VIII Domenica del Tempo Ordinario – L’inganno della ricchezza

 

A CHI APPARTENGO?

 

Is 49, 14-15; Sal 61; 1Cor 4, 1-5; Mt 6, 24-34  –

 

M. van Reymerswaele (1540) - Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

M. van Reymerswaele (1540) – Il cambiavalute e sua moglie, Firenze

La liturgia in questa domenica ci mette tra le mani una pagina davvero complessa, ricca di spunti, di immagini, di domande, di richieste, di necessità; una pagina molto complessa, ma altrettanto completa, per permettere al discepolo di Gesù di realizzare la propria vocazione, la propia identità, la propria verità e collocazione nel mondo.

Il primo punto che Matteo mette in tavola è la domanda circa la nostra appartenenza … “A chi appartengo?”. Ecco cosa ciascuno dovrebbe chiedersi con verità: Non si possono servire due padroni! Un detto lapidario e forte, in cui gli studiosi vi ravvisano una delle “ipsissima verba Jesu”, verissime parole di Gesù. Il verbo servire” che Matteo usa in lingua greca è il verbo “douleúein”, che non significa semplicemente “prestare un sevizio”, ma “appartenere a qualcuno” (tanto è vero che il “doulos” è lo schiavo), e quindi essere totalmente di quel qualcuno, e disposto a tutto ciò che egli chiede.

Tante cose minacciano la nostra appartenenza a Dio, minacciano cioè il primato di Dio nei nostri cuori: il potere, il piacere, il danaro, il prestigio; e per Gesù c’è un simbolo potente di tutto questo: il danaro. Quando c’è il danaro – pensiamoci bene – si può avere tutto il resto: potere, piacere e prestigio… Gesù chiama il danaro con la parola ebraica “mammona”, parola che deriva dal verbo “aman” – da cui “amen” – che significa “porre fiducia”, “avere sicurezza”: il danaro allora è padrone spietato quando diventa il termine di ogni fiducia e sicurezza; rende schiavo e avvilisce chi crede invece di dominarlo e di dominare attraverso di esso … è tremendo. Per Gesù il denaro è davvero l’anti-Dio, e non bisogna tentare di metterlo assieme a Dio! Tanti hanno creduto, e credono, di poterlo fare e di poter servire sia Dio sia il danaro, di poter mettere assieme cioè la ricchezza smodata e Dio, addirittura pensando che la ricchezza possa essere “premio” alla “giustizia” (un certo pensiero calvinista l’ha affermato con forza!); oppure si crede di poter mettere assieme Dio e danaro pensando di servire Dio con offerte, opere, beneficenze … tanti credono di onorare Dio così, ma questo non è il Dio di Gesù!

L’inganno della ricchezza (cfr Mt 13, 22) conduce ad un atteggiamento assolutamente estraneo al discepolo di Cristo: l’affanno. Gesù, con un imperativo, lo esclude dai suoi: “Non affannatevi!”. Matteo per il verbo “affannarsi” usa “merímno”, che è proprio l’“essere in ansia”, l’“essere nell’angoscia”, l’essere cioè sempre con il fiato sospeso, sempre in allarme, sempre a volere di più… E’ il rapporto sbagliato con le cose che genera questo affanno, che Gesù non vuole per noi.

Quando in questo testo evangelico si parla del cibo e dei vestiti non si vuole dire che non siano cose importanti, cose da non cercare, cose irrilevanti, cose per cui non vale la pena perdere tempo o fare fatica. No! Il problema non è volere o cercare queste cose, che servono alla nostra vita e alla nostra identità e dignità; il problema è dare loro un valore tale da “mangiarsi” tutto il resto; il problema è pensare che, avute queste cose, tutto sia risolto, o che, avute queste cose, la vita sia messa al sicuro, in tranquillità… è l’inganno di oggi, in questo tempo di crisi, in cui si vuole credere che non si possa pensare alle cose di fondo, alle cose di senso perchè c’è crisi economica, lavorativa, sociale, politica … e si dice così perfettamente il contrario di ciò che qui Gesù afferma: cercare prima tutte queste cosesicurezza, lavoro, danaro sufficiente, saldezza economica e politicae poi cercare il resto…. questo è un inganno infinito!

