circa il Battista (“da dove proveniva il battesimo di Giovanni? Dagli uomini o dal cielo?”), una domanda essenziale per Gesù: solo chi ha accolto l’invito a conversione del Battista può avere accesso al riconoscimento di Lui e della sua autorità.
Quelli che lo avevano interrogato avevano preferito non rispondere per una scelta “politica”, per non compromettersi nè con Gesù nè con la folla che stimava il Battista.
E Gesù rifiuta anche Lui di dire dell’origine della sua autorità, scegliendo subito dopo – ci dice Matteo – di dire qualcosa a questi uomini induriti dalla loro presunzione.
E lo fa con tre parabole che ascolteremo in queste tre domeniche.

La prima parabola è quella dei due figli. Inizia con una domanda: Che ve ne pare? E’ un invito a non rimanere fuori dalla parabola, ma ad entraci e a farsi “ferire” da essa. La parabola termina con un’altra domanda: Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre? Tra le due domande poste da Gesù agli interlocutori c’è la breve parabola: due domande che non si possono eludere, e dinanzi alle quali non si può non prendere posizione.

Non eludiamo l’Evangelo: se allora questa parabola era rivolta ai capi e agli scribi del popolo di Israele, oggi è rivolta a noi, e vuole “graffiare” noi!

C’è un figlio che dice no alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna, e lo dice con un semplice, ma netto “non voglio!”; poi, pentitosi di quel rifiuto, ci va.
C’è un altro figlio che alla proposta del padre risponde prontamente  ma poi non ci va; in greco risponde con un semplice ed entusiastico “egó”, “io”, e quell’io quasi gridato ci fa pensare… Questo figlio, infatti, è uno che pensa sempre a quel suo io, che deve apparire buono, retto, limpido e, in ogni caso, in primo piano! In realtà quell’io è carico di “filautίa”, di quell’amore di sé che chiude in sé, e fa guardare ad ogni costo solo ai propri interessi.

La domanda di Gesù non può avere che una risposta: il figlio che ha detto “non voglio” ha fatto la volontà del padre; non quell’altro figlio, impeccabile e con l’io perfetto sulle labbra. La risposta è solo una, e gli interlocutori di Gesù la pronunziano prontamente.

Gesù tuttavia applica subito la parabola alla storia concreta della loro vita, e lo fa con uno di quei detti scandalosi per ogni uomo religioso: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Sì, quelli, i pubblicani e le prostitute, hanno detto di no alla legge, alle osservanze, alla “religione”, ma poi – per la Parola che hanno ascoltato – si sono pentiti e “sono andati nella vigna”…
Loro, i capi, gli scribi, i farisei hanno sulle labbra quel terribile “egó”, non hanno saputo vedere il loro peccato, e sono rimasti fuori nelle loro mortifere sicurezze; sembrano sempre pronti a lavorare nella vigna, ma in realtà sono sempre a casa loro!

I pubblicani e le prostitute, che prima avevano ascoltato il Battista, ora ascoltano Gesù; essi non si nascondono dietro paludamenti “religiosi” e sacri, non hanno alcun “egó” dietro cui nascondersi e nessuna “giustizia” di cui paludarsi: hanno davanti il loro banco di riscossione di tasse inique, o lo squallido commercio del loro corpo (cfr Sal 51,5: “il mio peccato mi è sempre davanti”) … Ed eccoli lì: entrano nel Regno, perché convertiti dall’Amore che perdona.

Cosa ha permesso ai pubblicani ed alle prostitute di entrare nel Regno? La misericordia. Una misericordia che essi hanno potuto sperimentare grazie al loro peccato. E’ paradossale – come sempre – ma è così!

Perchè quel figlio del no si pentì? Il testo non ci dà risposte, non ci dice dell’atteggiamento del padre dinanzi a quel rifiuto; il silenzio del racconto forse ci dice di un silenzio del padre paziente ed innamorato di quel figlio ribelle, di un padre che conosce il cuore del figlio e ne attende i frutti. Certo è che quel figlio passa dal “non voglio!” ad un vero; certamente deve aver sentito il peso ingiusto del suo no dinanzi all’amore del padre.

