Epifania del Signore (Anno C) – La sapienza dei Magi

 

SAPER CREDERE AI SOGNI

 

Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3.5-6; Mt 2, 1-12

 

Il primo giorno dell’anno, nell’Ottava del Natale, abbiamo celebrato la circoncisione di Gesù, segno nella sua carne dell’appartenenza ad Israele, al popolo santo di Dio, scelto tra tutti i popoli per essere luogo della Rivelazione, per essere destinatario della Parola che salva e racconta Dio, per essere terreno dell’avvento nella carne di quella stessa Parola.

Il Messia di Israele però è luce per tutti i popoli, la Parola ha piantato in Israele la sua tenda ma per essere capace, da lì, di raggiungere tutti gli uomini. L’Epifania rivela, potremmo dire, la vocazione più autentica di Israele: essere luogo dell’irradiazione di Dio per tutte le genti; nessuna vocazione è per se stessi, ogni vocazione è certamente un’elezione, ma destinata agli altri, al mondo che è oggetto dell’amore di Dio e che provvede a tutti chiamando uno o alcuni.

L’oracolo del Terzo Isaia che oggi si proclama lo dice ben chiaro: «Cammineranno i popoli alla tua luce»; c’è una luce di cui Israele è rivestito e che sarà guida per tutti i popoli che, giunti all’incontro, proclamano la gloria del Signore, proclamano cioè la sua presenza concreta e salvifica nella loro vita, nella loro storia. Certamente Matteo ha tenuto sullo sfondo della sua riflessione questo oracolo per poter scrivere il racconto della vicenda dei Magi. Un racconto che dilata la luce del Natale e ci mostra che quella luce non vuole avere confini. Guai a chi presume di poter possedere Dio ed il suo Messia, guai ad una Chiesa chiusa nei suoi possessi e nella sua presunzione di unica “padrona” della salvezza! Dio è più grande di ogni confine, sia pure ecclesiale!

I Magi sono i grandi protagonisti di questa splendente “macrotymìa” di Dio, cioè del suo guardare e sentire in grande! Il Signore “scomoda” i cieli a causa di questo suo sguardo che va lontano … “chiama” una stella perché vada a “chiamare” i Magi … scomoda i cieli perché sa che quegli uomini lontani scrutano i cieli; i cieli sono cioè il solo libro su cui essi possono leggere la novità della salvezza. E questi sapienti, scrutando i cieli, trovano lì il segno che Dio aveva inviato loro.
Sant’Alfonso nella sua nenia natalizia “Quanno nascette ninno” scrive:
«Maje le stelle lustre e belle se vedettero accusì
e ‘a cchiù lucente
iette a chiammà li Magge all’Uriente»

(“Mai si videro le stelle così splendenti e belle e la più lucente andò a chiamare i Magi dall’Oriente”)
… bellissima questa immagine della stella che “va a chiamare”: il Signore fa diventare il creato luogo della vocazione di questi uomini!
E i Magi partono per seguire una stella … un’immagine anche questa potente, provocatoria per le nostre prudenze mondane … i Magi ci insegnano la via dell’“oltre”, la via di una “alterità” vertiginosa: la loro sapienza non li ha imprigionati nelle reti del raziocinio, dei calcoli e del buon-senso; la loro è vera sapienza, quella contagiata da Dio e non dal mondo. I Magi ci mostrano come questa sapienza di Dio, questa sapienza che è saper leggere la vita e la storia fino in fondo, senza catene, in piena libertà, appartiene a tutti gli uomini.
Sì, perché l’uomo, fatto ad immagine di Dio, sente l’appello in sé di questa sapienza altra; il problema è che troppo spesso si fa imprigionare da altre sapienze che si travestono di sensatezza e di equilibrio, di prudenza e di verità mentre, in realtà, esse sono insensate, squilibrate, incatenate e menzognere.

I Magi no! Per tutto il racconto di Matteo appaiono sovranamente liberi e capaci di credere alla luce di una stella, ed ai sogni … così raggiungono Dio e la sua gioia; scrive infatti Matteo che quando rivedono la stella sopra il luogo in cui trovano Gesù, «gioirono di gioia grande».

