XIX Domenica del Tempo Ordinario – Gesù, il vero pane

L’EUCARISTIA: UN DONO CHE DA’ LA VITA 

1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5,2; Gv 6, 41-51

 

Dopo il segno dei pani Gesù, nel IV Evangelo, inizia questo lungo discorso che stiamo leggendo in queste domeniche, in cui prima dice che Lui è il pane che discende dal cielo, come la manna era discesa dal cielo, Lui è il dono del Padre. E’ chiaro quindi che è il Padre che fa al mondo questo dono che è Gesù: il pane è segno di Gesù e dunque è necessario cercare Lui, nutrirsi e saziarsi di Lui! Chi fa questo accoglie il dono di Dio! Il dono è Gesù e lo si accoglie nella fede. La fede ha però una grande opposizione: la mormorazione.

 Questa è una critica sorda e sotterranea all’agire di Dio; chi ha ascoltato le parole di Gesù mormora contro di Lui perchè hanno ascoltato da Lui qualcosa che non collima con le loro conoscenze, con le loro idee, con i loro giudizi e pregiudizi, con i loro orizzonti ristretti e “a fiato corto”. L’Evangelista qui, è chiaro, continua, con la sua narrazione, a creare un parallelo con l’Esodo: prima il luogo deserto, poi la manna, ora la mormorazione (cfr Es 15, 24; 16,7). Israele mormorò contro Mosè e contro il Signore, mormorò perchè l’agire di Dio, in quel momento non collimava con le sue attese, con le sue idee, con i suoi bisogni.

Mormora chi, come Israele nel deserto, riconduce tutto al “banale”, chi non sa leggere oltre nell’opera di Dio, nella sua rivelazione; nel deserto Israele rimpiangeva il cibo d’Egitto, il cibo di schiavitù, quel cibo che il Faraone gli dava perchè voleva che i suoi schiavi sopravvivessero per essere ancora suoi schiavi…anche questa folla a Cafarnao mormora contro Gesù riconducendo tutto all’ordinario, anzi invocando l’ordinario di Gesù per destituire Gesù stesso di credibilità: Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre.

L’ordinarietà di Gesù, come già leggevamo in Marco qualche domenica fa, è scandalo ed inciampo per la loro fede. Credono di “conoscere” Gesù…ma la “conoscenza” che di Lui bisogna avere non è quella miope e presuntuosa di questa gente, è necessaria una “conoscenza” altra. Una “conoscenza” che si raggiunge solo per dono, solo se ci si apre, senza il diaframma tremendo della mormorazione, al dono di Dio. Gesù lo dice con chiarezza: bisogna essere attratti a Lui dal Padre. E’ il Padre che dona la vera “conoscenza” di Gesù. E’ necessario deporre altre conoscenze, altre idee, altri mondi di pensiero per lasciare spazio in noi al mondo di Dio, alla sua rivelazione.

Il tratto di oggi del discorso del capitolo 6 dell’Evangelo di Giovanni, si conclude ancora con un paragone con la manna, ma un paragone che mostra un contrasto: la manna scendeva dal cielo, ma chi la mangiò pure morì ma questo pane sceso dal cielo che è Lui darà la vita. Chi ne mangerà non morirà!

A questo punto Giovanni ci fa fare un ulteriore passaggio: se prima il pane (di cui era stato segno la moltiplicazione dei pani) è Gesù e questo pane lo dà il Padre facendolo scendere dal cielo, ora questo pane lo dà Gesù stesso ed è la sua carne per la vita del mondo! Mi pare chiaro come Giovanni qui abbia creato un discorso “per accrescimento” di sensi: i pani moltiplicati sono segno di Gesù che bisogna cercare per saziarsene, Gesù è dono dall’alto del Padre, Gesù dà il pane che è la sua carne, cioè l’Eucaristia.

Il percorso è impressionante: il Padre, dall’eterno, fa il suo dono alla storia, in quella pienezza dei tempi, preparata dalla Prima Alleanza (esodo, manna…); Gesù è questo dono alla storia degli uomini, dono in una carne concretissima (“sarx”), ma perchè il dono non rimanesse circoscritto a quel tempo e a quel luogo, Gesù dà l’Eucaristia che spande quel dono che dà la vita ad ogni tempo e ad ogni luogo.

Così, ogni tempo e ogni luogo potrà essere riempito di eterno, di una vita che abbia il sapore di Dio.

Così gli uomini di ogni tempo e di ogni luogo potranno camminare nella storia per giungere alla meta che è Dio, che è il senso della storia. Elia, nella Prima lettura tratta dal Primo Libro dei Re, è “icona” di questo popolo che percorre i deserti della storia, di un popolo che rischia di morire e d’essere sopraffatto e che trova miseri ripari (una ginestra!). Elia riceve un pane che sarà forza per il suo cammino. La liturgia di oggi ci suggerisce che Gesù è venuto ad essere questo pane che dà senso (sazia la fame e la sete che attanagliano l’uomo!), e dà forza permettendo di camminare per terre accidentate e difficili: la metà sarà il “monte” di Dio!

