XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati al banchetto

RIVESTIRSI DI CRISTO

 

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

Parabola del banchetto di nozze – Jan Luyken

La parabola del banchetto nuziale chiude il trittico di parabole con cui Gesù dice le parole dure e salutari dell’Evangelo a chi, chiuso nelle proprie sicurezze, non riesce a fidarsi dell’assoluta alterità della sua autorità e delle vie di Dio così diverse dalle nostre, e a chi non riesce a guardare in faccia il proprio peccato, come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute (cfr Mt 21, 32).

La terza parabola è un racconto ben strano; come la precedente parabola dei vignaioli omicidi ha un vasto retroterra biblico che è echeggiato anche nell’oracolo di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica. All’interno delle Scritture infatti, il banchetto rappresenta un’immagine frequente ed allettante della promessa di comunione che Dio fa al suo popolo, una comunione verticale con Lui ed orizzontale nella fraternità; un’immagine, inoltre, di carattere escatologico, che fa puntare lo sguardo alla promessa di Dio che va ben oltre la storia…
Il racconto è strano perchè presenta un fatto inusitato: chi mai rifiuterebbe l’invito di un re per un banchetto nuziale? Era questa un’aspirazione di ogni israelita (di qualunque suddito!): essere ammesso all’intimità del re…

Chi son dunque questi invitati che rifiutano?
Per alcuni ci sono cose più importanti o più impellenti; per altri, addirittura, la proposta del re è talmente irritante che maltrattano i servi latori dell’invito e alcuni addirittura li uccidono.
Ancora fallimenti sì, come dicevamo già domenica scorsa, fallimenti di Dio: la storia della salvezza è ancora letta da Gesù (come aveva fatto già nella precedente parabola) come una storia di amore ostinato che non si arrende dinanzi agli evidenti fallimenti.

In questa parabola è più chiara la polemica con i Giudei: lampanti, infatti, sono le allusioni che Matteo fa ad Israele che perde la vigna, la quale passa ai pagani, ed alla distruzione di Gerusalemme vista come conseguenza del rifiuto del Messia Gesù; in Matteo Gesù leverà, infatti, un lamento su Gerusalemme, e profeterà la sua distruzione come conseguenza del no a Lui come Messia.
Non si tratta di un castigo nel senso stretto del termine, ma di una conseguenza: se Israele avesse accolto Gesù non avrebbe dato credito ai falsi Messia che la condurranno a scendere sul piano di una guerra disastrosa, e a dover subire un assedio mortale.
Se il rifiuto di Gesù conduce Israele a quest’ora di morte, coloro a cui passa la vigna non si sentano assicurati di nulla; il rifiuto di Israele, che poi Paolo leggerà come luogo provvidenziale per l’evangelizzazione delle genti, non deve corrispondere ad una cieca sicumera della Chiesa. (cfr Rm 11, 25-32).

I servi, per l’amore ostinato del re, sono inviati cioè a chiamare tutti quelli che incontreranno ai crocicchi delle strade, lì dove sono possibili le deviazioni ed i traviamenti, sono inviati cioè a far entrare tutti. Matteo ci tiene a sottolineare che devono far entrare buoni e cattivi… così la sala finalmente è riempita.

Qui inizia la seconda parte della parabola che riguarda la realtà dei discepoli di Cristo, quelli cioè che l’hanno accolto o, per lo meno, dicono d’averlo fatto.
Il re, infatti, è felice, e passando tra questi nuovi invitati alle nozze del Figlio ne scorge uno senza veste nuziale. Come si diceva, il monito di Matteo va qui alla Chiesa, alla comunità che può d’aver ereditato la salvezza “tout-court”.
No, dice l’Evangelo; l’essere entrati al banchetto del Figlio, l’essere invitati alle nozze dell’Agnello (cfr Ap 19, 7) non assicura alcuno, non pone alcuno in uno stato di possesso e di pretesa.

