Tutti i Santi – Una folla immensa

 

I SANTI DANNO RESPIRO ALLA STORIA

 

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 68; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a

Poveri noi e povera Chiesa di Cristo se pensiamo che le Beatitudini siano dei “bei valori”, o che siano il prodotto di una bell’anima poetica vissuta di sogni duemila anni fa, e siano quindi prodotto della sua sfrenata fiducia in quell’uomo che fiducia non ne merita neanche un po’ e che è assolutamente “irredimibile” … Poveri noi se pensassimo che il “mondo è sempre andato così e sempre andrà così”, che il mondo è fatto di ricchi fortunati e di poveri diavoli, che è fatto di buoni, che fanno delle brutte fini, e di furbi e potenti che hanno la meglio; poveri noi se siamo convinti che il mondo è fatto da chi più possiede e  possiederà sempre di più e da chi non ha nulla e, sarà anche buono, ma è un perdente …

E’ questo lo sguardo che tanti hanno sulla storia, e sorridono con sufficienza dinanzi a pagine come le Beatitudini … La Solennità di oggi ci dice però che è possibile un altro sguardo sulla storia e sull’uomo, che è possibile che “i perdenti” siano invece quelli che si credono “i vincenti”, e vincenti siano quelli che tutti reputano perdenti. La Solennità di oggi non serve ad avvalorare una folle chimera, ma serve per confortare e rafforzare chi, avendo conosciuto Gesù, si è incamminato sulla sua strada e ne vuole pagare “il prezzo”; e lo vuole fare con gioia, sapendo che quella è l’unica via capace di realizzare l’uomo e di donare senso ai giorni della storia. La Solennità di oggi vuole gridare la verità di un capovolgimento di prospettive: “Chi fa la storia?”. Non la fanno quelli che il mondo crede la facciano.

Il testo dell’Apocalisse, con quella moltitudine immensa, ci dice che la santità non è chimera, e non è neanche una via per una èlite scelta con chissà quali criteri … C’è un solo criterio: essere disposti a scommettere la vita su Gesù e sul suo Evangelo! E questo significa essere disposti a portare anche l’opposizione del mondo! I santi trovano l’ostacolo di un mondo che, nella migliore delle ipotesi, ride di loro e, nella peggiore delle ipotesi, schiera tutto il suo armamentario violento: insultare, perseguitare, mentire, dire ogni sorta di male … in fondo, se ci pensiamo bene, sono i verbi che fanno la Passione di Gesù! Il mondo avrà per i santi un orizzonte senza confini di iniquità e Matteo l’ha detto: Ogni sorta di male

Il mondo vecchio è così; ma proprio lì, in questo fiume di iniquità, si apre una strada in cui i santi, contraddicendo il mondo con le loro vite, potranno tracciare una scia di bellezza, di luce, di novità.

I santi, che oggi contempliamo, sono quelli che hanno attraversato la storia e sono giunti alla meta e vivono alla meta. Alcuni le Chiese li hanno indicati come tali ai credenti, ma la massima parte di essi sono passati nella storia e nessuno (o pochissimi) se ne sono accorti; spesso sono stati creduti inutili; spesso sono stati disprezzati, altre volte, addirittura, sono stati scambiati per empi. Tantissimi hanno portato segretamente il sigillo della croce e nessuno se ne è accorto: uomini e donne come noi, forse (e senza forse!) carichi di debolezze, carichi di fragilità e, spesso, anche di peccato ma santi perché hanno avuto la capacità di presentarsi a Dio, come diceva una santa canonizzata, Santa Teresa di Lisieux, “a mani vuote”, con la loro impotenza e con la loro incapacità a costruire la loro santità. Sono però santi perché hanno chiesto a Dio, con tutte le loro forze, di essere fatti santi da Lui! Sono santi perché, mentre chiedevano a Dio la santità, hanno lottato per essere uomini di verità, di amore, di misericordia …
Sono stati poveri nel profondo; Matteo nelle Beatitudini fa dire a Gesù non «Beati voi poveri», come scriverà Luca, ma «Beati i poveri nello spirito» che non è un’attenuazione, non è un’affermazione rassicurante per i ricchi, quasi a dire che ciò che conta è la povertà interiore che può convivere con grandi ricchezze (cioè: “Posseggo ma sono distaccato!”). No! Poveri nello spirito significa povertà radicale, profonda, e questo perché la povertà evangelica non è “non avere nulla” (ci sono dei miserabili che sono avarissimi e legati all’estremo alle loro povere cose!) ma è il fidarsi realmente e profondamente di Dio e non dei beni di ogni tipo, non dell’accumulo che mette “al riparo”. Più avanti, nel Discorso della montagna, Gesù, infatti, dirà: “Non potete servire a Dio e a Mammona” (cfr Mt 6, 24) … I poveri, i santi, hanno fatto la scelta di servire Dio, di fidarsi di Lui; e quelli che hanno scelto questa via sono tanti, sono quella folla immensa che Giovanni ha visto con stupore nel brano del Libro dell’Apocalisse che oggi leggiamo.