In questi giorni per ben due volte ho dovuto sentire sulle labbra di uomini di Chiesa risuonare la parola “sognatore” con disprezzo e sufficienza! Che tristezza! Che lontananza dall’Evangelo! Pensiamoci: ma Gesù, che pure chiamiamo Signore, non è stato il più grande “sognatore” della storia? Lui ha sognato un umanità libera e amante, tanto amante da essere libera, e tanto libera da amare senza confini! Ha sognato che noi uomini potessimo dare la vita con Lui per questo sogno di un uomo nuovo!

I Magi sono meravigliosi perché credono ad un sogno più che alle parole melliflue di un re potente ed arrogante; credono più alla luce della stella che agli sfolgorii della corte di Erode; e credono infine più ad una stella che alla loro fatica.
I Magi sono straordinari perché credono alla Parola che a Gerusalemme viene detta loro e senza la quale non potrebbero giungere all’incontro vero con Dio; sono straordinari perché credono a degli “evangelizzatori” (mi si perdoni l’ardire) molto poco credibili in quanto dicono che è a Betlemme che bisogna andare ma loro stessi non si muovono dalla loro comoda “poltrona” in città! I Magi no! Non sono così! Sono partiti, hanno faticato, hanno sperato finché sono giunti in quella terra di Israele che aveva la sua vocazione ad essere terreno dell’avvento di Dio per tutti gli uomini; con la loro “sapienza” permettono ad Israele di realizzare la sua vocazione; anche se gli scribi di Erode non lo sanno, grazie ai Magi, essi adempiono alla loro vocazione: indicare alle genti il luogo di Dio!

L’Epifania, allora, mentre dilata all’estremo i confini della salvezza ricordandoci che la carne di Dio è la carne di tutti gli uomini, di ogni uomo, ci insegna una via di sapienza e di libertà: nessuna bellezza che sogniamo deve essere schiacciata e coperta da calcoli o buon-senso, nessun sogno di “oltre” può essere deriso o disprezzato perché così facendo si deride e disprezza Dio.

Per i sogni si lotta, e grazie ad i sogni si vola alto!
Solo i veri sognatori sanno poi aprire a Dio e agli uomini i loro tesori, quello che hanno di più prezioso, perché sia usato da Dio, dato a tutti gli uomini.

La manifestazione di Dio rende gli uomini capaci di donarsi, di sognare ancora e più radicalmente, di adorare; rende capaci di imboccare altre vie, cioè vie altrePer un’altra via fecero ritorno al loro paese»!)

E’ l’esito del Natale!

p. Fabrizio Cristarella Orestano

 




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II Domenica dopo Natale – Contemplare la Sapienza

 

 

PER ESSERE SANTI E IMMACOLATI

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …»
Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è presso Dio … da lì tutto parte perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo, ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e dunque di Dio! Chi incontra Gesù accoglie la Sapienza di Dio, in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato …»

Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo) è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che è Lui significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa, quella che ci è detto nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis” … Chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra” che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremoche è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive noi abbiamo visto la sua gloria intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare Tutto è compiuto (oppure potremmo tradurre: Fino all’estremo!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria ma solo Gesù lo “canta” mostrando la gloria del Padre suo dando la vita e narrando così il vero volto di Dio.

Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra e Gesù l’ha vissuta essendo la Sapienza di Dio, portandovi il sapore della Sapienza di Dio; da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère”!).

Il confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio,e l’autentico sapore dell’umano e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui che è la Santa Sapienza, a Lui che è il Verbo fatto carne le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!» (cfr Gv 6, 68).




