Domenica delle Palme (Anno C) – Un orrore abitato da Dio

 

CULLA DI UNA STORIA NUOVA

Is 50, 4-7; Sal 21; Fil 2, 6-11; Lc 22, 14-23, 56

 

Ognuno di noi è l’Adam fatto di no potenti a Dio e alle sue vie; la mano tesa dell’Adam dell’in-principio verso l’albero che proclamava il limite di creatura è storia di tutti i giorni. Noi: una mano tesa a rapire per noi, per salvarci, per aver capacità di salvare la propria vita e di darle l’inebriante sapore della potenza senza limiti e senza barriere.

La Passione di Cristo Gesù è argine alla deriva tremenda di ogni Adam. Gesù capovolge l’Adam, lo conduce al sogno di Dio; non in un in-principio di un’età dell’oro che non è mai esistita, ma verso un futuro inimmaginabile in cui la storia, la nostra storia, può essere trasfigurata. Dobbiamo essere convinti che Cristo non è venuto a riportarci al passato perduto, ma è venuto a portarci al futuro di Dio che è futuro dell’uomo e della storia.

La storia della Passione, che quest’anno leggiamo nella redazione dell’Evangelista Luca, è storia di un radicale rifiuto. Gesù rifiuta fino in fondo di salvarsi con le proprie mani e si getta nelle mani del Padre; mani che non vede, ma che nella fede sa che vi sono oltre la cortina buia e tenebrosa della morte.

La Passione trasfigura la storia! Non bisogna aspettare l’alba di Pasqua per essere avvolti in questa trasfigurazione; lì, nel sepolcro nel giardino, il Padre porrà il sigillo del suo amen sul Figlio eletto e sui suoi passi d’amore nella storia. All’alba di Pasqua coglieremo il frutto meraviglioso ed inaudito di una vittoria che ci schiude una possibilità infinita di vita, che vince davvero la morte!
La Passione è però già trasfigurazione! Questa storia che oggi la Chiesa fa risuonare in tutte le assemblee di credenti, che così entreranno nella Grande Settimana, letta senza Gesù potrebbe essere una solita storia: orrore, ingiustizia, perfidia, avidità, gratuita malvagità, accanimento contro un uomo solo, assenza totale di pietà, cosificazione di un uomo, tradimenti, viltà, fughe, calcoli di potenti, folle manipolate…è tutto l’arsenale di Satana promesso a Gesù fin dalle prime pagine dell’Evangelo: «il diavolo si allontanò da lui per tornare al tempo fissato» (Lc 4, 13); le aberrazioni del cuore umano sono tutte contro Gesù; è il mistero del male annidato nel cuore della storia.
Questo racconto della Passione sarebbe solo orrore se non ci fosse Gesù: lui trasforma tutto, trasfigura tutto…E fa questo solo con la misericordia e l’amore. Questo orrore è abitato dall’Amore di Dio, mostrato a pieno a noi uomini in Gesù. Solo così esso diviene un Evangelo, una bella notizia! Dal pane spezzato come corpo dato e dal calice come sangue versato, fino all’estremo atto d’abbandono di quel «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», è tutto dono di misericordia che trasforma gli orrori abitandoli di perdono! Tutto questo fino a quella vertigine che mai uomo religioso ha saputo pronunciare: Perdonali!
Così la Passione è culla e origine di una storia nuova e trasfigurata… E’ una possibilità davvero offerta all’umanità, una possibilità di salvezza a caro prezzo (1Cor 6, 20) data agli uomini per abitare anch’essi questa storia di amore e misericordia vicendevole.
La Passione di Cristo, via di salvezza per la storia di ogni Adam; la Passione di Cristo, via da percorrere per i suoi discepoli; la Passione di Cristo è una consegna per noi che ci diciamo suoi discepoli.