Una folla immensa”: quanti sono passati facendo del bene senza ostentazioni, senza sentirsi giusti, senza giudicare gli altri sul proprio metro, senza disprezzare gli altri! … Ecco i santi … e nella storia erano già figli di Dio.

La seconda lettura di questa liturgia, sempre uno scritto giovanneo, tratto dalla prima lettera dell’Apostolo, ci rivela questa straordinaria qualità del cristiano: essere figlio di Dio ed esserlo realmente. Santi perché Dio li ha“separati” per Lui; infatti, il significato letterale della parola ebraica “kadosh”, lo sappiamo, è “altro”, “separato”. In Cristo i santi sono stati “messi a parte” per Dio. Ora, questi figli di Dio il mondo non li conosce e, come prima si diceva, li osteggia e perseguita o, comunque, li considera senza nessun valore.

Noi ci meravigliamo di questo, eppure il Nuovo Testamento lo afferma con chiarezza: il Santo di Dio, Gesù Cristo, il Santo per eccellenza,  è stato odiato, perseguitato, riprovato, ucciso, e un discepolo non è meno del maestro, ha detto Gesù (cfr Gv 15, 18-21). Il mondo non ha riconosciuto Lui che era la luce, come può riconoscere noi che riflettiamo la sua luce, che tante volte rendiamo opaca con le nostre miserie e i nostri peccati?

Scriveva anni fa Enzo Bianchi: «Paolo ci ricorda che “ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (cfr Col 3, 3): nascosti per il mondo e per noi stessi. E’ normale che, anche se fatti santi da Dio, eletti, separati dalla mondanità, noi risultiamo sconosciuti al mondo.
C’è una pretesa tra i cristiani di oggi: il riconoscimento da parte degli uomini. E’ una pretesa anti-evangelica … l’unica beatitudine e l’unica gioia la possiede il cristiano che sa dire con Paolo, nella fede, anche se a caro prezzo, «siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, sì, ma non abbandonati alla morte; afflitti, ma sempre lieti, poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possiede tutto». (cfr 2Cor 6, 8-11).

Quale il “segreto” dei santi nella storia? La speranza di vedere Dio faccia a faccia … una speranza che ci purifica perché, per quella speranza, noi cerchiamo la comunione con Lui già quaggiù. Per quella speranza noi beviamo al calice della comunione dei santi.
Facciamo comunione con il Santo, Gesù Cristo e, in Lui dilatiamo il cuore alla comunione dei santi, con tutti i santi, quelli della terra e quelli del cielo. E con questi possiamo vivere un dialogo vero, profondo …  Il passo dell’Apocalisse ci testimonia la possibilità di questo dialogo con i santi: infatti, nella pagina che oggi leggiamo c’è uno straordinario dialogo tra Giovanni e un Vegliardo. Commentando questo testo, i Padri della Chiesa, a partire da San Gregorio di Nazianzo, affermano questa reale possibilità di dialogo con i santi che sono alla meta.
San Gregorio fa un’ipotesi suggestiva. Chi è quel Vegliardo? Per Gregorio si tratterebbe di Giacomo, il fratello di Giovanni, il primo tra gli Apostoli che ha versato il sangue per Gesù (cfr At 12, 2) … è allora un Apostolo già alla meta che dialoga con un Apostolo ancora dolorosamente in cammino (i due fratelli sono il primo e l’ultimo dei Dodici apostoli a morire!) ed è proprio il Vegliardo (Giacomo, secondo l’ipotesi del Nazianzeno) che inizia il dialogo: «Uno dei Vegliardi prese la parola e mi disse: “Questi che sono avvolti in bianche vesti chi sono e da dove sono venuti?». E Giovanni risponde: «Tu lo sai! E il Vegliardo testimonia: Sono coloro che sono passati per la grande prova fino a lavare le vesti nel sangue dell’Agnello».

Insomma c’è una koinonìa che supera spazio e tempo, c’è una koinonìa che aiuta lo sforzo dei credenti a vivere la koinonìa nella storia. La comunione con i santi è, insomma, radice santa per la comunione dei santi che sono in cammino.

