Assunzione della Beata Vergine Maria (B) – Un segno grandioso

 

DESTINATI ALL’ETERNO

 

Vigilia: 1Cr 15, 3-4.15-16: 16, 1-2; Sal 131; 1Cor 15, 54-57; Lc 11, 27-28

Giorno: Ap 11, 19a;12, 1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15, 10-26; Lc 1, 39-56

 

Maria di Nazareth è stata colei che è stata fatta “luogo” della pienezza dei tempi (cfr Gal 4, 4); in Lei il Verbo divenne carne e pose la sua tenda in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14); in Lei la terra germinò il Salvatore (cfr Is 45, 8); in Lei, ai piedi della croce, come già a Cana, possiamo contemplare le nozze messianiche, in Lei ci è dato il compimento di Israele e l’icona della Chiesa! (cfr Gv 2, 1-12; 19, 25-27)

Se in Lei ha dunque trovato spazio la pienezza dei tempi, in Lei si compie anche la vocazione ultima dell’uomo: attraversare la storia ma per approdare all’eterno. Un approdo questo, però, non disincarnato e “spiritualizzato”, ma con lo spessore della storia e perfino della nostra carne!

La Solennità di oggi è chiamata discretamente nelle Chiese dell’Oriente cristiano Dormizione della Madre di Dio oppure Transito della Madre di Dio; noi occidentali abbiamo sentito la necessità di proclamare un dogma: l’Assunzione in cielo della Beata Vergine Maria in anima e corpo. E’ l’ultimo dogma che la Chiesa ha solennemente proclamato … non sappiamo se in futuro sentirà il bisogno, la necessità di proclamarne altri; credo però che questo mistero dell’Assunzione si configuri molto bene come ultimo in quanto dichiara, in fondo, l’esito della storia, quell’esito che, in Cristo Gesù, è dato ad ogni carne. Insomma il “porto” d’approdo non è la morte, non è la tomba e non è neanche una sopravvivenza “disincarnata”, il porto è la risurrezione!

Maria è stata risuscitata per prima dopo la primizia che è la risurrezione di Gesù nella sua carne santissima … e ogni primizia vuole un raccolto: il Figlio dell’Uomo, che ci amati fino all’estremo, tornerà un giorno per questo raccolto e la nostra povera carne, segnata dal peccato, dal dolore, dal limite, dalla mediocrità, dallo spessore tante volte pesante che non sa mettere ali da sé, troverà la via del cielo, la via dell’eterno, la via che conduce all’abbraccio trinitario!

Oggi celebriamo un mistero di silenzio in cui il Figlio si è accostato alla tomba di Maria, sua Madre, l’ha chiamata per nome e l’ha portata tutta con sé.

La Chiesa riconosce in questo gesto di tenerezza un luogo rivelativo, una verità che serve alla nostra salvezza in quanto questa Assunzione è ancora per noi sorgente disperanza, ci mostra la forza della Pasqua del Cristo che si insinua, con le sue infinite energie di vita, nelle fibre della nostra carne! L’Assunzione è dono gratuito di Dio alla nostra fragilità: se, per assurdo, non ci bastasse il mistero dell’Incarnazione, se non ci bastasse il mistero della Risurrezione di Gesù per credere e sperare che questa nostra carne, questa nostra storia, questo nostro mondo sono “destinati” all’eterno perché hanno valore, ecco il mistero di Maria che viene chiamata dalla tomba con tutta la sua umanità!

L’Assunzione ci dice che la materia non è “legna da ardere” nel rogo finale della storia, come vorrebbero certi cristianesimi spiritualisti e disincarnati (e quindi non più veri cristianesimi!), ma è “luogo” che ha una precisa vocazione: essere trasfigurata a immagine di Dio.

Sulle labbra di Maria, Luca pone il canto del Magnificat, che oggi abbiamo riascoltato, un canto che è sì canto di Lei ma anche della Chiesa; è canto di un’umanità capace di vedere “oltre”, capace di vedere, umilmente, con gli occhi di Dio, capace di riconoscere nella storia i segni della salvezza.

Ad ogni Vespro il Magnificat ci fa ripetere con forza una grande speranza, ci fa proclamare che Dio si ricorda e che adempie le sue promesse e lo fa in questa storia con uno sguardo “altro” che non scorge i potenti ma i piccoli, che cerca le nostre fragilità per farne luogo di fedeltà.

