XXXII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Dare la vita

 

TUTTA LA VITA!

1Re 17, 10-16; Sal 145; Eb 9, 24-28; Mc 12, 38-44

 

E’ apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso: così scrive l’autore della Lettera agli Ebrei … l’offerta di sé fino alla fine è, in fondo, il vero tema su cui la liturgia di questa domenica vuol far soffermare la nostra riflessione e la nostra preghiera.

L’Evangelo di Marco ci conduce alla soglia della sua conclusione e, in queste ultime domeniche, ci porta agli esiti della nostra storia e della grande storia … l’esito passa per l’offerta totale di Cristo, un’offerta che, sempre come scrive la Lettera agli Ebrei, è collegata al suo ritorno con cui ci sarà il compimento di ogni storia e di tutta la storia.

Scambiare il tema di questa domenica per un invito alla generosità ed alla discrezione nel fare il bene e nel dare la “carità” è davvero depauperante! La tendenza alla lettura moralistica dell’Evangelo purtroppo ha portato troppe volte la comunità cristiana a perdere il vero cuore di tante pagine della Scrittura, e questa pagina è una delle “vittime illustri” di tale vizio ecclesiastico.

Il testo certamente inizia con un invito a guardarsi da chi ostenta se stesso; se leggiamo bene, questa ostentazione di sé ha al cuore la smodata fiducia in se stessi e nel mondo, ha al cuore quella terribile tendenza anti-evangelica di voler sempre salvare se stessi.
I ricchi che ostentano le loro azioni, si fidano delle loro azioni e vogliono mettere se stessi sulla scena del successo e dell’applauso: ad essi interessa il giudizio del mondo e perciò assecondano il mondo; ad essi interessa che la loro vita abbia molte lodi e molti incensi. La povera vedova è contraltare di questo atteggiamento, perché con il suo comportamento è davvero una pagina vivente di evangelo.

La fiducia di questa donna è riposta solo in Dio e non in se stessa, né tantomeno nelle ricchezze che non ha; la povera vedova è tanto “pagina di evangelo” da essere profezia ed annunzio per Gesù stesso, la povera vedova è per Gesù segno dello scoccare dell’ora, come direbbe Giovanni nel suo Evangelo. L’ora del Messia scocca, e la vedova, con il suo gesto, dice a Gesù quale sia la via che bisogna che Egli imbocchi: gettare in Dio la vita, tutta! Il testo greco, infatti, dice proprio così: “ólontònbíonautẽs”, “tutta la sua vita”. La solennità di questa parola, introdotta con l’amen rivelativo, ci dice che qui Gesù non sta dando un precetto morale di buon comportamento, ma sta rivelando qualcosa che è contemporaneamente essenziale alla sua missione e alla vita dei discepoli: dare la vita fa ritrovare la vita!

La storia di un’altra vedova, la vedova di Sarepta, che oggi incontriamo nella prima lettura, tratta dal ciclo di Elia nel Primo Libro dei Re, ci dice proprio questa verità: consegnarsi al Signore senza fidarsi delle apparenze umane, ma confidando nella sua Parola è fonte di vita. La vedova di Sarepta si fida più della parola di promessa del profeta che dell’evidente incombere su di lei e sul figlio della morte per fame; così la vita le è donata in abbondanza.

Gesù nell’evangelo ha detto con chiarezza che «chi vorrà salvare la propria vita la perderà e chi perderà la vita per Lui e per l’Evangelo la salverà» (cfr Mc 8, 35): anche questa parola è certamente una via di sequela di Cristo, una via per il discepolo, ma è prima ancora la via che Lui, Gesù, ha imboccato: dare la vita, unica via per ritrovare la vita in pienezza. Come tutte le parole dell’Evangelo è via per il discepolo perché prima è stata via di Gesù!

La povera vedova di questo passo dell’Evangelo di oggi dice a Gesù che è scoccata l’ora di gettarsi a capofitto nel dono totale di sé, nel perdere la propria vita per amore del mondo … è l’ora di cadere in Dio, come quei due spiccioli della vedova cadono nel tesoro del Tempio.

