Santissima Trinità – Stupore e lode

 
UNA BELLEZZA SENZA CONFINI!

 

Es 34, 4b-6.8-9; Cantico Dn 3, 52-56; 2Cor 13, 11-13; Gv 3, 16-18

 

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

Icona della Trinità (di Andrej Rublëv, Mosca)

La domenica della Santissima Trinità, posta dopo la Solennità della Pentecoste, compimento della Pasqua, ci indica la fonte, la ragione, il cuore, il fuoco da cui proviene tutto il mistero del Dio-con-noi: del Dio-con-noi fino alla croce; del Dio-con-noi che ci porta con sé in Dio; del Dio-con-noi che rimane con noi nello Spirito versato nei nostri cuori (cfr Rm 5,5)… Questa origine è la comunione trinitaria, è il Dio che Gesù ci ha narrato, che non è un Dio solitario ma è un Dio la cui vita è comunione, è relazione, è amore… un Dio che in sè è questa comunione, relazione e amore.

L’Evangelo di oggi è un breve tratto del lungo testo di Giovanni dell’incontro tra Gesù e Nicodemo. Secondo alcuni esegeti, queste che oggi ascoltiamo non andrebbero registrate come un discorso diretto di Gesù, ma come parole di commento dell’evangelista alle parole di Gesù sull’innalzamento del Figlio dell’uomo. Ai versetti precedenti Gesù ha detto a Nicodemo che “come Mosè innalzò il serpente nel deserto così deve essere innalzato il Figlio dell’uomo”: è nel volgere lo sguardo all’innalzato che si ha la vita, così come gli israeliti mormoratori, avvelenati dal morso dei serpenti, avevano la salvezza se volgevano lo sguardo al serpente di rame innalzato da Mosè (cfr Num 21,4-9) … E’ strano, il Figlio dell’uomo paragonato al serpente!…Solo per l’innalzamento? Mi pare di no…il serpente innalzato dà la salvezza ma ricordando il peccato, quello dell’in-principio, quello della parola mormoratrice che tutto avvelena…così il Crocefisso innalzato dà la salvezza ma ricordando l’iniquità ed il peccato, che si visibilizzano nel corpo straziato e torturato del Figlio dell’uomo…

Le ragioni di questo riposano tutte nell’amore del Padre; ecco che allora l’evangelo ci rivela chi è Dio: è il Padre che ama il mondo tanto da dare il suo Figlio; è il Figlio che non teme di farsi innalzare immergendosi tutto nel peccato dell’uomo; è lo Spirito che ci fa rinascere dall’alto (cfr Gv 3,5). Il mistero trinitario ci conduce ad un Dio che non è un sistema morale ma un “sistema” di dono, non bisogna fare altro che accettare il dono e farsi rigenerare; la vita del discepolo di Cristo, la vita pasquale del discepolo di Cristo, non è una nuova morale ma una rinascita con cui si può venire fuori dal grembo mortifero del peccato per venire ad abitare in un altro grembo, quello dell’amore trinitario che plasma l’uomo nuovo rendendolo capace di una vita nuova. Una vita nuova che si accoglie, e che non è sforzo morale; una vita nuova che è lotta, ma per contrastare l’uomo vecchio che vorrebbe tornare in quell’altro grembo mondano: più rassicurante, più “solito”, più “come”; e che non si compromette con un’alterità che è incomprensibile ed inaccettabile per chi fa del “salvare se stesso” la sua unica religione. Il mondo fa questo! Dio no!

Il Dio Trino, infatti, ha pagato il “caro prezzo” della lacerazione e dell’accoglienza in sè del dolore e perfino della morte. E’ questo Dio che ci ha aperto il mondo nuovo, è questo Dio che ha riversato su di noi lo Spirito, che sempre ci accompagna nella fatica storica della fedeltà per custodire – nella lotta – l’uomo rinato dall’alto.

La liturgia di questa domenica, in fondo, non vuole spiegare; vuole invece mettere sulle nostre labbra e nel nostro cuore lo stupore e la lode … le liturgie di questo tempo ci hanno fatto rivivere e riassumere tutto il mistero d’amore che ci ha salvato!

