XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fame di vita

 

…E DI VITA ETERNA

 

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

 

 

Che cerchiamo? E’ una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20, 15). Qui, al capitolo sesto, ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!”.
Dal cosa o chi si cerca, al perché cercare Gesù.
Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno, come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere, per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede, e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna!
Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo; la folla resta ad un primo livello, in cui quello che conta è ricevere solo risposte ai bisogni materiali, concretissimi; Gesù in questa visione della folla è solo un mezzo per avere quel che serve.

Gesù, invece, vuole portare la folla al livello di una fede radicale, che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma, e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.
Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si va da Gesù: chi va a Lui non ha più fame…chi aderisce a Lui, non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante…non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Lo dicevamo già domenica scorsa: il discepolo di Cristo, che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù, è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri.

Ma se questo è vero, e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo: qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, in linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem”: la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio; la vita eterna è assumere il comportamento, la vita di Gesù, quella vita che ha narrato Dio voltando le spalle a se stesso, che ha narrato Dio con un amore costoso, che ha scelto di darsi, e di perdersi per gli altri…

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio, rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.
Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia; quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare, possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.
La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia, e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo che è tale perché ha assunto la vita stessa di Gesù.

La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XI Domenica del Tempo Ordinario (B) – Seminare il Regno

 

IL REGNO E’ GESU’

Ez 17, 22-24; Sal 91; 2Cor 5, 6-10; Mc 4, 26-34

 

Un chicco di senape

Un chicco di senape

Parabole potentemente umili; come al solito un paradosso, ma funzionali a condurci nell’“altrove” di Dio!
Con queste parabole, che sono nel quarto capitolo dell’Evangelo di Marco, Gesù vuole farci capire che le “cose” del Regno di Dio non funzionano con i meccanismi soliti, quelli del mondo, non funzionano con i tempi del mondo, con i suoi ritmi, con le sue proporzioni. Insomma, sbaglia molto chi, nelle “cose” di Dio, nelle “cose” del Regno, volesse applicare quei parametri mondani. Chi lo facesse, alla fine rimarrebbe non solo deluso, ma soprattutto rischierebbe di snaturare le opere dell’Evangelo, rischierebbe di far diventare le opere per il Regno, le opere della Comunità cristiana, opere meramente mondane, misurate con i criteri del numero, del successo, del “marketing”, della popolarità, della visibilità… opere cioè misurate tremendamente come “eventi”, parola terribile e sviante del vuoto linguaggio dei media per cui ogni stupidaggine è “evento”!

La prima parabola, che riprende il linguaggio dell’oracolo di Ezechiele, prima lettura di questa domenica, ci dice che il Regno è “fuori” dalla nostra potenza e dal nostro protagonismo. I servi del Regno sono soprattutto quelli che sanno seminare il Regno nei solchi della storia, e sanno vivere mostrando la capacità dell’attesa.

In primo luogo devono seminare il Regno…non altro!
A volte si corre il gran rischio, come Comunità cristiana, di seminare altre cose, altri “semi”, altre attese. Si rischia, o peggio si sceglie deliberatamente, di mettersi al servizio di ciò che è gradito al mondo, di ciò che serve alla propria visibilità, al proprio prestigio; si seminano parole banali e “religiose”, dette per dovere e per… “mestiere”; si seminano catechesi a cuori non evangelizzati e riti ad assemblee che hanno perduto – o mai avuto! – il “brivido” della risurrezione e la passione per l’Evangelo. Questi sono semi infecondi perché non sono semi del Regno; i veri semi del Regno hanno una potenza che non dipende più dal seminatore, e hanno il potere di germinare, a loro tempo, con fioriture inaspettate e di bellezza imprevedibile.
Non può, a tal proposito, non venirci in mente la vicenda di Fratel Charles de Foucauld: la sua intuizione, tutta evangelica, lo vide morire da solo, senza nessun seguace, senza nessuno che allora avesse il coraggio di condividere il suo ideale. Fratel Charles, però, aveva seminato nei solchi della storia il suo “sì”, la sua obbedienza, la sua sottomissione…tutti veri semi del Regno!
Dopo decenni dalla sua morte, apparsa allora come la fine di un eroico “sognatore” dell’impossibile, la sua esperienza è fiorita in migliaia di vocazioni di uomini e donne che hanno raccolto quel suo “sì”!
Fratel Charles aveva seminato il Regno! Non “altro”! Non se stesso…
Dorma o vegli…”
E’ così!