Dopo aver visto il gesto “profetico” della piccola vedova, Gesù annunzia il compimento, il senso della storia, con il grande discorso escatologico del capitolo 13; solo dopo entra nella sua Passione, gettando – come quella donna che scompare inconsapevole tra la folla – tutta la sua vita per amore del Padre suo, per amore del mondo.

Si è discepoli solo dando la vita! Dobbiamo davvero farcene convinti!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del tempo Ordinario (B) – Le nostre cose

 

UNA DIGA TRA NOI E LA GIOIA VERA

 

Sap 7, 7-11; Sal 89; Eb 4, 12-13; Mc 10, 17-30

 

Che cosa è seguire Gesù? Cosa è seguirlo in modo radicale, in fondo l’unico vero modo di seguirlo, dando a Lui un primato che rende capaci di “vendere” il resto?

Il passo di Marco di questa domenica, il celebre – e a volte “abusato” – racconto del cosiddetto giovane ricco, ci pone dinanzi ad una richiesta di sequela che ha un esito drammatico, un esito fallimentare. Un esito che è tale perché tra il chiamato e Gesù che chiama si frappone un ostacolo grande, che diviene insormontabile: il possesso!

Se la “libido amandi trova la sua via di sequela nella fedeltà che canta il Dio fedele (lo sentivamo la scorsa domenica circa la via coniugale!), la “libido possidendi” può trovare la sua via di sequela nella condivisione («Vendi […] e dallo ai poveri») e nel volgere le spalle a ciò che, nel possesso, chiede all’uomo sempre di più. Sì, è così: le cose possedute chiedono sempre di più, e non chiedono cose ma chiedono all’uomo se stesso!
Domenica prossima potremo vedere che esito ha nella sequela la “libido dominandi”.

Il giovane protagonista del racconto di Marco si accosta a Gesù per essere rassicurato e per avere un “da fare”, con lo scopo di ottenere la vita eterna, il premio di Dio…
La sua domanda, per quanto “religiosa”, mostra a Gesù un cuore che sarebbe bello plasmare verso la verità dell’uomo e verso la verità di Dio. Gesù vede in lui una possibilità di vita piena, vede in lui la possibilità di costruire, certo non senza fatiche, un uomo nuovo! Gesù ama le sfide, soprattutto quando oggetto di queste sfide è il credere alle meravigliose possibilità di bello che abitano l’uomo! Il problema è che tra il “sogno” di Cristo ed il profondo di questo ragazzo si frappone qualcosa di terribile, una “diga” che il giovane non vuole abbattere, e che Gesù non può abbattere. E’ la “diga” delle “proprie cose”…lo sguardo d’amore di Gesù si posa su di lui, ma non lo smuove, anzi, forse, lo indurisce ed inasprisce.

Ci pare quasi di sentire il silenzio profondo su cui si posa quello sguardo amoroso, e quelle parole di proposta di Gesù: «Va’, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». A questo punto, quel silenzio amoroso diviene silenzio mortale in cui risuonano non più parole, domande, ricerche ma solo i passi all’indietro, certo imbarazzati, ma purtroppo sicuri di quel “bravo ragazzo”…
Gesù ha chiesto troppo…e poi quel tesoro in cielo! I tesori devono stare nei forzieri dei ricchi, e non in un imprecisato e impalpabile cielo…

Il dramma di questa scena evangelica sta in quella tristezza che invade tutta la vita di quel giovane.
Aveva chiesto delle cose “da fare”, ed in fondo Gesù gliele ha dette; ma quelle cose “da fare” non sono quelle che si aspettava; non sono adempimenti passeggeri e precetti che, una volta compiuti, poi lasciano tutto come prima…no! Sono cose che mettono radici, che trasformano, che vogliono coraggi “per sempre”…
Lui non può accettarle perché presuppongono un perdere quello che ha, quello che possiede, quello che incredibilmente ora è la sua identità e la sua sicurezza! Gesù gli offre un’altra identità ed un’altra sicurezza: ma l’amore di Gesù non è stato sufficiente a staccarlo dal suo amore per le sue certezze; il giovane preferisce la tristezza di una vita comoda alla gioia di una vita libera, sensata, alla sequela di Gesù!
In fondo preferisce la sabbia e il fango di cui parla la prima lettura nel Libro della Sapienza opponendoli alla Sapienza…

