XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Lo sguardo a Gesù

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

Cristo guarisce i lebbrosi (Monastero di Dečani, Kosovo)

VERO TEMPIO PER RENDERE GLORIA A DIO 

   –   2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19   –  

 

Su cosa puntare l’attenzione in questo brano dell’Evangelo di Luca? Di primo acchitto, cogliamo subito che questa guarigione dalla lebbra, che è una malattia “teologica” perchè segno – per la tradizione ebraica – del peccato e delle sue conseguenze, avviene mentre Gesù continua il suo “salire a Gerusalemme”, in quel viaggio che per Luca è cuore del suo racconto: un viaggio che è l’andare di Gesù con ferma decisione, “indurendo il suo volto”, verso quell’esodo con il quale avrebbe offerto purificazione a tutti gli uomini! A tutti! Questa totalità del popolo mi pare espressa qui dal numero dieci, che è il numero del “minyan”, cioè il numero minimo di adulti maschi richiesto per la legittimità della preghiera in sinagoga; e questo, perchè simbolicamente il dieci è il numero dell’agire dell’uomo (le dieci dita della mano!) … E’ allora tutto un popolo che qui è visitato dalla grazia di questo nuovo esodo, che purifica da ogni lebbra … Tutto questo è bello ed interessante, ma non è qui il cuore di questo racconto …

Allora parrebbe che il centro sia il tema della gratitudine, tema suggerito anche dalla scelta del passo della Prima Alleanza di questa domenica, il passo del Primo libro dei re in cui Naaman il Siro, guarito anche lui dalla lebbra dal profeta Eliseo, torna per ringraziare! Tuttavia, anche qui, dobbiamo dire, non c’è il vero centro del racconto di Luca…il tema della gratitudine c’è, ma non è banalmente un elogio moralistico della gratitudine che Luca vuole offrirci…

C’è poi un altro tema, che pure è interessantissimo, e che ci collega con il tema della fede, su cui Luca si è a lungo soffermato nelle pagine precedenti; quella fede piccola quanto un granellino di senape, ma potente tanto da rendere possibile l’impossibile. Risalta, infatti, nel racconto, la fede di questi dieci lebbrosi che senza nulla vedere partono, obbedendo alla parola di Gesù, per mostrarsi ai sacerdoti (secondo Lev 14, 1-8) e – scrive l’evangelista –“mentre erano in cammino si trovarono purificati”: è dunque nella loro obbedienza, scaturente dalla fede, che avviene l’impossibile!

Ma neanche qui è il vero centro del racconto … il vero centro è nel ritorno di quell’unico lebbroso che sa dove recarsi per rendere lode al Signore, che sa dove deve andare per sancire per sempre la sua salvezza, che è tanto più di una guarigione! E’ un samaritano che, come nella parabola del Buon samaritano (cfr Lc 10, 29-37), è presentato come superiore per fede anche agli ebrei “ortodossi”; tuttavia qui il samaritano non è un personaggio letterario (come nella parabola del Buon samaritano), ma è un uomo in carne ed ossa: un vero samaritano lebbroso. Cosa fa questo straniero (alla lettera “di altra razza”, in greco “alloghenès”)? Torna da Gesù! Ecco il cuore del racconto! I dieci guariti erano tutti diretti al Tempio per mostrarsi ai sacerdoti, secondo il comando di Gesù: come poteva Gesù sapere se avevano fatto o meno la loro preghiera di ringraziamento lì al Tempio? Avrebbero potuto ringraziare lì Dio per la loro guarigione! Quello che colpisce Gesù, e che Luca vuole sottolineare ai suoi lettori, è che questo samaritano guarito sa dove è il vero tempio per rendere gloria a Dio … Non è lì sul colle di Sion, nello splendido santuario, orgoglio del popolo santo di Dio … No! Il samaritano guarito ha intuito che il santuario vero è lì, nella carne dell’Uomo di Nazareth: è lì che bisognava che lui andasse per rendere grazie; è lì che è necessario prostrarsi, perchè lì Dio è presente ed operante. E’ Gesù il “luogo” della salvezza e quindi della lode! Gli altri nove lebbrosi certamente sono stati guariti, ma non si sono lasciati salvare dall’Unico nel cui nome c’è salvezza: Gesù! (cfr At 4, 12)

L’evangelo di oggi ci invita a puntare lo sguardo su Gesù! Solo se guardiamo a Lui, e riconosciamo ciò che Lui è per l’uomo e per il mondo, possiamo percorrere un vero cammino di fede…perchè solo Gesù ci mostra chi è Dio e chi è l’uomo! Nella sua umanità c’è tutto quello che Dio voleva dirci di sè, tutto quello che Dio, da sempre, ha nel suo cuore per l’uomo!