La Parola dell’Evangelo ci chiede oggi di aver fiducia nel Regno, nelle sue vie, e lanciare quelle nei solchi della storia. D’altro canto il Regno è Gesù: Lui è il «chicco di grano che caduto in terra muore e produce frutto». (cfr Gv 12, 24).

L’altra parabola è quella del seme di senape e della sua piccolezza…
Il Regno è così! Dovremmo lasciarci istruire e toccare nel profondo da questa parola di Gesù per abbandonare ogni pretesa di grandezza, di visibilità a tutti i costi, ogni pretesa di “contare” per il mondo, di avere appariscenza, ogni pretesa di agire nella storia grazie alla potenza dei mezzi e delle strutture!

La parola sul granellino di senape è parola di rivelazione: ci dice cosa è davvero il Regno, e in che parametri deve misurarsi chi vuole essere del Regno!
E’ veramente necessario che ci convinciamo di questa piccolezza, di essere “piccolo gregge” (cfr Lc 12, 32). E’ una piccolezza che genera Grazia: una piccolezza che diviene rifugio dei deboli; una piccolezza che offre “casa” («gli uccelli fanno il nido»); una piccolezza che accoglie!
Sì, perché solo la piccolezza sa accogliere davvero; la grandezza, abbagliata da se stessa, spesso ne è incapace, ed alza muri di indifferenza e di sospetto, perchè non ha rami capaci di aprirsi a farsi “nido” per chi nido non ha!

Il Regno di Dio viene ogni qual volta la piccolezza si fa accoglienza di Dio e dei suoi progetti, si fa accoglienza dell’altro e del suo bisogno; il Regno viene ogni qual volta la piccolezza dei mezzi e delle apparenze non è vista con disprezzo dai credenti; il Regno di Dio viene ogni qual volta, dinanzi alla piccolezza del “visibile”, ci si ricorda che Colui che chiamiamo Signore è nato tra l’indifferenza dei grandi e dei potenti, ed è morto disprezzato e “maledetto”, condannato da grandi e potenti.

Per il mondo tutto questo è stoltezza (cfr 1Cor 1, 22-25), è piccolezza ed insignificanza; ma gli occhi di Dio guardano in modo del tutto diverso, e dove c’è piccolezza vedono grandezza, e dove c’è pretesa grandezza e arroganza vedono miseria!

La domanda da farsi con sincerità è dunque questa:
«Da chi vogliamo essere guardati?»
«Sotto quale sguardo vogliamo camminare?»

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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III Domenica del Tempo Ordinario – Il tempo è compiuto



CAMBIARE LA NOSTRA MENTE

 

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

 

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

Ravenna, S. Apollinare Nuovo (particolare)

L’Evangelo di questa domenica inizia con il buio: Giovanni Battista è stato arrestato; il mondo cerca di far tacere la voce del profeta; pare che la speranza sia zittita e invece ecco che, sul Mare di Galilea, irrompe l’assoluta novità di Dio e la voce della speranza diventa Parola che svela un compimento, che chiede conversione e diventa parola di chiamata concreta che chiede di coinvolgere la vita nel progetto di Dio: “Il tempo è compiuto, il Regno di Dio si è avvicinato, convertitevi e credete all’Evangelo!”

Poche parole, ma di una dirompente novità e di vastissimi orizzonti; parole alle quali questi secoli cristiani ci hanno malamente abituati, assuefatti (come è accaduto per tante altre parole e misteri della rivelazione cristiana!); parole che irrompono nuove nella storia e portano luce lì dove sembrava che il buio avesse vinto (con l’arresto del Battista); parole nuove ma con radici nel passato (Gesù ripete, in qualche modo, l’invito alla conversione che Giovanni, suo Maestro, gridava dal Giordano!); con la forza di un compimento e con la certezza che è scoccata un’ora da cui non si può più tornare indietro.
Insomma, la storia ha avuto una svolta… Il tempo è compiuto, cioè “l’attesa è finita”; c’è dunque un oggi in cui Dio, superando quello che si  poteva immaginare, compie tutte le sue promesse.
Scriverà Paolo che “tutte le promesse di Dio in Cristo sono divenute sì” (cfr 2Cor 1, 20) e, nella sua Lettera ai cristiani della Galazia, affermerà ancora lo stesso compimento in una pienezza del tempo che corrisponde alla venuta nella carne del Figlio di Dio (cfr Gal 4, 4).

