Santa Famiglia (B) – Riconoscere Colui che attendiamo

 

…NELL’ORDINARIO DELLE NOSTRE VITE

 

Gen 15, 1-6;21, 1-3; Sal 104; Eb 11, 8.11-12.17; Lc 2, 22-40

 

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

La presentazione di Gesù al Tempio, di Rembrandt (particolare)

Arriva puntuale, tra il Natale e la Circoncisione di Gesù all’Ottava, la festa della Santa Famiglia. Nata per motivi “pastorali”, questa festa rischia di sviarci, con riflessioni moralistice e “pratiche” (!), dalla contemplazione del Mistero dell’Incarnazione che a Natale abbiamo celebrato.
D’altro canto, come già abbiamo avuto modo di dire negli scorsi anni, la possibilità di prendere ad esempio la Famiglia di Nazareth per le nostre famiglie lascia un pochino perplessi: c’è una madre vergine, un padre “putativo” ed un figlio che è Dio! Una realtà un tantino distante dalle nostre situazioni; quel che da Maria e Giuseppe dobbiamo cogliere perciò è di un respiro più ampio, tanto più ampio di quello delle varie e lodevoli “pastorali familiari”: nel loro “sì” al progetto di Dio c’è una via ecclesiale che riguarda tutti i credenti in Gesù, e non solo le famiglie.
I testi biblici di questa domenica ci danno l’agio di leggere con maggiore profondità il mistero dell’Incarnazione, e prendono le distanze da discorsi “familiaristici” oggi tanto “di moda” nella pastorale della Chiesa.

La Scrittura oggi ci fa riflettere ancora una volta sul tema della fedeltà di Dio! La promessa fatta ad Abramo di essere benedizione per tutti i popoli si adempie in Gesù, il Figlio eterno venuto nella carne. E’ Gesù il primogenito che, come Isacco sul monte, è portato al Tempio per esservi offerto: Maria e Giuseppe, obbedienti alla Legge, senza sentirsene esentati per la straordinarietà della loro vicenda, entrano nelle vie ordinarie del loro popolo e portano il Bambino al luogo cuore della fede di Israele, al Tempio; e lì, al cuore di Israele, avviene un incontro: la Prima Alleanza incontra l’Alleanza Definitiva…le promesse incontrano l’adempimento, l’attesa diviene presenza!

Le braccia di Simeone, vecchio e colmo di attesa, sono le braccia della Prima Alleanza che riconosce il Messia grazie all’azione dello Spirito. Il Messia poteva entrare nel Tempio quel giorno, ed essere sfiorato e non riconosciuto persino da Simeone: quanti in quel giorno avevano visto un padre ed una madre ordinari con il loro bimbo qualunque; eppure Simeone, come poi Anna, ha la capacità di riconoscere Colui che attendeva.

Come Simeone, qui si distanzia da ogni attesa banale e trita del Messia!
Come è capace questo vecchio di scavalcare le immagini di un Messia glorioso e potente, e fermarsi a contemplare un Bambino fragile ed ordinario?  Luca ce ne dà una spiegazione; due sono i fattori che permettono a Simeone di fare questo “salto”: il primo è l’attesa nutrita di assiduità con la Parola della Scrittura, nutrita di presenza alla presenza di Lui, di scelta di dimorare con Dio (la vecchia Anna – dice Luca dimorava notte e giorno nel Tempio).
Queste cose, però, non sarebbero sufficienti se non fossero accompagnate dall’opera dello Spirito Santo che, come ha fecondato il grembo di Maria (cfr Lc 1, 35) così ora rende fecondo Israele – rappresentato dai due vecchi – di fede, di capacità di riconoscimento e di capacità di profezia.
Lo Spirito, che aveva preannunciato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia, rende il suo cuore, già vigilante nell’attesa, capace di riconoscere in quel Bambino portato al Tempio il Messia atteso; lo Spirito gli apre gli occhi ad un riconoscimento. Se ci pensiamo, l’Evangelo di Luca si concluderà ancora con un riconoscimento: sulla via di Emmaus, quei due uomini delusi incontrano un viandante ordinario come tanti, che cammina sulla loro stessa strada e, alla mensa di Emmaus, essi lo riconoscono e non possono che tornare indietro ad annunziarlo come compimento di tutte le speranze.
Il rischio diversamente è grande: sfiorare Gesù, e non lasciarsene sedurre, non lasciarsi interpellare da Lui.