E’ questo l’invito che anche Paolo ci fa in questa domenica: ricordarsi di Gesù Cristo! Puntare sempre e solo su di Lui! Su di Lui, con cui vivere e morire, su di Lui che rimane fedele anche se noi diventiamo infedeli!

Il samaritano sanato ha capito che non poteva andare da nessuna parte se non da Gesù, per cogliere il senso totale di quella sua guarigione e per far diventare quella sua guarigione salvezza!

La fede cristiana non è uno sguardo di fiducia al divino in modo generico, è sguardo puntato su Gesù di Nazareth, figlio dell’uomo e Figlio di Dio; su di Lui nel cui nome solamente c’è salvezza! E’ dire “Amen” a Lui, consegnarsi a Lui!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XV Domenica del Tempo Ordinario – Farsi prossimo, via di ogni scelta di fraternità

LASCIARSI CONDURRE NELLA LOCANDA

 Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

 

Il Buon Samaritano (Van Gogh)

Il Buon Samaritano (V. Van Gogh)

Nel passo evangelico di questa domenica, allo scriba che lo interroga, Gesù risponde che è capace di amare davvero il prossimo colui che ama Dio con tutto se stesso, colui che vive in pienezza il comandamento contenuto nello Shemà (cfr Dt 6, 4-9) e non ne ripete solo le parole in modo rituale.

Il Libro del Deuteronomio aveva posto lo Shemà subito dopo il dono delle Dieci Parole che si aprivano con la memoria dell’amore di Dio per il popolo, un amore per il quale Dio aveva compiuto grandi cose; lo Shemà, dunque chiede di amare perché amati: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore (cioè con tutta la profondità di cui sei capace), con tutta l’anima (con tutta la propria vita), con tutta la mente (mettendo al servizio dell’amore anche le proprie conoscenze) e con tutte le forze (che poi significa “con tutti i propri beni”, con quello che si ha, “con le proprie sostanze”). Chi ama Dio in questo modo è perché è stato amato e, se davvero è così, saprà riconoscere l’altro nel suo bisogno, nelle sue ferite …

Lo scriba ha posto a Gesù una domanda impegnativa la cui risposta implica davvero dei mutamenti di prospettiva e di stile di vita. Il prossimo è una nozione di ambito ristretto? Per molti si poteva arrivare a considerare “prossimo” tutt’al più i “proseliti”, cioè i non ebrei che avevano deciso di osservare la legge mosaica in cui riconoscevano una via di senso; per altri si doveva estendere la nozione di “prossimo” a tutti gli uomini. Una cosa era chiara: bisognava amare chi Dio ama. A questo punto la domanda è: ma Dio ama tutti o solo i “nostri” (gli ebrei…i cristiani…)? Dio ama solo il suo popolo o tutti i popoli? O ancora: Dio ama solo i giusti e detesta gli iniqui? Insomma tutto il problema nasce dalla concezione che si ha di Dio.

Già i profeti avevano detto a tale proposito parole sorprendenti: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità” (cfr Is 19, 25). Una parola davvero straordinaria che accomuna ad Israele, porzione eletta del Signore (mia eredità), i due popoli nemici storici di Israele!

Gesù qui mostra come l’amore di Dio che è venuto a raccontare non abbia confini né di gente, né di fede … non c’è purità o impurità che conti dinanzi all’amore!