Questo Evangelo ci dice dove è la salvezza: ci si salva solo perdendo la vita! E’ il paradosso insostenibile dell’Evangelo, è la stoltezza e la follia (1Cor 1, 25) dell’Evangelo…ma solo chi sostiene questo stolto e folle paradosso entra veramente in una sequela che lo salva e che, incredibilmente, salva il mondo.

Con la Passione il cristiano sa come deve attraversare la storia: senza scorciatoie che evitano il Golgotha. Il cristiano sa dove attingere la vera gioia di una vita bella, buona e felice: nell’amore fino all’estremo (Gv 13, 1), nella misericordia di Cristo sperimentata su di sé e perciò donata ancora.
La Passione è una consegna che ci dà l’incredibile possibilità di salvare la storia; sì, lo possiamo, se abbiamo il coraggio di lasciarci immettere nell’Amore del Crocifisso. Tutto questo è dato e richiesto a noi cristiani: sanare con l’amore e la santità gli orrori della storia; le derive del mondo e quelle dolorosissime della Chiesa di Cristo possono essere sanate solo da uomini e donne che accolgono la consegna della Passione per essere altro! Per essere santi! Accoglieremo la santità, il gran sogno di Dio per noi, se accoglieremo la misericordia che ci salva, come il ladro appeso alla croce che si abbandona ad un perdono misericordioso, e getta alle spalle quell’orrore della storia che il ladro stesso aveva contribuito a costruire col suo coltello insanguinato e con la sua sete di oro.

Entriamo così in questa Pasqua di quest’anno di grazia!
Auguriamo a noi stessi e a tutti i credenti che in questi santi giorni le parole di Gesù non vengano ridette invano nelle nostre liturgie; che quelle parole ci spremano lacrime buone e ci conducano ad una gioia che non tema oscuramenti.

Accogliamo il Signore che viene nelle nostre vite segnate dal male del mondo: «Benedetto il Veniente nel nome del Signore»! (Lc 19, 38). Senza paura lasciamogli piantare la Croce nel nostro profondo, lasciamo che lì esploda l’Amore e la vita del Risorto!

E’ ancora l’ora della Pasqua del Signore!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




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Battesimo del Signore (Anno C) – Un’ora di grazia!

 

 VICINO ALL’UOMO E ALLA STORIA

Is 40, 1-5.9-11; Sal 103; Tt 2, 11-14; 3, 4-7; Lc 3, 15-16.21-22

 

Questa domenica conclude, con grandissime prospettive, il Tempo di Natale e ci proietta in quel cammino quotidiano che la liturgia della Chiesa sottolinea come “Tempo ordinario” che non è un tempo “minore”, di minore importanza, ma è la nostra vita appunto “ordinaria”: qualcosa, dunque, di grande importanza!

Questa domenica del Battesimo del Signore ci ripresenta, come una grande sinfonia, tutti i temi che, in qualche modo, abbiamo udito e contemplato nei giorni del Natale.

Risentiamo oggi le parole della consolazione per bocca del Profeta Isaia: la presenza di Gesù, il Figlio eterno fatto carne, vicinanza estrema di Dio, è davvero consolazione per le vie dolorose della storia; è davvero via dritta e spianata per giungere alla nostra piena umanità, come ha scritto Paolo nel bellissimo testo della Lettera a Tito che abbiamo ascoltato anche nella Notte del Natale: E’ venuto ad insegnarci a vivere «in questo mondo»: è questa la via della rivelazione cristiana per giungere a Dio, la via dell’uomo!