Il vecchio Simeone non solo lo riconosce, ma riconosce in Lui delle domande che pesano: quel Bambino chiede di schierarsi; quel Bambino è segno di contraddizione, impone di fare scelte di campo, e senza infingimenti.

Il Natale vuole questa scelta…non si resta neutrali dinanzi al Natale. Chi resta neutrale, chi rimane come prima, non ha celebrato il Natale di Nostro Signore Gesù Cristo: ha fatto una festa suggestiva ed evocativa che si “gioca” attorno ad una nascita (per tanti un po’ mitica!), ed attorno ad un bambino…tutti segni di umane speranze e di tenerezze, ma il Natale non è questo, e non voleva questo!
Natale vuole riproporre ai credenti una scelta di campo! Nel Natale, d’altro canto, Dio ha fatto una scelta di campo: ha scelto gli umili, i piccoli, i poveri, l’uomo con le sue fragilità, ha scelto i peccatori, ha scelto noi…Lui porterà questa scelta di campo fino alle estreme conseguenze, fino alla croce!

Noi che scelta di campo facciamo? Per chi? Con chi?
Oggi questa domanda ci è gridata dalle parole profetiche di Simeone.
In questa richiesta, forse, si può trovare una parola per la vita delle nostre famiglie. La vita familiare è il più diffuso ordinario, e la liturgia di oggi mi pare che suggerisca che è in questo ordinario che bisogna far brillare lo straordinario di un riconoscimento e di una scelta di campo. L’ordinario può divenire un luogo “esplosivo” di vita nuova oppure la tomba di ogni slancio, la tomba dei sogni e delle speranze.

Il Bambino di Betlemme è quel Gesù che interpella in tal senso ogni suo discepolo, chiede la vita…e gli sconti non sono possibili!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XIV Domenica del Tempo Ordinario – Riconoscere Gesù!

NELLA DEBOLEZZA, LA POTENZA DI DIO 

Ez 2, 2-5; Sal 122; 2Cor 12, 7-10; Mc 6, 1-6

 

Riconoscere Gesù. E’ il “problema” che oggi la liturgia pone alla nostra riflessione di credenti.

La fatica di questo riconoscimento…la presenza di Dio è sempre, infatti, una presenza mediata e l’Incarnazione di Dio, nella corposità storica di Gesù di Nazareth, è stata di per sè luogo “spesso”, “opaco”, che necessitava dello scatto della fede e dello sguardo penetrativo di chi si fa capovolgere dalla Parola.

Gli abitanti di Nazareth sono paradigmatici di questa fatica e dei suoi esiti spesso negativi. Dinanzi a Gesù ed alla sua concreta umanità, alla sua “notorietà”, vorrei dire alla sua ordinarietà, essi non riescono a volgere lo sguardo all’oltre…sì, iniziano col farsi domande (che è un buon inizio…ed oggi tanti neanche se ne fanno più domande!) ma poi non portano a pienezza il loro mettersi in discussione, il loro interrogarsi ed interrogare la storia…

L’ordinarietà di Gesù per loro è troppo forte: E’ il carpentiere…addirittura lo chiamano Il figlio di Maria! Questa è un’espressione del tutto desueta sulle labbra di qualsiasi ebreo perchè per designare una persona si citava sempre e solo il nome del padre; E’ il figlio di Maria è espressione che manifesta, oltre allo sconcerto che suscita la sua pretesa insieme alla sua ordinarietà, un pensiero malevolo; un richiamo ad una serie di dicerie “paesane” sulla paternità di Gesù…E’ il figlio di Maria…dobbiamo immaginare questa frase pronunziata tra risolini ironici e ammiccamenti; insomma è un insulto bello e buono: è ordinario, strano, “chiacchierato” e figlio di gente “chiacchierata”. Lo spessore dell’Incarnazione è qui con tutto il suo peso; l’Incarnazione è uno scandalo duro da portare e soprattutto duro da attraversare.

Il cuore della fede cristiana è lì ed è duro…è il grande scandalo che o si prende sul serio o si vede svanire ogni autentica fede cristiana; infatti, quando si dimentica (o si vuol mettere tra parentesi) l’Incarnazione, il suo scandalo, la sua ordinarietà, si finisce per dimenticare l’uomo, la storia, la fatica di essere uomini, la fedeltà alla terra, la fedeltà alla “carne”; e quando si dimenticano queste dimensioni il cristianesimo si “spiritualizza”, si fa vacuità, precettistico, deresponsabilizzante. Sì, deresponsabilizzante perchè, se si dimentica la carne, si smarrisce la responsabilità della carne dei nostri fratelli, dei loro bisogni, delle loro ferite, del loro concreto…e si cominia a parlare non più di uomini ma…di anime!