Oggi è tempo solo di stupore e di lode dinanzi alla bellezza senza confini del Dio Trino, del Dio che è amore, del Dio che Gesù ci ha narrato…il solo vero Dio: Padre e Figlio e Spirito Santo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIV Domenica del Tempo Ordinario – Entriamo a far festa

Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

Il figliol prodigo, Giorgio De Chirico (1922)

LA GIOIA DI RITROVARE CIO’ CHE SI E’ PERDUTO  

   –    Es 32, 7-11.13-14;  Sal 50; 1Tm 12-17; Lc 15, 1-32    –

 

      Questo più che celebre passo evangelico l’abbiamo già ascoltato durante il cammino di Quaresima. La liturgia oggi lo ripropone, chiedendocene ancora una lettura ed un approfondimento, e lo fa aggiungendo alla parabola del Padre misericordioso anche le prime due parabole della misericordia: quelle del pastore in cerca della pecora perduta e quella della donna che ritrova la moneta perduta. Luca ci offre, in questo capitolo del suo Evangelo, davvero qualcosa di essenziale per la nostra vita credente, per la nostra relazione con il Dio che Gesù è venuto a raccontarci.

  Contrariamente a quanto di solito si è fatto, queste parabole vanno lette in senso teologico e non in senso morale; in senso teologico in quanto è di Dio che vogliono parlarci e non del peccatore, delle “reazioni” di Dio dinanzi al peccatore e non dei comportamenti morali o immorali. Se avessimo letto sempre assieme le tre parabole, forse sarebbe stato più chiaro: infatti nella prima parabola nulla si dice del comportamento della pecora per essere ritrovata … non deve fare nulla … e tantomeno la moneta! Tutto è incentrato sulla gioia del pastore e della donna … come tutto poi, nella terza parabola, si raccoglierà attorno alla gioia del padre che accoglie e fa festa …

   E’ questo il Dio che Gesù narra; un Dio che non attende nulla da chi si perde, se non che si lasci abbracciare, che si lasci issare sulle spalle del pastore e ricondurre “a casa” …

La casa, nella parabola del padre e dei due figli, ha un ruolo importante: il peccato dei due figli – perchè tutti e due i figli sono nell’errore – è un peccato di relazione con quel padre e quella casa. L’uno, il figlio minore, ha percepito la casa del padre come prigione che “castra” le sue libertà e la sua sete di mondo, mentre l’altro, il figlio maggiore, ha percepito la casa del padre come rifugio per una vita; una vita certamente fatta di lavoro, ma anche di una comoda sicurezza che gli riconduce un’immagine confortante di sè: l’immagine di un giusto che ha diritto a tutto il patrimonio del padre, per esserne un domani padrone assoluto!

  Se ci pensiamo bene i due figli (tutti e due!), in fondo, vogliono solo una cosa, una cosa terribile: vogliono che il padre muoia!

Il minore, che parte, gli chiede l’eredità che gli spetta; in pratica è come se dicesse al padre: “poichè ancora non muori, ed io non posso aspettare perchè lì fuori c’è un mondo che mi attende con la sua bevanda inebriante, facciamo come se tu fossi morto, dammi l’eredità!”. Quell’altro figlio, il maggiore, lavora come una bestia da soma perchè attende quella stessa morte per divenire lui il padrone di tutto; la sua delusione è che quel fratello che ha sperperato tutto sia tornato (sperava che fosse morto anche lui?), e che sia tornato prima della morte del padre; meglio se fosse tornato – se proprio doveva tornare! – quando il padrone fosse diventato lui….come l’avrebbe scacciato via con piacere!

    Forse questa può apparire una lettura dura ed estremista, ma mi pare che ogni desiderio di assoluta indipendenza dagli altri è volere che l’altro (padre o fratello) non ci fosse … e questo equivale alla morte …

  Al centro, dunque, c’è il padre e la sua casa … un padre che pazienta, ed attende che le libertà dei due figli facciano i loro percorsi … un padre che rischia per le libertà dei figli.