Gesù qui è chiaro: il primato va dato al Regno e alla sua giustizia! Anche questa è un’espressione difficile: cosa significa “cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno poste davanti”? Una cosa va detta subito: il primato non è assolutizzazione! Il “primato del Regno” serve a dare spazio a tutte le altre cose; dicendo infatti queste parole, Gesù non vuole “salvare” il Regno, ma vuole salvare lo spazio della vita dell’uomo, perchè in esso si possano dispiegare tutte le relazioni, le potenzialità, il godere delle cose… insomma il primato del Regno rende possibile all’uomo una vita bella, crea una vita buona, crea una vita felice perchè piena di senso; una vita in cui tutto, gli affetti, le cose, le opere delle nostre mani, abbiano il giusto spazio e non mortifichino l’uomo, possedendolo. Il “primato delle cose” invece, che è idolatria, che schiaccia l’uomo e lo mortifica (parola chiarissima: lo fa parere morto!), rende l’uomo “doulos”, schiavo delle cose e, quindi, egli stesso cosificato. Il padrone-Dio, invece, è Uno a cui si appartiene ma che libera, e libera le potenzialità, i possessi, gli affetti.

La giustizia di Dio è il modo in cui Dio si comporta con l’uomo, è la sua volontà di gioia e salvezza per ogni uomo. “Cercare la giustizia del Regno” allora è far proprio questo modo di Dio di guardare la storia e gli uomini! La giustizia per Matteo è sempre dono di Dio (perchè è il suo modo di essere per noi!), ma è compito per noi, un compito che si adempie lottando per la fraternità.

Per questo Regno e per questa giustizia, Gesù chiede che noi mettamo all’opera la nostra ricerca: è un verbo bellissimo quello che qui Matteo pone sulle labbra di Gesù; è il verbo “zétein”, che significa “cercare con passione”, cercare con slancio, con tensione, prendendo iniziative per giungere alla meta, progettando vie da percorrere per giungervi! Si badi che non è affanno: quello è terribile ed imprigionante, quello è angoscioso ed opprimente, quello si svolge sempre su di un terribile sfondo nero … la ricerca che qui Gesù ci chiede è, invece, la bellezza della vita dell’uomo, è lo slancio dei “sogni”, è la fatica bellissima di costruire una storia sensata, di amare i fratelli, di costruire con loro la comune casa della fraternità, la comune casa dell’umanità. La ricerca è animata dalla speranza, l’affanno invece dalla disperazione: colui che cerca è un entusiasta della vita e dell’uomo, è un appassionato di Dio e dei fratelli, è un uomo mai sazio e felice di avere sempre fame e sete di senso … chi si affanna invece è un depresso, che ha solo paura, ha solo sguardi pessimistici sul mondo e sulla storia, che vede in ogni altro uomo un nemico o un rivale che possa sottrargli qualcosa …

Chi cerca il Regno e la sua giustizia scoprirà che tutte le cose sono dono di Dio (…gli verranno poste avanti…), e le riceverà con gratitudine; chi si affanna invece se ne crede padrone, ed in realtà ne è dominato, ne è schiavo. Il testo usa il futuro (vi saranno poste davanti), e ciò significa che tutto dipende da qualcosa che deve venire prima: la ricerca del Regno e della sua giustizia.

“Tutte queste cose” (cioè cibo, vestito, domani) sono secondarie, e non nel senso che non sono utili, o importanti, o che se ne possa fare a meno (chi può dire una cosa così insensata?); sono cose econdarie nel senso che da sole non stanno in piedi: vogliono uno spazio giusto in cui essere messe, ed un modo corretto di cercarle e di viverle. Non sono cosa da guardare con disprezzo, come certa “spiritualità” cristiana (o presunta tale!) ha voluto affermare con grande disumanità … il problema è un altro: quando il primato è di Dio, questo crea lo spazio per tutte le altre cose bellissime che Lui stesso ha creato per noi; chi accumula perchè affannato, dimentica Dio (il Donatore!) e dimentica gli altri (con cui è necessario condividere!). Chi ha scoperto il primato di quella ricerca appassionata del Regno è discepolo di Gesù, perchè – come Lui – condivide. Tutto. Gesù condivise perfino la sua qualità divina: “spogliò se stesso” facendosi schiavo come noi, con noi (cfr Fil 2, 7), salì su una croce per donarci la libertà dei figli, per donarci la figliolanza di Dio che era tutta sua …

Gesù, che ha cercato il Regno di Dio e la sua giustizia, con l’amore appassionato per il Padre e per gli uomini suoi fratelli, ci chiede di percorrere la stessa via di suprema libertà!

Diciamoci la verità: se sappiamo leggere profondamente questa pagina di Evangelo, sentiamo di respirare in uno spazio infinito di libertà e di bellezza.