Questa pienezza è ora visibile nel Regno che si è avvicinato; il Regno è il farsi storia di Dio, è la sua venuta nella storia perchè la storia divenga luogo del suo primato; in Gesù questo è davvero avvenuto perché in Lui, sulla faccia della nostra terra, ha camminato un uomo in cui Dio regna pienamente, e che ha un solo desiderio: contagiare all’umanità dei suoi fratelli quello stesso regnare di Dio. E perchè questo “contagio” accada è necessario convertirsi, è necessario lottare; è necessario ingaggiare un vero combattimento come ha fatto il Figlio nel deserto per quaranta giorni, per dare spazio pieno a Dio (il suo digiuno prolungato è proprio segno di voler dare spazio solo a Dio! cfr Mc 1, 12-13).

La conversione è volgere tutta la propria vita a Dio (in ebraico conversione si dice “teshuvà” che significa “inversione di direzione”); significa cambiare la propria mente con la mente di Dio… Quello che deve avvenire è un vero “rovesciamento”, come annunzia Giona nel testo che oggi si legge quale prima lettura: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta” (così alla lettera, che è parola volutamente ambigua: sarà “capovolta” perchè distrutta o “capovolta” perchè convertita?)…
Certo, cambiare la nostra mente con la mente di Dio è una meta immensa, ma per il Nuovo Testamento la “metànoia” è il rovesciare (“metà”) la mente (“nous”), ma in un mutamento che non è da pensieri peggiori a pensieri migliori; il mutamento è cambiare i nostri pensieri con i pensieri di Dio…e quando questo avviene il Regno si compie in colui che ha messo fiducia in questa possibilità di novità che è l’Evangelo di Gesù (ecco il credere all’Evangelo!).

A questo irrompere della Parola di Gesù che viene a ridare speranza al mondo, e viene a fare domande grandi al cuore dell’uomo, Marco fa seguire la scena della vocazione dei primi quattro discepoli.

Gesù, che ha proclamato la prossimità del Regno e del tempo ormai compiuto; si avvicina ad alcuni uomini e li chiamali ha trovati nel loro quotidiano e da lì li chiama ad un quotidiano diverso, un quotidiano fatto di assoluta assiduità con Lui… Non si tratta di fare una cosa tra le altre, ma di impostare la propria vita in modo altro, mettendo al centro la sua persona e ciò che Lui è venuto a fare: trarre gli uomini dagli abissi del male e della morte. Infatti chiama i quattro a diventare pescatori di uomini, a lavorare in quest’opera di trarre gli uomini dal mare, luogo simbolo del male e del caos.

L’invito a “seguirlo” (“deûte opίso mou” cioè “venite dietro di me”) è di capitale importanza nella sua formulazione (dietro di me): si tratta di seguire Lui, e di seguire Lui facendo le sue scelte. Chi legge l’evangelo sa che le scelte di Gesù andarono tutte verso un solo punto: offrire se stesso, “servire e dare la vita in riscatto” (cfr Mc 10, 45). Seguirlo significherà questo per quei quattro, e per tutti quelli per i quali nei secoli risuonerà l’invito alla sequela. Non si tratta di seguire una dottrina, dei bei pensieri, una “filosofia di vita”…si tratta di seguire Lui, Gesù di Nazareth e tutta la sua vicenda, il suo stile, le sue scelte…

Come diverso è ciò che chiede il Rabbi Gesù di Nazareth da quello che chiedevano gli altri rabbi di Israele…nel discepolato dei rabbini, in primo luogo, era il discepolo che sceglieva il rabbi, cosa che Gesù non tollera per sè…sarà infatti sempre Lui a scegliere i discepoli, ed il Quarto Evangelo glielo farà dire in modo esplicito: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (cfr Gv 15, 16); in secondo luogo era la dottrina ad avere il primo posto; i discepoli facevano vita con il rabbi, per lo meno in alcune ore del giorno, e certo per questo facevano molte rinunzie, ma per impossessarsi della dottrina e per diventare poi, a loro volta, dei rabbi, dei maestri.

Il discepolo di Gesù entra invece in una condizione permanente di discepolato, non diventerà mai maestro ma rimarrà sempre discepolo, un discepolo chiamato a fare vita con Gesù fino in fondo. E più farà vita con Lui, fino a dare la vita, e più sarà solo e sempre discepolo.
Ricordiamo a questo proposito le parole del grande martire Ignazio di Antiochia che, nella sua Lettera ai cristiani di Roma, scriverà, alla vigilia del martirio, che quando per la sequela di Cristo sarà dato in pasto alle belve, “sarà veramente discepolo” (Lettera ai Romani IV, 2).