   Sembra che con il figlio più giovane il rischio sia stato enorme: ha perduto tanto danaro, quello che il figlio ha sciaguratamente sperperato,  ma questo sarà il prezzo per una vita più autentica e libera per quel figlio. Se non fosse caduto così in basso, al prezzo dello smarrimento di quel patrimonio, quel ragazzo non sarebbe riuscito a mettere fine al suo smarrimento! Il padre sembra stolto a cedere a quel figlio, perdendo tanto danaro, ma in realtà sa che la salvezza del figlio deve passare per una perdita, per uno smarrimento, per un prezzo … poi sarà l’amore a conquistare quel ragazzo, smarrito dentro e fuori …   Solo quando quel figlio tornerà liberamente nelle sue braccia, spoglio di tutto, si sentirà davvero figlio, e non più prigioniero; la miseria in cui è caduto, si badi, non è causa di conversione, ma incentivo ad iniziare un cammino di ritorno, certamente con motivi di squallido calcolo, ma attraverso cui potrà finalmente conoscere suo padre.  Non può diventare un servo, come pure aveva ipotizzato nei suoi calcoli; il padre gli dichiara, con la sua attesa, la sua speranza, con i suoi gesti e con i suoi doni, non che è di nuovo figlio, ma che lo è sempre rimasto!

     Quell’altro figlio, il figlio maggiore, il cosiddetto “buono”, costituisce, se ci riflettiamo bene, un’inclusione con l’inizio del racconto di questo quindicesimo capitolo dell’Evangelo di Luca: è proprio come quegli scribi e farisei che mormorano per la misericordia di Gesù; il racconto dei due figli termina infatti con uno dei due che mormora per la misericordia … Come di quegli scribi e farisei, anche di questo figlio “giusto” non sappiamo l’esito della vicenda; conoscerà il vero volto di suo padre?

    Se il figlio minore è fuggito perchè si sentiva prigioniero, ingabbiato, privo di libertà, il maggiore è vissuto da schiavo, ed anche lui senza conoscere quel padre con il quale pure viveva… E’ peccato fuggire, è peccato vivere da schiavo … la via santa è quella della figliolanza vissuta nella libertà, una figliolanza che riconosce il volto del padre, perchè ha sperimentato l’esserne amato senza ragioni e senza meriti. Il figlio minore di questa parabola ha accolto questa via di libertà che è al di là delle fughe, e che consiste in un rimanere, amato e amante, in quella casa che è del padre, e poichè è del padre, è di tutti i fratelli.

    L’altro figlio resta fuori e non vuole entrare alla festa per quel fratello che non ricosce più come tale, non vuole entrare a quella festa che è espressione (in questa parabole, e nelle due che l’hanno preceduta) di quella gioia grande di Dio dinanzi ai perduti che Egli ritrova … entrerà il figlio maggiore a quella festa? Permetterà al padre di entrare a quella festa, o lo “inchioderà” fuori a pregarlo di entrare?

     Raccontando queste parabole, Gesù racconta suo Padre, ma fa anche una promessa: prenderà sulle spalle tutto il mondo per portarlo alla casa di suo Padre, lo farà portando la croce, portando quel peso su cui sarà inchiodato … così, senza nulla chiedere, colmo di una speranza senza ragioni umane, morirà amando tutti gli uomini e, dall’alto della croce, fino alla fine della storia, come il padre della parabola, resta in attesa di tutti i figli perduti, per convincerli di un amore infinito, di un amore che non ama gli amabili, di un amore colmo di una speranza che non si stanca.

     Questo è il nostro Dio che, in Gesù, tutto ci ha detto e tutto ci ha dato. Consegnarsi al suo abbraccio è la strada della vera libertà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi prossimo, via di ogni scelta di fraternità

LASCIARSI CONDURRE NELLA LOCANDA

 Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

 

Il Buon Samaritano (Van Gogh)

Il Buon Samaritano (V. Van Gogh)

Nel passo evangelico di questa domenica, allo scriba che lo interroga, Gesù risponde che è capace di amare davvero il prossimo colui che ama Dio con tutto se stesso, colui che vive in pienezza il comandamento contenuto nello Shemà (cfr Dt 6, 4-9) e non ne ripete solo le parole in modo rituale.