E il Figlio si immerge nelle acque torbide del nostro peccato, uomo tra gli uomini, infinitamente santo ma in fila con i peccatori, Signore della storia ma sottomesso alla mano del Battista!
Ora di grazia questa discesa nel Giordano, ora di grazia per noi uomini, ora di grazia per lo stesso Gesù che qui termina il suo percorso, diremmo oggi, di discernimento, nella ricerca della sua identità; ora di grazia per Lui che riceve dal Padre quella parola rivelativa: «Tu sei il mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto»! Finalmente qui Gesù sa pienamente la sua identità di Figlio e la sua missione di salvezza che già il suo stesso solo nome portava.
Gesù” è in ebraico “Jeoshuah” che vuol dire proprio “Il Signore salva”. Con Gesù dalla nostra parte, in fila con i peccatori fino a diventare egli stesso “peccato” appeso alla croce, inizia per noi uomini un tempo nuovo, un tempo di consolazione e di possibilità di vita altra, tempo di compagnia piena e definitiva di Dio. In Gesù si manifesta la vicinanza estrema di Dio alla storia e ad ogni uomo!

Nel passo di Luca che oggi si ascolta è impressionante un contrasto: il Battista, per dichiarare senza mezze misure di non essere lui il Cristo, sottolinea una infinita distanza tra lui stesso e quel Veniente, che battezzerà in Spirito santo e fuoco; dirà, infatti: «Non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali».
Dio invece, in quel Figlio sceso nel Giordano, grida la sua vicinanza all’uomo e alla storia!
Al Giordano Dio finalmente si rivela per quello che è: Padre e Figlio e Spirito Santo!
Così la terra è raggiunta dalla voce del Padre, dalla carne del Figlio, dalla discesa dello Spirito “in forma corporea”: forte richiamo, questo, alla corporeità dell’uomo il quale lì, nella sua carne, dovrà dare accesso a Dio, al suo Soffio rinnovatore.

Se il primo Adam si era nascosto da Dio e i cieli si erano chiusi (cfr Gen 3, 8.24) quest’ultimo Adam, Cristo Gesù, si spalanca a Dio nella preghiera e i cieli si aprono sulla storia degli uomini! Luca annota con sottigliezza, infatti, che la manifestazione di Dio avviene dopo il Battesimo e mentre Gesù pregava.
«Pregava»… sì, è solo nella preghiera che il nostre essere figli si fa chiaro e può dipanarsi come vita altra, vita di figli e non di schiavi, vita nella storia, «in questo mondo»!
La preghiera è l’“atmosfera” in cui il battezzato può sopravvivere come figlio! Senza questo “respiro” di vita che è la preghiera, pure se “nati” nel Battesimo, si muore soffocati quali figli di Dio!
Gesù di Nazareth nel “respiro” della preghiera scopre il suo vero volto di Figlio ascoltando la voce del Padre; nella preghiera permette ai cieli di aprirsi di nuovo per la storia…il “grido” di Isaia (Is 63, 19) riceve finalmente risposta: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!»

La teofania del Giordano ci dice che i cieli ormai sono aperti: il Figlio è venuto nella nostra carne, lo Spirito di Dio aleggia di nuovo sulle acque per una nuova creazione (cfr Gen 1, 2), la voce del Padre risuona colma di tenerezza e di compiacimento per l’uomo! Ora davvero tutto è possibile all’uomo amato da Dio!

Il Figlio amato sceglierà liberamente e per amore di pagare un prezzo per donarci la santità che è, non stanchiamoci mai di ripeterlo, piena umanità! Il Figlio di Dio, che abbiamo contemplato nella mangiatoia di Betlemme, oggi lo contempliamo “affogato” nelle acque del Giordano, sporche del peccato dell’uomo che il Battista immergeva per la conversione, ma lo contempleremo ancora confitto al legno dei maledetti per portare a pieno compimento la sua scelta di essere “con noi”!