Questo “bravo ragazzo” è perfettamente il contrario di quei bambini che appaiono nel passo precedente che chiudeva l’Evangelo della scorsa domenica; Gesù li abbracciava e loro si lasciavano abbracciare, e di loro Gesù aveva detto che il Regno appartiene a chi è come quei bambini: chi accoglie il Regno come quei bambini è accolto nel Regno…

Questo giovane non è così: non accoglie il Regno perché non si lascia abbracciare dall’amore di Gesù. Resta solo, è triste…magari il mondo lo crederà felice perché ha molte ricchezze, ma queste faranno sempre diga tra lui e la gioia vera. Certamente quella tristezza si riverbera anche su Gesù; il testo non lo dice in modo esplicito ma ce lo fa intuire: Gesù volge lo sguardo attorno sui suoi discepoli, forse per trovare conforto per l’amore rifiutato, forse per contemplare quelli che l’amore lo stavano accettando. A loro leva un lamento che è constatazione di una verità: Quanto difficilmente entreranno nel Regno dei cieli quelli che hanno ricchezze…

Credo, come scrive Enzo Bianchi nel suo commento a questa pagina di Marco, che bisogna fermarsi qui perché ogni commento a questa parola di Gesù rischia di diventare casistica o addolcimento permissivo…Resti così questa parola, cruda nella sua forza, e sferzi i nostri cuori ricchi, le nostre vite ancora e sempre troppo opulente. Dinanzi a questa parola rimaniamo come i discepoli: sbigottiti, imbarazzati…tutti!… Anche quelli che hanno fatto scelte radicali; il pensiero corre ai mille attaccamenti, alle mille sicurezze che ciascuno si è edificate; la domanda allora è forte: Chi mai potrà salvarsi?

La risposta di Gesù è certo consolante, ma non deresponsabilizzante: E’ impossibile presso gli uomini ma non presso Dio. Perché nulla è impossibile presso Dio… Il testo greco dice “parà theô” e “parà” significa accanto, “vicino”; insomma si tratta di dove si vuole condurre la propria vita, vicino a chi: se la voglio vivere accanto alle mie “ricchezze” e “sicurezze” è un conto; se la voglio vivere accanto al Dio che è il Padre di Gesù Cristo, le cose cambiano, e tutto diviene possibile perchè «Tutto posso in colui che mi dà forza» (cfr Fil 4, 13).

La domanda di Pietro («Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio?») può sembrare presuntuosa ma, in realtà, è una domanda umanissima a cui però, come sempre, Gesù corregge il tiro: non si tratta di ricevere una ricompensa per qualcosa che si è lasciato, ma si tratta di accogliere una fecondità piena della sequela; il centuplo che Gesù promette non è tanto una ricompensa, un ricevere indietro quel che si è dato con abbondanti interessi…no! E’, invece, un constatare che ogni dono è fecondo e moltiplica l’Evangelo, e moltiplica la fraternità, la paternità, la maternità, la gioia. Pietro e gli altri lo constateranno: prima pescavano pesci in un lago, poi pescheranno uomini dall’oceano del mondo; prima avevano solo dei fratelli secondo la carne (non è un caso che i primi chiamati sono due coppie di fratelli!) ma l’Evangelo moltiplicherà quella fraternità, e più sarà moltiplicata e più la gioia ed il senso cresceranno; certo, assieme cresceranno anche le fatiche e anche le incomprensioni e perfino le persecuzioni. Gesù non dissimula il male, mai.

Seguirlo non è una gloriosa ascesa, è lotta gioiosa ma piena di inciampi che provengono da dentro di noi e da fuori; quelli di fuori sono le persecuzioni che si scatenano dinanzi all’alterità degli uomini dell’Evangelo, dinanzi a chi contraddice il mondo che vuole ricchezze e le mette in cima al “desiderabile” e che per esse è disposto a tutto.

Il discepolo povero e disarmato è osteggiato perché mostra disprezzo per ciò che il mondo sommamente apprezza e persegue, è osteggiato e perseguitato perché partecipa alla via del suo Signore osteggiato e perseguitato dal mondo ingiusto.