L’uomo senza abito nuziale è icona di chi pretende di stare nella Chiesa senza ricevere la vita nuova in Cristo, la vita fraterna ed ecclesiale, semplicemente come un dono
Alcune fonti archeologiche (una lettera dell’archivio di Mari) ci danno una notizia: era usanza che agli invitati alle nozze regali il re facesse dono di una veste del suo guardaroba; in questo caso il tizio, che così duramente è trattato in questo racconto, è uno che pretende di sedere al banchetto, ma senza essersi rivestito del dono del re; non ha accolto, cioè, la gratuità del re.
La dimensione della veste donata è solo una sfumatura ulteriore al senso primo del racconto; la veste indica qualcosa di nuovo, di altro da ciò che si indossava in precedenza.
Si tratta dunque di rivestirsi davvero di novità, di vita nuova; si tratta di rivestirsi di Cristo.
É l’appartenenza alla comunità messianica e la permanenza in questa comunità di Gesù; un’appartenenza ed una permanenza che non possono essere “di facciata”, esteriori; un’appartenenza che non si può semplicemente ereditare, e di cui sentirsi possessori.

Lo stare alla mensa de re deve essere una scelta che riveste tutto l’uomo, tutta la sua esistenza; deve essere un volgere le spalle totalmente a quello che prima ci rivestiva, a quello che era prima, all’uomo vecchio.
Non si può, dunque, essere uomini del Regno custodendo l’uomo vecchio, o difendendolo dalla radicalità che chiede l’Evangelo della Croce del Figlio. Non si può essere uomini del Regno in una mescolanza voluta di atteggiamenti esteriori da discepolo del Figlio ed atteggiamenti interiori secondo il mondo.

La parabola di oggi si chiude con quest’uomo che, giunto al banchetto del re da uomo vecchio, è gettato fuori nelle tenebre esteriori (così il testo greco: “eis tò scotós to exóteron” = “nelle tenebre, quelle di fuori”) … Se non è, infatti, rivestito dalla luce di dentro (cioè della casa del re e del suo banchetto di comunione) il suo posto è fuori, il mondo, ove c’è la tenebra che lui stesso ha scelto.
Una parabola severa questa del banchetto, in cui è chiaro che, come Israele si è escluso rifiutando la conversione a cui prima il Battista e poi il Figlio invitano, così il discepolo di Cristo può trovarsi anch’egli fuori, nonostante sembri che stia seduto al banchetto del Regno.

Il detto finale, che era un detto del Signore noto al di là della collocazione in questo punto del racconto, mette in risalto una riflessione teologica sul resto fedele … un resto che attraversa tanto Israele che la Chiesa, un resto che proviene dall’uno e dall’altra.

La domanda che bisogna farsi, e molto seriamente, è se siamo disposti a far parte di questo resto che è certo minoranza incompresa, che è minoranza perdente per il mondo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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COGLIERE NELL’OGGI IL TEMPO DI GRAZIA

 Sap 18,3.6-9; Sal 32; Eb 11, 1-2.8-19; Lc 12, 32-48

 

L’Evangelo di questa domenica è il seguito di quello della scorsa settimana, ed il tema rimane sempre quello dell’atteggiamento del discepolo circa le priorità.

Fare la scelta di fidarsi davvero di Dio e delle logiche del Regno produce certamente un effetto “setaccio”, e c’è il “rischio” di restare piccolo gregge; la proposta radicale, compromettente dell’Evangelo di Gesù genera di certo una riduzione … c’è poco da fare: si resta in pochi. Il piccolo gregge non è però una “casta” chiusa … al piccolo gregge appartengono uomini e donne di ogni ambiente ecclesiale, il piccolo gregge è trasversale: si tratta della categoria del “resto di Israele” reinterpretata dall’Evangelo. Questo “resto” si troverà in tutti gli ambiti della vita ecclesiale: ci sarà un “resto” tra il clero, un “resto” tra i monaci, un resto tra i religiosi, ci sarà un “resto” tra quelli che sono impegnati per l’Evangelo, ci sarà un “resto” perfino tra quelli che lottano per la giustizia e per l’umanità e che sono fuori dalla Chiesa … ci sarà certo un “resto” fatto di quelli che, nella Chiesa, decidono davvero non per un’appartenenza “da religione”, ma per un’ appartenenza esistenziale e compromettente, senza mezze misure e disposti a pagare un “alto prezzo”!    Questo “resto” non deve temere, dice Gesù, perché il Regno è nelle loro mani … il mondo certo riderà di questo “resto”, lo prenderà per uno sparuto drappello di illusi, di sconfitti, di perdenti, magari di deboli … in realtà questo “resto”, questo piccolo gregge, sarà via di una nuova umanità.

