IV Domenica di Avvento (Anno C) – Il viaggio di Maria

 

RIVELAZIONE DI COLUI CHE E’ VENUTO, VIENE E VERRA’

Mi 5, 1-4a; Sal 79; Eb 10, 5-10; Lc 1, 39-45

 

Siamo all’apice dell’Avvento di quest’anno e l’Evangelo della quarta domenica ci conduce ad Ain Karim, la terra del Battista … ci conduce ad un incontro tra due madri, Maria ed Elisabetta; ci conduce ad un’aria di vigilia forte, tenera ed allo stesso tempo esigente. Vigilia del Natale? Certo, anche questo, ma soprattutto vigilia significa veglia, attesa di qualcosa che è imminente e grandemente desiderato, e questo qualcosa non può che essere la rivelazione finale del Signore Gesù, nell’ultimo giorno! Oggetto dell’Avvento è sempre e solo questo: il suo ritorno!

Quella della visitazione è una pagina di rivelazione: sgombriamo il campo da ogni lettura moralistica di questo racconto così suggestivo e così caro al nostro cuore di credenti; nell’Evangelo di Luca non è detto mai che Maria vada da Elisabetta per un atto di carità, che vada cioè per aiutare la sua parente nell’inatteso frangente di una gravidanza ormai non più sperata né attesa; e questo anche perché dalla narrazione di Luca pare che Maria riparta prima della nascita del Battista. Comunque sia, non è questo assolutamente l’interesse dell’Evangelista.
Luca è invece interessato a farci cogliere ancora le profondità del mistero di Cristo e, solo per questo, ci mostra le grandi cose che il Potente compie in Maria. Questa della visitazione è una pagina di rivelazione di Gesù attraverso Maria, è una vera e propria teofania, luogo in cui Dio si mostra.

In primo luogo Maria parte in fretta da Nazareth perché ha ricevuto dall’Angelo la notizia della gravidanza incredibile di Elisabetta, detta “la sterile”. Maria non ha chiesto un segno, non ha chiesto una prova della veridicità delle parole di Gabriele, ma il segno le è stato offerto e gratuitamente … e quando un segno è offerto bisogna leggerlo, bisogna contemplarlo, bisogna accoglierlo. E’ un dono gratuito di Dio e Maria parte per ricevere questo dono che non ha chiesto.
Nel libro di Isaia, l’iniquo re Acaz non vuole accogliere il segno che Dio vuole offrirgli perché receda dalle sue alleanze mondane, e per far questo si nasconde dietro una falsa “pietas”: «Non tenterò il Signore». Dio però il segno vuole darglielo, e gli manda Isaia a rivelarglielo in pienezza: «Il Signore stesso vi darà un segno, casa di David» (cfr Is 7, 10-14). I segni di Dio vanno accolti e letti! Ecco che Maria parte per obbedire al Signore che le offre il segno, per contemplarlo, per averne conforto, per ricevere quella “carezza” di Dio, per custodire il dono ed il suo sì.
Il segno e la sua “verifica” fanno parte della logica delle rivelazioni: Dio mostra la sua verità, e non vuole che l’assenso della fede avvenga in un buio completo; il segno è una piccola luce che brilla e lo si accoglie con gratitudine, senza pretenderlo, ma sempre accogliendolo.
In Maria il segno della gravidanza di Elisabetta è un dono ulteriore che le accende il cuore di ulteriore fidarsi, di un fidarsi che è già in lei cominciato in pienezza, tanto che il suo si è fatto carne nel suo grembo.

Per Luca, insomma, il viaggio di Maria è in funzione della rivelazione di Gesù; non è in funzione di un servizio da rendere ad Elisabetta, e neanche in funzione di un servizio alla fede di Maria che c’è già, e che qui – come si diceva – è solo pronta ad accogliere il dono gratuito di un segno non richiesto.
Il viaggio di Maria è solo al servizio di Gesù. Egli “è nascosto in Maria ed agisce all’ombra della Madre … nel seguito dell’Evangelo poi sarà Maria a camminare all’ombra del Figlio come discepola” (Bruno Maggioni).