L’Assunzione di Maria è caparra di questi adempimenti! L’oscura donna di Nazareth è la donna vestita di sole, la piccola sposa di Giuseppe diviene oggi, come scrive Giovanni nell’Apocalisse, un segno grandioso.

Cogliere questo segno accresca la nostra capacità di credere alle “incredibili” possibilità dell’Evangelo di trasfigurare la storia!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Assunzione della Beata Vergine Maria – Abbandonarsi alle vie di Dio!

MARIA, ICONA DEL NOSTRO ESODO

Ap 11, 19a; 12,1-6a.10ab; Sal 44; 1Cor 15, 20-27a; Lc 1, 39-56

 

Maria: viaggio pasquale dell’umanità! Maria: segnata da una vocazione ed elezione, la accoglie in pienezza, offre la sua carne perchè sia “luogo” di Dio per la storia, vive nella gioia e nella gratitudine, attraversa le ore del dolore, anche quello lancinante e incomprensibile della croce del Figlio, attraversa il buio sentiero della morte, giunge tutta alla vita, all’eterno, alla piena e totale trasfigurazione.

E’ la vicenda di Maria, la Madre del Signore; la sua vicenda non dissimile da quella d’ogni credente.

In questo mistero dell’Assunzione, Maria ci è offerta allora non come semplice luogo del privilegio ma come icona completa del nostro viaggio pasquale, del nostro esodo da noi per abbandonarsi alle vie di Dio, vie che conducono nello spazio della divinizzazione! L’Assunzione non è altro che la risurrezione di Maria! Cosa altro è se non la divinizzazione della sua umanità? Non nella logica del privilegio ma della promessa per tutti gli uomini!

L’Assunzione è, possiamo dire, il “contrario” dell’Incarnazione, o meglio, è icona del “viaggio di ritorno” dell’Incarnazione: se, infatti, nell’Incarnazione Dio si umanizza, qui vediamo, come in Cristo, l’uomo che viene divinizzato!

La carne di Maria, tutto ciò che Ella era, è stata assunta in Dio. Anche Maria, come il Figlio suo, è primizia – come ha scritto Paolo nel testo della Prima lettera ai cristiani di Corinto – anch’essa è caparra ulteriore, promessa di speranza!

Sentiamo fortemente in questo mistero il profumo della gratuità: sì, l’ Assunzione in sè sarebbe “inutile”: già tutto, infatti, ci era stato detto e donato in Cristo Gesù; bastava la sua carne già nell’eterno di Dio! Maria è dunque un grido ed una carezza ulteriori con cui Dio parla all sua Chiesa ed al mondo.

Maria, terreno del gratuito, del traboccante, Maria terreno di una rivelazione e di un appello di Dio a tutti i “figli di Eva”, alla Chiesa!

Il testo di Apocalisse che oggi la liturgia ci propone ci mostra l’ Arca Santa che splende come segno di luce…l’Arca era il luogo della presenza di Dio, luogo santissimo ed intangibile (cfr 2Sam 6,6-7) in cui la presenza di Dio accompagnava il popolo; per l’autore dell’Apocalisse l’Arca è la Chiesa che contiene e custodisce Cristo per la storia, l’Arca Santa è la donna vestita di sole perchè la Chiesa è rivestita di Cristo (cfr Gal 3,27), ha pienezza di missione (le dodici stelle in cui il “dodici” e numero di pienezza), è chiamata ad attraversare i secoli ( la luna sotto i suoi piedi: per la mentalità ebraica la luna è segno del “tempo” in quanto questo si misurava con i cicli lunari); è la donna vestita di sole  che partorisce il Messia (e allora è chiaro come Maria è “icona” della Chiesa) alla storia ma, nella storia, trova ostacolo e persecuzione; infatti il drago si avventa contro di lei come si avventò sul Figlio inchiodandolo alla croce; da allora, da quando il Figlio fu rapito verso il cielo, la donna-Chiesa vive nel deserto della storia custode d’una promessa di eterno; vive nel deserto perchè chiamata a fuggire la mondanità di cui il drago è principe e signore. La meta della donna è però il grembo di Dio. Ella vive nel deserto che è la storia e vive nella lotta ma ha fissa la speranza “là dove  si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (cfr Col 3,1).