Gesù nel suo amore ci ha davvero immersi in Spirito Santo e fuoco nel giorno del nostro Battesimo; e in quel giorno santo per ognuno di noi ci è stato fatto un grande dono: in Gesù Dio ci ha fatti suoi, e ha acceso in noi un fuoco che brucia tutto ciò che di Dio non è, e ci fa ardere di quell’amore capace di dare la vita! Il solo vero amore, perché vero amore è solo quello che dona la vita!|

Vivere da battezzati è questo! Essere figli nel Figlio ardenti del fuoco di Dio!
E’questo il fuoco che dovrebbe scaldare e rinnovare il mondo.
I santi lo fanno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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Tutti i Santi – Una folla immensa

 

I SANTI DANNO RESPIRO ALLA STORIA

 

Ap 7, 2-4.9-14; Sal 68; 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a

Poveri noi e povera Chiesa di Cristo se pensiamo che le Beatitudini siano dei “bei valori”, o che siano il prodotto di una bell’anima poetica vissuta di sogni duemila anni fa, e siano quindi prodotto della sua sfrenata fiducia in quell’uomo che fiducia non ne merita neanche un po’ e che è assolutamente “irredimibile” … Poveri noi se pensassimo che il “mondo è sempre andato così e sempre andrà così”, che il mondo è fatto di ricchi fortunati e di poveri diavoli, che è fatto di buoni, che fanno delle brutte fini, e di furbi e potenti che hanno la meglio; poveri noi se siamo convinti che il mondo è fatto da chi più possiede e  possiederà sempre di più e da chi non ha nulla e, sarà anche buono, ma è un perdente …

E’ questo lo sguardo che tanti hanno sulla storia, e sorridono con sufficienza dinanzi a pagine come le Beatitudini … La Solennità di oggi ci dice però che è possibile un altro sguardo sulla storia e sull’uomo, che è possibile che “i perdenti” siano invece quelli che si credono “i vincenti”, e vincenti siano quelli che tutti reputano perdenti. La Solennità di oggi non serve ad avvalorare una folle chimera, ma serve per confortare e rafforzare chi, avendo conosciuto Gesù, si è incamminato sulla sua strada e ne vuole pagare “il prezzo”; e lo vuole fare con gioia, sapendo che quella è l’unica via capace di realizzare l’uomo e di donare senso ai giorni della storia. La Solennità di oggi vuole gridare la verità di un capovolgimento di prospettive: “Chi fa la storia?”. Non la fanno quelli che il mondo crede la facciano.

Il testo dell’Apocalisse, con quella moltitudine immensa, ci dice che la santità non è chimera, e non è neanche una via per una èlite scelta con chissà quali criteri … C’è un solo criterio: essere disposti a scommettere la vita su Gesù e sul suo Evangelo! E questo significa essere disposti a portare anche l’opposizione del mondo! I santi trovano l’ostacolo di un mondo che, nella migliore delle ipotesi, ride di loro e, nella peggiore delle ipotesi, schiera tutto il suo armamentario violento: insultare, perseguitare, mentire, dire ogni sorta di male … in fondo, se ci pensiamo bene, sono i verbi che fanno la Passione di Gesù! Il mondo avrà per i santi un orizzonte senza confini di iniquità e Matteo l’ha detto: Ogni sorta di male

Il mondo vecchio è così; ma proprio lì, in questo fiume di iniquità, si apre una strada in cui i santi, contraddicendo il mondo con le loro vite, potranno tracciare una scia di bellezza, di luce, di novità.

