Epifania del Signore – I Magi, i santi più nostri

FIDARSI DI UNA STELLA, E DEI SOGNI

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3a.5-6; Mt 2, 1-12

 

Nuova immagine (1)Sulla “scena” luminosa del Natale entra la tenebra! La tenebra del mondo che è indifferente al dono d’amore di Dio; la tenebra del mondo che bada solo al suo potere, ai suoi domini; la tenebra del mondo che è al servizio della morte attraverso la menzogna, l’inganno e la congiura; la tenebra del mondo che può invadere anche la “chiesa” (gli Scribi ed i Sommi Sacerdoti interrogati da Erode) la quale può “sapere” tutto del Messia ma restare immobile, indifferente, addirittura complice di Erode (per lo meno con il silenzio…). Quest’ultimo è un rischio serio e terribile, amaro da dirsi ma purtroppo possibile a tutti noi! Non si tratta qui delle cosiddette “alte sfere” della Chiesa…per carità! Si tratta di tutti noi credenti con le nostre Bibbie tascabili, le nostre letture pie e le nostre preghiere puntuali…

Di fronte a tutto questo però oggi splende una stella e splendono i Magi: loro non sono tenebra ma affrontano la tenebra, forse con ingenuità ma poi con la bellissima sapienza di chi ha imparato a credere più ai sogni, alla stella e alle promesse che ad un re, al buon-senso, alla propria tranquillità.

In un suo inno P. Turoldo scrisse: “Magi, voi siete i santi più nostri…l’anima eterna dell’uomo che cerca, cui solo Iddio è luce e mistero”…sì, i “santi più nostri” perché ci raccontano l’audacia della ricerca, la capacità di fidarsi ed ascoltare, la fatica accolta per poter gustare la gioia, l’obbedienza che nega il calcolo!

I Magi per Matteo sono l’incarnazione del sogno di salvezza di Dio per tutti gli uomini; sono dei “lontani” che diventano “vicini” perché sono amati da quel Dio che, per bocca di Isaia, aveva avuto l’audacia di dire: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia proprietà” (cfr Is 19,25)! Straordinario: gli Egiziani e gli Assiri, nemici storici di Israele, icona delle loro sofferenze e schiavitù, amati e benedetti dal Signore accanto a Israele che è “proprietà”, “compiacimento” del Signore! E ora eccoli qui gli amati, i desiderati da Dio…visibilizzati, nel racconto sapiente di Matteo, in questi misteriosi Magi…non a caso la tradizione cristiana li ha dipinti con le fattezze di popoli diversi (dai grandi pittori alle statuine dei nostri presepi!): “l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani”!…

Il Messia di quell’Israele che è “proprietà” del Signore è Inviato per tutte le genti…la stella che spunta da Giacobbe (cfr Num 24,17) ora si fa guida per i popoli che cercano Dio…

Oggi i Magi ci interpellano con il loro contrapporsi alla tenebra del mondo, con la loro ricerca appassionata che sa di dover pagare il prezzo della fatica, dell’uscita da sé e dalle proprie cose, dalla propria terra per gustare la gioia che solo Dio sa donare.

I Magi sono i “santi più nostri” perché ci insegnano a pagare questo prezzo: giunti alla casa dove era il Bambino essi, dice Matteo alla lettera, “gioirono di grande gioia”…una meravigliosa ridondanza di gioia che si contrappone a quella tenebra che dimora a Gerusalemme, creata dal potere pauroso di Erode (scrive Matteo, che all’udire della nascita del Re dei Giudei “fu turbato Erode e con lui tutta Gerusalemme”). E’ così: “respirare” l’aria dei potenti, condividerne, anche in parte, il lusso e la “falsa pace” contagia, tanto da aver paura di Dio e di un Bambino che potrebbe raccontarlo! Gli stessi Sacerdoti e Scribi, come dicevamo, con i loro rotoli della Scrittura ed i loro compiti cultuali, sanno ma restano immobili e complici.