Inoltre, chi non accoglie l’ordinarietà della carne di Gesù di Nazareth rende “impotente” Dio! Lo rende incapace di compiere segni efficaci a raccontare il suo vero volto ed il vero volto dell’uomo. Non vi potè operare nessun miracolo…dice Marco; Gesù lì a Nazareth non può compiere quei segni messianici che avrebbero raccontato Dio; non lo può perchè i suoi concittadini non sono disposti a vedere la presenza di Dio in quell’uomo noto, ordinario, “chiacchierato”…non sono disposti a portare alle estreme conseguenze quella domanda che si ponevano al principio…domande bloccate sul “banale” perchè se avessero risposte vere quelle domande impegnerebbero a cambiare opinioni, vie, pareri; sarebbero obbligati a mutare le loro “chiacchiere” in parole di verità e di compromissione, sarebbero costretti a gettarsi alle spalle i loro pregiudizi.

Questa via dell’ ordinario, verrebbe da dire questa via dell’ opacità è via da percorrere ancora oggi perchè la presenza di Dio, oggi, deve essere narrata da qualcosa di ancora più opaco dell’ordinaria umanità del Figlio di Dio…la sua presenza ed il suo vero volto oggi possono essere narrati solo dai credenti, dalle chiese di Cristo sparse sulla terra…e quanta opacità, quenta ordinarietà, quanta “chiacchierabilità” nella Chiesa di Cristo.

Eppure il mistero di Dio, della sua presenza e della sua vicinanza è racchiusa lì e solo lì è visibile ed esperibile.

Certo questo non ci esime come credenti a lavorare sulle nostre opacità, ci impegna a lottare a che queste addirittura non divengano “dighe” o “deserti” invalicabili…ma bisogna sapere che le opacità restano; chi vive nello spazio della fede ed all’interno di comunità ecclesiali questo deve assumerlo e deve imparare a sperimentare su quel terreno della fragilità e dell’opacità la misura della propria fede. Noi crediamo, infatti, in un Dio che, in Cristo, si è esposto alla fragilità offrendosi nella fragilità; in un Dio che continua ad esporsi nella fragilità dei credenti, nella fragilità delle Chiese con tutto il loro carico di storia e di santità e di peccato.

Nella Pasqua il Cristo fu riconoscibile attraverso le sue ferite e, dice il quarto evangelista, che i discepoli gioirono a vedere il Signore (cfr Gv 20, 20) … anche oggi bisogna esser capaci di riconoscere il Cristo anche in quelle ferite di peccato, di opacità, di mediocrità e di storie cariche di contraddizioni a volte dolorose e vergognose, a volte causate da povere debolezze e da mancanza di vero coraggio evangelico.

Le pagine della Scrittura di questa domenica ci fanno un doppio invito: lottare per rischiarare le nostre opacità e lottare per riconoscere Cristo nelle vite delle Chiese nonostante queste opacità, o forse proprio in queste opacità. E’ una grande sfida.

D’altro canto il testo paolino che oggi ascoltiamo, tratto dall Seconda lettera ai cristiani di Corinto, ci parla di una debolezza in cui si manifesta la potenza di Dio! Se le Chiese fossero il Regno, potrebbero pensare di essere esse stesse causa di salvezza; le opacità che permangono, le spine nella carne, ci “convincono di peccato” e ci fanno guardare alla sola causa di salvezza: la Grazia di Dio manifestatasi a pieno in Cristo Gesù. Quella Grazia che si manifestò nella sua carne di uomo vero, ordinario, quotidiano, di abitante d’un piccolo paese pieno di chiacchiere inutili e cattive…la Grazia fu tutta lì, nell’Uomo Gesù! Lo straordinario del cristianesimo è proprio in questa ordinarietà!




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III Domenica di Pasqua – Sulla strada di Emmaus

IL RISORTO CI CERCA NEI NOSTRI PASSI PERDUTI

 At 2, 14a.22-33; Sal 15; 1Pt 1, 17-21; Lc 24, 13-35

 

La Risurrezione è un evangelo, è una buona notizia non solo perché è promessa di futuro dinanzi al dramma del mostro morire, non solo perché è vittoria non arrogante dell’amore sull’odio ma anche perché ci assicura la presenza di Cristo Gesù al di là del tempo ed anche al di là delle nostre percezioni e consapevolezze.