I santi, che oggi contempliamo, sono quelli che hanno attraversato la storia e sono giunti alla meta e vivono alla meta. Alcuni le Chiese li hanno indicati come tali ai credenti, ma la massima parte di essi sono passati nella storia e nessuno (o pochissimi) se ne sono accorti; spesso sono stati creduti inutili; spesso sono stati disprezzati, altre volte, addirittura, sono stati scambiati per empi. Tantissimi hanno portato segretamente il sigillo della croce e nessuno se ne è accorto: uomini e donne come noi, forse (e senza forse!) carichi di debolezze, carichi di fragilità e, spesso, anche di peccato ma santi perché hanno avuto la capacità di presentarsi a Dio, come diceva una santa canonizzata, Santa Teresa di Lisieux, “a mani vuote”, con la loro impotenza e con la loro incapacità a costruire la loro santità. Sono però santi perché hanno chiesto a Dio, con tutte le loro forze, di essere fatti santi da Lui! Sono santi perché, mentre chiedevano a Dio la santità, hanno lottato per essere uomini di verità, di amore, di misericordia …
Sono stati poveri nel profondo; Matteo nelle Beatitudini fa dire a Gesù non «Beati voi poveri», come scriverà Luca, ma «Beati i poveri nello spirito» che non è un’attenuazione, non è un’affermazione rassicurante per i ricchi, quasi a dire che ciò che conta è la povertà interiore che può convivere con grandi ricchezze (cioè: “Posseggo ma sono distaccato!”). No! Poveri nello spirito significa povertà radicale, profonda, e questo perché la povertà evangelica non è “non avere nulla” (ci sono dei miserabili che sono avarissimi e legati all’estremo alle loro povere cose!) ma è il fidarsi realmente e profondamente di Dio e non dei beni di ogni tipo, non dell’accumulo che mette “al riparo”. Più avanti, nel Discorso della montagna, Gesù, infatti, dirà: “Non potete servire a Dio e a Mammona” (cfr Mt 6, 24) … I poveri, i santi, hanno fatto la scelta di servire Dio, di fidarsi di Lui; e quelli che hanno scelto questa via sono tanti, sono quella folla immensa che Giovanni ha visto con stupore nel brano del Libro dell’Apocalisse che oggi leggiamo.

Una folla immensa”: quanti sono passati facendo del bene senza ostentazioni, senza sentirsi giusti, senza giudicare gli altri sul proprio metro, senza disprezzare gli altri! … Ecco i santi … e nella storia erano già figli di Dio.

La seconda lettura di questa liturgia, sempre uno scritto giovanneo, tratto dalla prima lettera dell’Apostolo, ci rivela questa straordinaria qualità del cristiano: essere figlio di Dio ed esserlo realmente. Santi perché Dio li ha“separati” per Lui; infatti, il significato letterale della parola ebraica “kadosh”, lo sappiamo, è “altro”, “separato”. In Cristo i santi sono stati “messi a parte” per Dio. Ora, questi figli di Dio il mondo non li conosce e, come prima si diceva, li osteggia e perseguita o, comunque, li considera senza nessun valore.

Noi ci meravigliamo di questo, eppure il Nuovo Testamento lo afferma con chiarezza: il Santo di Dio, Gesù Cristo, il Santo per eccellenza,  è stato odiato, perseguitato, riprovato, ucciso, e un discepolo non è meno del maestro, ha detto Gesù (cfr Gv 15, 18-21). Il mondo non ha riconosciuto Lui che era la luce, come può riconoscere noi che riflettiamo la sua luce, che tante volte rendiamo opaca con le nostre miserie e i nostri peccati?

Scriveva anni fa Enzo Bianchi: «Paolo ci ricorda che “ormai la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (cfr Col 3, 3): nascosti per il mondo e per noi stessi. E’ normale che, anche se fatti santi da Dio, eletti, separati dalla mondanità, noi risultiamo sconosciuti al mondo.
C’è una pretesa tra i cristiani di oggi: il riconoscimento da parte degli uomini. E’ una pretesa anti-evangelica … l’unica beatitudine e l’unica gioia la possiede il cristiano che sa dire con Paolo, nella fede, anche se a caro prezzo, «siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri; sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, sì, ma non abbandonati alla morte; afflitti, ma sempre lieti, poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla, e invece possiede tutto». (cfr 2Cor 6, 8-11).