Per il giovane ricco la fecondità della sequela ha questo prezzo troppo alto, e per non pagarlo preferisce “affogare” nella tristezza!
Seguire Gesù è costoso, ma è via di gioia e di libertà! Sì, libertà!
Chi è più libero di chi liberamente dona, di chi sceglie di essere lì dove Gesù lo chiama?

Il Regno è fecondo e rende fecondi…ma non come il mondo pensa…
E noi come pensiamo?
A Pietro Gesù, un po’ prima, aveva detto: «Tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini!» (cfr Mc 8, 33).

La sequela è questione di pensare secondo Dio!




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XXXI Domenica del Tempo Ordinario – La gioia del convertito

CERCATI E TROVATI DALL’AMORE DI DIO 

  –  Sap 11, 22-12, 2; Sal 144; 2Ts 1, 11-2,2; Lc 19, 1-10  –

 

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Zaccheo, Miniatura di Cristoforo De Pretis (1476)

Il pubblicano della parabola della scorsa settimana era un’invenzione letteraria, un personaggio uscito dalla fantasia di Gesù per parlarci della via di salvezza che si può aprire alla venuta di Dio, se ci si presenta a Lui con le proprie povertà, con i propri peccati … Ora “quel pubblicano” è in carne ed ossa, è una figura reale … ha un nome, Zaccheo ed ha una “patria”, Gerico … ne abbiamo perfino – cosa rarissima negli evangeli – una descrizione fisica: era piccolo di statura … Il suo nome è una forma grecizzata di un nome ebraico che significa “Dio si è ricordato”, e la vicenda che Luca racconta è proprio una vicenda in cui si vede come Dio si ricorda di questo piccolo uomo, grande peccatore che però cerca qualcosa di più rispetto alla sua vita di ricco e di potente: perchè, infatti, dovrebbe salire su di un sicomoro uno soddisfatto di sè e basta? … perchè dovrebbe esporsi anche alla derisione di una città che già lo disprezza mentre trema di lui? … Zaccheo ha sete di qualcosa che forse neanche sa … non sa di cosa, ma ha sete! Come sarebbe difficile per Dio fare breccia nel cuore di uno che non ha sete; ma Zaccheo è assetato, e questo gli permetterà di spalancare la sua vita all’opera di quel Dio che, da sempre, si ricordava di lui e lo cercava.

Il passo del Libro della Sapienza che apre la Liturgia della Parola di questa domenica, ci offre un quadro limpido e caldo di quell’amore di Dio che tutto custodisce e tutto difende dal nulla, perchè tutto ama; una pagina che davvero dona grande consolazione, mostrandoci un volto di Dio tanto distante da quei volti “religiosi” e perversi che l’uomo gli ha attribuito.

E’ proprio questo Dio, innamorato della sua creatura, che Zaccheo incontra sulle vie della sua città, sulle vie di quel suo quotidiano fatto di peccato, di noncuranza degli altri, ma anche di sete di ulteriore.

Luca, con questo racconto di Zaccheo, ci mostra poi come sia vera una frase che risuona fin dal principio del suo Evangelo: “Nulla è impossibile a Dio!” (cfr Lc 1, 37). Poche pagine prima di questo racconto, Gesù aveva incontrato un altro ricco a cui aveva fatto una proposta di sequela radicale, e quell’uomo era restato triste e incapace di un perchè era ricco; Gesù aveva osservato che difficilmente un ricco entra nel Regno, ma aveva anche aggiunto che “nulla è impossibile a Dio”; ed ecco che in Zaccheo si dimostra che anche un ricco può diventare discepolo e testimone del Regno.

Zaccheo incontra Gesù, che pure aveva cercato (certo, forse solo per vederlo spinto da quella sua sete indefinita), e Gesù con lui è di una delicatezza incredibile: “Scendi subito perchè oggi devo fermarmi a casa tua”! Badate che Gesù non dice: “Scendi subito perchè devo convertirti”! Gesù gli chiede di accoglierlo come suo ospite, si mette nella condizione non di uno che deve dare, ma di uno che chiede perchè bisognoso. E’ vero: Gesù è bisognoso di accoglienza per poter donare, per poter riempire le vite di novità e di gioia.