I pubblicani e le prostitute ci passano avanti perché possono pesare il loro peccato dinanzi al peso dell’Amore che li cerca nelle parole di Gesù, nell’Evangelo che hanno ascoltato con cuore stupito.

Il rischio per noi è che non sperimentiamo questa grazia, perché crediamo di dare sempre l’impressione di dire …in realtà rischiamo di dire solo “egó”!
Come facciamo a misurare la nostra verità dinanzi all’Evangelo? C’è solo una via: il confronto con Gesù a viso aperto, a cuore aperto…

Paolo scrive ai suoi amati cristiani di Filippi che è necessario avere lo stesso sentire di Gesù che spogliò se stesso assumendo, per amore del mondo, la forma di schiavo crocefisso. Cristo fu umile perché discese… Ecco la via: l’umiltà che ci permette di scendere nelle profondità del nostro peccato e dei nostri “non voglio!” … ed è lì che incontriamo Cristo.

Non a caso, al capitolo settimo Della santa Regola, Benedetto dice ai suoi monaci di percorrere i gradini dell’umiltà per giungere alla verità, e l’ultimo dei dodici gradini non è una vetta ma una profondità: il monaco “stimandosi sempre colpevole dei suoi peccati… ripensi nel cuore ciò che disse quel pubblicano evangelico con lo sguardo fisso a terra: ‘Signore non sono degno io, il peccatore, di alzare i miei occhi al cielo’ ”.

Il monaco, scrive il nostro Santo Padre Benedetto, entra nel Regno solo se si mette davvero nei panni del pubblicano…e questo è vero per tutti: siamo tutti ingiusti e avvezzi alle prostituzioni. Se lo riconosciamo dinanzi all’Amore, ci pentiamo e andiamo davvero nella vigna a testimoniare di essere dei peccatori perdonati dalla Croce del Figlio, che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso, venedoci a cercare nella nostra miseria.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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GESU’ GUARDA AL CUORE 

  –  Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4, 6-8;16-18; Lc 18, 9-14  –

Il Fariseo ed il Pubblicano - Mosaico, S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Il Fariseo ed il Pubblicano – Mosaico, S. Apollinare Nuovo (Ravenna)

Certamente gli Evangeli hanno compiuto un’opera di semplificazione e anche, in qualche modo, di “diffamazione” nei confronti dei Farisei. Questo perché gli evangelisti scrivono in un tempo in cui il giudaismo, il quale rappresentava l’opposizione più macroscopica alla predicazione dell’Evangelo di Gesù, era ormai nelle mani proprio dei Farisei, vista la fine del sacerdozio dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C.

Certamente non tutti i Farisei erano meritevoli delle invettive di Gesù e, negli stessi Evangeli, scopriamo anche che Gesù era amico di molti di loro che, a dirla tutta, erano, in verità, la parte sana, fedele ed impegnata dell’ebraismo di quel tempo; certo, erano esposti al rischio della “religione”, e questo Gesù l’avrà stigmatizzato ove c’era da stigmatizzarlo, indicando i rischi dell’ ipocrisia degli “uomini religiosi”. Gli evangelisti, inoltre, non fanno solo polemica con il fariseismo storico del tempo, ma mostrano la figura del Fariseo come monito alle loro Chiese nelle quali si insinuava già il rischio della “religione” e dell’ipocrisia … cose terribili sempre in agguato allora come oggi.

Ed ecco la parabola di questa domenica: la famosissima parabola del Pubblicano e del Fariseo. Su cosa appunta l’attenzione questo racconto? Sulla preghiera? Certo, ma sulla preghiera come specchio della vita, sulla preghiera come luogo rivelativo della qualità del credente, come spazio rivelativo di fede, come spazio in cui si potrebbe verificare che certa fede non è più fede.