Gesù dunque conduce tutto il racconto: se il testo è tutto costruito sul racconto del Secondo libro di Samuele – in cui David trasporta l’Arca Santa a Gerusalemme (cfr 2Sam 6, 2-11) – è per dirci che Maria è l’Arca Santa, ma lo è perché contiene Dio, perché «il Santo che nascerà sarà Figlio dell’Altissimo» (cfr Lc 1, 34) …
L’interesse è su Gesù, non su Maria.

E’ vero… “sulla scena” ci sono le due madri, ma protagonisti veri del racconto sono i due figli: uno che è riconosciuto ed uno che riconosce; uno che è presente ed uno che danza di gioia nel grembo di sua madre per quella presenza; uno che santifica ed uno che è santificato; uno che gioisce ed uno che è causa di quella gioia.

Certamente qui Maria è riconosciuta con il titolo più alto che ella possa avere “Madre del mio Signore” – come dice Elisabetta piena di stupore – ma questo ancora rinvia a quel Signore che si è fatto incredibilmente carne in quel grembo di donna.

Allora davvero questo è un racconto rivelativo che ci porta dinanzi a Colui che è venuto, viene e verrà, e che dobbiamo riconoscere nel suo vero volto di Dio fatto uomo! In Lui Dio si è reso accessibile, nella sua vera umanità … se il racconto del Secondo libro di Samuele narrava la “terribilità” dell’Arca, tanto che al solo toccarla Uzzà rimane fulminato (cfr 2Sam 6, 6-7), qui l’Arca è divenuta la tenera carne di una madre che dà carne al figlio suo, il Figlio dell’Altissimo!
Lo stupore di Elisabetta è pienamente giustificato: Dio si è reso accessibile, toccabile; si renderà visibile, e anche quando lo “toccheranno” per ucciderlo, nessuno di quelli cadrà fulminato, ma tutti saranno iNvece perdonati ed amati.

In questo racconto che quest’anno è al culmine del nostro Avvento, Maria ci è proposta da Luca come icona del vero discepolo: portatore di Cristo, beato perché crede nella Parola del Signore, capace di lodare e rendere grazie. Maria, icona dell’uomo in perpetuo stato di Avvento, che si muove in fretta per lasciarsi investire dalla piena rivelazione di Dio e che poi rimaneMaria rimase tre mesi presso di lei»). Questo muoversi in fretta e questo rimanere davvero ci rinviano alla dinamica essenziale di chi vuole essere nella storia in stato di avvento: senza mai nessun rinvio e con la ferma volontà di rimanere, di dimorare, di non essere l’uomo di una stagione!

Mentre si compie l’Avvento di questo anno di grazia 2015 ci apprestiamo ad arrivare al Natale che ci dirà con la sua dolce radicalità che il nostro Dio è affidabile, che ogni attesa dinanzi alle sue promesse riceve risposta e compimento … Il Figlio di Dio è affidabile perché tutto si è dato, come abbiamo sentito nel passo della Lettera agli Ebrei: «Non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato…ecco io vengo per fare la tua volontà».

Allora verrà il Natale e ci dirà: vivere in stato di avvento ha un senso, ne vale la pena perché Lui è fedele e, come già è venuto, davvero verrà.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXXIV Domenica del tempo Ordinario (B) – Dunque tu sei re?

 

E’ RE!

Dn 7, 13-14; Sal 92; Ap 1, 5-8; Gv 18, 33-37

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che sorge sulle labbra di Pilato nel dialogo tra lui e Gesù nel IV Evangelo, e che oggi è il cuore della liturgia di quest’ultima domenica dell’anno.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che il romano, gonfio del potere del mondo, rivolge a quello strano Galileo che, in catene e percosso dai suoi, ora gli sta davanti con una presenza che da sola lo interpella e lo stupisce.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che ogni uomo si deve fare e deve fare guardando negli occhi il Galileo che regnama in un modo così diverso da come noi immaginiamo i re e i dominatori di questo mondo.