L’autore della Lettera ai cristiani di Efeso, scrive che il cammino del credente, nutrito di quel pane, è cammino nell’“agàpe”, cammino che ha al cuore l’amore di Cristo che si è offerto a Dio in sacrificio di soave profumo: quel pane ci mette in contatto con quel sacrificio di soave profumo.

L’Eucaristia è una via divina proprio perchè è una via “ordinaria”; anche noi, dinanzi a quel pane sull’altare potremmo dire: ma noi sappiamo “di dove viene”! In quell’“ordinarietà” c’è però l’infinito di Dio, come nel figlio del carpentiere si poteva incontrare il Figlio di Dio disceso dal cielo. Se si mormora contro quest’ordinario non si riuscirà a gustare quel “soave profumo” dell’amore di Cristo perchè Dio sceglie l’ordinario: lì si rivela, lì ci cerca, lì ci attende!

Trovarlo nell’ “ordinario” fa straordinaria la storia!

III Domenica del Tempo Ordinario – Il Regno di Dio si è avvicinato!

GESU’ NON CHIEDE TANTE COSE, CHIEDE NOI STESSI

Gn 3, 1-5.10; Sal 24; 1Cor 7, 29-31; Mc 1, 14-20

Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ il “grido” di Gesù che inizia a predicare. In questa parola di Gesù di Nazareth c’è un nuovo inizio per l’umanità tutta … e questo grido si speranza dirompe dopo che Giovanni fu consegnato … l’evangelo di Gesù contraddice la tenebra del mondo che ha consegnato Giovanni il Battista alla morte. Quell’iniquità che porterà il profeta del Giordano alla morte violenta non è una tenebra che tutto ricopre ma è contraddetta da Colui su cui è sceso lo Spirito (cfr Mc 1,10) e che ha affrontato il deserto e la tentazione, traversando il deserto e vincendo la tentazione (cfr Mc 1, 12-13).
Gesù ora sa che il Regno si è avvicinato perché sa Lui chi è, e che vie deve percorrere nella storia: Gesù sa di essere il Figlio amato e il Cristo e sa che la lotta contro il male che divide e lacera l’uomo è, per Lui e per coloro che vorranno seguirlo, l’unica via da percorrere … Per questo quell’evangelo (Il Regno di Dio si è avvicinato !) è seguito subito da un ordine: “Convertitevi e credete all’evangelo!”
Qualcuno vorrebbe che, diplomaticamente, si dicesse “un invito”! Sento però in quelle parole il suono di una via perentoria, necessaria, non eludibile … se è vero che il Regno si è fatto vicino è necessario che cambi qualcosa, e l’unica cosa che può e deve cambiare è il cuore dell’uomo.
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ dunque necessario volgere il volto verso questo Regno. “Convertirsi”, infatti, in ebraico ha in sé l’idea di “volgere le spalle” a qualcosa, a qualcuno, per rivolgersi verso qualcosa di diverso, di altro … verso Dio; insomma la “conversione” (in ebraico la “teshuvà ”) è cambiare via. D’altro canto “conversione” è, per il greco del Nuovo Testamento, “metànoia ”, cioè “mutamento di pensiero, di mente” … “conversione” è mutare il nostro pensiero con il “pensiero” di Dio, accogliere i suoi progetti che sono tanto diversi dai nostri progetti (cfr Is 55,8). “Conversione” è avvicinarsi e volgersi a Colui che si è fatto vicino!
Il Regno di Dio si è avvicinato! E’ un’espressione ebraica che significa che Dio si è fatto presente , si è fatto storia! Il Nuovo Testamento sa che questo farsi storia di Dio ha una radicalità impensabile: si è fatto storia non solo perché è intervenuto nella storia attraverso delle azioni e delle parole affidate ai profeti, ma si è fatto storia perché è “diventato ” un frammento di questa storia: Gesù di Nazareth!
In quel “diventare ” (in Gv 1,14 è detto con chiarezza: Il Verbo divenne carne cioè “o lògos sàrx eghèneto”) c’è il grande “scandalo” della rivelazione cristiana: Dio diviene, l’immutabile entra nel tempo, nel “divenire”; davvero Dio si è fatto vicino; davvero il Regno si è fatto “prossimo” al nostro divenire
Tutto questo proclama un’urgenza; non c’è da fare rimandi dinanzi al Regno che si è fatto vicino, dinanzi a questo Dio che decide di entrare nel nostro “divenire”, nella nostra storia! Se la storia è diventata “luogo” di Dio, questa è una provocazione a che le nostre storie divengano “luoghi” di Dio.
La scena evangelica che Marco oggi ci narra vuole sottolineare l’urgenza di dare una risposta al “passare” di Dio nella storia. Un “passare” che però non è casuale nelle nostre vite, un “passare” che è mirato a custodire il mistero dell’ “elezione ”! Sì, proprio quei pescatori vengono scelti.
