IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno C) – Il rifiuto del profeta

 

…E TU NON SPAVENTARTI

Ger 1, 4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12, 31-13,13; Lc 4, 21-30

Interessante e stimolante l’Evangelo di questa domenica; è il seguito di ciò che leggevamo domenica scorsa del discorso nella Sinagoga di Nazareth. Gesù non commenta esegeticamente, come abbiamo visto, il testo del Libro di Isaia che ha letto, ma ne proclama il compimento nella sua persona, nella sua presenza, nella sua azione.
La meraviglia dei nazaretani si muta in ira e addirittura in propositi omicidi, ed il passaggio avviene sotto un chiara provocazione di Gesù stesso che previene la loro reazione dopo aver ascoltato dalle loro labbra meravigliate quella domanda, che troviamo anche negli altri Evangeli, circa la sua origine ordinaria e nota: «Non è il figlio di Giuseppe?». Gesù previene la loro obiezione più grande e più grave alla sua opera ed alla sua persona: vorrebbero miracoli a loro beneficio e questo accampando un primato ed una pretesa su Gesù e la sua opera, quasi come se Gesù appartenesse loro per diritto “di campanile”.

Il racconto ci fa chiaro che il discorso nella Sinagoga di Nazareth non è il primo atto pubblico di Gesù dopo il Battesimo al Giordano e dopo il suo soggiorno nel deserto, ci sono stati già e predicazione e miracoli avvenuti altrove in Galilea, tanto che la sua fama si è diffusa e fa sorgere nei suoi concittadini pretese, recriminazioni e gelosie.
Sta di fatto che Luca opera una scelta: aprire la vita pubblica di Gesù con questo discorso rivelativo della sua missione come compimento di una parola di promessa e con il rifiuto dei suoi, prima sotterraneo e poi addirittura violento.

Perché questa scelta?
Perché l’Evangelo vuole essere un’ampia illustrazione del mistero del rifiuto del Messia. Un rifiuto che, sia chiaro, non è solo di Israele ma dell’uomo in quanto tale. E’ l’uomo, infatti, che è contraddetto paradossalmente dal Messia che annunzia l’oggi” di Dio e la liberazione dei prigionieri e dei miseri …
Viene da chiedersi: ma perché l’uomo si sente contraddetto da un Salvatore? Mi pare che la risposta possa essere solo nel fatto che l’uomo vorrebbe salvarsi da solo, o vorrebbe usare Dio a proprio piacimento quasi come un possesso da mettere in atto nel bisogno e nello “straordinario” e non nell’ordinario della vita! Certo: nell’ordinario Dio disturba, intralcia, è esigente, vuole essere “Signore” … chi vuole miracoli vuole, di contro, un Dio “al servizio”, un Dio “usabile”, un Dio che non può essere proclamato “Signore” perché non gli si vuol dare un primato, ma lo si vuole usare.

E’ la perniciosa “via dei miracoli” (non a caso dico così! Chi ha orecchi per intendere intenda!), via che svia l’Evangelo in religione e pone sul volto di Dio ancora maschere perverse ed irreali! Gesù non accetta questa via, né può accettare di appartenere ad una città (sia pure la sua!), ad una popolazione!

Gesù è universale, la sua patria è il mondo, e Gesù lo grida con forza e fermezza facendo riferimenti universalistici già contenuti nella Prima Alleanza: l’episodio della vedova di Zarepta (cfr 1Re 17, 1ss) e la guarigione di Naaman il Siro da parte di Eliseo (cfr 2Re 5, 1-19)!
Nessuno possiede Dio; tutti, invece, sono chiamati a farsi possedere da Lui e dal suo amore, e questo comporta che a Lui ci si consegni.

La reazione violenta dei nazaretani conclude l’episodio tragicamente, mostrandoci il dramma del rifiuto del Messia che sarà il nodo centrale della vicenda di Gesù. Luca ci dà qui, già all’inizio del suo Evangelo, una via per capire questo dramma. In primo luogo il rifiuto che Gesù qui subisce e quello che si concretizzerà nell’ora del Golgotha; non è un fatto isolato, né è un fatto del passato. E’ qualcosa che ogni generazione di discepoli dovrà provare.