 Appartiene a questo piccolo gregge colui il quale sa dove sono le priorità, e non si isola … resta tra gli uomini, lì dove gli uomini dibattono, lottano e si scontrano quotidianamente … lì, nella polis il piccolo gregge custodisce le vie del Regno che, apparentemente perdenti, torneranno poi a vantaggio di tutti.

Il piccolo gregge non deve aver paura di essere minoranza: non ne deve aver paura perché quando si ha paura di essere minoranza si inizia a puntare sui “numeri” per diventare maggioranza, per diventare folla … e Gesù non ci ha promesso le folle! Quando si vogliono le folle grande è il rischio (ed è reale!) che si svenda l’Evangelo … e non bisogna fare uno sforzo per immaginare uno scenario del genere, perché questo già è avvenuto troppe volte nella vita della Chiesa … Se sappiamo invece leggere la storia della Chiesa ci accorgiamo che sono sempre stati i piccoli greggi a custodire il soffio dello Spirito, i sogni di ulteriore, la novità graffiante e scomoda dell’Evangelo … Sono stati sempre i piccoli greggi a lottare per le vere riforme della Chiesa …

Vendere, dare in elemosina, svuotare le borse sono azioni che non convincono … per farle bisogna che ci si fidi, bisogna mettersi sulle orme di chi davvero si è fidato di Dio, e la Lettera agli Ebrei nel suo celebre undicesimo capitolo ci elenca dei modelli di fede: uomini e donne che si sono fidati, e per questo hanno vissuto e fatto l’”impossibile”. Per fare quelle azioni di spoliazione e di decentramento è necessario fidarsi di un altro tesoro … sì, un tesoro … l’uomo ha bisogno sempre di un tesoro per poter dare la vita! Il problema è trovare tesori che non invecchiano, che non si consumano e che non consumano chi li possiede. L’unico “tesoro” che ha queste caratteristiche è il “tesoro” del Regno, è il “tesoro” che ha il volto di Cristo … per Lui vale la pena “vendere”, “perdere”, fare della propria vita un’attesa ed un luogo di speranza.

Come si dà la vita?

Alimentando il “dono” con la speranza che è una virtù per il futuro … ed ecco che Gesù racconta le due parabole sulla vigilanza, e poi ne aggiunge una terza, quella del padrone che ritarda, per far comprendere bene che la speranza vigilante non esime dal vivere il presente con piena responsabilità.

Nelle prime due Gesù dichiara che c’è un futuro di Dio che è imprevedibile, e per il quale bisogna essere pronti, e soprattutto bisogna avere lo sguardo puntato all’“oltre” … se ci si ferma a quel che banalmente appare si resta intrappolati in letture miopi e limitate della storia.

Questa venuta del Figlio dell’uomo nell’ora che non pensate non è un invito a pensare alla morte (che certo, pure, è un accadimento imprevedibile!), ma un invito a saper leggere la venuta del Figlio dell’uomo nel quotidiano del vivere, a saper leggere quelle occasioni in cui il Regno va colto con le sue domande, con le sue urgenze vere, le sue esigenze senza sconti … E’ invito, cioè, a cogliere nell’oggi il “kairós”, il “tempo opportuno”, il “tempo di grazia” che può attraversare il “krónos” che scorre … quel “krónos”, quel tempo materiale nel quale si può vivere con le lucerne spente e il cuore assopito o ubriaco … quel “krónos” che può essere vissuto solo per se stessi (come il servo della terza parabola che è capace solo di angariare i suoi con-servi), o può essere vissuto per il Signore che viene e che verrà!