La parabola del Buon Samaritano, mentre cerca di stravolgere la visuale dello scriba sulla questione di chi sia il prossimo, dandogli occhi per leggere le prossimità con il metro dell’amore che si sporca le mani, gli racconta una vicenda rivelativa di qualcosa di più profondo che davvero può essere fondamento nelle relazioni tra gli uomini che, in fondo, è il cuore della domanda dello scriba. Il racconto della parabola contiene una vicenda-specchio della vicenda stessa di Gesù: leggere così questa parabola la libera da ogni strettoia moralistica in cui è stata troppo spesso racchiusa, e le dà quel vero sapore rivelativo che può diventare fondamento di una vera prassi evangelica.

Farsi prossimo è, infatti, la scelta del Figlio di Dio…una scelta che è via di ogni scelta di fraternità! Tuttavia, contemporaneamente, la vicenda del Buon Samaritano chiede allo scriba di identificarsi con chi ama ma, ancor prima, di identificarsi con chi si lascia amare e servire: lasciandosi condurre da Gesù nella locanda che “tutti accoglie” (questo il significato letterale della parola greca che Luca usa per dire “locanda”: “pandocheíon”); lasciandosi curare da ogni arroganza, autosufficienza, e da ogni pretesa di giustizia; avendo il coraggio di riconoscersi ferito e bisognoso di salvezza perché incappato nelle mani di vari “briganti”. Solo così lo scriba, nel mettersi generosamente attivo nei panni del soccorritore, può cambiare la sua collocazione: deve prima mettersi sul ciglio della strada nudo e ferito, senza né ricchezze, né cavalcatura … lasciando che Gesù si chini su di lui. Prima di vestire i panni del Samaritano pietoso, quello strano “buono” che Gesù pone nella scena, da tutti disprezzato e considerato empio, lo scriba deve dunque lasciarsi accogliere e curare dal vero Samaritano: Gesù!

Che il Samaritano della parabola adombri sottilmente Gesù ci è detto, oltre che da tutto il racconto, in cui già i Padri ravvisavano una sorta di “allegoria” della Storia della Salvezza, anche da un altro particolare: “Un Samaritano che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione“, scrive Luca…e qui l’evangelista usa lo stesso verbo che avevamo ascoltato per Gesù già nell’episodio della risurrezione del figlio della vedova di Nain (cfr Lc 7,13), lo stesso verbo che addirittura ritroveremo nella parabola del Padre misericordioso, in cui leggiamo che il Padre vedendo il figlio ne ebbe compassione (cfr Lc 15,20). E’ quella compassione viscerale che somiglia all’amore materno, e che già nella Prima Alleanza è uno dei modi di manifestarsi dell’amore di Dio. E’ quella compassione che ha portato il Figlio di Dio a farsi prossimo, vicino, compromesso con l’uomo e la sua storia;. E’ quella compassione per cui il Figlio è venuto a cercare l’uomo piagato e ferito sulle strade cattive della storia. Si noti, a tale proposito, che in questa parabola tutti hanno un nome (i briganti, il sacerdote, il levita, il samaritano, l’albergatore), solo il ferito è designato semplicemente  come “un uomo”… è l’uomo e basta!

L’uomo che si lascia incontrare dal Cristo presentandosi a Lui con le sue ferite ed i suoi laceranti abbandoni farà esperienza di un amore che lo segnerà e lo spingerà ad amare. Scriverà, infatti Paolo: “L’amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti” (cfr 2Cor 5, 14). Abbiamo ascoltato nella prima lettura tratta dal Libro del Deuteronomio che la “parola” che è l’amore di Dio, in Gesù si è fatta vicina, prossima … anzi addirittura intima all’uomo: “nella bocca e nel cuore” perché divenga la sua stessa vita (“perché tu la metta in pratica”).

E’ chiaro allora che la parabola che Gesù racconta altro non è che il racconto della sua stessa vicenda: sulla strada della storia, infatti, disprezzato come un Samaritano (cfr Gv 8,48), Gesù si è fatto vicino all’uomo percosso e abbandonato, è entrato nei suoi infiniti dolori e ha preso su di sé quelle ferite per dare guarigione e vita.