Quale il “segreto” dei santi nella storia? La speranza di vedere Dio faccia a faccia … una speranza che ci purifica perché, per quella speranza, noi cerchiamo la comunione con Lui già quaggiù. Per quella speranza noi beviamo al calice della comunione dei santi.
Facciamo comunione con il Santo, Gesù Cristo e, in Lui dilatiamo il cuore alla comunione dei santi, con tutti i santi, quelli della terra e quelli del cielo. E con questi possiamo vivere un dialogo vero, profondo …  Il passo dell’Apocalisse ci testimonia la possibilità di questo dialogo con i santi: infatti, nella pagina che oggi leggiamo c’è uno straordinario dialogo tra Giovanni e un Vegliardo. Commentando questo testo, i Padri della Chiesa, a partire da San Gregorio di Nazianzo, affermano questa reale possibilità di dialogo con i santi che sono alla meta.
San Gregorio fa un’ipotesi suggestiva. Chi è quel Vegliardo? Per Gregorio si tratterebbe di Giacomo, il fratello di Giovanni, il primo tra gli Apostoli che ha versato il sangue per Gesù (cfr At 12, 2) … è allora un Apostolo già alla meta che dialoga con un Apostolo ancora dolorosamente in cammino (i due fratelli sono il primo e l’ultimo dei Dodici apostoli a morire!) ed è proprio il Vegliardo (Giacomo, secondo l’ipotesi del Nazianzeno) che inizia il dialogo: «Uno dei Vegliardi prese la parola e mi disse: “Questi che sono avvolti in bianche vesti chi sono e da dove sono venuti?». E Giovanni risponde: «Tu lo sai! E il Vegliardo testimonia: Sono coloro che sono passati per la grande prova fino a lavare le vesti nel sangue dell’Agnello».

Insomma c’è una koinonìa che supera spazio e tempo, c’è una koinonìa che aiuta lo sforzo dei credenti a vivere la koinonìa nella storia. La comunione con i santi è, insomma, radice santa per la comunione dei santi che sono in cammino.

Vivendo la lotta per la comunione, i santi santificano la storia. Lo sappia o non lo sappia il mondo, sono i santi che danno respiro alla storia impedendole di morire d’asfissia; sono i santi che immettono in questa storia un alito rinnovatore di vita. Il mondo pretende di essere il padrone della storia e di salvarla con la ricchezza, il potere, la violenza, l’avidità, la prevaricazione, e invece la storia la salvano ogni giorno i poveri, i miti, gli affamati, i misericordiosi, i puri, i pacificatori, i perseguitati.

E’ il mistero della santità. E’ mistero che ci appartiene e ci chiede il coraggio di lottare per tracciare nel mondo un cammino di senso.

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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S.S. Corpo e Sangue di Gesù (B) – Tutto in tutti

 

MASTICARE LA SUA CARNE

Es 24, 3-8; Sal 115; Eb 9, 11-15; Mc 14, 12-16.22-26

 La Parola, il Corpo ed il Sangue

L’Eucaristia nella Chiesa è la realtà più frequente, in special modo nelle Chiese del nostro vecchio occidente – e chissà ancora per quanto! – ma anche la più disattesa…
Ridotta il più delle volte ad un rito cui si assiste, abbiamo permesso che smarrisse la sua carica esistenziale e, soprattutto, la sua “violenta” provocazione!

Sì, l’Eucaristia è provocatoria perché ci mette dinanzi alla richiesta di prendere parte, di condividere un atto di offerta sanguinante, per nulla neutrale e per nulla scevro di conseguenze nella vita e nelle scelte quotidiane.

Tanti cristiani, nei secoli, ne hanno colto la domanda e la forza, e sono quelli che hanno scelto la dura via della santità come luogo di ogni loro giorno, senza nascondersi dietro a nulla, senza fare dell’Evangelo una chimera o un’opzione per pochi…troppe volte si è “cianciato” di un cristianesimo per “brava gente” fatto di un certo “buonismo”, moralismo ed infine di mediocrità quando non di ipocrisia… Lì l’Eucaristia è stata imprigionata in una neutralità rituale al servizio del sentirsi con la coscienza “a posto” ed appagata!
Così l’Eucaristia è stata ignorata e ridotta a “spettacolo” a cui assistere, o (tremendo!) ad idolo attorno a cui compiere atti religiosi e talvolta dolciastri…
Si è arrivato perfino a disincarnarla e smaterializzarla, volendo dimenticare che nell’Eucaristia c’è carne e sangue, c’è vita che chiede vita, c’è qualcuno che si offre per essere masticato, come il IV Evangelo pone proprio sulle labbra di Gesù.
Egli dice crudamente, infatti, che bisogna masticare la sua carne, e lo dice usando il verbo materialissimo “tròghein” (cfr Gv 6, 56): altro che l’impalpabile “ostia” che non ha più neanche il sapore del pane e che in tempi passati si prescriveva di non masticare!
Che depauperamento! Vorrei dire: che mistificazione!
In tal modo l’Eucaristia è diventata “innocua” non chiamando più in causa la mia carne, la mia vita, la mia concretezza.

