V Domenica del Tempo Ordinario – Perdersi per dare frutto

PRESENZA E NASCONDIMENTO

 

  –   Is 58, 7-10; Sal 111; 1Cor 2, 1-15; Mt 5, 13-16   – 

Maria, donna del silenzioC’è un particolare, in questo celebre evangelo di oggi, che ci fa riflettere profondamente sulla nostra vocazione cristiana. Gesù, per dire cosa devono essere i suoi discepoli nella storia, nel mondo, usa due paragoni, la luce ed il sale:Voi siete il sale della terra … voi siete la luce del mondo”. Si badi, che non dice: “Voi siete sale della terra, voi siete luce del mondo” … Matteo usa l’articolo determinativo: il sale, la luce … allora, non uno degli elementi che può dare sapore alla terra, nè una luce che splende nel mondo … E’ come se dicesse che il sapore lo possono dare solo i cristiani, che la luce la possono dare solo loro. Non è un’affermazione arrogante o che deve generare arroganza; è invece un’affermazione piena di consapevolezza che non può non divenire responsabilità!

Insomma, senza la presenza dei cristiani in seno al mondo, ed alla storia degli uomini, il mondo non avrebbe sapore, il mondo sarebbe immerso nelle tenebre; questo perchè i cristiani hanno una vocazione precisa, quella di essere il prolungamento e l’attualizzazione di Cristo in ogni luogo ed in ogni epoca della storia. Se i discepoli di Cristo vivono le Beatitudini, lottano per viverle, e le scelgono come orizzonte vitale della loro esistenza (il testo dell’evangelo di questa domenica segue immediatamente quello delle Beatitudini, con cui inizia il discorso della montagna), essi non potranno che essere il sale e la luce per il mondo.      

Questo è ciò di cui il mondo ha davvero bisogno. Gesù è l’unico salvatore e l’unico senso della storia, e questo noi cristiani non dobbiamo mai “svenderlo” o dimenticarlo – al di là di ogni pur bellissimo desiderio di dialogo con altre vie religiose; perciò, l’unico modo per dare salvezza alle tenebre del mondo e per dare sapore di Dio al mondo insipido – o tante volte infestato dal sapore disgustoso del non-senso – è portare al mondo la presenza di Cristo sale e luce. Solo i suoi discepoli possono fare questo; se non lo faranno, mai nessuno lo farà, nessuno lo può fare… e il mondo restera insipido o, peggio, disgustoso e immerso nella tenebra.

Le immagini che Gesù usa sembrano, in un certo senso, contraddittorie: il sale, per essere ciò che deve essere, deve scomparire, deve perdersi all’interno del cibo; invece la luce, per essere luce, deve essere visibile, posta su di un candelabro, deve essere città sul monte; la contraddizione ci dice la complessità e la varietà della presenza cristiana nel mondo; una complessità che racconta il “di più” dell’Evangelo, che sempre deve cercare vie di presenza non arrogante, che si perde e diluisce nella massa, ma che al contempo deve dare luce essendo luce, perchè senza quella luce evangelica (che è sempre la luce di Cristo, perchè Lui solo è la “vera luce” – cfr Gv 1,9) tanti volti perversi del mondo rimarrebbero nascosti, occulti, e perciò capaci ancor più di generare morte! La duplice dinamica del nascondimento e della visibilità non vuole creare schizofrenia, ma equilibrio e verità per una presenza che deve essere umile e non arrogante, significativa e luminosa della verità di Cristo, senza però umiliare e schiacciare.