Dunque tu sei re?
E’ la domanda che io devo farmi dinanzi a Lui che, con i segni di quelle trafitture, si presenta a me chiedendomi la vita, chiedendomi di seguirlo, chiedendomi di prendere con coraggio la sua stessa strada, anzi presentandosi a me come via Lui stesso (cfr Gv 14, 6).
Se davvero gli faccio questa domanda la risposta del Cristo sarà simile a quella che diede a Pilato in quel 14 di Nisan dell’anno 30: “Tu lo dici io sono re … per questo sono venuto presso di te, per questo posso chiederti di consegnarti a me; per questo posso chiederti la vita per ridartela in pienezza, per questo ti ho cercato: per comunicarti la verità”.

Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, è re perché amando fino all’estremo, non si è lasciato dominare dalle logiche mondane di vendetta, di rivalsa, di una giustizia che misura e retribuisce o punisce; è re perché non si è lasciato dominare, ma ha dominato, e il mondo con i suoi meccanismi e i meccanismi che si muovono in ogni cuore umano, ed anche nel suo di vero figlio di Adam.
E’ re perché ha fermato l’“ingranaggio” che da sempre fa muovere il mondo e le cose degli uomini, l’“ingranaggio” del male che genera male, della morte che genera morte, dell’odio che genera odio. Per fermare quell’ingranaggio Gesù di Nazareth vi si è gettato dentro, se ne è fatto “schiacciare” (“E’ stato schiacciato per le nostre iniquità” cfr Is 53, 5), ed ha pagato il prezzo dell’amore che si dona senza riserve.

Così dà testimonianza alla verità. Quale verità?
La verità su Dio e la verità sull’uomo.
Dio è un Dio che non ha nulla di perverso, è un Dio che è un Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (cfr Gv 3, 16); è un Dio che si china ai piedi dell’uomo per toccarlo nelle sue miserie e nel suo peccato di cui si fa carico; è un Dio che regna in un modo altro rispetto ai regni del mondo, e che tuttavia dirà una parola di verità e di senso sulla storia.
L’uomo è creatura infinitamente amata da Dio, da quel Dio che lo chiama figlio nel Figlio e che si è unito, in Gesù, per sempre a lui; l’uomo è un essere che viene dall’Amore e che si realizza nell’amore; è una creatura che, per essere nella verità, è chiamato a ripresentare alla storia, sul proprio volto, il volto di Gesù nel suo “amore fino all’estremo” (cfr Gv 13, 1), per essere uomo deve regnare come Lui, dominando le logiche mondane e chinandosi ai piedi dei fratelli amandoli, non nonostante le loro miserie, ma nelle loro miserie. Gesù dice la verità sull’uomo perché in sé ci mostra una via di vera e piena umanizzazione. Lo stesso Pilato lo dirà qualche riga dopo il passo di questa domenica, nell’Evangelo di Giovanni: “Ecco l’uomo!” (cfr Gv 19, 5).

La solennità di oggi deve essere allora sottratta ad ogni trionfalismo e deve essere posta sotto il segno della rivelazione piena del volto di Dio e del volto dell’uomo. E’ una solennità in cui bisogna contemplare per leggere il senso della storia alla luce di questa rivelazione.

Dunque tu sei re?
Sì, Lui è re capace di rivelare a tutti i popoli, a tutte le genti, a tutte le lingue e culture la verità più profonda, quella cui ogni uomo anela, quella verità che non è saccente, arrogante o schiacciante ma è la verità che dà senso a tutte le fatiche della storia e che mostra orizzonti di luce e di speranza anche lì dove pare regnare il buio e dove pare esistano solo sentieri tortuosi e incomprensibili.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

           




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XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B) – Fame di vita

 

…E DI VITA ETERNA

 

Es 16, 2-4.12-15; Sal 77; Ef 4, 17.20-24; Gv 6, 24-35

 

 

Che cerchiamo? E’ una domanda che attraversa tutto il Quarto Evangelo, dal capitolo primo, quando Gesù chiede ai due che lo seguono “Che cercate?” (cfr Gv 1, 38) fino al capitolo ventesimo, quando il Risorto chiede a Maria di Magdala “Chi cerchi?” (cfr Gv 20, 15). Qui, al capitolo sesto, ugualmente si pone questo problema: “Voi mi cercate non perché avete contemplato i segni, ma perché avete mangiato quei pani e vi siete saziati!”.
Dal cosa o chi si cerca, al perché cercare Gesù.
Una ricerca che qui è sviata da una motivazione gretta e cieca; una ricerca che è inficiata dalle incapacità a leggere il segno dei pani! Più avanti si vedrà che la folla non ha colto il segno, tanto che chiede a Gesù un’opera, un segno, come se non avesse già ricevuto proprio un’attualizzazione del segno della manna!