Il discorso che la liturgia di oggi ci fa fare è di una radicalità assoluta…e la radicalità è la via dell’Evangelo. Per l’Evangelo non c’è altra via che quella radicale! Vie mediane Gesù non ne tollera perchè le vie mediane diventano subito mediocri. Il Nuovo Testamento sa che il tempo si è fatto breve e dunque non si può perdere tempo; se il tempo è compiuto questo è vero fino in fondo e non sopporta nessun procrastinare; Marco sottolinea che le chiamate presso il lago hanno una risposta immediata; rimandare significherebbe solo dire “no”!

Se questo fosse chiaro in tante storie di vocazione o presunte tali!
Paolo, nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto, che oggi si legge come seconda lettura, mostra la vita cristiana come un guardare all’orizzonte ultimo; si deve sapere che passa la figura di questo mondo, cioè il mondo passa come passa una “scena”, come qualcosa di provvisorio e, se è così, bisogna volgersi a ciò che è assoluto e definitivo, e definitivo e assoluto è Cristo con il suo Regno veniente.

Allora nessuna via mediana; dobbiamo purtroppo constatare che anche nello spazio cristiano c’è gente che crede in Dio e in una dottrina religiosa ma, se si scava profondo (e neanche tanto profondo!), ci si accorge che non si tratta del Dio che si è rivelato in Gesù Cristo; a volte si può trattare di un Dio “tappa-buchi”, di un Dio che serve a risolvere conflitti e ansie psicologiche, ma non è quello dell’Evangelo, non è Colui che chiede cioè di misurarsi su un progetto che è quello di Gesù Cristo, che chiede di entrare in un discepolato che porta su vie imprevedibili, la cui sostanza sarà sempre e solo dare la vita con Gesù e come Gesù.




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Entrare nel Regno

 

 SCENDERE NEL NOSTRO PECCATO

Ez 18, 25-28; Sal 24; Fil 2, 1-11; Mt 21, 28-32

 

I due figli e la vigna (Icona)

I due figli e la vigna (Icona)

La parabola dei due figli. Una pagina splendida per la sua sobrietà, un racconto scarno ed efficace, una parola che vuole “graffiare” le placide sicurezze degli interlocutori di Gesù che gli avevano domandato con quale autorità compiva gesti come quello di scacciare i mercanti dal Tempio (cfr Mt 21, 12ss; Mt 21, 23). Gesù risponde con una domanda circa il Battista (“da dove proveniva il battesimo di Giovanni? Dagli uomini o dal cielo?”), una domanda essenziale per Gesù: solo chi ha accolto l’invito a conversione del Battista può avere accesso al riconoscimento di Lui e della sua autorità.
Quelli che lo avevano interrogato avevano preferito non rispondere per una scelta “politica”, per non compromettersi nè con Gesù nè con la folla che stimava il Battista.
E Gesù rifiuta anche Lui di dire dell’origine della sua autorità, scegliendo subito dopo – ci dice Matteo – di dire qualcosa a questi uomini induriti dalla loro presunzione.
E lo fa con tre parabole che ascolteremo in queste tre domeniche.

La prima parabola è quella dei due figli. Inizia con una domanda: Che ve ne pare? E’ un invito a non rimanere fuori dalla parabola, ma ad entraci e a farsi “ferire” da essa. La parabola termina con un’altra domanda: Chi dei due ha fatto la volontà di suo padre? Tra le due domande poste da Gesù agli interlocutori c’è la breve parabola: due domande che non si possono eludere, e dinanzi alle quali non si può non prendere posizione.

Non eludiamo l’Evangelo: se allora questa parabola era rivolta ai capi e agli scribi del popolo di Israele, oggi è rivolta a noi, e vuole “graffiare” noi!

C’è un figlio che dice no alla richiesta del padre di andare a lavorare nella vigna, e lo dice con un semplice, ma netto “non voglio!”; poi, pentitosi di quel rifiuto, ci va.
C’è un altro figlio che alla proposta del padre risponde prontamente  ma poi non ci va; in greco risponde con un semplice ed entusiastico “egó”, “io”, e quell’io quasi gridato ci fa pensare… Questo figlio, infatti, è uno che pensa sempre a quel suo io, che deve apparire buono, retto, limpido e, in ogni caso, in primo piano! In realtà quell’io è carico di “filautίa”, di quell’amore di sé che chiude in sé, e fa guardare ad ogni costo solo ai propri interessi.