Questo spazio è la nostra vocazione!

p. Fabrizio Cristarella Orestano




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XXIX Domenica del Tempo Ordinario – Tra noi non è così

ABBANDONIAMO LA LOGICA DEL POTERE

Is 53,2-3.10-11; Sal 32; Eb 4, 14-16; Mc 10, 35-45

 

Eccoci oggi a quella terza dimensione della vita dell’uomo che deve essere attraversata dalla novità dell’Evangelo per una vera sequela di Gesù. E’, dopo quella dell’amore e del possedere, la dimensione del potere. Ogni uomo esercita un “potere”, anche quello che pare il più debole … magari sarà, per esempio, il potere di suscitare compassione o il potere di obbligare un altro ad aiutarlo … E’, comunque, una dimensione altamente necessaria alla formazione dell’uomo e della sua personalità ma è anche la dimensione più ambigua e pericolosa se non incanalata in una via di libertà.

Per arrivare al passo dell’Evangelo la liturgia di questa domenica, non a caso, ci fa ascoltare prima due pericopi in cui i protagonisti sono in una condizione di prova, di dolore. Il breve tratto del Quarto Carme del Servo sofferente del Libro di Isaia addirittura ci mostra un disprezzato, uno schiacciato dal dolore, uno a cui Dio ha chiesto di portare questo carico tremendo … sì, alla fine c’è un esito di luce, ma prima c’è uno che così, con questa via costosa, renderà giusti gli ingiusti … è uno tutto proteso agli altri … lui stesso non è nell’orizzonte dei suoi stessi interessi, non calcola per se stesso, guarda gli altri, di loro si prende cura dimenticandosi.

L’autore della Lettera agli Ebrei, poi, è confortato dal fatto che Gesù conosce, ha sperimentato la nostra debolezza perché anche Lui l’ha attraversata per lottarvi … il Servo di Isaia (che la Chiesa legge come tipo del Cristo!) e il Gesù compassionevole della Lettera agli Ebrei sono, in fondo, la risposta alla domanda di Giacomo e Giovanni.
I due fratelli desiderano gustare ed esercitare, almeno un po’, il potere del Messia. Ancora si fa chiaro quanto il sentire ed il capire di Gesù sia distante dal sentire e dal capire dei Dodici: la Passione annunciata già tre volte non ha prodotto nulla nel moto dei loro desideri e dei loro pensieri. Cercano altre cose, hanno altre priorità; la loro sequela è ancora inquinata. Pensano ad un trono, e quindi parlano di posti privilegiati … posti di “potere” … è così palese la loro voglia di accaparrarsi potere che gli altri dieci, dice Marco, si sdegnano con loro.
La prospettiva dei due fratelli è totalmente accecata: non hanno sentito gli annunzi di una via di umiliazione e riprovazione? Gesù starà davvero su un “trono”, ma il suo “trono” sarà quello della croce, ed alla sua destra e alla sua sinistra ci saranno i due ladroni … loro, anzi, in quell’ora di “trono” fuggiranno (il racconto di Marco è in tal senso; solo il Quarto Evangelo dirà che il Discepolo amato era ai piedi della croce!). Certo, più tardi, essi berranno quel calice di Gesù, e saranno immersi (alla lettera “battezzati”) in quel dolore ed in quella riprovazione … ma devono fare un cammino.
Quale? Quello della sequela di Gesù; dovranno seguirlo, però non per quel che si proietta di Lui, ma per quello che Lui è! Come è frequente questa opera di proiezione: il rischio è grande! Seguire un Gesù che non esiste, un Gesù che è costruito dalle mani dell’uomo, un Gesù che alla fine risulta un idolo bello e buono! E’ terribile!

I suoi discepoli, dice Gesù, devono uscire dalle strettoie del potere e dei primi posti … tra di loro deve vigere una logica diversa da quella dei “capi” secondo il mondo: questi dominano e schiacciano, mentre i discepoli devono sentire risuonare nel loro cuore, come un martello, il “grido” di Gesù di questo passo di Marco: Tra voi non è così! Notiamo il verbo: è! Non dice sianon è, infatti, un augurio, un consiglio … no! O è così o non si è sua Chiesa!