Il Libro del Deuteronomio aveva posto lo Shemà subito dopo il dono delle Dieci Parole che si aprivano con la memoria dell’amore di Dio per il popolo, un amore per il quale Dio aveva compiuto grandi cose; lo Shemà, dunque chiede di amare perché amati: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore (cioè con tutta la profondità di cui sei capace), con tutta l’anima (con tutta la propria vita), con tutta la mente (mettendo al servizio dell’amore anche le proprie conoscenze) e con tutte le forze (che poi significa “con tutti i propri beni”, con quello che si ha, “con le proprie sostanze”). Chi ama Dio in questo modo è perché è stato amato e, se davvero è così, saprà riconoscere l’altro nel suo bisogno, nelle sue ferite …

Lo scriba ha posto a Gesù una domanda impegnativa la cui risposta implica davvero dei mutamenti di prospettiva e di stile di vita. Il prossimo è una nozione di ambito ristretto? Per molti si poteva arrivare a considerare “prossimo” tutt’al più i “proseliti”, cioè i non ebrei che avevano deciso di osservare la legge mosaica in cui riconoscevano una via di senso; per altri si doveva estendere la nozione di “prossimo” a tutti gli uomini. Una cosa era chiara: bisognava amare chi Dio ama. A questo punto la domanda è: ma Dio ama tutti o solo i “nostri” (gli ebrei…i cristiani…)? Dio ama solo il suo popolo o tutti i popoli? O ancora: Dio ama solo i giusti e detesta gli iniqui? Insomma tutto il problema nasce dalla concezione che si ha di Dio.

Già i profeti avevano detto a tale proposito parole sorprendenti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (cfr Is 19, 25). Una parola davvero straordinaria che accomuna ad Israele, porzione eletta del Signore (mia eredità), i due popoli nemici storici di Israele!

Gesù qui mostra come l’amore di Dio che è venuto a raccontare non abbia confini né di gente, né di fede … non c’è purità o impurità che conti dinanzi all’amore!

La parabola del Buon Samaritano, mentre cerca di stravolgere la visuale dello scriba sulla questione di chi sia il prossimo, dandogli occhi per leggere le prossimità con il metro dell’amore che si sporca le mani, gli racconta una vicenda rivelativa di qualcosa di più profondo che davvero può essere fondamento nelle relazioni tra gli uomini che, in fondo, è il cuore della domanda dello scriba. Il racconto della parabola contiene una vicenda-specchio della vicenda stessa di Gesù: leggere così questa parabola la libera da ogni strettoia moralistica in cui è stata troppo spesso racchiusa, e le dà quel vero sapore rivelativo che può diventare fondamento di una vera prassi evangelica.

Farsi prossimo è, infatti, la scelta del Figlio di Dio…una scelta che è via di ogni scelta di fraternità! Tuttavia, contemporaneamente, la vicenda del Buon Samaritano chiede allo scriba di identificarsi con chi ama ma, ancor prima, di identificarsi con chi si lascia amare e servire: lasciandosi condurre da Gesù nella locanda che “tutti accoglie” (questo il significato letterale della parola greca che Luca usa per dire “locanda”: “pandocheíon”); lasciandosi curare da ogni arroganza, autosufficienza, e da ogni pretesa di giustizia; avendo il coraggio di riconoscersi ferito e bisognoso di salvezza perché incappato nelle mani di vari “briganti”. Solo così lo scriba, nel mettersi generosamente attivo nei panni del soccorritore, può cambiare la sua collocazione: deve prima mettersi sul ciglio della strada nudo e ferito, senza né ricchezze, né cavalcatura … lasciando che Gesù si chini su di lui. Prima di vestire i panni del Samaritano pietoso, quello strano “buono” che Gesù pone nella scena, da tutti disprezzato e considerato empio, lo scriba deve dunque lasciarsi accogliere e curare dal vero Samaritano: Gesù!