Leggi anche:

XX Domenica del Tempo Ordinario (B) – Abbandonate la puerilità

 

PER ESSERE CRISTIANI MATURI

 

Pr 9, 1-6; Sal 33; Ef 5, 15-20; Gv 6, 51-58

Nel testo del Libro dei Proverbi che oggi costituisce la Prima lettura c’è un invito che apre la liturgia della Parola per darci accesso ad una maggiore comprensione del mistero del Pane di vita che è al centro del grande discorso del capitolo sei dell’Evangelo di Giovanni, e che in queste domeniche sta scorrendo; è la Sapienza che parla ed invita chi è inesperto a mangiare al suo banchetto, a mangiare del suo pane e  bere del suo vino. Poi aggiunge:« Abbandonate le puerilità e vivrete».

Abbandonare le puerilità, le fanciullaggini, nel senso deteriore del termine, è diventare adulti, maturi nella fede. Il Pane della vita è per la nostra pienezza! Per la nostra maturità di uomini e di credenti! Comprendiamo allora una cosa: Mangiare la carne del Figlio dell’uomo e bere il suo sangue è atto di responsabilità e di assunzione piena di una via che quella di Gesù Cristo!

Mangiare la sua carne e bere il suo sangue crea un’unità straordinaria tra Gesù ed il credente: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui».

Dimora! Il dimorare è del credente maturo! Per il Quarto Evangelo è chiaro che ogni sequela di Cristo è chiamata ad uscire dalle “fanciullaggini”, dagli entusiasmi passeggeri, dalle logiche di “stagioni della vita”, per entrare in una stabilità, in un dimorare da cui non ci può essere più ritorno, in un rimanere che è proprio del credente adulto. Un dimorare in cui si sancisce un’alleanza tra me che dimoro in Cristo e Cristo stesso che dimora in me! Il dimorare non “gioca” con i sì di Dio: se Lui dice il suo sì e rimane in me, io non posso diventare banderuola esposta ai venti del sentimentalismo, del passeggero, e dell’instabile!

Uscire dalla puerilità è assumere la responsabilità di quel pane “costoso” che è la carne del Figlio dell’uomo; “costoso” perché se c’è una carne ed un sangue, questo sangue è stato versato, quella carne immolata!

L’Eucaristia è sacramento dolcissimo di amore e di unità, ma è tale perché ci ripresenta l’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che vuole fare dei dispersi unità in Dio per il mondo (Cfr Gv 11, 52), amore fino all’estremo, che è quello del chicco di grano che cade in terra per morire (cfr Gv 12, 24).

Sedersi alla mensa della Sapienza, e Gesù è la Sapienza di Dio (cfr 1Cor 1, 24), è sedere alla mensa in cui, condividendo il banchetto del suo Corpo e del suo Sangue, si fa comunione con il suo sacrificio d’amore per il mondo, e si dichiara di essere pronti a dare il proprio corpo ed il proprio sangue come Lui e con la sua forza.
Questa è maturità cristiana, assunzione di responsabilità, uscita da ogni atteggiamento religioso rassicurante e deresponsabilizzante. L’Eucaristia, infatti, consegnando alla Chiesa il Corpo ed il Sangue di Cristo, consegna ai cristiani la possibilità di trasformare il mondo con le sue stesse “armi”, quelle paradossali di un amore controcorrente, di una pacifica opposizione alle vie del mondo, una pacifica opposizione che crea persecuzione ed incomprensione, ma che è pure quella che annunzia la novità dell’Evangelo di Gesù che non è mai innocua!

Chi si dice cristiano ed è puerilmente allineato con il mondo, per paura del mondo, mostra la sua immaturità e la sua stolta “fanciullaggine”…così diversa da quell’essere come bambini che Gesù chiede ai suoi (cfr Mt 18, 3).
Quello che chiede Gesù è quell’essere colmi di una fiducia piena e grande, quella che fa diventare “folli” sfidando anche il mondo perché si è completamente abbandonati nelle mani di Dio di cui mi fido e di cui riconosco la gratuità, per cui non accampo “meriti”.
La “fanciullaggine” da cui bisogna guardarsi è quella puerilità che è immaturità umana e di fede per cui, come bambini capricciosi ed egocentrici, ci si cura di sé nel disinteresse per tutto quello che è fuori di sé; questa “fanciullaggine” è atteggiamento di continua delega ad altri delle proprie responsabilità.