Il Fariseo della parabola, si badi bene, non è un ipocrita! Il suo peccato non è l’ipocrisia…”ipocrita” è uno che finge, e quest’uomo non finge! Davvero fa tutte le cose che elenca, davvero, per amore della Torah, osserva i precetti ed anzi fa anche di più; infatti digiuna due volte alla settimana, mentre per la Legge dovrebbe farlo una volta all’anno (nello Yom kippur) e per le usanze del tempo, tutt’al più, una sola volta alla settimana; paga le decime di ciò che acquista, ed invece dovrebbe pagare decime solo su ciò che vende … Insomma è davvero un giusto secondo la Legge!

Il peccato di quest’uomo, lo ripeto, non è l’ipocrisia ma la fiducia smodata nelle proprie opere e nella propria “giustizia” … è tanta questa “fede” in sé che la sua preghiera inizia proprio come preghiera (O Dio, ti ringrazio…): ne ha la forma, ma poi non risulta più una preghiera perchè a Dio nulla chiede e tutto ostenta! Inizia con il ringraziare, ma quel ringraziamento è asfittico, ha respiro corto; quasi quasi ci pare una formalità “liturgica,” e le sue parole imboccano una strada che è tutt’altro dalla preghiera. Non capiamo bene perché questo fariseo sia salito al Tempio se non per presentare un “conto” a Dio … certo non è salito per pregare, e quelle parole che dice certo non penetrano le nubi, come scrive l’autore del Libro del Siracide nel brano che oggi si legge. D’altro canto la sua postura ce la dice lunga sui suoi sentimenti dinanzi a questo Dio che certo, per prassi va ringraziato, ma che poi deve esser grato Lui al Fariseo per le sue fedeli osservanze!

L’altro, il Pubblicano, anche lui dice tutta la verità sulla sua vita: è peccatore! Di più non sa dire. La sua condizione è di quelle che non permettono nessuna fronte alta e nessuna pretesa; non ha un “conto” da presentare a Dio, non ha da presentargli altro che la sua miseria. Il Pubblicano ha solo uno sguardo vergognoso su di sè, e uno sguardo speranzoso su Dio; se Dio è il Santo, lui peccatore non è degno, ma se Dio è misericordioso lui può sperare salvezza pur nella sua miseria. Lo sguardo del Pubblicano non si posa sugli altri, ma solo su Dio e sulla miseria della sua vita. Non così il Fariseo: il suo sguardo si posa subito con disprezzo sul pubblicano che, solo con la sua presenza impura, offende la sua vista e la sua “religione”!

Il Fariseo, poichè non sa guardare a Dio, non sa neanche guardare gli altri … il Pubblicano, invece, non osa guardare gli altri: sono tutti migliori di lui. Si osservi, a tal proposito, che Luca pone sulle labbra del Pubblicano una preghiera impressionante: Abbi pietà di me che sono il peccatore! Così nel testo in greco. Non dice “che sono un peccatore (uno fra i tanti!) ma il peccatore, come se fosse lui l’unico peccatore!

Il Pubblicano, diversamente dal Fariseo, prega davvero perché si rivolge a Dio con piena fiducia nella sua misericordia, in una misericordia gratuita, senza motivi … non ha nulla da presentare a Dio se non un vuoto, che sa che Dio può riempire; è il vuoto dei suoi peccati e delle sue lontananze; il Pubblicano è uno che ha aperto gli occhi sulla sua verità e per questo ha colto anche la verità più profonda di Dio: è misericordia, e misericordia gratuita! L’altro è cieco, anzi è accecato da sè e dalla sua reale “giustizia”; al contrario, il Pubblicano conta su Dio e non su di sè!