Ed ecco come è chiaro l’Evangelo di questa solennità di Maria Assunta al cielo: sì, un Evangelo anche se non è nel libro dell’Evangelo! E’ una lieta notizia che colma di luce i nostri deserti, che riempie di canto la storia. Il passo dell’Evangelo di Luca ci ha, infatti, fatto sentire il Magnificat che la Chiesa subito fece diventare il proprio canto e ad ogni tramonto lo intona per lodare Colui che nel deserto della storia, nelle contraddizioni della storia, la fa capace di beatitudine e di amore, di Colui che, nel deserto, è fedele alle sue promesse.

Maria allora oggi è per la Chiesa “estasi” da sè per respirare nell’esteso spazio dell’eterno; Maria ci dice che la storia non è meta della storia! Meta della storia è l’eterno, meta della storia è il grembo trinitario di Dio: un grembo che attende tutta la nostra carne di uomini, come il grembo di Maria si offrì all’Eterno per dare carne al Figlio che in Lei si fece uomo!

E’ così: il Dio che in Maria si fece uomo, in Maria ci proclama che ogni uomo ha la vocazione ad essere Dio!

E’ vertiginoso ma è questo l’Evangelo del Risorto! E oggi è giorno di risurrezione!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXII Domenica del Tempo Ordinario – La sfida sulla morte

IL NOSTRO TESORO DI SPERANZA

  –  2Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2Ts 2,16-3,5; Lc 20, 27-38  –

 

La morte: la grande contraddizione. L’orrore che fa da muro ad ogni nostra presunzione, la diga che argina ogni nostra autosufficienza, la domanda che cerca instancabilmente un senso alla storia ed alle nostre piccole storie.

Gesù, nel passo dell’Evangelo di questa domenica, viene sfidato proprio sul terreno terribile della morte: su quel terreno su cui avverrà lo scontro finale tra l’amore misericordioso di Dio e l’odio del mondo che inchioderà il profeta di Nazareth, per la morte, su di una croce.

Questa volta, in questo episodio del racconto di Luca, la domanda da cui tutto scaturisce è posta a Gesù non dai soliti Farisei ma dai Sadducei; sono loro i provocatori: uomini di una classe ricca, aristocratica, fatta prevalentemente da sacerdoti del Tempio che credono più all’oggi pieno del loro potere politico ed economico che a qualunque altro futuro affidato ad altre mani, siano pure quelle di Dio. Questi non perdevano occasione per mettere in ridicolo l’“assurda” credenza nella risurrezione dei morti. Cosa c’è di più evidente della morte e della sua definitività? Ecco ancora un’occasione per mettere in ridicolo i loro avversari; lo fanno con un esempio “grottesco”: una donna, sette fratelli che tutti la sposano…”se si risorge di chi sarà moglie?” I Sadducei si basano qui su una parola della Torah che nel Libro del Deuteronomio (25,5ss) stabilisce la cosiddetta legge del “levirato” (dalla parola ebraica “levir” che significa “cognato”); una legge tesa a garantire a tutti una discendenza, anche a chi ne moriva privo: e questo, sia per motivi religiosi (partecipare alla benedizione di fecondità data ad Abramo) sia per motivi più terreni come la conservazione dell’eredità.

Di fronte alla loro domanda tesa a screditare sia i nemici Farisei, sia lo stesso Gesù, questi risponde affermando il loro errore, sia dimostrandolo con un procedimento tipicamente rabbinico ma non privo di forza. Gesù, per prima cosa, mostra ai suoi interlocutori che il loro parlare è davvero banale e risibile. Non è risibile la fede nella risurrezione ma è risibile il loro pensare ad una risurrezione come prolungamento ed estensione del presente della storia; l’eternità cui l’uomo, tutto l’uomo (perciò si parla di risurrezione e non di immortalità dell’anima!), è chiamato dall’amore fedele di Dio, non è a “immagine e somiglianza” della storia…è una dimensione oltre la storia in cui non ci sarà più bisogno del matrimonio per garantire la  vita. La vita sarà custodita non dalla generazione ma dall’amore di Dio, sarà una vita che più non passa. La morte esige il generare, oltre la morte non occorre più generare. Si badi bene che il discorso di Gesù non svaluta il matrimonio ma lo pone con la sua grandezza al suo posto reale, all’interno della storia. Il matrimonio è profezia dell’amore e della vita e nell’eterno non avranno più bisogno d’essere profetati perché li possederemo.