Il problema allora è lasciarsi trovare da questo Samaritano compassionevole, offrirgli le ferite, i fallimenti e le nudità … è l’unica via per imparare a essere prossimo dei fratelli senza sconti e senza riserve. Come Lui e con Lui.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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XIII Domenica del Tempo Ordinario – Guai a chi si volta indietro

Cristo benedicente, Antonello da Messina (National Gallery-Londra)DARE IL PRIMATO A GESU’ CRISTO

1Re 19, 16. 19-21; Sal 15; Gal 5, 1.13-18; Lc 9, 51-62

 

Il Messia Gesù è esposto al rifiuto, alla solitudine, all’incomprensione, perfino alla morte violenta! Dopo la domanda circa la sua identità (cfr Lc 9,18-20) Gesù l’aveva detto, ed ecco cominciano ad inverarsi quelle sue parole.

Dopo il rifiuto dei suoi concittadini a Nazareth (cfr Lc 4, 16-30) Gesù ora prova il rifiuto dei lontani: prova cosa significhi vedersi negata l’ospitalità perché “straniero” (una parola che non può non essere abolita dal parlare dei cristiani circa gli altri, tutt’al più bisogna dirla di se stessi, chiamati a essere “stranieri” per il mondo – cfr 2Pt 2,11 -); prova il rifiuto  perché considerato “nemico”. I samaritani mostrano tutta la loro intolleranza, e i discepoli vorrebbero rispondere ad intolleranza con intolleranza (e quante volte i cristiani sono stati tentati su questa tremenda via dell’intolleranza!). Ma la via dell’Evangelo è altra! Il problema è sempre quello: i discepoli non hanno compreso la “novità” che è Gesù, sono prigionieri degli stessi pregiudizi per cui Gesù è rifiutato; e il rifiuto qui si allarga perché in questo racconto l’evangelista Luca ci mostra un Gesù incompreso dai samaritani ma incompreso anche, per motivi diversi, dai suoi discepoli.

Sembra che il seguito del passo di questa domenica non sia collegato a questa prima scena, ed invece tra le due parti di questo evangelo c’è un nesso molto profondo; quel che segue, infatti, sono tre scene che riguardano la sequela di Gesù.

All’inizio di questo passo abbiamo letto che Gesù sta andando a Gerusalemme con “il viso duro”…lì si compirà il suo essere “tolto” (o come tradurrà in latino Girolamo, con espressione riassuntiva del mistero pasquale, la sua “ascensione”); Gesù sta dunque andando deciso, senza tentennamenti e rinvii verso quella Passione che ha già annunziato due volte (cfr 9, 22 e 9, 43-45). Il discepolo è disposto a seguirlo in questa precarietà rischiosissima, in questa avventura costosa che dà senso e consistenza a tutta la vita del Messia Gesù? Una via, quella di Gesù, che rifiuta le intolleranze e la violenza (il rimprovero a Giacomo e Giovanni che vorrebbero incenerire i samaritani è una chiara dichiarazione di intenti), e che sceglie la debolezza e l’insicurezza. Ecco perché quelle tre parole sulla sequela che Luca pone in questo brano! Le situazioni in cui nascono queste tre parole di Gesù su come seguirlo non hanno esito nel racconto di Luca, non sappiamo, cioè, questi tre uomini cosa abbiano fatto: siamo dinanzi a tre storie aperte, che puntano non tanto sulle vicende di quei tre ma sulle esigenze della sequela, sulle vicende di chi legge l’Evangelo.

Alla fine sarà importante sapere come noi ci poniamo dinanzi a questo Messia che sceglie la via incredibile, inusuale (per gran parte dei giudei addirittura una via “empia”) del celibato per un amore senza confini eppure compromesso fino al sangue;  l’espressione “non avere dove posare il capo” è infatti formula che significa “non avere moglie”. Sarà importante verificare se anche noi cerchiamo dilazioni per seppellire “morti” che ci rendono “morti” perché ci inchiodano ad un passato senza futuro, senza “novità”, ad un passato che vuole essere solo “morta” ripetizione di ciò che è noto! Con Gesù, invece, si entra in una storia gravida di futuro e perciò fatta di libertà…e la libertà – lo sappiamo – è anche luogo di rischio, di scelte, di incertezze, di ignoto. Alla fine sarà importante verificare ancora se per seguire Gesù noi siamo capaci di cogliere l’urgenza di tale sequela che non tollera, non dico scappatoie, ma neanche rimandi. Se nella prima lettura, tratta dal Primo libro dei Re, abbiamo visto, infatti, che Elia concede ad Eliseo di andare a salutare i suoi prima di seguirlo, Gesù no! Gesù non è Elia!