C’è una condizione che conduce alla vera vigilanza (e che poi sarà anche il “metro” del giudizio di Dio!): la conoscenza di Lui. Come sempre: chi conosce si è sentito amato, chi ha provato su di sè l’amore ama, e chi ama dona senso alla propria vita ed alla storia.

Conoscere” Dio e la sua volontà è, alla fine, “conoscere” Gesù! E’ aver sperimentato che Lui è vivente e operante nelle nostre vite! Da questa “conoscenza” scaturisce la capacità di vigilare, di cogliere cioè i suoi passaggi tra di noi; anzi di desiderare quei suoi passaggi che compromettono.

Chi è “ubriaco” di sé, chi è “ubriaco” di possesso, non guarderà mai verso l’orizzonte e non si accorgerà che il “kairós” di Dio non solo viene, ma anche lo cerca proponendo vie di giustizia e di vera umanità. E non solo queste vie le mostra, ma dona anche la capacità e la forza per percorrerle!

Il piccolo gregge è allora fatto di uomini e donne capaci di futuro, uomini e donne compromessi e quindi con le “mani sporche” per la storia e nella storia; il piccolo gregge non è asettico ed impermeabile! No! Nessuna evasione per vigilare, ma piuttosto sguardo fisso all’oltre e mani impastate con la storia!

Gesù di Nazareth, nostro Signore, visse così!

Lui crede davvero che noi possiamo fare lo stesso!   

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati alle nozze

INVITATI ALLE NOZZE, PREFERIAMO ALTRE VIE

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

In questa domenica il “paese delle parabole” è pieno di violenza … violenza degli invitati al banchetto di nozze i quali malmenano ed addirittura uccidono i servi che li invitano da parte del re, violenza del re stesso che distrugge ed uccide, violenza ancora del re dinanzi all’invitato senza abito nuziale …

Che è successo? Cosa è questa violenza? Nell’economia della narrazione sta a sottolineare la gravità dell’indifferenza, del rifiuto, della sordità davanti agli espliciti inviti di Dio; la gravità dell’autosufficienza dell’invitato senza abito nuziale il quale crede di poter stare alle nozze del Figlio con le sue vesti e non con le vesti dono dello Sposo. Era, infatti, usanza che la veste nuziale venisse data da chi invitava al banchetto; questo invitato della parabola è uno che ha deciso di poter fare a meno del dono .

La violenza che dunque pesa su questo racconto altro non è che il grido di Dio che denunzia la stoltezza, insipienza, la superbia, l’autosufficienza di chi, invitato alle nozze d’amore del Figlio, preferisce altre vie.

La denunzia di questa parabola riguarda tutti: quelli “di fuori”, in questo caso i capi di Israele, gli uomini religiosi del popolo ebraico, e quelli “di dentro”, chi, cioè, al banchetto ci è pure entrato ma rivestito di se stesso, credendo che la via dell’Evangelo potesse essere percorsa con mediocrità , con mezze misure, con compromessi, con vie mondane tenute in piedi, magari, con il “paravento” della misericordia infinita di Dio. Il Signore però a questo gioco non ci sta, non ci sta con chi gioca “al ribasso” e dice parole durissime a chi, entrato alle nozze, pretende di starci mettendo tra parentesi le esigenze radicali dell’Evangelo; chi fa questo finisce nelle “tenebre esteriori”, è nelle tenebre “di fuori” perché ha già le tenebre “interiori ”, è abitato dalle tenebre.

Chi è entrato al banchetto se non ha la veste nuziale anche se è dentro è fuori; la veste è la veste del Figlio che fa la volontà del Padre; la veste delle nozze del Figlio è l’essere davvero rivestiti di Lui.