Il problema è cercare per poi credere, per poi andare a Lui! Cercare Gesù perché Lui è il termine della vera fede, e Lui è il Pane della vita che compie l’antico segno della manna!
Se non si cerca Gesù per fidarsi pienamente di Lui non si può passare dalla morte alla vita.

In questo dialogo del Quarto Evangelo si vede come Gesù e la folla parlino su due livelli diversi: Gesù parla di un livello rivelativo, di rinnovo totale dell’uomo e del suo profondo; la folla resta ad un primo livello, in cui quello che conta è ricevere solo risposte ai bisogni materiali, concretissimi; Gesù in questa visione della folla è solo un mezzo per avere quel che serve.

Gesù, invece, vuole portare la folla al livello di una fede radicale, che sia passaggio dalle opere da fare all’unica opera che conta e che riguarda l’essere: credere, fidarsi, aderire a Gesù Inviato di Dio; Gesù parla loro di un pane che discende dal cielo e che dà la vita al mondo, e le folle chiedono un pane materiale che risponda solo ai loro bisogni. Di fronte però a questa chiusura, di fronte a questa radicale incomprensione del suo discorso, Gesù non si ferma, e pronunzia la sua auto-rivelazione: “Io sono il pane della vita, chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete”.
Il Quarto Evangelo vuole qui affermare con chiarezza che Gesù è la risposta alle nostre “fami” più profonde, più radicali. La nostra sete di senso e di vita è appagabile solo se si va da Gesù: chi va a Lui non ha più fame…chi aderisce a Lui, non ha più sete!

Bisogna però stare attenti a non fare di questo discorso un testo disincarnato e disincarnante…non è che Gesù disprezzi o mostri atteggiamento di sufficienza dinanzi alla fame degli affamati o alla sete degli assetati. Lo dicevamo già domenica scorsa: il discepolo di Cristo, che trova risposta alla sua fame profonda e alla sua sete di senso in Gesù, è colui che poi deve imparare a dare risposte di condivisione al grido degli affamati, dei sofferenti; come il ragazzetto del segno dei pani è chiamato a condividere il poco che ha, il poco che è perché, fecondato da Cristo, divenga risposta alla fame dei poveri.

Ma se questo è vero, e bisognava dirlo, è pur vero che l’Evangelo di Giovanni è su altro registro, segue il registro rivelativo: qui c’è Gesù che, rivelando se stesso, rivela in Lui il compimento delle attese e delle promesse della Prima Alleanza. Qui Gesù narra Dio come Colui che è capace di dare un cibo che non perisce e che dona vita eterna!

Questa vita eterna, si badi, in linguaggio giovanneo, non è la vita ultraterrena, quella del “post mortem”: la vita eterna è la vita di Dio vissuta nella carne degli uomini, vissuta qui nella storia degli uomini; la vita eterna è l’agire di Dio che diviene agire dell’uomo; la vita eterna è il pensiero di Dio che sostituisce il pensiero dell’uomo vecchio; la vita eterna è assumere il comportamento, la vita di Gesù, quella vita che ha narrato Dio voltando le spalle a se stesso, che ha narrato Dio con un amore costoso, che ha scelto di darsi, e di perdersi per gli altri…

Cibarsi di Gesù immette nelle vene del credente la vita stessa di Dio, rende capaci di amare con il suo amore, di agire con le sue azioni, di parlare con le sue parole.
Quando questo accade, la vita eterna è venuta nella storia; quando questo accade nella vita di un credente, lì splende la vita eterna! Senza tema di sbagliare, possiamo dire che, nel linguaggio di Giovanni, “vita eterna corrisponda a “Regno di Dio” negli Evangeli sinottici.
La vita eterna, allora è quella che racconta Dio alla storia, e lo racconta nella vita concretissima e quotidiana del discepolo che è tale perché ha assunto la vita stessa di Gesù.