Quella tenebra di Gerusalemme è, per Matteo, profezia di quello che Gesù sarà: “segno di contraddizione che svelerà il segreto di molti cuori” (cfr Lc 2, 35). Dinanzi a Lui si scatenano le tenebre perché Lui è venuto a “rovinare” e a “tormentare” le logiche del mondo (cfr Mt 8, 29 3 Mc 1, 24) e le tenebre si ribellano. E lo faranno fino alla tenebra del Golgotha! Quelle tenebre che possono assumere anche il volto apparentemente “innocuo” dell’indifferenza immobile come quella degli Scribi e Sacerdoti di Gerusalemme.

Dinanzi a quel Bambino che è nato si può essere come Erode, che per ucciderlo aprirà ferite mortali su corpi di piccoli innocenti, o si può essere come i Magi che aprono a quel Bambino i loro tesori perché Lui li tocchi e li metta al servizio del Regno di Dio…

Quante interpretazioni di quell’oro, incenso e mirra…credo che davvero siano tutte belle e lecite quelle letture, ma – in fondo – penso che quei tesori siano ciò che noi uomini siamo ed abbiamo: la nostra umanità (la mirra con la sua amarezza), la nostra bellezza e preziosità (l’oro), la nostra  ricerca di ulteriore, del divino (l’incenso). Se questi tesori si aprono al Dio fatto carne, la nostra umanità sarà davvero capace di lottare contro quella tenebra scatenata, che a volte è violenta, ma il più delle volte è melliflua ed accattivante, e che vuole così inghiottire le vie del Regno. Se apriamo i nostri tesori al Dio fatto carne giungeremo, certo per vie aspre, per “altre vie”, proprio come i Magi, a gioire di grande gioia!

Fidarsi di una stella e dei sogni. Come i Magi, “i santi più nostri”!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario – Come vivere il presente

LEGGERE I SEGNI CHE RICHIAMANO AD UN OLTRE

Dn 12, 1-3: Sal 15; Eb 10, 11-14.18; Mc 13, 24-32

Il traguardo della storia o è qualcosa che si tiene presente sempre, in ogni generazione, o si rischia di restare imprigionati nelle reti di un oggi che non sazia! Che non può saziare!

Il dramma è quando ci si illude d’essere sazi dell’“oggi” e si scherniscono quelli che pensano all’oltre tacciandoli di essere degli “evasori” dalla storia…E così tanti si saziano di quel che sono, di quel che hanno, di quel che vedono. Sono i sazi dell’“oggi”! Sarebbe terribile rimanere sazi dell’“oggi”!

Sarebbe… ed è terribile! Lo è ogni qual volta noi credenti in Cristo pensiamo che l’orizzonte sia solo quello che vediamo e, in qualche modo, possediamo. Lo è ogni qual volta siamo troppo “contenti” del nostro oggi e siamo incapaci di desiderare altro ed oltre. Lo è quando noi credenti ci accontentiamo, e il presente “ci basta”.

Non si può non considerare l’esito della storia se non imminente, e non perchè dobbiamo avere predicazioni e preoccupazioni millenaristiche – quasi che la “fine del mondo” fosse databile ed incombente – ma perchè ogni generazione deve fare i conti con il limite del tempo e con la Venuta del Signore Gesù nella sua Parusìa. Una venuta che, d’altro canto, invochiamo in ogni Eucaristia («nell’attesa della tua venuta»«nell’attesa che si compia la baeata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo»)!

Ogni generazione deve vivere questa tensione verso il Suo ritorno, e deve riconoscere nel proprio tempo quei segni che la annunziano, che ne proclamano la necessità. Ogni generazione deve ravvisare nel suo tempo quei limiti che sono “grido” verso la sua venuta, quelle povertà che sono invocazione al suo ritorno, quelle “impossibilità” o “incapacità” che domandano quell’unico compimento che è pienezza d’ogni compimento: il Suo ritorno!