Gesù, infatti, dice: «Nessun profeta è ben accetto in patria»
Il rifiuto dei profeti è qualcosa che è sempre accaduto e sempre accadrà. Ce lo testimonia anche Geremia nel testo che oggi leggiamo dal libro dei suoi oracoli, e che è il racconto della sua vocazione: «Tu non spaventarti …ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno».

La sorte di tutti i profeti è questa, e Gesù neanche qui ha voluto esenzioni; Lui, che è il profeta più grande, ha subito il grande rifiuto, quello della croce. Questa non fu il frutto della malvagità e della sclerocardìa di giudei e romani di quella generazione, ma è il frutto della comune durezza di cuore di tutte le generazioni.

Ogni discepolo di Gesù allora lo sappia: nel Battesimo fu unto profeta e, se vuole essere fedele a quel dono battesimale, si deve aspettare persecuzione e rifiuto.

Quando nei secoli cristiani sono emersi profeti disposti a vivere l’Evangelo con radicalità e hanno gridato i loro “no” al mondo e alla Chiesa stessa hanno subito persecuzione, rifiuto, e molto spesso hanno versato il sangue. Proprio come il loro Signore! La verità è che se non subiamo persecuzione è perché non siamo profeti, perché non mostriamo il volto contraddicente ed esigente del Dio, di Gesù Cristo.

La finale del passo di oggi, poi, ci mostra Gesù che passa in mezzo ai suoi concittadini infuriati e se ne va … mostrandosi libero e sovrano.
Pare un anticipo dell’esito pasquale della Croce: la Risurrezione. La corsa dell’Evangelo non è arrestata dalla violenza dei nazaretani, così come non ci riuscirà la violenza dei crocifissori.

I profeti capaci di patire e di morire per l’annunzio delle esigenze dell’Evangelo sono più vivi che mai, come il loro Signore che è risorto!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati al banchetto

RIVESTIRSI DI CRISTO

 

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

Parabola del banchetto di nozze - Jan Luyken

Parabola del banchetto di nozze – Jan Luyken

La parabola del banchetto nuziale chiude il trittico di parabole con cui Gesù dice le parole dure e salutari dell’Evangelo a chi, chiuso nelle proprie sicurezze, non riesce a fidarsi dell’assoluta alterità della sua autorità e delle vie di Dio così diverse dalle nostre, e a chi non riesce a guardare in faccia il proprio peccato, come invece hanno saputo fare i pubblicani e le prostitute (cfr Mt 21, 32).

La terza parabola è un racconto ben strano; come la precedente parabola dei vignaioli omicidi ha un vasto retroterra biblico che è echeggiato anche nell’oracolo di Isaia che costituisce la prima lettura di questa domenica. All’interno delle Scritture infatti, il banchetto rappresenta un’immagine frequente ed allettante della promessa di comunione che Dio fa al suo popolo, una comunione verticale con Lui ed orizzontale nella fraternità; un’immagine, inoltre, di carattere escatologico, che fa puntare lo sguardo alla promessa di Dio che va ben oltre la storia…
Il racconto è strano perchè presenta un fatto inusitato: chi mai rifiuterebbe l’invito di un re per un banchetto nuziale? Era questa un’aspirazione di ogni israelita (di qualunque suddito!): essere ammesso all’intimità del re…

Chi son dunque questi invitati che rifiutano?
Per alcuni ci sono cose più importanti o più impellenti; per altri, addirittura, la proposta del re è talmente irritante che maltrattano i servi latori dell’invito e alcuni addirittura li uccidono.
Ancora fallimenti sì, come dicevamo già domenica scorsa, fallimenti di Dio: la storia della salvezza è ancora letta da Gesù (come aveva fatto già nella precedente parabola) come una storia di amore ostinato che non si arrende dinanzi agli evidenti fallimenti.

In questa parabola è più chiara la polemica con i Giudei: lampanti, infatti, sono le allusioni che Matteo fa ad Israele che perde la vigna, la quale passa ai pagani, ed alla distruzione di Gerusalemme vista come conseguenza del rifiuto del Messia Gesù; in Matteo Gesù leverà, infatti, un lamento su Gerusalemme, e profeterà la sua distruzione come conseguenza del no a Lui come Messia.
Non si tratta di un castigo nel senso stretto del termine, ma di una conseguenza: se Israele avesse accolto Gesù non avrebbe dato credito ai falsi Messia che la condurranno a scendere sul piano di una guerra disastrosa, e a dover subire un assedio mortale.
Se il rifiuto di Gesù conduce Israele a quest’ora di morte, coloro a cui passa la vigna non si sentano assicurati di nulla; il rifiuto di Israele, che poi Paolo leggerà come luogo provvidenziale per l’evangelizzazione delle genti, non deve corrispondere ad una cieca sicumera della Chiesa. (cfr Rm 11, 25-32).