E’ una grande sfida…è la sfida di una presenza su cui Gesù ha “scommesso” tutta la sua missione di salvezza; tutto ciò che Lui ha detto e ha fatto, l’ha consegnato alla Chiesa perchè lo ridica e lo ricompia in ogni tempo ed in ogni luogo della storia. La sfida consiste nel saper compiere le opere dell’Evangelo e proclamarne la Parola, in modo che l’uomo di tutte le latitudini e di ogni tempo possa coglierne la vitalità e la proposta radicalmente umanizzante; la sfida è quella di proseguire il mistero dell’incarnazione senza mai “svendere” l’Evangelo adeguandolo ed adattandolo, ma solo e sempre rendendolo parlante per l’uomo di ogni tempo e cultura; la sfida è l’equilibrio, davvero essenziale, tra il perdersi nascosti come il sale ed il mostrare la luce; la sfida è dover accettare che, per essere sale e luce, il discepolo deve saper immergersi tutto, con coraggio, nel mistero pasquale del Signore che, non ci stancheremo mai di ripetercelo, è costoso! E’ costoso il perdersi del sale: quello sciogliersi del sale è un morire, ma un morire che produce sapore; ed è solo attraverso quel morire che il sale dà sapore; se il sale rimanesse in bei cristalli impenetrabili non compirebbe la sua “missione”! La luce è ugualmente costosa: se, infatti, ci si lascia “incendiare” dalla luce primordiale che è Cristo si comincia a bruciare, e solo allora si produce luce: la luce infatti è frutto di combustione, di un ardere che consuma, che strugge …

Dunque, “sale” e “luce” da un lato dicono due cose che si oppongono (nascondimento e splendore), da un altro lato dicono una uguale necessità, tutta cristologica, di perdersi per dare frutto… proprio come il chicco di grano di cui Gesù parlerà nell’Evangelo di Giovanni “se non muore non produce frutto” (cfr Gv 12, 24); sì, se il sale non si perde non può dare sapore … e se non si brucia non si può illuminare.

Lo Spirito ci suggerirà come custodire il nascondimento per irradiare luce; Lui ci farà cogliere le vie per realizzare questo paradosso…. i santi ci sono riusciti! In loro, a volte, i due tempi sono stati distinti (si pensi a Teresa di Lisieux, per esempio: prima nascosta nel Carmelo di Lisieux, monaca oscura e ignota come tante, poi luminosa per tutta la Chiesa attraverso vie che solo la sapienza di Dio poteva disporre). Altre volte le due dimensioni sono mirabimente intrecciate (si pensi a Francesco d’Assisi, in cui il paradosso dell’umiltà nascosta e della narrazione di luce di un “alter Christus” si manifestò continuamente). Se loro ci sono riusciti ora tocca a noi trovare la nostra via come singoli credenti, come comunità, come Chiesa…

Sale e luce … assieme … è necessario!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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ESSERE DENTRO, DISPOSTI A COMPROMETTERSI

 Is 58, 7-10; Sal 111; 1Cor 2,1-5; Mt 5, 13-16

 In ogni cristiano è in atto una lotta; c’è poco da fare, se eliminiamo la consapevolezza di questa lotta in noi credenti in Cristo lo facciamo solo per appiattire la nostra vita cristiana, lo facciamo solo perché tutto scorra in modo banale e rassicurante, in modo quietistico; troppe volte nella Chiesa i cristiani, a tutti i livelli di responsabilità, agiscono solo per controllare che tutto proceda secondo uno schema solito, metodico, osservante ma non compromettente; non si vogliono sbalzi, non si vogliono lotte che producano messe in discussione; non si vogliono vere svolte! E’ tristemente così! E lo è, in primo luogo, nelle nostre singole vite.

La verità è invece un’altra: in chi segue Cristo proprio l’Evangelo genera una lotta senza quartiere tra due sapienze; quella del mondo e quella di Gesù Cristo e del suo Evangelo.

Paolo, nel tratto della sua Prima lettera ai cristiani di Corinto che oggi ascoltiamo, ce lo dice e lo fa, in fondo, narrando la lotta che lui stesso ha dovuto combattere: sapere solo Cristo crocefisso è voltare le spalle ad ogni altra sapienza … prima di andare a Corinto (ci narra At 17, 13-34) Paolo aveva tentato di battere le piste della sapienza del mondo, anzi della sapienza umana più sapiente che c’era al suo tempo, quella greca. Ad Atene, infatti, tentò un annunzio della fede non dico attraverso la sapienza umana, ma certo con un compromesso con essa: aveva parlato del Dio ignoto di cui aveva visto un’ara e aveva rivelato di conoscerlo; per parlarne però aveva creduto di dover saltare a piè pari la croce; si lanciò così a parlare della sola resurrezione … ad Atene Paolo fallì perché la sapienza mondana non ricevette lì alcun colpo mortale da una sapienza diversa; così Paolo a Corinto andrà solo con la sapienza di Cristo che è la sapienza assurda, ignominiosa, vergognosa, scandalosa della croce: Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocefisso! E la fede di quei Corinti nacque fondandosi sulla sapienza di Dio che contraddice le sapienze sagge e piene di buon senso del mondo.