La parabola ci svela questo tremendo pericolo, non per immergerci nel terrore ma per portarci a conversione. Vuole avvertirci che c’è una via di morte che si può percorrere anche stando nella Chiesa … non è lo stare nella Chiesa che ci rende dei salvati; un pensiero così meccanico è un pensiero mortifero; somiglia alla sicumera cieca degli abitanti di Gerusalemme che, di fronte alle parole di fuoco di Geremia, ripetevano: Tempio del Signore, Tempio del Signore, Tempio del Signore è questo! (cfr Ger 7,4). Parole che nascono da chi si crede “al riparo” semplicemente perché c’era un Tempio ed essi vi si aggrappavano; vi si aggrappavano con fede ma con stolta sicumera, con arroganza e sentendosi al sicuro, ritenendosi in una “botte di ferro” senza dover aggiungere vita compromessa davvero per Dio all’esteriore appartenenza rassicurante!

Chi facesse così è come quelli che, chiamati per primi, hanno dichiarato esplicitamente il loro no (non vollero venire) o come i secondi che sono rimasti indifferenti (non se ne curarono) preferendo le loro cose, i loro campi, i loro affari … o come quegli altri che addirittura hanno rigettato l’invito con violenza (presero i servi, li insultarono e li uccisero). Questo rifiuto, con tutte le sue possibili gamme, genera però, in questo Signore che non si stanca e non si arrende, una dilatazione ulteriore del cuore: “Quanti trovate, fino alla fine delle vie, – così alla lettera – chiamateli alle nozze”! E i servi comprendono bene il cuore del loro re, e riunirono quelli che trovavano, buoni e cattivi. Questa precisazione non è casuale ma rivela la natura stessa della Chiesa; questa mescolanza di “buoni e cattivi” è riflesso della gratuità dell’invito.

Qui scatta, però, una seconda istanza che questo racconto ci porta: c’è un prezzo della Grazia ! Sembra paradossale, sembra una contraddizione della gratuità … ma non è così! Il prezzo è lo spalancarsi all’irruzione della Grazia; uno spalancarsi che è costoso perché vuole un’adesione che non può essere solo esteriore, è un’adesione che vuole un rivestirsi di una vita nuova e non di una vita nuova qualsiasi ma di una vita che è quella del Cristo; una vita nuova fatta di alcuni “no ” netti da pronunziare e da alcuni “sì ” altrettanto netti. La chiamata è gratuita ma chiede vita vera … tra la chiamata gratuita e l’esito di salvezza, di senso c’è il problema della “dignità” cristiana! L’indegnità non è altro che il rifiuto autosufficiente dell’Evangelo. Un rifiuto che avviene anche all’interno della Comunità credente e mascherato da accoglienza, mascherato di osservanze e di un esserci ma senza “veste nuziale”. Terribile!

Lo scarto tra chiamata e risposta crea il “resto” fedele, che Matteo sottolinea molto nella sua teologia; pensiamo a tal proposito a tutto il discorso che fa sulla porta stretta (cfr 7,13-14). La veste nuziale è il coraggio di passare per questa porta stretta dell’Evangelo! L’ingresso è gratuito ma richiede una decisione libera e costosa ; richiede una rinunzia alle proprie vesti per rivestirsi di Cristo. Diversamente si rimane come l’Adam nel giardino dell’“in-principio” subito dopo la disobbedienza: ci si trova nudi e vergognosi e alla ricerca di nascondigli.

Accogliere l’invito e la veste è fidarsi di una possibilità che non è nostra ma di Cristo; Paolo lo sperimentò nella sua vita quando dovette imparare a spogliarsi delle sue sicurezze (Ciò che per me era un guadagno io lo considerai una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore cfr Fil 3,7-8) per rivestirsi di Lui. Il “grido” pieno di fiducia, che Paolo oggi ci fa ascoltare nel testo della Lettera ai cristiani di Filippi, è per noi motivo di slancio e di pienezza di fiducia: Tutto posso in colui che mi dà forza !

E’ così perché “tutto” significa davvero “tutto ” e i santi ce ne hanno dato la prova!




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