Gesù nulla dice a Zaccheo della sua vita di peccato, gli chiede solo una porta aperta, ma Zaccheo comprende che quella porta aperta si spalancherà non solo sulla sua casa per accogliere quell’Ospite benevolo e discreto che non lo ha nè giudicato nè disprezzato, ma si spalanca anche su una vita nuova; i principi che hanno guidato la sua esistenza fino a quel giorno sono capovolti. Infatti, il danaro, attorno a cui tutta la sua vita aveva ruotato (era esattore per Roma e ladro per sè e per il suo lusso!), ora viene decentrato e diviene “segno” di quella vita nuova; è incredibile ma proprio quel danaro diventa segno di novità, perchè restituito e donato; diventa segno della concretezza di quella vita nuova. Non si tratta di belle parole e di bei propositi … implica la “tasca”! Diciamocelo: troppi credenti corrono sulle vie delle parole belle ed alate, ma poi si fermano e si voltano indietro dinanzi alla “tasca”: tutto va bene con l’Evangelo e con Dio, ma finchè non si tocchino le sicurezze, il danaro, i possessi … quella è l’ora in cui si dice: “va bene, ma non bisogna esagerare; poi si diventa integristi, fanatici…”. Per Zaccheo non è così: è immediata nel suo cuore la relazione stretta tra conversione e “tasca”!

Nell’Evangelo di Luca la conversione ha necessariamente delle dimensioni che puntualmente  ritroviamo qui: l’urgenza, la rinuncia e la gioia!

L’urgenza è detta fortemente in questo racconto. Gesù infatti dice: “Zaccheo, scendi subito, perchè oggi devo fermarmi a casa tua” e il racconto prosegue dicendo che “Zaccheo in fretta scese e lo accolse con gioia”! “Subito”,  “oggi”, “in fretta” … tutto dice di una impellenza, perchè l’opera di Dio bussa a quella vita e non tollera rimandi … ogni ora perduta è ora sottratta al Regno!

La rinuncia è racchiusa in quel dare ciò che per lui poco prima era essenziale, e forse scopo di vita; con questo dare Zaccheo non solo fa giustizia perchè restituisce, ma fa anche dono in modo gratuito e “non dovuto”: dà la metà dei suoi beni ai poveri, ed in più quello che ha frodato lo restituisce con ampio risarcimento (quattro volte ciò che ho frodato) …

Tutto questo è vissuto in un vero clima di gioia! Se al capitolo qundicesimo Luca aveva insistito sulla gioia di Dio dinanzi al peccatore convertito, qui Luca ci mostra la gioia del convertito! Zaccheo, proprio come l’amministratore disonesto della parabola, “si fa amici con la ricchezza disonesta” (cfr Lc 16, 1-8), e permette addirittura a quella ricchezza disonesta di raccontare un Evangelo, un mutamento di campo nella vita di chi accoglie Gesù.

Questa pagina è un racconto “sorridente” in cui due sorrisi si incontrano: quello di Dio sul volto di Gesù, e quello del peccatore perdonato che scende gioioso da quello strano sicomoro! Una sola ombra in questo racconto: quel mormorare degli immancabili “benpensanti” che non sanno leggere mai l’uomo come uomo e basta, ma gli devono sempre attaccare etichette incancellabili: un pubbicano è sempre e solo un pubblicano! Non così per Gesù: Zaccheo per Lui ha fatto il pubblicano, ma è figlio di Abramo, e lo è comunque; è figlio di un’alleanza che ora, in Lui, in Gesù, è giunta al suo culmine; il tempo di Gesù, per quella stessa alleanza, sarà tempo di ricerca incessante di “perduti”… Gesù lo farà fino alla fine quando, sulla croce, farà scoccare un altro oggi, quello del Buon ladrone che pure è salito su un “albero”, quello della croce, ma che, a differenza di Zaccheo che Gesù dovrà cercare alzando lo sguardo, si troverà innalzato assieme a Gesù che lo potrà guardare ed amare “dallo stesso livello” … e la casa che si spalancherà sarà la casa del Paradiso che quel povero ladro, che ormai nulla può restituire, si vedrà aprire con uno stupore ancor più grandi di quello di Zaccheo …