Questo è quello che più piace a Gesù, questo è quello che, per Gesù, spalanca le vie del Regno! Gesù non loda la vita del Pubblicano e non disprezza le opere buone del Fariseo; Gesù guarda al cuore, e scopre nel primo (il cuore del Pubblicano) una strada spalancata al venire di Dio con la sua misericordia, nel secondo (il cuore del fariseo) una strada sbarrata, perchè ingombra di presuntuosi conti aperti con Dio.

Non è il caso di vantare le opere buone e non è il caso di fare i confronti con i peccati degli altri; è il caso, invece, di affidarsi alla gratuità di Dio dal quale tutto proviene. Fino a quando non si scopre e proclama questo primato di Dio, dice Gesù, non si riesce a pregare in verità e quindi neanche ad imboccare la via della salvezza.

Il Pubblicano di questa parabola viene reso giusto da Dio; quell’altro che ostenta la sua giustizia, non dà a Dio spazi di azione e torna a casa così come era salito al Tempio: pieno di sè, sicuro delle sue opere, ma povero di Dio e di quella vera grazia che potrebbe aprire la sua vita all’amore per gli altri uomini, rinunziando ad ogni disprezzo e riconoscendosi compagno di cammino di ogni uomo! Il Fariseo scende dal Tempio chiuso nella sua solitudine, privo di fratelli e privo di un vero rapporto con Dio.

Gesù è venuto a donarci un altro modello di uomo, un altro stile di fraternità, un’altra consapevolezza del reale: siamo peccatori perdonati che, grazie alla misericordia sperimentata, hanno la possibilità di allargare sempre di più i confini della fraternità!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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LA PREGHIERA

Sir 35, 12-14.16-18; Sal 33; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18, 9-14

 

 

Davanti a chi si prega? Dove si prega?

L’autentica preghiera cristiana avviene in un “luogo”  straordinario, non in un luogo, non in un tempio ma “in” Dio. Stando in Lui, dimorando in Lui, sentendosi avvolti dal suo Amore di Padre, dalla tenerezza del Figlio che ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr Gal 2,20), nell’abbraccio dello Spirito che abita in noi e ci trascina “in” Dio…E tutto questo non solo è il luogo della preghiera ma anche il motivo della lode che anima ogni vera preghiera. Lode per qualcosa che Dio ha fatto e fa per noi e lo fa in modo totalmente gratuito, a prescindere dai nostri “meriti”.

La parabola del fariseo e del pubblicano ci presenta due personaggi che incarnano la possibilità e la capacità o meno di pregare per davvero. In fondo Gesù non racconta questa parabola per parlarci direttamente della preghiera ma per parlarci di due cuori, di due modi di essere uomo davanti a Dio e davanti agli altri uomini. In questo racconto di Gesù la preghiera è solo (!) lo specchio veritiero del cuore dei due uomini. Nella preghiera si ravvisa la qualità dell’uomo. E’ così.

Ed eccola la preghiera del fariseo, uomo “religioso”, impeccabile, infallibile, irreprensibile. Una preghiera che sembra iniziare bene: O Dio, ti ringrazio…Anche Gesù inizia a pregare in modo molto simile: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra…(cfr Lc 10,21). Gli esiti sono però radicalmente diversi. Gesù ringrazia il Padre per quello che il Padre ha fatto rivelando ai piccoli i misteri del Regno; Sì, perché così è piaciuto a te… , dice Gesù. Il fariseo no: ringrazia per sé; non eventualmente per quello che Dio ha fatto in lui ma per quello che egli è e per quello che egli non è; non per quello che Dio ha fatto ma per quello che lui stesso fa. E qui la preghiera, direi, abortisce e diventa un’altra cosa: monologo capace solo di innalzare un muro tra lui e Dio! Un monologo folle in cio il fariseo addisittura si vanta davanti a Dio! Un monologo in cui trova agevolmente posto il disprezzo per gli altri, un disprezzo che non si accontenta d’essere generico per coloro che sono ladri, ingiusti, adulteri ma che si appunta anche su un soggetto concreto: quel pubblicano che certo gli ha disturbato la vista quando l’ha visto osare entrare nel tempio. Il monologo del fariseo è tanto folle d’orgoglio che elenca una serie di presunti precetti cui presta osservanza; dico presunti perche in verità nessun precetto della Torah chiede il digiuno due volte alla settimana, il Libro del Levitico lo prescrive una volta all’anno (cfr Lv 16,29); lui invece digiuna due volte alla settimana per espiare i peccati “degli altri”; certo non i suoi perché lui è irreprensibile (quanti ne cconosciamo di uomini e donne irreprensibili, incapaci di chiedere perdono, che hanno una ragione per tutti loro comportamenti e che non attendano altro che tu chieda loro perdono…magari per aver pensato male!); inoltre le decime, secondo la Torah, (cfr Dt 12,17) vanno pagate non dall’acquirente ma dal produttore; lui il fariseo, però, paga anche quello che non deve per sentirsi la coscienza a posto nel dubbio che il produttore avesse non pagato la decima…(l’espressione greca “panta osa ktõmai” è più preciso tradurla tutte le cose che acquisto e non tutte le cose che possiedo).