Insomma il cristianesimo è rottura con il mondo! Le beatitudini, che domenica scorsa la liturgia ha fatto risuonare in tutta la Chiesa, ce lo hanno proclamato con forza e con la loro polemica elencazione di ciò che il mondo considera il peggio: povertà, pianto, mitezza, fame e sete, purezza, pacificazione, misericordia che perdona, persecuzione … il peggio o quanto meno vie che non pagano. Sono però queste le vie di Cristo e di questi crocefisso per amore.

Su questa linea dobbiamo oggi ascoltare il prosieguo del discorso sul monte che la liturgia ci propone: imboccare la via della potenza debole di Dio è diventare qualche altra cosa ma non per se stessi ma proprio per quel mondo che è ingannato dalla sua stessa sapienza.

Notiamo infatti che Gesù dice ai suoi, che sono disposti ad imboccare l’alterità delle Beatitudini, che essi sono sale della terra e luce del mondo. “Della terra” e “del mondo”. Insomma se accolgono il sapore nuovo di Cristo la terra (e ricordiamo che l’uomo è l’adam, cioè il fatto con l’adamah che significa terra!) comincerà ad avere un altro sapore, quello di Cristo; come il sale essi saranno nascosti e invisibili ma daranno alla terra il suo vero sapore portandovi quello di Cristo. Lo dovranno dare “dall’interno” perché il sale o sta “dentro” le cose o, dall’esterno, mostra solo un inutile biancore. Essere “dentro” significa essere disposti a compromettersi, a incontrarsi e scontrarsi con le insipienze e le corruzioni del mondo. Gesù fece così: diede all’umanità sapore di Dio lasciandosi toccare dai lebbrosi, lasciandosi sommergere dal male che l’uomo si porta addosso (cfr Mt 8,17) e sentendone l’orrore fino alla lotta nel Getsemani, lasciandosi baciare dal traditore, lasciandosi inchiodare al legno dei maledetti … In questo nascondimento Gesù ha fatto risplendere la luce pasquale! Per questo Paolo ad Atene fallì: volle parlare di luce di resurrezione saltando il nascondimento della croce! Capiamo così che le due immagini che Gesù usa sembrano solo opposte (il sale si nasconde per essere quel che deve essere e la luce che non si deve nascondere ma anzi deve avere visibilità!); in realtà non sono opposte ma sono inestricabilmente legate l’una all’altra.

Per Gesù fu così: l’estremo nascondimento della croce è stato il brillare più alto! La gloria di Dio è luminosa sulla croce tanto che il centurione ed i soldati gridano: Veramente costui era il Figlio di Dio! (cfr Mt 27,54).

La lampada è posta sul lucernario della croce, e da lì illumina i lontani … lo fa però in un nascondimento estremo, su quel legno in cui nessuna gloria pare possa risplendere.

Il discepolo di Gesù o lo segue in questa contraddizione o non lo segue affatto! Il discepolo di Gesù deve avere il coraggio di fare la fine del sale perchè solo così risplenderà come luce.

Il sale non si deve preoccupare di “fare” il sale, deve esserlo … la luce non si deve preoccupare di “fare” la luce, deve esserlo … quando si è sale e si è luce poi bisogna avere un altro coraggio quello di farsi collocare dalla mano di Dio: nel mondo, sul lucerniere. Sapendo che nel mondo ci sarà l’incontro-scontro con l’iniquità ed il non-senso e che il lucerniere ha la forma della croce.




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