Scrive Enzo Bianchi, che questo è un presente costituzionale della Comunità cristiana. Cioè, la Comunità cristiana è costituita su questo modello, e non può avere nessun altro modello mondano!
Quando la Chiesa assume altri modelli diventa spazio di potere e, di conseguenza, di schiavitù. Il modello è solo il Figlio dell’uomo!
Insomma, si è discepoli del mondo e dei suoi piccoli o grandi “imperi”, o si è discepoli del Crocifisso?
Chi, nella Chiesa, vuole avere grandezza, deve sapere che deve perseguire la grandezza del servo (“diàkonos”), e chi vuole essere il “primo” deve scegliere il primato dello schiavo (“dulos”)! Il Figlio dell’uomo ci ha serviti facendosi schiavo (“assunse la condizione di schiavo”, scrive Paolo nell’inno cristologico di Fil 2,5-11). Il servizio che il Figlio dell’uomo ha vissuto non è stato una serie di prestazioni umilissime, piene di bontà e condiscendenza, o per lo meno non solo questo! Il suo servizio è stato “dare la vita”! L’Evangelo torna sempre su questo punto: dare la vita!

Non ci somo mezze misure! Un cristianesimo di mezze misure non è più cristianesimo; diventa religione tra le religioni, tutt’al più via consolatoria, rifugio …
Gesù non è venuto a portare questo nella storia, è venuto a cambiare la storia, e questo “sogno” l’ha affidato alle nostre mani! Seguendo Lui è possibile cambiare la storia. Come? Trasformando le tre libidovivendole per quel che il Padre aveva posto nel cuore della sua creatura nell’in-principio: un amore fedele, una piena condivisione, un servizio fino a dare la vita … Così nascerà e si svilupperà l’uomo nuovo, a immagine del Cristo.

Siamo convinti che chi vive l’“amore” senza fedeltà e come appagamento dei suoi desideri; che chi accumula e preferisce la tristezza del possesso e la sua immobilità alla gioia della condivisione; che chi vive per dominare e schiacciare gli altri trasformandoli in propri schiavi non è il vero uomo? Siamo convinti che è una “sfigurazione” dell’uomo, una terribile contraffazione che il mondo vuole farci passare come vero uomo e come “normalità”?

E’ terribile: il mondo vuole convincerci che la santità sia anormale, e che quell’uomo infedele, avido e dominatore sia normale e capace di realizzare se stesso!

Credere all’Evangelo di Gesù Cristo è fare di quella anormalità della santità la via quotidiana fatta di lotte alle dinamiche mondane esterne a noi, e soprattutto a quelle che ci abitano.

La sequela di Gesù, indirizzando le tre libido, conduce l’uomo alla sua verità. E’ necessario, però, stare con Lui perché solo da Lui si impara questa via nuova così stravolgente il comune sentire del mondo!

Padre Fabrizio Cristarella Orestano




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XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Come un granellino di senape

TUTTO POSSO IN COLUI CHE MI DA’ FORZA

   –  Ab 1,2-3;2, 2-4; Sal 94; 2Tm 1, 6-8.13-14; Lc 17, 5-10  –

 

L’Evangelo in queste domeniche ci sta portando per mano dinanzi alle esigenze radicali della sequela di Gesù di Nazareth. Seguire la sua via richiede obbedienza, richiede distacco dalle cose, richiede un uso libero dei beni della terra, richiede la crocifissione dell’uomo vecchio, richiede l’attenzione all’altro, la condivisione autentica e coraggiosa senza la quale si resta in aridi inferni come il ricco della parabola della scorsa domenica. La via della vita nuova è l’ascolto di Dio, come in quel racconto diceva Abramo al ricco nell’inferno.

Dinanzi a tutto ciò il problema è uno solo! Ci fidiamo di Cristo? Come è la nostra fede? Gli apostoli comprendono bene che il nucleo di tutto è lì ed infatti ecco la loro domanda: Aggiungici fede.

La risposta di Gesù suona dura perché contiene la certezza che essi fede non ne hanno proprio; aggiungici fede presuppone infatti, che già ce ne sia, e che si comprende che ce ne voglia di più; Gesù, invece, con la sua risposta dice che non è questione di quantità ma di qualità: per la quantità ne basta quanto un granellino di senape che, come già dice l’Evangelo di Marco (4,31), è il più piccolo dei semi che sono sulla terra.  Non è questione di quantità perché, dice Gesù, una fede così minuscola può fare cose immense. Paolo scrivendo ai cristiani di Filippi scriverà: Tutto posso in Colui che mi dà forza (Fil 4,13).

Il problema è se c’è fede o meno. Quando essa c’è, c’è tutto perché se è vera essa trasforma la vita, se è vera diviene subito concreta operosità: la vita di fede non può essere vita di stasi. In fondo bisogna capire che il parlare di fede e di opere ha un fondamento soltanto nelle patologie della fede. Una fede malata (cioè che non è vera adesione al Signore) è senza opere, senza concretezze, Un’ autentica adesione  al Signore ci rende come Lui e quindi ci rende come Lui “schiavi” per amore dei nostri fratelli. Ecco perché il detto sul granellino di senape si versa immediatamente nel discorso circa gli schiavi inutili.