Il fariseo tragicamente crede di pregare ma non prega, crede di sbandierare a Dio la sua “giustizia” ma tornerà a casa sua senza giustificazione; aveva calpestato gli altri e quella concreta incarnazione degli altri che è quel pubblicano pur di elevarsi ma alla fine è nulla agli occhi di Dio. I saggi rabbini d’Israele già lo dicevano: La giustizia dell’uomo è un panno immondo.

L’altro, il pubblicano, è entrato nel tempio a testa bassa…non ha nulla da portare a Dio, solo la sua miseria, il suo peccato, i mille compromessi che ha fatto con se stesso e con la parola della Torah…è a mani vuote…le mani le usa solo per battersi il petto e per dire così che lì, nel suo petto, nel suo cuore c’è la causa di ogni sua miseria; in quel cuore fragile, incline al male…Non dice tante parole ma le sole sensate che noi uomini possiamo dire dinanazi alla santità di Dio: Sii benevolo con me…abbi pietà di me. A questo piccolo uomo gravato dal suo peccato gli altri appaiono tutti migliori di lui; avrà anche guardato con ammirazione a quel fariseo pieno di giustizia, con le mani levate a Dio e con tante parole che gli si leggeva sulle labbra; gli altri sono tutti migliori di lui perché lui è il peccatore. Il testo greco è così: c’è l’articolo determinativo: Abbi pietà di me il peccatore. Quasi che sia lui l’unico peccatore…Quando questi tornò a casa, ci dice Gesù, non era più a mani vuote, aveva il dono grande di Dio che con amore lo rendeva giusto: Tornò a casa sua giustificato.

Il problema allora qui non è quello del modo migliore di pregare, è un problema di verità e di consapevolezza della verità.

Il fariseo non sa la verità né di Dio, né di sé perché è ubriaco di se stesso. E’ lui l’orizzonte angusto della sua vita. Il pubblicano invece non sa altro che la sua verità cioè che è povero e peccatore, a mani vuote e con una sola speranza: la misericordia di Dio. E questo ci dice che sa pure la verità  di Dio, sa pure chi è Dio: è il Dio capace di amore e misericordia nella più assoluta gratuità. Direbbe S. Agostino che questo pubblicano è il vero sapiente: La vera sapienza – scrisse infatti S. Agostino – è sapere chi sei Tu, o Dio e chi sono io.

E’ impressionante che S. Benedetto nella sua Regola addita questo pubblicano come unico modello del monaco che, quando ha percorso tutta la scala dell’umiltà, deve essere come “publicanus ille”, come quel pubblicano (RB VII,65).