Ecco a cosa arriva il cuore innamorato del nostro Dio: è quando siamo perduti che veniamo cercati e trovati dall’amore di Dio, come Zaccheo, come il ladro del Calvario; il nostro problema è troppo spesso quello di non volerci annoverare tra i “perduti”, e così rischiamo davvero di perderci!…

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVI Domenica del Tempo Ordinario – Un ricco senza nome

SI FIDA DI MAMMONA CHI NON SI FIDA DELL’ALLEANZA

  –  Am 6, 1.4-7; Sal 145; 1Tm 6, 11-16; Lc 16, 19-31  – 

A rich man and Lazarus di Vasily Surikov (1873)

A rich man and Lazarus di Vasily Surikov (1873)

Se domenica scorsa la liturgia ci ha fatto sostare sul tema del retto uso dei beni, oggi con la celebre parabola del Ricco e del povero Lazzaro, ci mostra i rischi che corre chi si fida di mammona!

Anche questa è una parabola per certi versi strana; per lo meno ha qualcosa di insolito…se domenica scorsa nella parabola dell’Amministratore disonesto c’era il fatto strano di una figura esemplare per nulla “esemplare”, qui lo strano è che uno dei protagonisti della parabola ha un nome! Mai, infatti, nelle parabole ci sono personaggi con dei nomi propri, tutt’al più delle qualifiche sociali, lavorative o di relazioni familiari: un sacerdote, un contadino, un locandiere, un pastore, un padrone, un re, dei creditori, dei servi, un amministratore, un padre, un figlio, un ricco…. qui no, qui c’è un povero che si chiama Lazzaro (in ebraico Eleàzar che significa “Dio aiuta”!); il povero ha un nome, il ricco no! Anzi, su questo punto, c’è da dire una curiosità interessante: nella tradizione copta questo ricco ha un nome terribile, Neues che significa “nessuno” (secondo alcuni sarebbe una deformazione della parola latina “dives” che significa “ricco”); insomma il povero ha un nome, il ricco è nessuno!

Tutto questo non ci deve meravigliare in Luca; è la logica del Magnificat, che Luca ci ha consegnato all’inizio del suo libro: “…ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi” (cfr Lc 1, 52-53). Ed eccolo qui il Magnificat…l’evangelista, possiamo dire, lo mette “in scena” con questo racconto di Gesù.

Un povero viene innalzato ed un ricco abbassato; il ricco si è fidato di mammona, e mammona l’ha accecato. Non si è mai accorto di Lazzaro alla sua porta? Perfino i cani si erano accorti di lui e lo soccorrevano (scrive Luca che “gli leccavano le piaghe”) … lui, il ricco, no! Troppo preso dall’ubriacatura di mammona, di quell’ingiusta ricchezza di cui Gesù parlava qualche rigo più sopra (cfr Lc 16, 9). Lazzaro aveva una sola piccola speranza per vivere: nutrirsi con il pane che il ricco gettava dopo essersi pulite le dita sporche di cibo; il ricco è vestito di porpora e bisso, tessuti preziosissimi, Lazzaro è lì nudo e bisognoso.

Per il ricco, come per ogni uomo, viene il tempo in cui gli è tolta l’amministrazione, come si diceva nell’evangelo di domenica scorsa (cfr Lc 16, 4)…gli è tolta la vita, il tempo cioè in cui poteva amministrare i suoi beni saggiamente, facendosi amici che potessero accoglierlo nelle dimore eterne (cfr Lc 16, 9). La vita è finita; Lazzaro poteva essere un suo amico, ed invece non è stato così; ora anche Lazzaro muore, e Luca ci dice che gli angeli lo portano nel seno di Abramo…Della morte del ricco, Luca dice semplicemente che fu sepolto, e che dalla tomba scende nell’inferno del tormento. Quale questo tormento? Quello di essere stato ingannato dalla ricchezza: è nessuno! Tutto quello che, nel suo stolto delirio, pensava dovesse durare per sempre, è finito: finito il danaro, i banchetti, i piaceri, le belle vesti, le relazioni con i potenti…mammona l’ha lasciato nel non-senso! In questa condizione, finalmente, vede Lazzaro…vede colui che per tutto il tempo della sua vita non aveva mai visto; vorrebbe essere raggiunto da Lazzaro, da colui che nella sua vita non aveva mai raggiunto se non con quelle molliche gettate ai cani…ora vorrebbe che Lazzaro lo servisse! Davvero chi si è lasciato sedurre ed ingannare da mammona è “inguaribile”! Il ricco ancora pensa solo a sè, alla sua sete; tutt’al più pensa a quelli della sua casa…