Vivendo la lotta per la comunione, i santi santificano la storia. Lo sappia o non lo sappia il mondo, sono i santi che danno respiro alla storia impedendole di morire d’asfissia; sono i santi che immettono in questa storia un alito rinnovatore di vita. Il mondo pretende di essere il padrone della storia e di salvarla con la ricchezza, il potere, la violenza, l’avidità, la prevaricazione, e invece la storia la salvano ogni giorno i poveri, i miti, gli affamati, i misericordiosi, i puri, i pacificatori, i perseguitati.

E’ il mistero della santità. E’ mistero che ci appartiene e ci chiede il coraggio di lottare per tracciare nel mondo un cammino di senso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Tutti i Santi – Una scelta di campo!

ESSERE SANTI: COSTOSO MA PER TUTTI

 

Ap 7, 2-4. 9-14; Sal 23; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12

 

Cristo risorto adorato da santi, di Beato Angelico (Predella Pala di Fiesole)

Cristo risorto adorato da santi, di Beato Angelico (Predella Pala di Fiesole)

La grande solennità che oggi si celebra davvero ci dilata il cuore!
Non si tratta solo di contemplare i santi giunti alla meta del cammino, e gioire per l’esito luminoso delle loro vite; si tratta invece di sentire che questo esito luminoso è possibile per tutti noi, per tutti i battezzati!

È la santità la grande meta della vita cristiana, anzi è la meta di ogni giorno.
La nostra chiamata è alla santità! Non una santità comodamente relegata in un indistinto futuro, in un’ora estrema di compimento, ma una santità che si costruisce e si vive giorno dopo giorno. Una santità che sia un’autentica alterità da vivere rispetto al mondo, alterità che può essere solo conformazione a Cristo ed al suo Evangelo.

La liturgia di questo giorno ci mostra la meta finale nella pagina dell’Apocalisse, dandoci una grande speranza con quella grandiosa molteplicità dei santi («Vidi poi una moltitudine immensa»), ma anche il nostro oggi nella redazione di Matteo delle Beatitudini, in cui ci appare chiaro che con l’Evangelo e con il Dio di Gesù Cristo non si gioca!
Le Beatitudini ci mostrano infatti uomini e donne che sanno di essere “uomini comuni, ma scelti da Dio, speciali perchè amati” (mi si perdoni la citazione!), con la certezza che la santità non è solo frutto di una conquista quotidiana, ma è frutto della grazia che davvero accompagna chi cerca Dio e desidera che la propria carne sia Evangelo vivente.
La realtà della nostra vita di salvati è questa, e Giovanni nella sua Prima lettera ci ha detto con limpida chiarezza che noi fin d’ora siamo figli di Dio!
“Fin d’ora”!
Le Beatitudini sono l’Evangelo di questo fin d’ora! Le Beatitudini sono un annunzio che il Regno è arrivato… Quello che i Profeti intravedevano come il futuro dell’era messianica, per Gesù è il presente, è l’oggi. Infatti oggi i poveri sono beati, e già oggi è loro il regno dei cieli. Nessuno è escluso da questo regno; non ci sono emarginati, anzi quelli che il mondo emargina sono i primi, i beati.

Il Regno è venuto perché Gesù ha vissuto le beatitudini, e non solo! Le beatitudini sono infatti “il modo di Gesù di pensare la vita” (Bruno Maggioni). Gesù ha fatto della vita un luogo in cui ha solo sperimentato il dono di Dio; la sua esistenza l’ha letta sempre come dono, e ciò l’ha spinto a farsi dono.

Matteo, dunque, elenca le Beatitudini non per beatificare delle situazioni (che sono, in verità, poco beate!), ma per beatificare degli atteggiamenti; la comunità di Matteo è invitata ad assumere quegli atteggiamenti che hanno radice nella povertà di spirito: il povero, già nella Prima Alleanza, è colui che ha fiducia in Dio, e solo in Dio; il povero costruisce la pace, rigetta la violenza, ha fame e sete di giustizia, è misericordioso, ed è puro perchè fa sempre corrispondere l’interno del cuore all’esterno della vita.
Il povero è afflitto. E su quest’ultima espressione, che è la seconda delle beatitudini elencate da Matteo, vale la pena soffermarsi: perché Matteo dà tanto rilevanza agli afflitti? Chi sono?

Per Matteo l’uomo delle Beatitudini fa propri i problemi del Regno, e ne soffre: è beato, allora, chi concretamente soffre perché la Chiesa è divisa, perché non è sempre segno della presenza di Dio; è beato chi soffre per i propri peccati; è beato chi lotta perché il mondo possa essere altro, e lo fa con l’arma più efficace che ha: la sua santità, la sua disponibilità a essere concretamente altro.