La vita eterna è ancora, con il linguaggio dell’autore della Lettera ai cristiani di Efeso che abbiamo ascoltato nella seconda lettura di oggi, quell’essere rivestiti di Cristo; vita eterna è quel mostrare Cristo in ogni gesto, parola, azione e pensiero: la vita eterna è dunque l’uomo nuovo creato secondo Dio!

Sedere alla mensa del Pane di vita è lasciar plasmare in noi, di Eucaristia in Eucaristia, questo uomo nuovo che splende di vita eterna, che splende della vita di Dio!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica di Quaresima (B) – La luce della bellezza

 

La Trasfigurazione, Beato Angelico - Firenze

La Trasfigurazione, Beato Angelico – Firenze

AL CUORE DEL DOLORE DEL MONDO

Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8, 31b-34; Mc 9, 2-10

 

E’ la domenica della Trasfigurazione! Se domenica scorsa Gesù si è mostrato come Colui che lotta nella nostra lotta, come Colui che ci dona la sua vittoria nelle nostre lotte, oggi Gesù ci mostra sul suo volto l’esito della nostra storia con Lui, delle nostre lotte e soprattutto dell’opera della grazia in noi.
Marco scrive che Gesù «si trasfigurò» utilizzando il verbo greco “metamorphein”; e per comprendere meglio questo trasfigurarsi, Matteo nella sua narrazione di questo episodio dice che «il volto di Gesù risplendette come il sole» (cfr Mt 17, 2): quel volto è promessa di luce per i nostri volti!
Marco continua dicendo che «le sue vesti divennero risplendenti e così candide quali nessun lavandaio della terra potrebbe farle»: Gesù si mostra avvolto di vesti candide, luminose; quelle vesti sono promessa per noi, che saremo rivestiti di luce (cfr Is 60, 1). Se la Quaresima, come dicevamo, è tempo di “radiosa tristezza”, oggi la liturgia della Chiesa pone l’accento sul “radiosa” …

La Trasfigurazione non è un momento di “trionfo” di Gesù, non è un momento in cui, stanco della kenosi (dell’abbassamento), mostra la sua divinità. Il trionfo terreno è sempre stato aborrito da Gesù, e non lo avrebbe voluto neanche a beneficio consolatorio dei tre discepoli più intimi; la volontà di rinnegare la kenosi si era già rivelata come tentazione, quando nel deserto satana gli aveva suggerito di mettere alla prova Dio con un gesto sovrumano, come quello di volare dal pinnacolo del Tempio.
La Trasfigurazione è mistero di rivelazione, è rivelazione della vocazione dell’uomo! Una vocazione di luce, di bellezza, che l’uomo riceve definitivamente in Cristo Gesù! E’ Lui la benedizione promessa a tutte le genti; è Lui l’Isacco condotto sul monte e offerto, Lui figlio di Abramo e Figlio di Dio.

La cosa straordinaria del mistero della Trasfigurazione è che questa luce, questa benedizione, questa bellezza sono tutte in un uomo! E’ nell’umanità di Gesù che splende Dio, è nell’umanità di Gesù che ci è narrato e consegnato Dio e la sua luce.

Scrive Paolo: «Dio abita una luce inaccessibile» (cfr 1Tm 6, 16) ma sul Tabor quella luce si è fatta accessibile all’umanità, perché è nell’umanità di Cristo Gesù che essa splende.

La Trasfigurazione però non è neanche una bella emozione da gustare, come pensa Pietro nella narrazione dell’evangelo di oggi; questi certo capisce una cosa: “è bello!”, ma dovrà capire che quella bellezza promessa non può essere estraniamento dalla storia e neanche dal “brutto” della storia, che è il dolore.
La Trasfigurazione è annunzio del Regno e della sua bellezza, ma non può restare chiuso nelle tende del Tabor come Pietro sogna: il Regno attraversa la storia, e deve portare la luce di Dio al cuore del dolore del mondo. Scendere dal Tabor per andare a Gerusalemme sarà proprio questo: portare la bellezza del Regno al cuore della passione, cioè al cuore delle sofferenze dell’uomo, dei suoi “inferni”, della sua morte.