Un passare di Dio che è appello ma anche opera di nuova creazione … l’appello di Dio contiene in sé anche una promessa. Sempre. Accade anche nella predicazione di Giona a Ninive nel testo che oggi si ascolta come prima lettura; il profeta è mandato a Ninive a dire una parola che bisogna bene intendere: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà capovolta! Le nostre traduzioni dicono sarà distrutta! E’ una traduzione lecita ma così conterrebbe solo una minaccia; in realtà la parola in ebraico è volutamente ambigua: sarà capovolta, cioè cambierà, si volgerà a Dio, “si convertirà”; è allora sì una minaccia, perché la parola contiene un’idea di distruzione, ma contemporaneamente è una promessa perché quella stessa parola contiene l’idea di un capovolgimento che è un rinnovamento. E’ quello che accadrà: Ninive, nel racconto parabolico del libro di Giona, sarà capovolta, farà incredibilmente penitenza e muterà il suo volto. Giona che aveva interpretato le sue stesse parole solo come minaccia e non come un “evangelo”, ne resterà infatti deluso; in fondo voleva vedere la distruzione della città perversa; dovrà invece imparare la lezione della misericordia di Dio e delle sue “vie che sono diverse dalle nostre vie” spesso miopi, più spesso incapaci di credere che è il passare di Dio nelle nostre vie di morte o di non senso che basta a trasformare e a dare senso.
Riconosciuto questo passare di Dio ed il suo appello urgente bisogna poi fare come i pescatori del lago. I quattro, infatti, devono operare la scelta di lasciare quello che hanno e quello che sono per “avvicinarsi” a Gesù, per iniziare a “fare storia” con Lui. Sia Simone ed Andrea, che Giacomo e Giovanni “lasciano ” le reti gli uni e il padre gli altri due.
L’urgenza di questa scelta è sottolineata dal racconto di Marco con quel “subito ” con cui Simone ed Andrea seguono Gesù e con quel lasciare il lavoro a metà di Giacomo e Giovanni (il padre ed i garzoni ancora sulla barca).
E’ appello all’urgenza e chi legge l’Evangelo è chiamato a coglierlo con tutta la sua forza; urgenza dichiarata anche da Paolo nel testo di oggi della Prima lettera ai cristiani di Corinto in cui si dice con chiarezza che il tempo si è fatto breve e che passa la scena di questo mondo . Insomma il Regno venuto in Gesù Cristo chiede delle decisioni nette e radicali, chiede di volgere le spalle al passato per guardare verso gli orizzonti del Regno stesso. Il passato viene trasfigurato da Colui che chiama, non viene bruciato in un rogo totalizzante quasi che quel che è stato non conti più nulla; i pescatori del lago vengono trasformati in pescatori di uomini; rimangono pescatori, il loro passato è recuperato, la loro identità custodita ma trasformata per le esigenze del Regno.
Il Signore fa sempre così: anche con Davide aveva fatto lo stesso. Preso da dietro il gregge di suo padre Iesse, il Signore lo fece pastore di Israele suo popolo (cfr 1Sam 16,11 e 2Sam 5,2).
La nostra umanità è assunta da Colui che chiama e quella stessa umanità, con tutto ciò che è, entra in una storia nuova con la possibilità di spendere se stessa, le sue energie, le sue potenzialità ed il suo stesso passato, per le urgenze del Regno.
Chi è chiamato deve operare una scelta ma senza l’illusione di essere lui l’artefice della vita nuova che da lì parte e si sviluppa; chi è chiamato dice i suoi “no ” e i suoi “ ” netti davanti all’urgenza del Regno perché riconosce un’opera previa del Signore; riconosce che lo sguardo del Signore che si posa su di lui; Marco per ben due volte dice che Gesù vide Simone e Andrea e che andando un poco oltre vide Giacomo figlio di Zebedeo e Giovanni suo fratello … E’ quello sguardo posato sulle loro vite che diventa la forza di quegli abbandoni necessari per obbedire al Regno vicino .
Quello che da ora in poi conterà per i pescatori del lago sarà il seguire Lui , sarà lo stare con Lui . Il problema è sempre lì: smettere di seguire se stessi e le proprie vie, i propri tempi, le proprie esigenze ed iniziare a seguire non un progetto affascinante ma Lui, Gesù che passa sulle rive dei nostri laghi quotidiani e non ci chiede tante cose, ci chiede di dargli noi stessi. Non ci chiede le reti, non ci chiede le barche, il padre, il lavoro di prima … no, queste cose non ce le chiede, ci domanda invece di lasciarle , quello che ci chiede è di dargli noi stessi !
Ecco l’urgenza. Ogni rimando porta ritorni a strade mediocri quando non ammorbate dal tanfo del non-senso!