L’atto di mangiare la carne del Figlio dell’uomo è espresso da Giovanni con un verbo brutale, molto materiale: “trógo”, cioè “masticare”; Giovanni così ci rimanda alla corposità storica di quella presenza, di quel dono che deve e vuole invadere la nostra corposità concreta.
Il masticare è distruggere per trasformare ed assimilare. Cristo così ci racconta Dio, un Dio pronto a farsi assimilare ad ogni costo dagli uomini…l’atto di masticare ci conduce irresistibilmente a quel chicco di grano macerato nella terra, a quel corpo sceso nel sepolcro esposto alla decomposizione della morte…il masticare ci richiama poi alla nostra concretissima umanità che da quell’assunzione inizia a vivere “per mezzo” (“diá”) di Gesù, come Gesù vive “per mezzo” (“diá”) del Padre. L’offerta di quella carne e di quel sangue mirano a farci essere credenti responsabili nel mondo, nella storia, senza fughe in spiritualismi disincarnati!

L’Eucaristia è critica radicale ad ogni cristianesimo disincarnato, ad ogni distanza “spiritualizzante” da Cristo presente ancora nella storia con il suo Pane!
Certo, come scrive Luciano Manicardi in un suo libro (“Per una fede matura” ed. Elledici), l’impalpabile ostia che usiamo per l’Eucaristia, invece del concreto, usuale e manducabile pane, non aiuta la Comunità credente a cogliere tutta la forza di quel segno, di quella manducazione, di quella assimilazione “costosa” con cui Cristo ci unisce a Lui.

Chi assume la corposità della storia nell’incontro compromettente con Cristo Gesù e la sua carne ed il suo sangue diventa, come scrive l’autore della Lettera ai cristiani di Efeso nella Seconda lettura di oggi, capace di approfittare del tempo presente, di cogliere il tempo propizio (il kairós”) in cui Dio passa nella storia, e fa le domande dinanzi alle quali non è concessa alcuna evasione o “ubriacatura” che rende inconsiderati, incapaci di responsabilità autenticamente umana nella compagnia degli uomini.

Il dono di Cristo è capace di innervare la nostra umanità della vita di Dio, e ci slancia nella storia come portatori di vita nuova, di “vita eterna” cioè, come già dicevamo la scorsa domenica, portatori della vita di Dio nello scorrere della vita degli uomini!

E’ la grande richiesta che ci fa la carne ed il sangue del Figlio dell’uomo!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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II Domenica dopo Natale (B) – La Santa Sapienza

 

IL SAPORE DI DIO

 

Sir 24, 1-4.8-12; Sal 147; Ef 1, 3-6.15-18; Gv 1, 1-18

 

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

La Santa Sapienza di Dio, di Vasili Belyaev (1890)

Ancora una sosta questa domenica per contemplare il mistero dell’Incarnazione di Dio, mistero che il nostro cuore non dovrebbe stancarsi mai di contemplare per permettere che esso plasmi la nostra concreta carne di uomini, perché questa sia disposta a seguire Gesù fino alla croce, fino a quell’amore fino all’estremo (cfr Gv 13, 1) che è la meta dell’Evangelo di Giovanni di cui in questa liturgia leggiamo lo stupefacente inizio: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio …».

Ecco dov’è l’“archè”, il principio di tutto: è «presso Dio»: a lì tutto parte, perché lì è la fonte dell’amore, di quella Sapienza che tutto ha creato e che, come già dice il testo del Libro del Siracide che costituisce la prima lettura, ha radice nel cielo ma pone la sua tenda in Giacobbe.