Il problema di questo ricco, come di tutti quelli che, affidandosi a mammona, dicono “amen” insensati a ciò di cui non ci si può fidare, è non aver capito nulla dell’Alleanza … qui entra questo tema per Luca importantissimo! Chi nulla ha compreso dell’Alleanza, che chiede di continuo l’accoglienza del fratello ed il servizio dei poveri, come potrà cogliere il culmine dell’Alleanza, che è il Risorto dai morti? Luca qui ci fa fare un “salto” sottilissimo, che ci porta all’oggi della Chiesa, in cui vivono dei credenti nel mistero pasquale di Gesù, in cui vivono dei credenti nella Risurrezione. Per Luca è chiaro che non può credere davvero nella Risurrezione chi ignora l’Alleanza e le sue esigenze! La finale della parabola è, in tal senso, molto intrigante: al ricco, che chiede che un Lazzaro redivivo vada ad avvertire i suoi fratelli di non fare l’errore che lui ha fatto, Abramo, il padre del popolo dell’Alleanza e delle Benedizioni, dice che essi hanno già chi li avverte! Hanno Mosè ed i Profeti, cioè le Scritture, custodi dell’Alleanza. Se non ascoltano le Scritture, non potranno neanche essere convinti da una risurrezione!

E’ così! La stessa risurrezione di Gesù, culmine e compimento dell’Alleanza, richiede – per essere accolta – il ripercorrere la Legge e i Profeti; Gesù stesso, nell’ultimo capitolo dell’Evangelo di Luca, spiegherà le Scritture perchè, prima i due di Emmaus (cfr Lc 24, 27) e poi gli Undici (cfr Lc 24, 44), possano cogliere la verità profonda della risurrezione!

Per Luca allora è chiaro: si fida di mammona chi non si è fidato dell’Alleanza!

Abramo non rimprovera il ricco che lo supplica dalle profondità dell’inferno; semplicemete gli dice che tra il grembo di Abramo e la fiamma degli inferi c’è impossibilità di comunicazione. Questo perchè l’abisso che esiste tra i due mondi l’ha creato lo stesso ricco, ora nessuno … Ha creato quell’abisso con la sua cecità, con la sua sordità, con la sua voracità incurante della fame del povero; l’ha creata con la sua dimenticanza di quell’Alleanza che chiedeva “amore e giustizia” (cfr, per esempio, Es 22, 20-26 o Is 10, 1-2!) … Tra il grembo di Abramo ed il fuoco degli inferi c’è la storia, la vita di ciascuno; c’è il tempo dell’amministrazione, un tempo in cui ciascuno può ascoltare Mosè ed i Profeti e, ascoltando loro, potrà entrare nella Nuova Alleanza. E’ qui, nella Nuova Alleanza, che  il Risorto dai morti rende ragione a tutti i poveri e i crocefissi della storia; a tutti i Lazzaro colmi di dolori ed intrisi di lacrime che nessuno vede. Sono dolori e lacrime causati dall’iniqua ricchezza di quelli che, chiamati ad essere loro fratelli ed amici, si sono fatti invece, per la cieca loro avidità ed incuranza, spietati carnefici.

Il ricco è uno di questi carnefici senza pietà…il racconto di Gesù grida un rischio grande che possono correre anche i discepoli del Regno, se si adagiano sulle loro sicurezze ed iniziano a dire degli amen a chi non merita nessun amen.

E’ accaduto, ed accade nella storia della Chiesa, ed il rischio è tremendo! Gesù è venuto a chiedere agli uomini di colmare gli abissi, e non di scavarli creando fossati invalicabili. Lui è venuto a fare perfettamente il contrario, gettando un ponte di misericordia tra noi poveri e peccatori e Dio ricco di misericordia e di santità.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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