I servi, per l’amore ostinato del re, sono inviati cioè a chiamare tutti quelli che incontreranno ai crocicchi delle strade, lì dove sono possibili le deviazioni ed i traviamenti, sono inviati cioè a far entrare tutti. Matteo ci tiene a sottolineare che devono far entrare buoni e cattivi… così la sala finalmente è riempita.

Qui inizia la seconda parte della parabola che riguarda la realtà dei discepoli di Cristo, quelli cioè che l’hanno accolto o, per lo meno, dicono d’averlo fatto.
Il re, infatti, è felice, e passando tra questi nuovi invitati alle nozze del Figlio ne scorge uno senza veste nuziale. Come si diceva, il monito di Matteo va qui alla Chiesa, alla comunità che può d’aver ereditato la salvezza “tout-court”.
No, dice l’Evangelo; l’essere entrati al banchetto del Figlio, l’essere invitati alle nozze dell’Agnello (cfr Ap 19, 7) non assicura alcuno, non pone alcuno in uno stato di possesso e di pretesa.

L’uomo senza abito nuziale è icona di chi pretende di stare nella Chiesa senza ricevere la vita nuova in Cristo, la vita fraterna ed ecclesiale, semplicemente come un dono
Alcune fonti archeologiche (una lettera dell’archivio di Mari) ci danno una notizia: era usanza che agli invitati alle nozze regali il re facesse dono di una veste del suo guardaroba; in questo caso il tizio, che così duramente è trattato in questo racconto, è uno che pretende di sedere al banchetto, ma senza essersi rivestito del dono del re; non ha accolto, cioè, la gratuità del re.
La dimensione della veste donata è solo una sfumatura ulteriore al senso primo del racconto; la veste indica qualcosa di nuovo, di altro da ciò che si indossava in precedenza.
Si tratta dunque di rivestirsi davvero di novità, di vita nuova; si tratta di rivestirsi di Cristo.
É l’appartenenza alla comunità messianica e la permanenza in questa comunità di Gesù; un’appartenenza ed una permanenza che non possono essere “di facciata”, esteriori; un’appartenenza che non si può semplicemente ereditare, e di cui sentirsi possessori.

Lo stare alla mensa de re deve essere una scelta che riveste tutto l’uomo, tutta la sua esistenza; deve essere un volgere le spalle totalmente a quello che prima ci rivestiva, a quello che era prima, all’uomo vecchio.
Non si può, dunque, essere uomini del Regno custodendo l’uomo vecchio, o difendendolo dalla radicalità che chiede l’Evangelo della Croce del Figlio. Non si può essere uomini del Regno in una mescolanza voluta di atteggiamenti esteriori da discepolo del Figlio ed atteggiamenti interiori secondo il mondo.

La parabola di oggi si chiude con quest’uomo che, giunto al banchetto del re da uomo vecchio, è gettato fuori nelle tenebre esteriori (così il testo greco: “eis tò scotós to exóteron” = “nelle tenebre, quelle di fuori”) … Se non è, infatti, rivestito dalla luce di dentro (cioè della casa del re e del suo banchetto di comunione) il suo posto è fuori, il mondo, ove c’è la tenebra che lui stesso ha scelto.
Una parabola severa questa del banchetto, in cui è chiaro che, come Israele si è escluso rifiutando la conversione a cui prima il Battista e poi il Figlio invitano, così il discepolo di Cristo può trovarsi anch’egli fuori, nonostante sembri che stia seduto al banchetto del Regno.

Il detto finale, che era un detto del Signore noto al di là della collocazione in questo punto del racconto, mette in risalto una riflessione teologica sul resto fedele … un resto che attraversa tanto Israele che la Chiesa, un resto che proviene dall’uno e dall’altra.