Contemplare la Sapienza di Dio è contemplare Gesù: è Lui la “Santa Sophia”, la “Santa Sapienza” che è conoscenza, progettualità, sogno, sapore di “oltre” e di Dio!
Chi incontra Gesù, accoglie la Sapienza di Dio; in Lui noi possiamo conoscere le logiche di Dio, le sue vie, le sue parole che danno vita eterna; Lui ci racconta Dio, come canta Giovanni nel Prologo dell’Evangelo: «Dio nessuno l’ha visto mai, il Figlio unigenito che è rivolto verso il seno del Padre, lui l’ha raccontato» …
Cogliere questa Sapienza, questa Gloria Noi vedemmo la sua gloria», ha confessato Giovanni nelle prime righe del suo Evangelo), è però cogliere qualcosa di totalmente altro dalle sapienze mondane! Davvero!
Aderire alla Santa Sapienza che è Gesù, alla Parola che Lui è, significa mettersi su una strada in cui Dio ci chiede solo una cosa: quella che ci è detta nel testo della Lettera ai cristiani di Efeso che oggi pure si legge: «Essere santi e immacolati nell’“agàpe”»
Essere discepoli di quella Santa Sapienza è imboccare la strada controcorrente che l’“agàpe” chiede senza sconti, perché l’amore vero sconti non ne vuole e non ne sopporta. Da Betlemme al Golgotha il Verbo fatto carne sceglie la via in cui la gloria di Dio è solo e sempre “gloria crucis”: chi vuole essere discepolo di Colui che a Natale abbiamo guardato con tenerezza, questo deve saperlo; il rischio altrimenti è essere innamorati di un “surrogato” dell’Evangelo!

Paolo, nella sua Prima lettera ai cristiani di Corinto lo scriverà a chiare lettere: «Noi predichiamo Cristo crocifisso … potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (cfr 1Cor 1, 23-25). E’ così: ogni qual volta ci si “scontra” con Cristo Gesù, la via che ci è proposta è quella di una sapienza “altra”, che contraddice quelle mondane perché la gloria di Dio Gesù l’ha mostrata nell’amore fino all’estremo, che è la croce. Infatti, quando Giovanni scrive «noi abbiamo visto la sua gloria» intende solo la gloria della croce, la gloria di quell’amore che può gridare «Tutto è compiuto» (oppure potremmo tradurre: «Fino all’estremo»!) solo dalla croce!

Nel Quarto Evangelo non ci sono gli angeli del Natale che cantano il Gloria; solo Gesù lo “canta”, mostrando la gloria del Padre suo dando la vita, e narrando così il vero volto di Dio.
Accogliamo allora oggi questo “canto” del Verbo fatto carne, accogliamo questo “canto” che per narrare Dio sceglie il linguaggio non di un amore astratto e fatto di buoni sentimenti, ma un amore fatto di carne e sangue, di lotte e sudori, di rifiuti dolorosi («Venne tra la sua gente ma i suoi non lo hanno accolto») e brucianti delusioni; fatto di quotidianità che intreccia amicizie, amori, attenzioni, passioni, sogni, speranze, ricerche appassionate della volontà del Padre, memorie di persone amate e di incontri tra cuori e vicende … Insomma un amore che davvero si è fatto storia … una storia che è la nostra, che Gesù ha vissuto essendo la Sapienza di Dio, e portandovi il sapore della Sapienza di Dio. Da allora, quando ci vogliamo confrontare con Lui, ci tocca sempre confrontare la nostra sapienza con la sua, le nostre vie con le sue; il sapore che Lui ha dato alla vita e quello che gli diamo noi (i Padri della Chiesa ameranno questo parallelo tra il “sàpere” ed il “sapère” !) …
Un tale confronto, se siamo onesti, ci porterà a dover riconoscere che la Sua sapienza ha un “sapore” migliore delle nostre pur raffinate sapienze, che le sue vie sono tanto migliori delle nostre vie asfaltate, illuminate ed eleganti; se siamo onesti, riconosceremo che in quella Sapienza che è Cristo c’è il sapore di Dio e l’autentico sapore dell’umano, e che le sue vie portano alla pace, alla Grazia e alla Verità. E, se siamo onesti, anche dalle profondità della nostra povertà e delle nostre incapacità di capire tutto, diremo a Lui, che è la Santa Sapienza, a Lui, che è il Verbo fatto carne, le stesse parole che un giorno gli disse Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». (cfr Gv 6, 68)

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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