Scendendo dal monte, i tre si sentono dire che non si può parlare di quella luce se non dopo che il Figlio dell’uomo sia risorto da morte, cioè non prima che abbia portato quella luce di bellezza fino al cuore del dolore e della morte … solo dopo che il Figlio dell’uomo avrà gridato il suo lacerantissimo “perché?” (cfr Mc 15, 34).

Il Padre lì, sul monte della bellezza aveva detto l’ultima sua parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in cui mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!», sintesi straordinaria – questa – di tutto il cammino dell’Alleanza, di tutta la ricerca amorosa di Dio nei confronti dell’uomo: il figlio amato ci ricorda Isacco, come abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi («Prendi tuo figlio, il tuo unigenito, l’amato, Isacco … e offrilo in olocausto» cfr Gen 22, 2); la compiacenza di Dio ci ricorda che è il Servo sofferente (Ecco il mio servo: io lo sosterrò. Il mio eletto in cui mi compiaccio, cfr Is 42, 1); il comando dell’ascolto, infine, ci conduce alla radice di tutta la fede biblica, a quella permanente richiesta di ascolto su cui si fonda l’Alleanza (Sh’mà, Israel … ascolta, Israele, cfr Dt 6, 4). Quell’antico Sh’mà ha ora però una convergenza inimmaginabile: l’ascolto richiesto è un ascoltare Lui, il Figlio amato, il Servo; Colui che è la compiacenza di Dio: Gesù!

Come la luce della bellezza così anche l’ascolto ora riposa su un uomo, sull’uomo Gesù. Ascoltare Lui compie l’antico Sh’mà, come ci vien detto dal colloquiare di Gesù con Mosè ed Elia che avevano tracciata la strada dell’attesa: Mosè, che aveva detto «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. Ascoltatelo» (cfr Dt 18, 15); Elia, che la sapienza di Israele afferma che dovrà tornare per preparare la via al Messia (cfr Mal 3, 23-24).

Marco dice che al termine della manifestazione luminosa tutto torna come prima, e che i tre discepoli non videro più nessuno se non Gesù solo. Resta solo Gesù e neanche più ammantato di luce … resta Gesù e basta. E’ quel Gesù quotidiano, vorrei dire ordinario, che bisogna ascoltare con coraggio; è quel Gesù “e basta”, che bisogna avere il coraggio di seguire per strade che devono attraversare il dolore, l’inferno e la morte. Nella passione quel Gesù racconterà incredibilmente la  e porterà il Regno al cuore del dolore del mondo!
Chi ha il coraggio di obbedire alla voce del Padre, ascoltando il Figlio amato, parteciperà con Lui e per Lui alla straordinaria impresa di trasformare il mondo, portando la bellezza di Dio ed il suo Regno al cuore dell’uomo, ma partendo dall’abisso del dolore.
Il Centurione, dinanzi alla croce del Figlio dell’uomo, dinanzi al suo grido inarticolato ed alla sua morte, riconoscerà paradossalmente quel bagliore del Regno, e capirà che l’orrore della morte è stato abitato dalla bellezza di Dio: «Davvero quest’uomo era il Figlio di Dio!» (cfr Mc 15, 39); ed è bello che Marco metta sulle labbra del centurione la sottolineatura “quest’uomo”!

L’Evangelo di oggi si chiude con un silenzio carico di domande, carico di attese … i tre discepoli scendono in silenzio … il quotidiano non è il Tabor: quando si intravede e si gusta la bellezza di Dio, bisogna subito andare alla vita per portare il Regno al cuore del mondo.

Dal Tabor si scende in silenzio, “ruminando” le parole dell’Evangelo e della promessa, e puntando con coraggio, con Gesù, verso Gerusalemme. A Gerusalemme la luce del Regno, che sul Tabor sfolgora sul volto di Cristo, sarà donata ad ogni uomo! La via sarà quella della croce, ma la meta è la pace gioiosa della Pasqua!
Ricordiamo sempre che la Quaresima non è un riposo, è cammino!

La Pasqua sarà ingresso nel riposo!

Intanto, allora, buon cammino.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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