La domanda che bisogna farsi, e molto seriamente, è se siamo disposti a far parte di questo resto che è certo minoranza incompresa, che è minoranza perdente per il mondo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

Epifania del Signore – Liberi dal buon senso

PER UNA RICERCA SINCERA E COSTOSA

 –  Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3. 5-6; Mt 2, 1-12  –  

 

 

Adorazione dei Magi, Giotto (Cappella degli Scrovegni, Padova)

Adorazione dei Magi, Giotto (Cappella degli Scrovegni – Padova)

 

Festa solenne e grande l’Epifania, festa di luce splendente con quella stella che è luce che guida alla Luce, con quella stella che è carica di rinvii: “Una stella vedo in Giacobbe, uno scettro sorge da Israele” (cfr Num 24, 17) … E’ la stella che diverrà simbolo della casa di Davide, dello splendore della sua regalità messianica … una stella che si manifesta a tutti gli uomini (ecco perché è “Epifania”!), che si fa trovare da tutti gli uomini che cercano la luce, che cercano un “oltre”, che hanno il coraggio di non rimanere imprigionati nei propri confini. I Magi sono icona suggestiva e potente di uomini capaci di ricerca vera, che si scoprono poi ricercati e desiderati da Dio … l’avventura straordinaria dei Magi sarà proprio questa: un’avventura che deve essere anche la nostra avventura, di veri cercatori di Dio; un’avventura che dona vita e gioia (cfr Sal 69,33); i Magi sperimenteranno la gioia grande che li spingerà a tornare al loro paese immersi ormai in una vita altra, una vita illuminata da quell’incontro di Betlemme.

L’Epifania è pagina di luce perché manifesta il volto di un Dio che non è solo l’oggetto di una ricerca, come appare nel pur santo e lodevole progetto dei Magi, ma è un Dio che essi stessi scoprono essere disceso a cercare le loro vite, a cercare tutti gli uomini, ogni uomo. La ricerca dei Magi si incontra con una scelta preventiva di Dio che, possiamo dire, si era messo in viaggio molto prima di loro alla ricerca dell’Adam

I Magi si ritrovano al centro di una vicenda che vede, contrapposti da Matteo, due re: Erode ed il piccolo re dei Giudei nato a Betlemme. Tra i due, l’evangelista ci mostra una dinamica incredibile: Erode è un re potente e ben saldo sul trono che si è conquistato a forza di vessazioni sui poveri e sui più deboli, e a forza di accordi diplomatici con Roma che detiene la somma di tutti i poteri del mondo allora conosciuto; l’altro re è un neonato oscuro, difeso solo da genitori ordinari, deboli e soli in un mondo che appare tanto più grande e potente di loro. Eppure Erode ha paura di quel bambino, ha tanta paura da mettersi a macchinare per scoprire la sua identità ed arrivare ad ucciderlo … Ed ecco che Matteo pone così al centro del suo racconto questo re dei Giudei, bambino e quasi indifeso, e – ai due lati – la ricerca sincera e “costosa” dei Magi e la ricerca ipocrita e assassina di Erode. Il racconto di Matteo è davvero sorprendente anche per la tradizione biblica: giunge il Messia atteso ed è rifiutato da Israele, e cercato con amore e con doni dai lontani. Il Salmo 2 ci aveva detto che “le genti congiurano contro Dio e contro il suo Messia”, ma qui è il re Erode e con lui tutta Gerusalemme che congiurano contro il Messia.

Gesù è il Messia, è la stella di Davide in cui tutte le speranze si compiono, ma è apparso nel mondo, si è inserito nella storia con una gloria nascosta; la sua luce si mostrerà vincitrice, ma sempre sotto l’apparenza di una sconfitta. Già qui Gesù inizia a mostrarsi nello scandalo del rifiuto, che culminerà sulla croce. Non a caso Matteo parla di Gesù come re dei Giudei solo qui e poi nella passione, ove la sua regalità sarà richiamata nell’interrogatorio con Pilato, nel dileggio dei soldati che culmina nella coronazione di spine, e richiamata ancora come motivo della condanna scritto sulla croce: “Questo è il re dei Giudei” (cfr Mt 27, 11. 19. 37). La ricerca assassina di Erode giunge lì a termine, il re dei Giudei finalmente è stato trovato ed ucciso; da lì però scaturirà l’epifania definitiva della luce di Dio! Lì, come dirà con piena comprensione Giovanni nel suo Evangelo, si vedrà la sua gloria, gloria dell’amore fino all’estremo.