Le Beatitudini non sono quindi un generico sentimento buono e positivo, ma sono concreti e coraggiosi passi per un’umanità nuova e segnata dalla giustizia, dalla pace; sono concreti e coraggiosi passi per essere “icona” di Cristo Gesù, che le Beatitudini le incarnò e ne fece lo stile della propria vita, ne fece la sua risposta al Padre da cui tutto, nell’eterno e nella storia, comprendeva d’aver ricevuto.

La storia della santità nella Chiesa è la storia degli infiniti modi di declinare questo concretissimo essersi compromessi con l’Evangelo; è la storia dei modi sconfinati di incarnare le beatitudini che lo Spirito ha suscitato con la sua fantasia, il suo rispetto per le diversità delle persone, e con il suo realismo attento alla storia ed ai suoi aneliti.

Essere santi è costoso, ma è per tutti i battezzati; non si può, e non si deve desiderare un po’ meno di questo.
Creati per la santità, redenti dal Santo, non possiamo fare altro che lottare quotidianamente per la santità. Diversamente, tutto diventa grigio ed insensato, si smarrisce l’ umanità e si assumono volti deformati, in cui l’Adam non è più riconoscibile.

L’alternativa è netta: o santi o meschini. O santi o schiavi. O santi  o complici della mondanità e dell’odio. O santi o folli costruttori di una Babele che precipita nella confusione.

La santità è una scelta di campo.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Tutti i Santi – Il Beato è Gesù

SVELARE IL VOLTO DI CRISTO 

  –  Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12  –

 

I Santi, Beato Angelico

I Santi, Beato Angelico

Quando pensiamo ai “Santi” siamo tentati di pensare ai perfetti, a cristiani angelici, liberi dalle pastoie della nostra fragile umanità. E’ una delle vie con cui il cristianesimo è stato reso innocuo dagli stessi cristiani; è stato addolcito perché non  ferisse il cuore; perché l’uomo vecchio rimanesse ben saldo e piantato nella storia a fare i suoi affari più o meno loschi rimanendo con l’etichetta di cristiano. E così la santità è diventata l’eccezione, la straordinarietà. Quante volte sentiamo la stolta espressione Sono un uomo non sono un santo! Come se si potesse essere davvero uomo senza essere santo!

Essere santo non è altro dall’essere uomo, vorrei dire che la santità è la pienezza dell’umanità; Gesù non è venuto a indicarci una via sovrumana ma una via umanissima, quella che Lui stesso ha percorso!

Oggi la Chiesa contempla la Communio sanctorum: noi i santi in cammino nella storia, contemplando quelli che hanno compiuto il loro cammino e sono alla meta, sentiamo con loro una straordinaria cosa in comune: noi e loro  apparteniamo a Dio, siamo altro dal mondo, siamo distinti. E questo non in maniera arrogante o elitaria, ma per grazia, per essere seme di santità per il mondo. Santo (in ebraico kadosh) significa “altro”, “distinto”, “separato” (la kedushà è il taglio del cordone ombelicale!)… Il santo, come Dio (Lv 19,2) è altro rispetto al mondo e alle sue logiche.

La pagina evangelica delle Beatitudini nella versione di Matteo, che oggi si proclama in tutta la Chiesa, è una pagina che certo non risponde alle attese che tanti avevano su Gesù. Dinanzi a Lui c’erano attese e domande morali … Gli stessi apostoli, dopo la Risurrezione, ancosra mostrano queste atteseSignore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? (At 1, 6) o altri avevano chiesto Che debbo fare per avere la vita eterna? (Mt 19, 16) quasi volendo dei  precetti che potessero instaurare un alto ordine morale.

Gesù con le Beatitudini non intende fare nulla di ciò; non è il proclama di un ordine nuovo nella storia, non è risposta alla “maledetta” ansia di fare degli uomini religiosi. Gesù qui rivela. Rivela l’uomo nuovo e la qualità della vera gioia. Gesù rivela quello che fa di Lui stesso il Santo di Dio (cfr Gv 6, 69), in una gioia diversa da quella del mondo, che lo rende l’uomo nuovo in cammino verso Dio (secondo Andrè Chouraqui la parola greca màkarios, “beato”, corrisponde all’ebraico ashrei, che evoca il cammino retto che conduce direttamente al Signore).