Che il Samaritano della parabola adombri sottilmente Gesù ci è detto, oltre che da tutto il racconto, in cui già i Padri ravvisavano una sorta di “allegoria” della Storia della Salvezza, anche da un altro particolare: “Un Samaritano che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione“, scrive Luca…e qui l’evangelista usa lo stesso verbo che avevamo ascoltato per Gesù già nell’episodio della risurrezione del figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,13), lo stesso verbo che addirittura ritroveremo nella parabola del Padre misericordioso, in cui leggiamo che il Padre vedendo il figlio ne ebbe compassione (cfr Lc 15,20). E’ quella compassione viscerale che somiglia all’amore materno, e che già nella Prima Alleanza è uno dei modi di manifestarsi dell’amore di Dio. E’ quella compassione che ha portato il Figlio di Dio a farsi prossimo, vicino, compromesso con l’uomo e la sua storia;. E’ quella compassione per cui il Figlio è venuto a cercare l’uomo piagato e ferito sulle strade cattive della storia. Si noti, a tale proposito, che in questa parabola tutti hanno un nome (i briganti, il sacerdote, il levita, il samaritano, l’albergatore), solo il ferito è designato semplicemente  come “un uomo”… è l’uomo e basta!

L’uomo che si lascia incontrare dal Cristo presentandosi a Lui con le sue ferite ed i suoi laceranti abbandoni farà esperienza di un amore che lo segnerà e lo spingerà ad amare. Scriverà, infatti Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti” (cfr 2Cor 5, 14). Abbiamo ascoltato nella prima lettura tratta dal Libro del Deuteronomio che la “parola” che è l’amore di Dio, in Gesù si è fatta vicina, prossima … anzi addirittura intima all’uomo: “nella bocca e nel cuore” perché divenga la sua stessa vita (“perché tu la metta in pratica”).

E’ chiaro allora che la parabola che Gesù racconta altro non è che il racconto della sua stessa vicenda: sulla strada della storia, infatti, disprezzato come un Samaritano (cfr Gv 8,48), Gesù si è fatto vicino all’uomo percosso e abbandonato, è entrato nei suoi infiniti dolori e ha preso su di sé quelle ferite per dare guarigione e vita.

Il problema allora è lasciarsi trovare da questo Samaritano compassionevole, offrirgli le ferite, i fallimenti e le nudità … è l’unica via per imparare a essere prossimo dei fratelli senza sconti e senza riserve. Come Lui e con Lui.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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Santissima Trinità – Dimora di Dio

TRINITA’: META, PRESENZA E PROMESSA

Pr 8, 22-31; Sal 8; Rm 5, 1-5; Gv 16, 12-15

 

Nel Quarto Evangelo, in quella lunga sezione che va sotto il nome di “Discorsi di addio”, c’è tutto il fondamento della rivelazione trinitaria. Contemplare oggi questo mistero  al termine delle celebrazioni pasquali, è possibile per queste pagine profonde e bellissime di Giovanni di cui oggi leggiamo un breve tratto del capitolo sedicesimo; ma dire “questo mistero” mi pare poco, quasi fosse un mistero come gli altri: in realtà è il mistero fontale della nostra fede!

Per il Gesù di Giovanni è fondamentale la “conoscenza” di questa dinamica trinitaria di Dio in cui Egli, il Figlio, ci inserisce con il suo amore “glorioso” (cioè che racconta Dio!) e di cui lo Spirito è garante di verità nel cuore dei credenti. Il Padre è allora fonte di una parola che nel Figlio ha preso carne, e che lo Spirito radica nel cuore dell’uomo.

Se Gesù ha narrato il Padre con il suo mistero pasquale, lo Spirito conduce colui che gli si fa docile a conoscere, sperimentare e fare suo quell’amore pasquale di Cristo. Tutto questo, come scriveva un teologo, “non è un astruso teorema celeste” senza incidenze sulla nostra vita, ma è rivelazione e consegna di Dio alla storia degli uomini; una rivelazione che non esaurisce Dio ed il suo mistero, ma ci conduce a contemplare la vita stessa di Dio. Un mistero che ci dice che Dio è in se stesso dinamica vitale, relazione, che è vita di persone fatta di amore che ama, si lascia amare e si dona. Il mistero trinitario ci dice che tutto in Dio è relazione, e che quindi l’uomo, creato a sua immagine, non può che realizzarsi nella relazione con se stesso, con Dio, con l’altro, con il mondo. Senza relazioni il Dio cristiano non sussiste, e non sussiste neanche la salvezza perché questa – nella rivelazione cristiana – è realizzata dal Figlio che è venuto nella nostra carne per opera dello Spirito Santo, e ha condotto, nel suo mistero pasquale, l’uomo alla piena comunione con il Padre. Il discepolo di Cristo non può non essere che un uomo che specchia il suo essere nelle relazioni trinitarie, trovando lì la ragione, la fonte e la forza delle sue relazioni, quelle grazie alle quali si vive e grazie alle quali si realizza la vera umanità.