Certo, quelli qui radunati sono detti provocatori, di una radicalità sconvolgente … e non bisogna addolcirli, addomesticarli e neanche giustificarli! Vanno colti nella loro durezza e nei loro silenzi carichi di ulteriore. L’espressione più dura, “lascia che i morti seppelliscano i loro morti”, non è solo un’iperbole che vuole colpire il lettore, è una parola forte che vuole realmente capovolgere le nostre mentalità, le nostre priorità. Il problema non è di lasciare i morti inseppelliti, il problema è capire che dinanzi alla novità che è Gesù ed al Regno che l’Evangelo annunzia tutto impallidisce! Insomma qui non ci sono imperativi morali, ma c’è una rivelazione di chi è Gesù!

Qualche pagina precedente – la leggevamo la scorsa domenica – Gesù domandava: “Chi sono io per la gente? Voi chi dite che io sia?” Qui, in fondo, sta rispondendo Lui stesso: è tale che ogni precetto, anche santissimo (come quelli della Torah!) va in subordine! Prima Gesù ed il suo Evangelo! Guai a chi si volta indietro e si fa prendere da nostalgie, distrazioni, riserve … la sequela di Gesù non sopporta queste cose, perché un discepolo cosi non potrà mai annunziare il Regno; un discepolo così non è adatto al Regno perché è troppo dominato da altre cose, forse anche buone o addirittura “sante”, come l’affetto per i propri cari, per far regnare davvero Dio al primo posto!

Il problema è sempre lì: Gesù e il Regno non sono assolutizzanti, ma esigono un primato senza il quale il Regno non è più il Regno e rischia di diventare un sistema di idee, un’ideologia religiosa, o forse anche – come tanti oggi vorrebbero – una “religione civile” che rende migliori gli uomini e la loro convivenza con una serie di “buoni valori”! Nulla di tutto questo è l’Evangelo! Gesù è netto: o Lui è il Signore o nelle nostre vite non può essere nulla!

E’ duro? Certo! Ma è così!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Il samaritano guarito

SOLO GESU’ E’ LA NOVITA’

  –  2Re 5, 14-17; Sal 97; 2Tm 2, 8-13; Lc 17, 11-19  –

 

La lebbra: il morbo che sfigura e rende immondi. Nella Scrittura è metafora potente della lontananza dell’uomo da Dio, è metafora potente del peccato che toglie all’uomo il volto dell’uomo. E’ segno di incredulità, di condanna…è causa di separazione dal popolo santo (il contrario della santificazione che è separazione dal mondo per appartenere al popolo santo, cioè separato); è segno della rovina dell’uomo che vuole ergersi a signore della sua stessa vita.

Nella prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re e nell’Evangelo di oggi, emergono due stranieri che partono dalla fede e giungono alla lode. Naaman il Siro, tormentato dal disfacimento della lebbra, deve compiere una fatica nella fede per poter credere che le acque del Giordano siano luogo di purificazione più e meglio di tutte le acque di Damasco (i Padri useranno questa parola per affermare che solo le acque di Israele – le Scritture – immergono nella conoscenza di Dio che sana ogni uomo); i dieci lebbrosi del racconto di Luca devono anch’essi sottoporre la loro fede, che pure ha gridato parole di fiducia, ad una prova difficile: Gesù non fa gesti, non li tocca, resta a distanza (quella che loro dieci hanno osservato per rispettare la Legge. Cfr Lv  13,45-46) e pronuncia solo una parola ancora nell’ottica dell’osservanza della Legge: Andate a Gerusalemme, al Tempio,  per far sì che i sacerdoti constatino la vostra guarigione.

Si deve notare che i dieci lebbrosi partono ancora con la lebbra che divora le loro carni; partono senza vedere nulla. Nell’obbedienza, “in itinere”, nell’andare si trovano purificati. La loro fede passa per l’obbedienza, conduce all’obbedienza e, solo nell’obbedienza, riceve il dono della purificazione.