In quell’ultima sera, Gesù ha lasciato invece alla sua Sposa il mistero di salvezza del suo Corpo e del suo Sangue! Cosa c’è di più concreto?
E’ un corpo spezzato ed un sangue versato…e chiedendo la reiterazione non ha chiesto di ripetere un rito, ma ha chiesto di fare ciò che Lui ha fatto: dare la vita nell’amore, concretamente e non idealmente, e nelle buone intenzioni!

Quella sera chiese ai suoi di lasciarsi coinvolgere nel suo “destino”, di condividere la sua via… Gesù se ne andava, e pareva tutto un fallimento…
Se ci pensiamo bene, dobbiamo dire che il Gesù storico non ha visto neanche i Dodici immersi nel suo sogno di un’umanità nuova!
Solo la Pasqua innesterà questa possibilità per i suoi discepoli di allora e di sempre…

L’Eucaristia è lasciata alla Chiesa perché la Pasqua non resti solo evento di Cristo Gesù…L’Eucaristia crea un popolo pasquale, sacerdotale e così profetico del mondo nuovo che sorge dall’amore del Crocefisso!

Lo Spirito è rimasto nella storia ad essere garante di questa possibilità, e chi l’ha colta ha cambiato il suo cuore ed il suo mondo.

In quella sera Gesù, in quel pane spezzato ed in quel calice condiviso, riassunse tutta la storia della ricerca di Dio della sua creatura.
Memoria della Prima Alleanza, di quella del Sinai, dell’antico patto nel sangue che ora, è chiaro, diviene profezia del suo dono! Quel pane e quel calice, però, guardano anche al futuro: all’ora della croce, ormai imminente, ma anche al futuro di coloro che, reiterando quell’atto di offerta, annunzieranno l’Evangelo…guarda però anche ad un futuro oltre il tempo (dice Gesù che quel calice lo berrà nuovo nel Regno di Dio!).

Dando l’Eucaristia ai suoi, Gesù chiese a quelli, e chiede a noi oggi, di prendere parte ad una storia di salvezza che approderà sulla spiaggia dell’ottavo giorno, della domenica senza tramonto in cui Lui sarà “tutto in tutti” (cfr 1Cor 15, 28).

Ed intanto?

Intanto c’è la storia concreta del mio vivere, dello scorrere delle vicende dell’umanità; al cuore di tutto ciò la Chiesa deve porre, come lievito “costoso” l’Eucaristia, la concretissima carne del Figlio di Dio che il Padre, nello Spirito, ancora e  sempre dona ai discepoli, perché la storia sia trasfigurata in storia d’amore proprio per l’opera coraggiosa di quei discepoli d’ogni tempo che, coinvolti nella via di Gesù, mostrano un’alterità, una differenza che, senza  alcuna arroganza, proclama la verità e di Dio e dell’uomo!

Ecco allora il cuore del Corpus Domini: non un trionfo dell’Eucaristia, fatto di processioni ed infiorate (fatta salva la bellezza di certe tradizioni e la buona fede di tanti!), ma un trionfo della logica dell’Eucaristia nel cuore dei credenti…
e questo, giorno per giorno…
Ogni giorno!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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