Bonificare le relazioni rendendole autentiche e veritiere è opera altissima di umanizzazione: il discepolo di Gesù è immerso nelle relazioni trinitarie fin dal suo Battesimo, e vi è immerso perché immerso nella morte e risurrezione stessa di Gesù (Io ti immergo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”) e, in quanto tale, il discepolo è chiamato a vivere tutte le sue relazioni umanizzandole, liberandole cioè dalle sovrastrutture della “philautìa”, che è quell’amore di sè che non dà spazio all’altro, che ignora volutamente la costruzione di vere relazioni e le calpesta allo scopo di “salvare se stesso”. L’uomo perciò è chiamato a vivere l’amore in quella comunione fraterna capace di dare all’uomo un respiro ampio e non claustrofobico, che restituisce all’uomo quella fraternità ferita e compromessa dal peccato di cui è “icona” già l’omicidio di Abele (cfr Gen 4, 1-16)!

Il mistero trinitario radica allora nei credenti la necessità di relazioni umane e fraterne non in ragione semplicemente etica o psicologica, ma nelle profondità stesse di Dio e quindi nelle profondità stesse del nostro essere uomini creati ad immagine di un Dio che non è un Dio solitario  ma un Dio trino, un Dio che è comunione e, quindi, può essere amore!

Contemplare la Trinità è poi contemplare la fonte del Mistero Pasquale che domenica scorsa, nella celebrazione della Pentecoste, è giunto alla sua meta. La fonte è lì, nel Dio che Gesù ci ha raccontato che è Padre, è Figlio, è Spirito Santo e che desidera attrarre l’uomo – sua creatura amata e vertice di questo mondo bellissimo – non vicino a sè ma dentro di sè, e che per far questo non solo non ha disdegnato l’Incarnazione del Figlio, ma ha voluto prendere dimora nell’uomo! Sì, nell’uomo, unica vera degna dimora del Dio Trino nella storia … nessun Tempio fatto da mano d’uomo può uguagliare la bellezza del cuore umano per poter essere dimora di Dio!

Da quando il Figlio, inviato dal Padre, per opera dello Spirito Santo ha iniziato a dimorare nella carne dell’uomo, è questa nostra stessa carne che Dio desidera e viene ad abitare! Chi scopre in sé questa dimora di Dio, chi scopre in sé questo spazio per Dio che è opera dello Spirito, può davvero iniziare a vivere da uomo nuovo “creato secondo Dio” (cfr Ef 4, 24).

Il mistero della Trinità è allora il mistero dolcissimo di una dimora verso cui tendere e di cui, incredibilmente, noi stessi siamo fatti dimora.

La Trinità è meta e presenza, è promessa ma anche “atmosfera” che già respiriamo perché in essa immersi dalla misericordia di Cristo crocefisso e risorto!

La Trinità che si è rivelata a pieno nel mistero della Croce e Risurrezione di Gesù diviene per noi rivelazione della nostra identità più radicale di esseri fatti dalla comunione e per la comunione.

E’ chiaro allora che il Dio dei cristiani, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio che Gesù ha narrato, può essere rinarrato alla storia solo dalla comunione fraterna, solo dall’unità che non sopprime le differenze; in questa dinamica la Chiesa si può porre dinanzi al mondo come umile ma vera alternativa alla disumanizzazione dell’uomo che è sempre tentativo del mondo di fare dell’uomo ciò che l’uomo non è; la comunione trinitaria ci dice allora da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo: ci dice dunque la nostra origine, il nostro cammino e la nostra meta.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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