Nella nostra vita credente abbiamo bisogno di questa obbedienza senza garanzie, quell’obbedienza che atto di fede che non vede (cfr Gv 20,29). Dovremmo ripetercelo spessissimo questo versetto di Luca: nell’andare si trovarono purificati. Dobbiamo ripetrcelo soprattutto mettendo l’accento a quel “nell’andare” più che al trovarsi purificati. La fede vera parte al buio,  attraversa la prova come Naaman e i dieci lebbrosi. Quando ogni giorno questo ci è richiesto noi abbiamo però qualcosa che né Naaman né i dieci sventurati dell’Evangelo avevano: la possibilità di ricordarsi della vittoria di Cristo Gesù sulle potenze di morte. Paolo, nella seconda lettura di questa domenica, scrivendo a Timoteo lo incita alla fiducia con un imperativo: Ricordati di Gesù Cristo, del seme di David (cioè: in Lui le promesse di Dio si sono compiute!) che è risorto dai morti.

La memoria di Lui e della sua vittoria ha per noi un potenziale immenso: sostiene la nostra povera fede anche al buio perché la fede, come dicevano i Padri, non è mai meridiana, non ha cioè la luce di mezzogiorno, ha sempre la luce vespertina, o forse sarebbe meglio dire che ha la luce dell’aurora…La memoria di Lui, inoltre, si insinua nei nostri pensieri e spezza ed interrompe le vie dei pensieri mondani; la memoria di Gesù è memoria dell’amore fino all’estremo con cui siamo stati amati da Dio.

Ricordati di Gesù Cristo! Se ci ricordiamo di Lui il cuore si riempie di un grande bisogno di lode, un bisogno che non può essere frenato. La differenza tra il samaritano che torna a ringraziare e dli altri nove non è tanto in un senso di gratitudine e di educato dover ringraziare che lui sente e gli altri no. Sarebbe troppo banale, moralistico…Luca ha un altro intento: quel samaritano mondato quando ha constatato che nell’obbedienza era stato guarito non ha puntato il cuore sulla sua guarigione, su se stesso, nella pur legittima gioia di essere di nuovo pienamente un uomo ed un uomo libero. Si è ricordato di Colui da cui tutto questo proveniva: si è ricordato di Gesù ed ha capito che è Gesù il luogo in cui si incontra quel Dio che ci rende uomini a sua immagine (liberandoci dalle lebbre che ci sfigurano), è Gesù il luogo in cui si loda Dio! D’altro canto lo stesso Naaman, guarito da Eliseo, fa lo stesso: torna dal profela per lodare Dio e per portare con sé della “terra” di Israele su cui lodare sempre Dio anche quando tornerà in Siria!  Luca, al centro del suo Evangelo, che inizia nel Tempio di Gerusalemme e si conclude ancora nel Tempio, ci dice sottilmente che il Tempio definitivo e nuovo è Gesù! E’ Gesù la terra di Dio su cui la lode ha senso e forza! Che Gesù sia il Tempio, la sola terra santa dell’incontro con Dio, Luca ce lo ripeterà sul Calvario nel “segno” del velo del Santo dei Santi scisso dall’alto nell’ora della morte del Crocefisso…qui però, nel passo di questa domenica, già ce lo dice e lo fa proprio con le labbra di Gesù: Non si è trovato chi tornasse a render gloria a Dio se non questo straniero!

Andare a Lui, a Gesù, è andare a render gloria a Dio. La fede del samaritano mondato è piena, la fede lo ha salvato. Se la lebbra è segno di lontanaza da Dio, ora egli si fa vicino a Gesù; se la lebbra è segno del peccato che sfigura, a lui è donato di nuovo un volto, se la lebbra è segno di incredulità ora la sua fede è passata per la prova che lo ha reso davvero un credente. E’ salvo! Il samaritano guarito che torna a lodare Dio in Gesù, ha riconosciuto che solo Gesù è la novità, ha riconosciuto che, come scrive Karl Barth (Introduzione alla teologia evangelica), è Gesù Cristo la novità. E’ Lui il miracolo, l’infinitamente meraviglioso che fa dell’uomo che lo conosce e che da Lui è conosciuto, un uomo meraviglioso, una volta per sempre e fino al suo più profondo.




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