Il beato è “in primis” Gesù. E’ Lui il povero, l’afflitto, l’affamato e assetato di giustizia; è Lui il misericordioso (interessante anche qui la versione francese di Chouraqui che traduce Beati i materni, cioè quelli capaci di un amore viscerale, senza ragioni; un amore tanto grande da essere capace di perdono come quello di una madre. D’altro canto chi è misericordioso dona e custodisce la vita, proprio come una madre!); è Lui il puro di cuore che guarda gli altri non per posederli ma con sguardo trasparente…il puro di cuore che non ha il cuore diviso; e Lui il costruttore di pace perché con la sua vita e la sua croce ha fatto pace tra cielo e terra; è Lui il perseguitato per la giustizia perché per realizzare la giustizia del Padre (il suo progetto di amore) si è lasciato oltraggiare e inchiodare alla croce.

Le Beatitudini allora, svelando il volto di Cristo, svelano una via di gioia paradossale di cui i mondo ride. Il mondo però non sa che c’è una moltitudine immensa di uomini e donne che, come scrive Giovanni nel testo del Libro dell’Apocalisse che oggi si legge, seguendo Gesù, il Santo di Dio, sono stati resi vittoriosi (hanno le palme nelle mani) e seme di novità per tutta l’umanità da cui provengono senza distinzione di razza, di popolo, di lingua. Il mondo, scrive sempre Giovanni, ma nel passo della sua Prima lettera, che pure oggi la Chiesa propone, non conosce i santi perché non conosce Dio; per questo il paradosso che essi portano è per il mondo incomprensibile: il mondo non può comprenderlo, né conoscerlo. Il mondo non può immaginare che poveri, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, pacifici, perseguitati siano beati, siano gente che avrà la vittoria, siano gente che ha trovato senso…il mondo pensa che la terra è dei ricchi, degli arroganti, di coloro che schiacciano i poveri per i loro interessi, di chi non perdona, di chi è lussurioso, guerriero, persecutore…

Eppure i santi, dice Gesù, possederanno la terra! E’ lo stesso  paradosso che il Crocifisso ha mostrato al mondo con la sua vittoria! Il Risorto, il Signore è il Crocifisso! Lui il Cristo sulla croce ha sperimentato la povertà, l’afflizione, la mitezza; è stato sulla croce perché  affamato e assetato di giustizia; lì, sulla croce, è stato misericordioso perdonanado ed amando fino all’estremo, lì è stato puro di cuore, con il cuore unificato dall’amore, senza doppiezze o ambiguità; lì, sulla croce, ha operato la pace (cfr Ef 2,15), lì ha sperimentato l’ingiusta persecuzione.

Il problema della santità (l’unico serio problema per un cristiano!!) è se crediamo che la via debole della croce sia davvero via di sapienza di Dio, se crediamo davvero che la via debole di Cristo con la sua mitezza ed umiltà, sia una via vincente proprio perché così altra da quelle del mondo. Il problema della santità è se questo mondo con le sue vie tortuose, perverse e mortifere, con le sue vie arroganti e “vittoriose” (sempre ammantate di buon senso) ci stia stretto o se, alla fin fine, ci stiamo comodi perché ci siamo adeguati…

Oggi la solenne memoria di Tutti i Santi ci indica un’altra strada, una strada di compromissione con Colui che chiamiamo Signore, una via che Lui ci indica come beatitudine e che Lui per primo ha percorso…gli prestiamo fede?

Se gli crediamo stiamo nella storia seguendo Lui ed il suo Evangelo, quando sperimenteremo i nodel mondo che i porranno ai margini, che ci faranno sentire l’amaro sapore del rifiuto, dell’irrisione quando non quello della persecuzione, allora sapremo che, se per il mondo siamo dei perdenti, per Cristo saremo dei beati perché la storia darà ragione al Crocifisso, perché la sua è via umanissima, perché via d’amore. Costosa ma umanissima. In fondo, infatti, l’unica cosa che davvero importa all’uomo per essere uomo è amare ed essere amato.

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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Battesimo del Signore – Vivere da battezzati

ESSERE FIGLI NEL FIGLIO, ARDENTI NEL FUOCO

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Battesimo di Cristo (Icona, Museo di Belgrado)

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”…qualcosa, dunque, di grande importanza!

La domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale. Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia; infatti, la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia, è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere in questo mondo…è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio…la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!

Ora di grazia questa discesa nel Giordano; ora di grazia per noi uomini; ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: “Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto”!

Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava. “Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza  estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente che battezzaerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: “Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali”. Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!

Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo! Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”; forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3,8.24), quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.

 “Pregava”… sì, è solo nella preghiera che il nostro essere figli si fa chiaro, e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, “in questo mondo”!

La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!

Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (63,19) riceve finalmente risposta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1,2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono; in Gesù Dio ci ha fatti suoi e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio! E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.

I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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