E’ così, e non solo per il monaco. E lì la nostra meta perché poi da lì il Signore compirà in noi le sue opere. Solo così l’uomo può consegnarsi nella mani di Colui che lo può plasmare fino a dargli il volto di Cristo, fino a dargli quella capacità di combattere la buona battaglia, di giungere al termine della corsa della sua storia custodendo la cosa che più conta: la fede, l’adesione a Lui che ci ama. In fondo il meraviglioso passo della Seconda lettera a Timoteo che oggi leggiamo è un modo di farci vedere in Paolo concretamente incarnato “publicanus ille”, in lui che si è riconosciuto amato nella più assoluta lontananza, mentre era nemico (cfr Rm 5,8-10).

Se avremo il “coraggio” dell’umiltà che è verità il Signore ci porterà a “volare alto”: Chi si umilia sarà innalzato!




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COSA CONTA PER NOI?

Ez 18,25,28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21, 28-32

 

 

Da oggi, per tre domeniche, Matteo ancora ci conduce nel “paese delle parabole” e lo fa per mostrarci, con un trittico (la parabola di oggi dei due figli, quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze), un grande dramma che si consuma nella storia ma che, in fondo, si può consumare in ognuna delle nostre vite: il dramma del rifiuto dinanzi alla proposta dell’Evangelo.

Il conteso in cui fioriscono queste tre parabole è una domanda provocatoria che la predicazione di Gesù genera nei cuori dei capi di Israele, che rappresentano la mentalità “religiosa”, legalistica, grettamente attaccata al potere: con che autorità fai queste cose? Gesù aveva risposto con un’ulteriore domanda: Vi chiederò anche io una cosa e, se me la direte, vi dirò anche io con quale autorità faccio queste cose. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini? I capi preferiscono non rispondere e Matteo fa seguire le tre parabole che spiegano il costante rifiuto che l’Evangelo trova. Certo in primo luogo qui Matteo è provocato dallo “scandalo” del rifiuto dei capi del popolo dell’Alleanza e delle Promesse, ma sarebbe un errore leggere queste tre parabole a senso unico, quasi con un retrogusto anti-ebraico, quasi come un’accusa contro Israele … Matteo partendo dall’esperienza di Israele, anzi dei capi di Israele (ricordiamo sempre che c’è l’Israele fedele, un resto che ha accolto Gesù e l’Evangelo e senza il quale non saremmo stati evangelizzati; è l’Israele che ha assolto la fedeltà all’elezione e all’Alleanza!) lancia un monito alla sua Comunità ecclesiale, monito circa una delle grandi piaghe che possono affliggere i percorsi di fede, la piaga dell’ipocrisia, del dire e del non fare, del dire e del non essere, del dire “Signore, Signore” e poi costruire la propria casa sulle sabbie del mondo, sulle sabbie dell’apparire (cfr Mt 7,21ss) … E’ proprio questo il peccato del figlio che dice il suo ma la sua vita è poi un no; è lo scegliere la via dell’apparire figlio obbediente ma di non esserlo per davvero; è la via ipocrita di voler apparire irreprensibili ma di essere ben altro; antichi codici del Nuovo Testamento raccontano la parabola inventando l’ordine dei figli: prima quello che dice no e poi fa la volontà del padre e poi quello che dice e non lo fa. Pare che questa sia la versione autentica, versione che chiaramente esclude una lettura solo polemica contro il rifiuto dei capi giudei. L’ordine che poi è passato successivamente nei codici fu certamente suggerito dall’interpretazione dei due figli con Israele (il primo che dice ma poi non fa) e i pagani (il secondo figlio sembrava figlio del no, ma poi ha accolto l’Evangelo). In realtà Matteo non voleva rinchiudere la parabola solo all’interno di questa polemica; se così fosse oggi leggeremmo una pagina solo archeologica e che non avrebbe nulla da dire al nostro vivere la fede cristiana, al nostro essere Chiesa alla sequela di un Signore esigente ma capace di dare un senso ultimo alle nostre vite.

La parabola dei due figli ci mette in guardia contro ogni volontà di apparire quel che non si è, contro ogni divorzio tra dire ed essere, tra essere e fare.