Nell’Evangelo di oggi ascoltiamo che Gesù prende in prestito dal linguaggio apocalittico del suo tempo (di cui abbiamo avuto un saggio nella Prima lettura di oggi tratta dal Libro di Daniele) dei segni che evocano quei limiti, quei dolori, quelle “potenze” che sovrastano l’uomo e le sue pretese potenze. Nei verstti precedenti aveva parlato di guerre, carestie, terremoti, persecuzioni, tempi oscuri e disperati ma qui aggiunge altri segni che mostrano anche la caducità di quelle cose che a noi paiono fisse ed immutabili: il sole e la sua luce, gli astri che per gli antichi erano fissi nella gran volta del cielo…eppure il sole si spegne, la luna non dà più il suo chiarore e gli astri cadono. Tutto questo accade non perchè l’uomo l’ha prodotto, e neanche l’ha provocato con le sue dissolutezze e con i suoi peccati; no! La fine del mondo non è un castigo! La fine del mondo è il fine del mondo, e questo appartiene al progetto di Dio. E’ la volontà di Dio, fuori della storia, a determinare questo fine e a mettere fine a ciò che noi conosciamo e in cui abbiamo realizzato l’essere uomo, in cui abbiamo costruito le premesse di quel Regno eterno in cui tutto deve acquistare senso e bellezza!

Se le potenze dei cieli cadono (è al plurale: “ai diunámeis”) è perchè deve venire la sola potenza che ha senso e stabilità, quella del Figlio dell’uomo che è la potenza di Dio (al singolare: “metà diunámeos”, “con potenza”!).

Il Figlio dell’uomo è colui che sta andando verso la croce ma che qui si autorivela come colui che ancora verrà a dire l’ultima parola di Dio sulla storia, sugli uomini!

Il discorso escatologico, di cui oggi leggiamo un breve tratto, era iniziato quando i discepoli avevano posto a Gesù una domanda: «Quando accadrà questo e quale sarà il segno che questo starà per compiersi?» (cfr Mc 13,4) ma Gesù ancora non ha risposto al “quando” e non lo fa neanche in questo passo. Usa la parabola del fico per chiedere la capacità di leggere la storia, leggere l’oggi per poter essere protesi verso il futuro che Dio sta preparando.

Se si sanno leggere i segni come quelli del germogliare del fico è necessario imparare a leggere anche i segni che la storia offre per capire che non tutto è in essa e per essa!

Gesù non dà tempi, e non si tenti di decifrare un tempo e un’ora: il Messia (che Lui è) non è onnisciente come noi vorremmo nei nostri deliri “religiosi” …è invece un Messia fragile e vicino (tanto è vero che sta per andare in croce!), ma nella sua umanità – piena e senza sconti – c’è tutto il senso della storia che va vissuta senza millenarismi e ossessioni, ma con lucidità per discernere ciò che ci conduce all’oltre e ciò che ci libera dalle catene del tempo.

Se Gesù non dà indicazioni di tempo, dà però ai suoi tre parole con cui li rassicura circa la certezza della sua Parusia, del suo ritorno glorioso. Il Figlio dell’uomo verrà per quella generazione perversa che continua a fare ciò che avvenne durante l’esodo: tentare Dio e disobbedire, verrà perchè Dio non si fa fermare dalle nostre miserie e infedeltà; verrà di sicuro perchè le sue parole non passerano perchè non sono come le parole che diciamo noi e che spesso sono senza stabilità e fondamento. Le sue parole non passeranno perchè provengono da Dio, e Dio è fedele. Infine assicura che verrà anche se non si sa il “quando”, ma quel “quando” – essendo custodito nel cuore del Padre -, è promessa certa che sarà rivelata al tempo opportuno.

Intanto? Intanto bisogna impostare i propri giorni con una tensione autentica verso l’oltre: è necessario vivere il tempo in pienezza ma senza chiudersi negli orizzonti del tempo…è qui che l’uomo deve sentire il “profumo” dell’eterno; un profumo che non lo disamora della storia, e delle lotte della storia e nella storia, ma che gli fa vivere la storia senza sconti, con lo sguardo capace di scrutare – proprio nella storia – i segni dell’approssimarsi del giorno di Dio.

In questa domenica l’Evangelo ci ricorda che dobbiamo respirare ampio, che siamo fatti per questo. La storia non è meta della storia, il tempo sarà dilatato nell’eterno e se non si vive in questa tensione si rischia di fare della fede una “religione” che assicura il presente e ci tiene ben accomodati in un oggi tanto soddisfacente quanto imprigionante.

In fondo oggi Gesù ci dice: “Vivi il presente e leggi in esso i segni continui che ti richiamano a slanciarti verso l’oltre!

Gesù l’ha fatto, e dopo di Lui la Chiesa nascente. Poi l’hanno fatto i santi e con loro tanti cristiani che hanno saputo coniugare storia ed Evangelo senza farsi intrappolare dalle reti del mondo. Oggi se c’è bisogno di una cosa nella Chiesa è di uomini e donne così.

Padre Fabrizio Crsiarella Orestano

Tutti i Santi – Festa di Grazia

NASCONO TUTTI I GIORNI, VIVONO IN TUTTI I LUOGHI

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3, 1-13; Mt 5, 1-12

 

La solennità di oggi dilata la nostra speranza perchè oggi è festa di grazia! I santi non sono gli eroi che sono riusciti in un’impresa impossibile ai più! Non sono le rare eccezioni di uomini particolarmente bravi e dotati…i santi non sono come i geni dell’umanità; infatti, se è vero che un Michelangelo o un Mozart non nascono tutti i giorni è invece vero che i “santi” nascono tutti i giorni! E questo perchè essi sono il frutto dell’infinita grazia misericordiosa di Dio nostro Padre che, in Gesù Cristo suo Figlio, ci ha fatti creature nuove, ci ha generati a figli, come scrive Giovanni nel testo bellissimo che oggi è la seconda lettura, ed inviandoci lo Spirito ci custodisce in questa figliolanza.

I santi nascono tutti i giorni e vivono in tutti i luoghi ed in ogni stato di vita…è un grande inganno pensare che la santità sia un territorio che possono conquistare in pochi; è un inganno perchè non è terrreno di conquista ma luogo donato, è un inganno perchè Gesù ha detto che nella casa del Padre suo ci sono molte dimore (cfr Gv 14,2); la visione dell’ Apocalisse che oggi abbiamo letto ci parla, inoltre, di una moltidudine immensa…E’ un inganno perchè così la salvezza operata dalla Pasqua di Gesù avrebbe limiti èlitari…

La santità è più estesa di quanto lontanamente possiamo immaginare.

I santi sono quelli che accolgono Cristo ed il suo Evangelo e ne fanno la strada su cui camminare in sua compagnia: certo saranno uomini e donne controcorrente, come la pagina delle Beatitudini di Matteo ci dice; uomini e donne che sono il contrario di quanto il mondo pensa che sia la beatitudine. Per il mondo è beato chi fa delle cose, degli altri, di se stesso un “vaso” da cui attingere fino alla sazietà anche a discapito di tutto e di tutti; per il mondo è beato chi profitta del potere che ha (piccolo o grande che sia) per crearsi le sue sicurezze; è beato chi “si fa da sè”, come blaterano tanti ricchi o divenuti tali…per il mondo è beato chi “non ha bisogno di nessuno”…

L’Evangelo di oggi ci dice che c’è un mondo capovolto, rispetto a queste logiche, e questo mondo è il Regno di Dio…

Le Beatitudini funzionano con una grande “inclusione”: la prima beatitudine, quella dei poveri, si conclude con un presente: …perchè di essi è il Regno dei cieli…e l’ ottava, quella dei perseguitati, si conclude allo stesso modo. L’inclusione, con il suo tempo presente, ci dice chi sono quelli che possiedono già questo Regno. I futuri delle altre sei beatitudini: la consolazione, l’eredità della terra, la sazietà, la misericordia, la visione di Dio, l’essere figli di Dio, sono solo specificazioni di questa motivazione principale, come scrive Alberto Mello nel suo commento all’Evangelo di Matteo. Insomma si è beati solo perchè si è nel Regno, perchè da esso si è posseduti, perchè, cioè, si è dato un primato a Dio che regna davvero nella vita.

I santi sono questi uomini e donne che hanno dato accesso al Regno nelle loro esistenze e che, per il regnare di Dio in loro, a Dio si sono abbandonati. Il primato di Dio è, in primo luogo, un primato della sua azione: è Lui, cioè, che fa nostra santità, è Lui che ha le sole mani che sanno e possono plasmare ogni santo…

Chi vuole essere santo o si mette a mani vuote nelle mani del “vasaio” e si fa da Lui plasmare o non portà mai essere altro, cioè santo…Il mondo infatti, se si rimane fuori da quelle mani, plasma l’uomo a modo suo, ne fa un suo servo, idolatra e perduto.

E’ chiaro che per consegnarsi a quelle mani è necessario avere il primo “volto” che le Beatitudini ci presentano: la povertà! Solo un povero può abbandonarsi, perchè solo un povero non ha nulla di proprio in cui mettere fiducia! Si badi che la dizione di Matteo, “poveri nello spirito” (che si è trovata anche a Qumran come “anawè ruach”) non è assolutamente una “diminutio”, un addolcimento! E’ il contrario! Il povero nello spirito è colui il quale è davvero povero; povertà qui non è solo una dimensione sociologica ma è dimensione interiore, spirituale, profonda. L’espressione di Matteo non è affatto restrittiva. L’evangelista sa che non basta la povertà economica ma con quella (che comunque mette al riparo da ogni idolatria e da ogni fiducia riposta nell’avere!) sono necessarie umiltà, mitezza, sguardo puntato su Dio più che su di noi!

La santità è via possibile a tutti! Solo certe mistificazioni operate dalla mediocrità cristiana ed ecclesiastica hanno potuto pensare a vie di santità e a vie di cristiani comuni; quante volte abbiamo sentito parole “sagge” (!), piene di “buon senso” che, per distogliere da vie di radicalità evangelica, ripetono: “si può essere buoni cristiani anche solo….” E così si sono spalancate strade larghe di mediocrità, di accomodamenti, di “mezze misure”!

I santi non sono uomini di “mezze misure”, e perciò sono uomini e donne di gioia! Ma di gioia profonda e duratura! Tanto che quella gioia, gustata nella storia, è diventata la loro eternità!

Oggi li contempliamo per essere trascinati, anche dallo loro preghiera e dalla loro fraternità, verso quella stessa gioia!

Tutti i Santi – Pienezza dell’umanità

ESSERE SANTO NON ALTRO DALL’ESSERE UOMO

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5, 1-12a

 

Quando pensiamo ai “Santi” siamo tentati di pensare ai perfetti, a cristiani angelici, liberi dalle pastoie della nostra fragile umanità. E’ una delle vie con cui il cristianesimo è stato reso innocuo dagli stessi cristiani; è stato addolcito perché non  ferisse il cuore; perché l’uomo vecchio rimanesse ben saldo e piantato nella storia a fare i suoi affari più o meno loschi rimanendo con l’etichetta di cristiano. E così la santità è diventata l’eccezione, la straordinarietà. Quante volte sentiamo la stolta espressione Sono un uomo non sono un santo! Come se si potesse essere davvero uomo senza essere santo!

Essere santo non è altro dall’essere uomo, vorrei dire che la santità è la pienezza dell’umanità; Gesù non è venuto a indicarci una via sovrumana ma una via umanissima, quella che Lui stesso ha percorso!

Oggi la Chiesa contempla la Communio sanctorum: noi i santi in cammino nella storia, contemplando quelli che hanno compiuto il loro cammino e sono alla meta, sentiamo con loro una straordinaria cosa in comune: noi e loro  apparteniamo a Dio, siamo altro dal mondo, siamo distinti. E questo non in maniera arrogante o elitaria, ma per grazia, per essere seme di santità per il mondo. Santo (in ebraico kadosh) significa “altro”, “distinto”, “separato” (la kedushà è il taglio del cordone ombelicale!)… Il santo, come Dio (Lv 19,2) è  altro rispetto al mondo e alle sue logiche.

La pagina evangelica delle Beatitudini nella versione di Matteo, che oggi si proclama in tutta la Chiesa, è una pagina che certo non risponde alle attese che tanti avevano su Gesù. Dinanzi a Lui c’erano attese e domande morali… Gli stessi apostoli, dopo la Risurrezione, ancosra mostrano queste attese: Signore, è questo il tempo in cui ricostruirai il regno di Israele? (At 1,6) o altri avevano chiesto Che debbo fare per avere la vita eterna? (Mt 19,16) quasi volendo dei  precetti che potessero instaurare un alto ordine morale.

Gesù con le Beatitudini non intende fare nulla di ciò; non è il proclama di un ordine nuovo nella storia, non è risposta alla “maledetta” ansia di fare degli uomini religiosi. Gesù qui rivela. Rivela l’uomo nuovo e la qualità della vera gioia. Gesù rivela quello che fa di Lui stesso il Santo di Dio (cfr Gv 6,69), in una gioia diversa da quella del mondo, che lo rende l’uomo nuovo in cammino verso Dio (secondo Andrè Chouraqui la parola greca màkarios, “beato”, corrisponde all’ebraico ashrei che evoca il cammino retto che conduce direttamente al Signore).

Il beato è “in primis” Gesù. E’ Lui il povero, l’afflitto, l’affamato e assetato di giustizia; è Lui il misericordioso (interessante anche qui la versione francese di Chouraqui che traduce Beati i materni, cioè quelli capaci di un amore viscerale, senza ragioni; un amore tanto grande da essere capace di perdono come quello di una madre. D’altro canto chi è misericordioso dona e custodisce la vita, proprio come una madre!); è Lui il puro di cuore che guarda gli altri non per posederli ma con sguardo trasparente…il  puro di cuore che non ha il cuore diviso; e Lui il costruttore di pace perché con la sua vita e la sua croce ha fatto pace tra cielo e terra; è Lui il perseguitato per la giustizia perché per realizzare la giustizia del Padre (il suo progetto di amore) si è lasciato oltraggiare e inchiodare alla croce.

Le Beatitudini allora, svelando il volto di Cristo, svelano una via di gioia paradossale di cui i mondo ride. Il mondo però non sa che c’è una moltitudine immensa di uomini e donne che, come scrive Giovanni nel testo del Libro dell’Apocalisse che oggi si legge, seguendo Gesù, il Santo di Dio, sono stati resi vittoriosi (hanno le palme nelle mani) e seme di novità per tutta l’umanità da cui provengono senza distinzione di razza, di popolo, di lingua. Il mondo, scrive sempre Giovanni, ma nel passo della sua Prima lettera, che pure oggi la Chiesa propone, non conosce i santi perché non conosce Dio; per questo il paradosso che essi portano è per il mondo incomprensibile: il mondo non può comprenderlo, né conoscerlo. Il mondo non può immaginare che poveri, afflitti, miti, affamati e assetati di giustizia, misericordiosi, puri, pacifici, perseguitati siano beati, siano gente che avrà la vittoria, siano gente che ha trovato senso…il mondo pensa che la terra è dei ricchi, degli arroganti, di coloro che schiacciano i poveri per i loro interessi, di chi non perdona, di chi è lussurioso, guerriero, persecutore…

Eppure i santi, dice Gesù,  possederanno la terra! E’ lo stesso  paradosso che il Crocifisso ha mostrato al mondo con la sua vittoria! Il Risorto, il Signore è il Crocifisso! Lui il Cristo sulla croce ha sperimentato la povertà, l’afflizione, la mitezza; è stato sulla croce perché affamato e assetato di giustizia; lì, sulla croce, è stato misericordioso perdonanado ed amando fino all’estremo, lì è stato puro di cuore, con il cuore unificato dall’amore, senza doppiezze o ambiguità; lì, sulla croce, ha operato la pace (cfr Ef 2,15), lì ha sperimentato l’ingiusta persecuzione.

Il problema della santità (l’unico serio problema per un cristiano!!) è se crediamo che la via debole della croce sia davvero via di sapienza di Dio, se crediamo davvero che la via debole di Cristo con la sua mitezza ed umiltà, sia una via vincente proprio perché così altra da quelle del mondo. Il problema della santità è se questo mondo con le sue vie tortuose, perverse e mortifere, con le sue vie arroganti e “vittoriose” (sempre ammantate di buon senso) ci stia stretto o se, alla fin fine, ci stiamo comodi perché ci siamo adeguati…

Oggi la solenne memoria di  Tutti i Santi ci indica un’altra strada, una strada di compromissione con Colui che chiamiamo Signore, una via che Lui ci indica come beatitudine e che Lui per primo ha percorso…gli prestiamo fede?

Se gli crediamo stiamo nella storia seguendo Lui ed il suo Evangelo , quando sperimenteremo i no del mondo che i porranno ai margini, che ci faranno sentire l’amaro sapore del rifiuto, dell’irrisione quando non quello della persecuzione, allora sapremo che, se per il mondo siamo dei perdenti, per Cristo saremo dei beati perché la storia  darà ragione al Crocifisso perché la sua è via umanissima, perché via d’amore. Costosa ma umanissima. In fondo, infatti, l’unica cosa che davvero importa all’uomo per essere uomo è amare ed essere amato.