La riflessione che ci offre la liturgia di questa domenica mi pare che vada proprio in questa direzione: Lui, il Crocefisso Risorto, è con noi, cammina per le nostre strade e non in modo generico, “ideale”, “disincarnato” ma per davvero! Si fa accanto a i nostri passi stanchi, sfiduciati e tante volte disperati ed insensati …

Il racconto dei due discepoli di Emmaus, che tanto accende i nostri cuori di nostalgia di incontro e di nostalgia di infinito, ci assicura che la Risurrezione è dono di presenza che va oltre ciò che noi possiamo anche solo immaginare o attendere. Il Risorto ci cerca nei nostri passi perduti, viene a visitarci proprio lì dove non ce lo attenderemmo,lì dove non lo attendiamo più, lì dove il nostro cuore è anche “distante” e “separato” da Lui e dagli altri. Il Risorto ci raggiunge sulle nostre strade senza speranza, nelle nostre domande senza risposta; ci raggiunge quando coniughiamo la speranza al passato (quei due dicono, se ci pensiamo bene, una cosa tremenda: Noi speravamo è tremendo perché la speranza con un tempo al passato è un assurdo: la speranza vera vuole il futuro!); il Risorto ci raggiunge quando il sole tramonta e pare che incomba una sera che non conoscerà più aurore. Proprio in sere che hanno questo sapore di promessa di buio e basta il Risorto ci raggiunge senza temere i nostri occhi incapaci di riconoscerlo: è lì e basta!

La fede pasquale è fede in una presenza che va al di là delle nostre percezioni e del nostro sentire; la fede pasquale è fede, ci dice l’Evangelo di oggi, in un Signore che, essendo passato per i nostri bui e le nostre vie dolorose (cfr Eb 4,15), continua a farsi compagno dei nostri passi di dolore e di disperazione.

Credere alla Risurrezione non è professare un articolo di fede su un evento del passato avvenuto veramente ma è sapere che Gesù è per sempre, dovunque e in ogni oggi e condizione il “Dio-con-noi”.

La via per Emmaus è allora paradigma di tutte le nostre vie senza vita che possono diventare vie di vita senza tramonto se solo ci lasciamo aprire gli occhi da Lui sulla sua presenza.

Nell’ora in cui Cristo si fa accanto ai nostri passi ci consegna ancora quelle realtà che ci fanno suoi discepoli: la Parola, il Pane spezzato, i fratelli a cui non si può rinunciare come avevano fatto stoltamente quei due fuggiaschi …

Gesù consegna ai due la Parola che apre i loro cuori e li infiamma, spezza per loro il Pane che sarà la sua presenza nonostante la sua “assenza” (Ma egli sparì dalla loro vista) e li riconduce a Gerusalemme perché ritrovino la Chiesa perche solo lì possono vivere da discepoli perché solo lì potranno ricevere la conferma della loro esperienza di incontro (Trovarono riuniti gi Undici e gli altri che erano con loro i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”).

Esploda allora anche in noi la struggente preghiera di Emmaus, quella preghiera che rimbalzata sulle labbra di generazioni e generazioni di cristiani, ha reso Emmaus memoria di dolcezza e speranza, quella preghiera che ha trasformato l’amarezza di quei due discepoli disillusi in sapore di dolcezza da cui tutti gli “innamorati” di Cristo Gesù si sentono sedotti: Resta con noi, Signore perché si fa sera ed il giorno già volge al declino …

Anche al buio delle nostre incapacità ed incomprensioni di senso questa preghiera ci permette di entrare in una consolazione che si nutre di una certezza: Lui, Gesù, resta! Scrive Luca: Ed entrò per rimanere con loro. Quello che Luca scrive noi lo sperimentiamo quando quel “Resta con noi” affiora alle nostre labbra forse stanche di uomini dai passi perduti e a volte disperati.

Resta con noi” … ed il sole dorato del tramonto nostalgico di Emmaus diviene non presagio di notte ma promessa di un’aurora nuova di un eterno giorno di Pasqua.

Allora, come Pietro e gli altri, sapremo venir fuori dai nostri “cenacoli” chiusi per raccontare al mondo che Lui è vivo, presente, operante e che ne siamo testimoni; costi quel che costi!




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