La debolezza di una simile epifania di Dio, da quella del bambino tra le braccia di sua madre a quella del crocefisso tra le braccia della croce, spaventa i potenti ma attrae chi cerca Dio, e sa che Dio non può essere trovato negli schemi mondani che gli uomini immaginano nei loro “deliri religiosi”.

I Magi non hanno paura del Messia debole, ne hanno sete; si lasciano guidare dalla stella, gioiscono di gioia grande quando individuano il luogo della sua residenza, e davanti a Lui aprono i loro tesori. I doni dei Magi sono rivelazione di qualcosa che è Gesù oppure di qualcosa che alberga nel cuore dei Magi stessi, degli uomini che cercano Dio e si scoprono con stupore da Lui cercati e amati? Forse tutte e due le cose: certo Gesù è re, e l’oro è il metallo dei re; certo Gesù è Dio, ed a Lui va l’adorazione di cui l’incenso è segno profumato; certo Gesù è re e Figlio di Dio, ma nella carne mortale che è fragilità, che significa cioè essere segnato dall’amarezza del morire di cui la mirra è richiamo. Di contro (o accanto!) però l’oro è segno di quella regalità dell’Adam che, re del creato, deve imparare a chinarsi davanti al Creatore; l’incenso è il segno della ricerca incessante di Dio da parte dell’uomo, una ricerca che lo spinge a bruciare il suo pensiero, il suo tempo, il suo desiderio perchè diventino profumo che sale a Dio; la mirra richiama l’uomo che è il terreno dell’incontro tra il Dio fatto uomo e l’uomo stesso, terreno su cui si potrà combattere la battaglia costosa per l’umanità dell’uomo, per quell’umanità che si potrà ottenere a pieno solo ricalcando l’umanità del Figlio di Dio.

I Magi sono uomini che crederanno a tutto questo mondo nuovo su cui l’Evangelo spalanca la comprensione, a cui l’Evangelo dà accesso…uomini straordinari, a noi carissimi: iniziano fidandosi di una stella, e terminano la loro avventura nelle pagine dell’Evangelo fidandosi di un sogno … Uomini meravigliosi perché liberi da ogni calcolo di buon senso; profeti di un’umanità radunata da ogni terra dalla luce del Messia.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche:

XIII Domenica del Tempo Ordinario – Guai a chi si volta indietro

Cristo benedicente, Antonello da Messina (National Gallery-Londra)DARE IL PRIMATO A GESU’ CRISTO

1Re 19, 16. 19-21; Sal 15; Gal 5, 1.13-18; Lc 9, 51-62

 

Il Messia Gesù è esposto al rifiuto, alla solitudine, all’incomprensione, perfino alla morte violenta! Dopo la domanda circa la sua identità (cfr Lc 9,18-20) Gesù l’aveva detto, ed ecco cominciano ad inverarsi quelle sue parole.

Dopo il rifiuto dei suoi concittadini a Nazareth (cfr Lc 4, 16-30) Gesù ora prova il rifiuto dei lontani: prova cosa significhi vedersi negata l’ospitalità perché “straniero” (una parola che non può non essere abolita dal parlare dei cristiani circa gli altri, tutt’al più bisogna dirla di se stessi, chiamati a essere “stranieri” per il mondo – cfr 2Pt 2,11 -); prova il rifiuto  perché considerato “nemico”. I samaritani mostrano tutta la loro intolleranza, e i discepoli vorrebbero rispondere ad intolleranza con intolleranza (e quante volte i cristiani sono stati tentati su questa tremenda via dell’intolleranza!). Ma la via dell’Evangelo è altra! Il problema è sempre quello: i discepoli non hanno compreso la “novità” che è Gesù, sono prigionieri degli stessi pregiudizi per cui Gesù è rifiutato; e il rifiuto qui si allarga perché in questo racconto l’evangelista Luca ci mostra un Gesù incompreso dai samaritani ma incompreso anche, per motivi diversi, dai suoi discepoli.

Sembra che il seguito del passo di questa domenica non sia collegato a questa prima scena, ed invece tra le due parti di questo evangelo c’è un nesso molto profondo; quel che segue, infatti, sono tre scene che riguardano la sequela di Gesù.