Poi Gesù trae dalla Scrittura un argomento che sente come una prova: si rifà alla scena del Libro dell’Esodo in cio il Signore, dal roveto ardente, parla a Mosè e si definisce Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Per Gesù lì è la forza della certezza della risurrezione: Dio ha un legame così straordinario con gli uomini da farsi chiamare Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe! L’argomento di Gesù è netto: Dio non avrebbe mai detto così riferendosi ad uomini precipitati per sempre nella morte…se così fosse sarebbe un Dio dei morti e non dei viventi. La Scrittura invece ci narra di un Dio creatore della vita, amante della vita e custode delle vita degli uomini e del cosmo; il Dio, fedele all’alleanza che ha stretto con quegli uomini, è il Dio d’una fedeltà che non può essere vinta neanche dalla morte. Il Dio dell’Alleanza fa dell’uomo una creatura capace di conoscerlo, di amrlo, di costruire la sua esistenza attorno a Lui e finalizzata a Lui. Se l’uomo è così legato a Dio, se l’uomo appartiene così a Dio, se l’uomo è colui che di Dio può dire E’ Lui il mio Dio! (cfr Es 15,2), questa creatura non può cessare di esistere. Questa creatura straordinaria che è l’uomo non può non partecipare alla pienezza di vita che Dio ha, che Dio è. Questa creatua è tanto amata che Dio non può permettere che sia caduca tanto da affondare in una morte senza scampo.

Per Gesù la certezza della risurrezione è fondata sul legame d’amore con cui Dio ci lega a sé.

Certo, noi cristiani abbiamo un argomento in più rispetto a Gesù, anzi, abbiamo l’argomento decisivo e definitivo: la sua stessa Risurrezione! Nella Risurrezione di Gesù il Padre dà la risposta a tutte le paure dell’uomo di rimanere per sempre prigioniero della morte, nella Risurrezione di Gesù il Padre ci ha detto che dalla morte ci salva solo l’amore: l’amore che Lui ha per noi, l’amore come quello di Gesù suo Figlio, che è tale da non poter finire nella morte! Perché più forte della morte è l’amore: infatti la morte è disgregazione, spezzamento di vicinanze, l’amore invece è unità, è comunione, è dono dall’alto che vuole solo la vita dell’altro

Se qui Gesù proclama che Dio è il Dio dei viventi, nella sua Risurrezione ci porta per mano per farci attraversare la morte con amore, nell’ amore, nell’offerta di sé, nella restituzione puntuale a Dio di ciò che noi siamo, ci porta per amno in una terra di vita in cui Dio tutto ci restituirà: pienezza di vita, il nostro corpo, i nostri amori, le persone e le realtà che abbiamo amate…tutto, tutto…il Dio della vita ama tutto ciò che vive e tutto custodisce per la vita, nulla vuole che sia consegnato per sempre alla morte.

E’ questa la speranza che nutre i nostri cuori di credenti, è questa la consolazione che in Cristo Gesù ci è data in modo definitivo, come scrive Paolo nel tratto della Seconda lettera ai cristiani di Tessalonica che oggi abbiamo letto. L’Apostolo qui è certo della fedeltà del Signore che conferma la sua Chiesa, ma è certo anche di un’altra cosa “realistica” e “misteriosa”: Non di tutti è la fede. Sì, se siamo capaci di credere, di  fidarci, di aderire vitalmente a Lui anche nel buio della storia, anche nell’attraversare la valle scura della morte, è solo per un dono di Grazia; un dono che ci rende depositari di una grande responsabilità. Una certezza, quella della nostra fede, che non ci deve vedere arroganti o destinatari di un aristocratico privilegio, ma umilmente chini nello stupore di qualcosa che abbiamo solo ricevuto in dono. Tanti nostri fratelli per la loro vita, per le loro vicende, per i loro pesi, per i loro dolori, per le loro umane incapacità strutturali “non possono credere”…questo noi dobbiamo saperlo per essere anche per loro umanità nuova e, come diceva il grande von Balthassar, per credere per tutti, amare per tutti, sperare per tutti!

La morte: muro terribile di fronte al quale si gioca la nostra capacità di credere per davvero, di fidarsi del Dio della vita che è più potente dei vincoli orrendi della morte. Noi cristiani abbiamo un tesoro di speranza da consegnare al mondo. Un tesoro che Gesù ci ha messo nelle mani non per possederlo come nostra consolazione ma per farci essere consolazione per il mondo che non crede, non spera, non ama.




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