Quel che conta, dice Matteo, è la capacità di ricredersi, del coraggio di dire no alle vie che si erano scelte e dire a quelle che si erano rifiutate. In fondo Gesù non chiede una piena conformità tra il dire e l’agire (chi sarebbe al riparo?), chiede l’onestà di ricredersi, il coraggio di non indurire il cuore. Un “pentimento”, che giunge anche “alla fine” (“hysteron”), diventa possibilità di entrare nell’obbedienza.

Seguire l’Evangelo è certo via che scomoda, è lavoro in una vigna che spesso dà frutti amari dell’amarezza della incomprensione tra fratelli, delle divisioni e delle ingiuste contrapposizioni; seguire l’Evangelo è andare a lavorare in una vigna in cui si richiede di non cercare il proprio interesse, come ascoltiamo oggi da Paolo nella sua Lettera ai cristiani di Filippi; la via indicata è chiara: chi riesce ad uscire dalla disobbedienza per entrare nell’obbedienza è discepolo dell’ Obbediente per eccellenza: Gesù; Lui dovette lottare contro la tentazione della disobbedienza e dell’autonomia e, come scrivono i Padri,  lottò per noi e lo fece solo in un modo: facendosi obbediente fino alla morte e alla morte e alla morte di croce. Da allora ogni figlio tentato di disobbedienza, tentato dall’ apparire, ha la possibilità concreta di far sua l’obbedienza del Figlio.

Ricordiamo ciò che Isaia ci faceva ascoltare la scorsa domenica: Le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri (cfr Is 55,9) ; l’obbedienza a Dio ed alle sue vie è percorrere quelle vie e far propri quei pensieri. Eun cammino costoso che fa uscire dal proprio interesse per entrare nel regime del farsi dono, costasse il perdere ogni possesso (Non ritenne di comportarsi da avaro dinanzi alla sua divinità), costasse le vesti che ci proteggono condizione di schiavo), comportasse una piena assoluta condivisione con chi è fragile, misero (Divenne simile agli uomini), costasse il lasciarsi umiliare fino all’estrema umiliazione che è il disfacimento della morte!

Gesù ha fatto questoè il Figlio obbediente che chiama tutti i figli all’obbedienza, che ci invita a guardare nei nostri fratelli la fatica dell’obbedienza, in noi il rischio di essere doppi per volontà di apparire. Correre questo rischio nasce dall’aver corso un altro rischio che ne è la fonte: il rischio della verità su se stessi, il rischio di infrangere la nostra immagine irreprensibile di uomini abituati all’elogio.

Qui Gesù ha la forza di proclamare una di quelle parole che continuamente vengono fraintese perché colme solo della forza dell’Evangelo senza neanche un granello di mondanità: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio. Pubblicani e prostitute passano avanti non perché peccano ma perché non possono barare sulla loro verità … il loro è un no palese che può trasformarsi in ; il problema è che certi sì, di chi si crede al sicuro, si rivelano dei no mascherati di figliolanza e di fedeltà, mescolati di dedizione alla vigna del padre … in realtà il figlio che dice no ma poi obbedisce mostra di amare la vigna, ci va in obbedienza. L’altro pare ami quella vigna (lo ostenta col suo falso ) ma non ci va, non vi entra neanche. Il figlio che va nella vigna nonostante le sue parole di diniego ama la vigna e vi porta il suo sudore, la sua fatica, ci va contraddicendosi perché quel che conta per lui non sono i propri desideri (Non ne ho voglia!) ma quel che conta alla fine è il fare la volontà del padre.

Cosa conta per noi? E’ una domanda impegnativa, compromettente; una domanda che ci chiede di prendere davvero posizione e non a parole ma con la vita! Gesù che era la Parola fece sempre ciò che diceva, non si nascose dietro le parole ma le parole che pronunciava si affrettava a farle fiorire di vita; senza fughe e senza rimandi.   




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