All’inizio di questo passo abbiamo letto che Gesù sta andando a Gerusalemme con “il viso duro”…lì si compirà il suo essere “tolto” (o come tradurrà in latino Girolamo, con espressione riassuntiva del mistero pasquale, la sua “ascensione”); Gesù sta dunque andando deciso, senza tentennamenti e rinvii verso quella Passione che ha già annunziato due volte (cfr 9, 22 e 9, 43-45). Il discepolo è disposto a seguirlo in questa precarietà rischiosissima, in questa avventura costosa che dà senso e consistenza a tutta la vita del Messia Gesù? Una via, quella di Gesù, che rifiuta le intolleranze e la violenza (il rimprovero a Giacomo e Giovanni che vorrebbero incenerire i samaritani è una chiara dichiarazione di intenti), e che sceglie la debolezza e l’insicurezza. Ecco perché quelle tre parole sulla sequela che Luca pone in questo brano! Le situazioni in cui nascono queste tre parole di Gesù su come seguirlo non hanno esito nel racconto di Luca, non sappiamo, cioè, questi tre uomini cosa abbiano fatto: siamo dinanzi a tre storie aperte, che puntano non tanto sulle vicende di quei tre ma sulle esigenze della sequela, sulle vicende di chi legge l’Evangelo.

Alla fine sarà importante sapere come noi ci poniamo dinanzi a questo Messia che sceglie la via incredibile, inusuale (per gran parte dei giudei addirittura una via “empia”) del celibato per un amore senza confini eppure compromesso fino al sangue;  l’espressione “non avere dove posare il capo” è infatti formula che significa “non avere moglie”. Sarà importante verificare se anche noi cerchiamo dilazioni per seppellire “morti” che ci rendono “morti” perché ci inchiodano ad un passato senza futuro, senza “novità”, ad un passato che vuole essere solo “morta” ripetizione di ciò che è noto! Con Gesù, invece, si entra in una storia gravida di futuro e perciò fatta di libertà…e la libertà – lo sappiamo – è anche luogo di rischio, di scelte, di incertezze, di ignoto. Alla fine sarà importante verificare ancora se per seguire Gesù noi siamo capaci di cogliere l’urgenza di tale sequela che non tollera, non dico scappatoie, ma neanche rimandi. Se nella prima lettura, tratta dal Primo libro dei Re, abbiamo visto, infatti, che Elia concede ad Eliseo di andare a salutare i suoi prima di seguirlo, Gesù no! Gesù non è Elia!

Certo, quelli qui radunati sono detti provocatori, di una radicalità sconvolgente … e non bisogna addolcirli, addomesticarli e neanche giustificarli! Vanno colti nella loro durezza e nei loro silenzi carichi di ulteriore. L’espressione più dura, “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, non è solo un’iperbole che vuole colpire il lettore, è una parola forte che vuole realmente capovolgere le nostre mentalità, le nostre priorità. Il problema non è di lasciare i morti inseppelliti, il problema è capire che dinanzi alla novità che è Gesù ed al Regno che l’Evangelo annunzia tutto impallidisce! Insomma qui non ci sono imperativi morali, ma c’è una rivelazione di chi è Gesù!

Qualche pagina precedente – la leggevamo la scorsa domenica – Gesù domandava: “Chi sono io per la gente? Voi chi dite che io sia?” Qui, in fondo, sta rispondendo Lui stesso: è tale che ogni precetto, anche santissimo (come quelli della Torah!) va in subordine! Prima Gesù ed il suo Evangelo! Guai a chi si volta indietro e si fa prendere da nostalgie, distrazioni, riserve … la sequela di Gesù non sopporta queste cose, perché un discepolo cosi non potrà mai annunziare il Regno; un discepolo così non è adatto al Regno perché è troppo dominato da altre cose, forse anche buone o addirittura “sante”, come l’affetto per i propri cari, per far regnare davvero Dio al primo posto!

Il problema è sempre lì: Gesù e il Regno non sono assolutizzanti, ma esigono un primato senza il quale il Regno non è più il Regno e rischia di diventare un sistema di idee, un’ideologia religiosa, o forse anche – come tanti oggi vorrebbero – una “religione civile” che rende migliori gli uomini e la loro convivenza con una serie di “buoni valori”! Nulla di tutto questo è l’Evangelo! Gesù è netto: o Lui è il Signore o nelle nostre vite non può essere nulla!

E’ duro? Certo! Ma è così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




Leggi anche: