Tutti i Santi – Il mistero della santità

 LOTTARE PER UN CAMMINO DI SENSO

 Ap 7, 2-4.9-14; Sal 68; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a

 

Poveri noi e povera Chiesa di Cristo se pensiamo che le Beatitudini siano dei “bei valori” o che siano il prodotto di una bell’anima poetica vissuta di sogni duemila anni fa e siano quindi prodotto della sua sfrenata fiducia in quell’uomo che fiducia non ne merita neanche un po’ e che è assolutamente “irredimibile” … poveri noi se pensassimo che il “mondo è sempre andato così e sempre andrà così”, che il mondo è fatto di ricchi fortunati e di poveri diavoli, che  è fatto di buoni, che fanno delle brutte fini, e di furbi e potenti che hanno la meglio; è fatto da chi più possiede e  possiederà sempre di più e da chi non ha nulla e, sarà anche buono, ma è un perdente …

E’ questo lo sguardo che tanti hanno sulla storia e sorridono con sufficienza dinanzi a pagine come le Beatitudini … la solennità di oggi ci dice però che è possibile un altro sguardo sulla storia e sull’uomo, che è possibile che “i perdenti” siano invece quelli che si credono “i vincenti”e vincenti siano quelli che tutti reputano perdenti. La solennità di oggi non serve ad avvalorare una folle chimera ma per confortare e rafforzare chi, avendo conosciuto Gesù, si è incamminato sulla sua strada e ne vuole pagare “il prezzo”; e lo vuole fare con gioia sapendo che quella è l’unica via capace di realizzare l’uomo e di donare senso ai giorni della storia.

Il testo dell’Apocalisse, con quella moltitudine immensa, ci dice che la santità non è chimera e non è neanche una via per una èlite scelta con chissà quali criteri … c’è un solo criterio: essere disposti a scommettere la vita su Gesù e sul suo Evangelo! E questo significa essere disposti a portare anche l’opposizione del mondo! I santi trovano l’ostacolo di un mondo che, nella migliore delle ipotesi, ride di loro e, nella peggiore delle ipotesi, schiera tutto il suo armamentario violento: Insultare, perseguitare, mentire, dire ogni sorta di male … in fondo, se ci pensiamo bene, sono i verbi che fanno la Passione di Gesù! Il mondo avrà per i santi un orizzonte senza confini di iniquità e Matteo l’ha detto: Ogni sorta di male

Il mondo vecchio è così, ma proprio lì, in questo fiume di iniquità, si apre una strada in cui i santi potranno, contraddicendo il mondo con le loro vite, tracciare una scia di bellezza, di luce, di novità.

I santi, che oggi contempliamo, sono quelli che hanno attraversato la storia e sono giunti alla meta e vivono alla meta; alcuni le Chiese li hanno indicati come tali ai credenti, ma la massima parte di essi sono passati nella storia e nessuno (o pochissimi) se ne sono accorti; spesso sono stati creduti inutili; spesso sono stati disprezzati, altre volte, addirittura, sono stati scambiati per empi. Tantissimi hanno portato segretamente il sigillo della croce e nessuno se ne è accorto: uomini e donne come noi, forse (e senza forse!) carichi di debolezze, carichi di fragilità e, spesso, anche di peccato ma santi perché hanno avuto la capacità di presentarsi a Dio, come diceva una santa canonizzata, Santa Teresa Di Lisieux, a mani vuote”, con la loro impotenza e con la loro incapacità a costruire la loro santità; sono però santi perché hanno chiesto a Dio, con tutte le loro forze, di essere fatti santi da Lui! Sono santi perché, mentre chiedevano a Dio la santità, hanno lottato per essere uomini di verità, di amore, di misericordia … Sono stati poveri nel profondo; Matteo nelle Beatitudini fa dire a Gesù non “Beati voi poveri”, come scriverà Luca, ma “Beati i poveri nello spirito che non è un’attenuazione, quasi a dire che ciò che conta è la povertà interiore che può convivere con grandi ricchezze (cioè: Posseggo ma sono distaccato!); no! Poveri nello spirito significa povertà radicale, profonda e questo perché la povertà evangelica non è “non avere nulla” (ci sono dei miserabili che sono avarissimi e legati all’estremo alle loro povere cose!) ma è il fidarsi realmente e profondamente di Dio e non dei beni di ogni tipo, non dell’acccumulo che mette “al riparo”; più avanti nel Discorso della montagna Gesù, infatti, dirà: Non potete servire a Dio e a Mammona … i poveri, i santi, hanno fatto questa scelta, quella di servire Dio, di fidarsi di Lui; e santi che hanno scelto questa via sono tanti, sono quella folla immensa che Giovanni ha visto con stupore nel brano del Libro dell’Apocalisse che oggi leggiamo.

Una folla immensa”: quanti sono passati facendo del bene senza ostentazioni, senza sentirsi giusti, senza giudicare gli altri sul proprio metro, senza disprezzare gli altri! … ecco i santi … e nella storia erano già figli di Dio. La seconda lettura di questa liturgia, sempre uno scritto giovanneo, tratto dalla prima lettera dell’Apostolo, ci rivela questa straordinaria qualità del cristiano: essere figlio di Dio ed esserlo realmente. Santi perché Dio li ha“separati” per Lui. Infatti il significato letterale della parola ebraica “kadosh”, è “altro”, “separato”. In Cristo i santi sono stati “messi a parte” per Dio. Ora, questi figli di Dio il mondo non li conosce e, come prima si diceva, li osteggia e perseguita o, comunque, li considera senza nessun valore.

Noi ci meravigliamo di questo, eppure il Nuovo Testamento lo afferma con chiarezza; il Santo di Dio, Gesù Cristo è stato odiato, perseguitato, riprovato, ucciso e un discepolo non è meno del maestro ha detto Gesù (cfr Gv 15, 18-21). Il mondo non ha riconosciuto Lui che era la luce, come può riconoscere noi che riflettiamo la sua luce, luce che tante volte rendiamo opaca con le nostre miserie e i nostri peccati?

Scriveva anni fa Enzo Bianchi: “Paolo ci ricorda che “ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio (cfr Col 3,3): nascosti per il mondo e per noi stessi. E’ normale che, anche se fatti santi da Dio, eletti, separati dalla mondanità, noi risultiamo sconosciuti al mondo … c’è una pretesa tra i cristiani di oggi: il riconoscimento da parte degli uomini. E’ una pretesa antievangelica … l’unica beatitudine e l’unica gioia la possiede il cristiano che sa dire con Paolo, nella fede, anche se a caro prezzo, siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, sì, ma non abbandonati alla morte; afflitti, ma sempre lieti, poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possiede tutto (cfr 2Cor 6, 8-11)”.

Quale il “segreto” dei santi nella storia? La speranza di vedere Dio faccia a faccia … una speranza che ci purifica perché, per quella speranza, noi cerchiamo la comunione con Lui già quaggiù. Per quella speranza noi beviamo al calice della comunione dei santi. Facciamo comunione con il Santo, Gesù Cristo e, in Lui dilatiamo il cuore alla comunione dei santi, con tutti i santi, quelli della terra e quelli del cielo. E con questi possiamo vivere un dialogo vero, profondo …  Il passo dell’Apocalisse che ci testimonia la possibilità di questo dialogo con i santi. C’è uno straordinario dialogo tra Giovanni e un Vegliardo. I Padri della Chiesa, da San Gregorio di Nazianzo, commentando questo testo affermano questa reale possibilità di dialogo con i santi che sono alla meta; anzi, san Gregorio fa un’ipotesi suggestiva: chi è quel Vegliardo? Per Gregorio si tratterebbe di Giacomo, il fratello di Giovanni, il primo tra gli Apostoli che ha versato il sangue per Gesù (cfr At 12,2) … è un Apostolo già alla meta che dialoga con un Apostolo ancora dolorosamente in cammino (i due fratelli sono il primo e l’ultimo dei Dodici a morire!) ed è proprio il Vegliardo (Giacomo, secondo l’ipotesi del Nazianzeno) che inizia il dialogo: Uno dei Vegliardi prese la parola e mi disse: “Questi che sono avvolti in bianche vesti chi sono e da dove sono venuti?” E Giovanni risponde: Tu lo sai! E il Vegliardo testimonia: Sono coloro che sono passati per la grande prova fino a lavare le vesti nel sangue dell’Agnello.

 Insomma c’è una koinonìa che supera spazio e tempo, c’è una koinonìa che aiuta lo sforzo dei credenti a vivere la koinonìa nella storia. La comunione con i santi è , insomma, radice santa per la comunione dei santi che sono in cammino.

Vivendo la lotta per la comunione, i santi santificano la storia; il mondo lo sappia o non lo sappia, sono i santi che danno respiro alla storia impedendole di morire d’asfissia, sono i santi che immettono in questa storia un alito rinnovatore di vita. Il mondo pretende di essere il padrone della storia e di salvarla con la ricchezza, il potere, la violenza, l’avidità, la prevaricazione e invece la storia la salvano ogni giorno i poveri, i miti, gli affamati, i misericordiosi, i puri, i pacificatori, i perseguitati.

E’ il mistero della santità. E’ mistero che ci appartiene e ci chiede il coraggio di lottare per tracciare nel mondo un cammino di senso.

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario – Invitati alle nozze

INVITATI ALLE NOZZE, PREFERIAMO ALTRE VIE

Is 25, 6-10; Sal 22; Fil 4, 12-14.19-20; Mt 22, 1-14

 

In questa domenica il “paese delle parabole” è pieno di violenza … violenza degli invitati al banchetto di nozze i quali malmenano ed addirittura uccidono i servi che li invitano da parte del re, violenza del re stesso che distrugge ed uccide, violenza ancora del re dinanzi all’invitato senza abito nuziale …

Che è successo? Cosa è questa violenza? Nell’economia della narrazione sta a sottolineare la gravità dell’indifferenza, del rifiuto, della sordità davanti agli espliciti inviti di Dio; la gravità dell’autosufficienza dell’invitato senza abito nuziale il quale crede di poter stare alle nozze del Figlio con le sue vesti e non con le vesti dono dello Sposo. Era, infatti, usanza che la veste nuziale venisse data da chi invitava al banchetto; questo invitato della parabola è uno che ha deciso di poter fare a meno del dono .

La violenza che dunque pesa su questo racconto altro non è che il grido di Dio che denunzia la stoltezza, insipienza, la superbia, l’autosufficienza di chi, invitato alle nozze d’amore del Figlio, preferisce altre vie.

La denunzia di questa parabola riguarda tutti: quelli “di fuori”, in questo caso i capi di Israele, gli uomini religiosi del popolo ebraico, e quelli “di dentro”, chi, cioè, al banchetto ci è pure entrato ma rivestito di se stesso, credendo che la via dell’Evangelo potesse essere percorsa con mediocrità , con mezze misure, con compromessi, con vie mondane tenute in piedi, magari, con il “paravento” della misericordia infinita di Dio. Il Signore però a questo gioco non ci sta, non ci sta con chi gioca “al ribasso” e dice parole durissime a chi, entrato alle nozze, pretende di starci mettendo tra parentesi le esigenze radicali dell’Evangelo; chi fa questo finisce nelle “tenebre esteriori”, è nelle tenebre “di fuori” perché ha già le tenebre “interiori ”, è abitato dalle tenebre.

Chi è entrato al banchetto se non ha la veste nuziale anche se è dentro è fuori; la veste è la veste del Figlio che fa la volontà del Padre; la veste delle nozze del Figlio è l’essere davvero rivestiti di Lui.

La parabola ci svela questo tremendo pericolo, non per immergerci nel terrore ma per portarci a conversione. Vuole avvertirci che c’è una via di morte che si può percorrere anche stando nella Chiesa … non è lo stare nella Chiesa che ci rende dei salvati; un pensiero così meccanico è un pensiero mortifero; somiglia alla sicumera cieca degli abitanti di Gerusalemme che, di fronte alle parole di fuoco di Geremia, ripetevano: Tempio del Signore, Tempio del Signore, Tempio del Signore è questo! (cfr Ger 7,4). Parole che nascono da chi si crede “al riparo” semplicemente perché c’era un Tempio ed essi vi si aggrappavano; vi si aggrappavano con fede ma con stolta sicumera, con arroganza e sentendosi al sicuro, ritenendosi in una “botte di ferro” senza dover aggiungere vita compromessa davvero per Dio all’esteriore appartenenza rassicurante!

Chi facesse così è come quelli che, chiamati per primi, hanno dichiarato esplicitamente il loro no (non vollero venire) o come i secondi che sono rimasti indifferenti (non se ne curarono) preferendo le loro cose, i loro campi, i loro affari … o come quegli altri che addirittura hanno rigettato l’invito con violenza (presero i servi, li insultarono e li uccisero). Questo rifiuto, con tutte le sue possibili gamme, genera però, in questo Signore che non si stanca e non si arrende, una dilatazione ulteriore del cuore: “Quanti trovate, fino alla fine delle vie, – così alla lettera – chiamateli alle nozze”! E i servi comprendono bene il cuore del loro re, e riunirono quelli che trovavano, buoni e cattivi. Questa precisazione non è casuale ma rivela la natura stessa della Chiesa; questa mescolanza di “buoni e cattivi” è riflesso della gratuità dell’invito.