La domanda di Gesù non può avere che una risposta: il figlio che ha detto “non voglio” ha fatto la volontà del padre; non quell’altro figlio, impeccabile e con l’io perfetto sulle labbra. La risposta è solo una, e gli interlocutori di Gesù la pronunziano prontamente.

Gesù tuttavia applica subito la parabola alla storia concreta della loro vita, e lo fa con uno di quei detti scandalosi per ogni uomo religioso: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno dei cieli. Sì, quelli, i pubblicani e le prostitute, hanno detto di no alla legge, alle osservanze, alla “religione”, ma poi – per la Parola che hanno ascoltato – si sono pentiti e “sono andati nella vigna”…
Loro, i capi, gli scribi, i farisei hanno sulle labbra quel terribile “egó”, non hanno saputo vedere il loro peccato, e sono rimasti fuori nelle loro mortifere sicurezze; sembrano sempre pronti a lavorare nella vigna, ma in realtà sono sempre a casa loro!

I pubblicani e le prostitute, che prima avevano ascoltato il Battista, ora ascoltano Gesù; essi non si nascondono dietro paludamenti “religiosi” e sacri, non hanno alcun “egó” dietro cui nascondersi e nessuna “giustizia” di cui paludarsi: hanno davanti il loro banco di riscossione di tasse inique, o lo squallido commercio del loro corpo (cfr Sal 51,5: “il mio peccato mi è sempre davanti”) … Ed eccoli lì: entrano nel Regno, perché convertiti dall’Amore che perdona.

Cosa ha permesso ai pubblicani ed alle prostitute di entrare nel Regno? La misericordia. Una misericordia che essi hanno potuto sperimentare grazie al loro peccato. E’ paradossale – come sempre – ma è così!

Perchè quel figlio del no si pentì? Il testo non ci dà risposte, non ci dice dell’atteggiamento del padre dinanzi a quel rifiuto; il silenzio del racconto forse ci dice di un silenzio del padre paziente ed innamorato di quel figlio ribelle, di un padre che conosce il cuore del figlio e ne attende i frutti. Certo è che quel figlio passa dal “non voglio!” ad un vero; certamente deve aver sentito il peso ingiusto del suo no dinanzi all’amore del padre.

I pubblicani e le prostitute ci passano avanti perché possono pesare il loro peccato dinanzi al peso dell’Amore che li cerca nelle parole di Gesù, nell’Evangelo che hanno ascoltato con cuore stupito.

Il rischio per noi è che non sperimentiamo questa grazia, perché crediamo di dare sempre l’impressione di dire …in realtà rischiamo di dire solo “egó”!
Come facciamo a misurare la nostra verità dinanzi all’Evangelo? C’è solo una via: il confronto con Gesù a viso aperto, a cuore aperto…

Paolo scrive ai suoi amati cristiani di Filippi che è necessario avere lo stesso sentire di Gesù che spogliò se stesso assumendo, per amore del mondo, la forma di schiavo crocefisso. Cristo fu umile perché discese… Ecco la via: l’umiltà che ci permette di scendere nelle profondità del nostro peccato e dei nostri “non voglio!” … ed è lì che incontriamo Cristo.

Non a caso, al capitolo settimo Della santa Regola, Benedetto dice ai suoi monaci di percorrere i gradini dell’umiltà per giungere alla verità, e l’ultimo dei dodici gradini non è una vetta ma una profondità: il monaco “stimandosi sempre colpevole dei suoi peccati… ripensi nel cuore ciò che disse quel pubblicano evangelico con lo sguardo fisso a terra: ‘Signore non sono degno io, il peccatore, di alzare i miei occhi al cielo’ ”.

Il monaco, scrive il nostro Santo Padre Benedetto, entra nel Regno solo se si mette davvero nei panni del pubblicano…e questo è vero per tutti: siamo tutti ingiusti e avvezzi alle prostituzioni. Se lo riconosciamo dinanzi all’Amore, ci pentiamo e andiamo davvero nella vigna a testimoniare di essere dei peccatori perdonati dalla Croce del Figlio, che non ritenne un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso, venedoci a cercare nella nostra miseria.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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