Qui scatta, però, una seconda istanza che questo racconto ci porta: c’è un prezzo della Grazia ! Sembra paradossale, sembra una contraddizione della gratuità … ma non è così! Il prezzo è lo spalancarsi all’irruzione della Grazia; uno spalancarsi che è costoso perché vuole un’adesione che non può essere solo esteriore, è un’adesione che vuole un rivestirsi di una vita nuova e non di una vita nuova qualsiasi ma di una vita che è quella del Cristo; una vita nuova fatta di alcuni “no ” netti da pronunziare e da alcuni “sì ” altrettanto netti. La chiamata è gratuita ma chiede vita vera … tra la chiamata gratuita e l’esito di salvezza, di senso c’è il problema della “dignità” cristiana! L’indegnità non è altro che il rifiuto autosufficiente dell’Evangelo. Un rifiuto che avviene anche all’interno della Comunità credente e mascherato da accoglienza, mascherato di osservanze e di un esserci ma senza “veste nuziale”. Terribile!

Lo scarto tra chiamata e risposta crea il “resto” fedele, che Matteo sottolinea molto nella sua teologia; pensiamo a tal proposito a tutto il discorso che fa sulla porta stretta (cfr 7,13-14). La veste nuziale è il coraggio di passare per questa porta stretta dell’Evangelo! L’ingresso è gratuito ma richiede una decisione libera e costosa ; richiede una rinunzia alle proprie vesti per rivestirsi di Cristo. Diversamente si rimane come l’Adam nel giardino dell’“in-principio” subito dopo la disobbedienza: ci si trova nudi e vergognosi e alla ricerca di nascondigli.

Accogliere l’invito e la veste è fidarsi di una possibilità che non è nostra ma di Cristo; Paolo lo sperimentò nella sua vita quando dovette imparare a spogliarsi delle sue sicurezze (Ciò che per me era un guadagno io lo considerai una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù mio Signore cfr Fil 3,7-8) per rivestirsi di Lui. Il “grido” pieno di fiducia, che Paolo oggi ci fa ascoltare nel testo della Lettera ai cristiani di Filippi, è per noi motivo di slancio e di pienezza di fiducia: Tutto posso in colui che mi dà forza !

E’ così perché “tutto” significa davvero “tutto ” e i santi ce ne hanno dato la prova!

II Domenica del Tempo Ordinario – Il servo, l’agnello e il discepolo passato avanti

LASCIAMOCI PROVOCARE DALL’ULTERIORE

Is 49, 3.5-6; Sal 39; 1Cor 1,1-3; Gv 1, 29-34

 

Domenica scorsa si chiudeva il Tempo di Natale e si apriva già il Tempo Ordinario tanto che in qualche modo, amplifica ed approfondisce quanto la Festa del Battesimo del Signore ci aveva già fatto cogliere.

L’oracolo di Isaia che oggi costituisce la prima lettura sfuma continuamente da Israele al Messia: il servo è Israele e lì si manifesterà la gloria del Signore, ma poi pare che il discorso si punti su un’individualità precisa che ha una missione verso Israele (ha il compito di restaurare le tribù di Giacobbe) e che ha una vocazione straordinaria: essere luce per tutte le genti. Il Signore ha detto: E’ troppo poco che tu sia mio servo … e, nel passo dell’Evangelo di Giovanni che oggi si proclama, il Battista testimonia sull’identità di Gesù giocando proprio sulla parola “servo” che in aramaico (la lingua parlata in Palestina ai tempi di Gesù) è “talja”; questa parola però significa anche “agnello”… è chiaro che l’Evangelista, scrivendo in greco, fa la scelta di far dire al Battista semplicemente “agnello” ma certamente il gioco sottile c’è stato e mi pare molto significativo; insomma è come dire che è un servo che è più di un servo, anzi proprio perché è Servo del Signore è agnello che prende su di sé il peccato del mondo (cfr Is 53,7). E’ come se il Battista qui volesse comunicare che in Gesù c’è un’ulteriorità che va colta e da cui sempre si deve ripartire per altri orizzonti … il servo, l’agnello il discepolo che, ritenuto solo un discepolo, ora precede e non segue più … Giovanni Battista confessa che Gesù, un suo discepolo, (colui che mi veniva dietro) ora lo precede perché “era prima” … il Battista deve fare la fatica di lasciarsi sconvolgere da Gesù: era un suo discepolo e ora passa avanti … Giovanni deve confessare che non aveva capito ma che poi il Signore gli ha rivelato che proprio quel discepolo era l’Atteso

Giovanni ora afferma che quel suo discepolo era il termine della sua azione e della sua profezia; il Battista confessa che il suo battesimo non conduceva a sé ma a Gesù: Sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse rivelato ad Israele.

Giovanni testimonia che ha visto lo Spirito aleggiare su di Lui e non solo: ha visto che lo Spirito rimaneva su di Lui. E qui compare per la prima volta nel Quarto Evangelo questo verbo chiave di tutta la teologia giovannea: rimanere, dimorare ( in greco mènein). La testimonianza del Battista è chiara: poiché Gesù è colui su cui lo Spirito dimora, Gesù è colui che immerge davvero, non in acqua ma nello Spirito stesso. E la testimonianza del Battista giunge ad un culmine: E’ il Figlio di Dio!

Servo, Agnello, discepolo passato avanti, Colui che era “prima”, Colui che deve essere rivelato ad Israele, dimora dello Spirito, Battezzatore “nello” Spirito, Figlio di Dio … una serie impressionante di “titoli” di Gesù con cui l’Evangelo di oggi ci chiede di lasciarci provocare sempre dall’ ulteriore  che è in Gesù, che è Gesù. Un’ulteriorità che non è solo teologica perché è facile “fare teologia” ed anche magari “bella” teologia, l’ulteriorità di Gesù provoca all’“oltre” la vita, la concreta esistenza di ogni giorno con le sue scelte e le sue decisioni. Un’ ulteriorità che si scopre nell’ assiduità con Lui … una vera assiduità con Cristo, con la sua Parola, con la sua presenza viva nella vita della Comunità dei credenti provoca ad una vita che non si accontenta e non perché si slancia in desideri mondani smodati ma perché punta verso l’Evangelo! E l’Evangelo non è mai a “bassa quota”!

L’assiduità con Gesù fa essere l’uomo un assetato di umanità, di libertà … un assetato di Dio. Essere di Cristo apre l’uomo ad una vocazione straordinaria, quella che Paolo proclama ai cristiani di Corinto nell’ “incipit” della sua Prima lettera a quella Chiesa e che oggi abbiamo come seconda lettura; i cristiani sono quelli che sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo.

Leggendo bene questo saluto di Paolo capiamo come l’essere di Cristo non sia stasi, ristagno magari beato ma sia essere in fermento: c’è un dono (siamo stati santificati) e c’è un ulteriore, una santità che ancora deve essere accolta pienamente per rispondere davvero alla propria chiamata (chiamati ad essere santi) … insomma Gesù ci mette in una dinamica in cui la sazietà è esclusa perché la sazietà è sempre stasi.

Conoscere Gesù e decidere di essere assidui con Lui è giungere a quella meta che il Quarto Evangelo pone come statuto del discepolo: “rimanere” in Lui, “dimorare” in Lui! Questo “rimanere” potrebbe sembrare una parola statica, potrebbe sembrare un suggerimento a fuggire da ciò che stanca e mette in movimento … In realtà chi dimora in Gesù va dove va Lui, si muove nella direzione che Lui prende, sale con Lui sulla croce, passa beneficando (cfr At 10,38), siede come Lui a mensa con i peccatori (cfr Lc 15,2), come Lui si fa carico dei feriti e umiliati nella storia (cfr Lc 10, 33ss); chi dimora in Gesù non può fare altro che amare fino all’estremo (cfr Gv 13,1) mettendo nelle sue mani il proprio peccato e la continua tentazione di salvare se stesso (cfr Mt 27, 40-44).

Dopo aver celebrato l’Incarnazione puntiamo i nostri desideri più profondi verso questa vera assiduità con Cristo Gesù con la piena disponibilità a lasciarsi inquietare dalla sua ulteriorità accogliendo le sfide dell’Evangelo … quelle sfide ci chiedono le alte quote.