Luca usa qui la parola schiavo in senso positivo (nel Quarto Evangelo essa è assunta negativamente nel senso di una relazione con Dio vissuta da schiavo e non nella libertà dei figli. Cfr Gv 8,34-35).

Come lo schiavo appartiene al suo padrone che fa di lui ciò che vuole, così lo schiavo del Signore appartiene al Signore che lo porta per le sue stesse vie (è questione di fede, di adesione, di essere con; si è schiavi del Signore solo per la fede!), che lo fa suo collaboratore per trasformare la storia con un nuovo modo di essere uomo (quello vero, da sempre sognato da Dio): amando senza nulla pretendere.

Le parole di Gesù qui ci riportano a Lui che si è fatto schiavo per amare fino all’estremo, ha preso il supplizio dello schiavo per raccontarci Dio.

Essere schiavo per il cristiano è allora via vera della sequela. D’altro canto, qualche domenica fa, sostando su Lc 14, 25-35, sentimmo che si può essere discepoli di Gesù solo se si dà a Lui un primato autentico (è Lui solo il Signore e viene prima anche degli affetti più sacri!), solo se  si prende la croce, solo se si rinunzia a tutti gli averi. Pensiamoci: uno così è nella condizione di schiavo. Gesù ha scelto questa via e ci chiede di essere con Lui, senza pretese, senza quella logica “religiosa” di accumulare “meriti” che mortifica l’Evangelo! Lo schiavo  deve sapere che è uno schiavo” inutile” e qui è necessaria una precisazione: “inutile” non significa che il servizio dello schiavo è “inutile”, cioè che “non serve”…la parola greca che qui è usata significa “senza utile”, “senza profitto”, “senza guadagno”. Insomma non si sta con Cristo, schiavi di Lui, schiavi come Lui, per ricevere un utile (siano pure i “meriti” per la salvezza!).

Gesù ci vuole davvero liberare. Anche da quell’ossessione “religiosa” dell’accumulo dei meriti. Tanto più desidera liberarci da quell’idea tremenda che il nostro essere di Cristo, di Dio ci pone in una condizione di privilegio rispetto agli altri nella storia. Ripetiamocelo con coraggio: nessuna esenzione per che segue Gesù. Non crediamo che seguirlo ed amarlo ci fa ricevere la ricompensa di una vita più facile, più agevole, scevra da dolori! Chi lo segue, però, avrà la capacità di attraversare la storia con i suoi dolori, i suoi bui, le sue contraddizioni con una forza altra, con una luce altra; avrà la capacità di attraversare la storia amando e trovando e dando senso a tutto.

Basta un granellino di senape di fede e potremo ripetere con Paolo: Tutto posso in Colui che mi dà forza.




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XXV Domenica del Tempo Ordinario – Il denaro

LA FORZA AMBIGUA DEL DENARO

Am 8, 4-7; Sal 112;  1Tm 2, 1-8; Lc 16, 1-13

 

L’Evangelo di oggi purtroppo si ferma al versetto 13 mentre il versetto 14 sarebbe molto utile alla comprensione del tema che Gesù affronta in questo capitolo dell’Evangelo di Luca. Dive il versetto 14: I farisei che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose  e si facevano beffa di lui. Il greco è ancora più pungente: i farisei che erano “philàrguroi”, cioè amanti del denaro, amici del denaro. E’ cosi.

Il mondo (anche il mondo che entra nella Chiesa, anche i credenti mondanizzati!) si fa beffa di chiunque voglia impostare un discorso evangelico circa l’uso del denaro, della ricchezza. Quando si tratta del denaro tanti uomini pii perdono tutta la loro “pietas” e diventano pratici (sì, si dice così per giustificarsi quando si mette tra parentesi l’Evangelo per i propri interessi!)

Il capitolo sedicesimo di Luca è uno di quei testi che fanno ridere il mondo che, c’è poco da fare, è philàrguros, è amico, amante del denaro!…

Gesù si scontrerà più volte con la forza ambigua del denaro: pensiamo al giovane ricco che se ne va via da Lui perché aveva molte ricchezze (che straordinaria ironia ha l’Evangelo! cfr Mc 10, 22), pensiamo anche che Gesù stesso alla fine è stato messo a prezzo di denaro e venduto per trenta monete.

Gesù sa bene che la ricchezza è sempre disonesta: non ha paura a definirla così, senza mezzi termini e senza distinguo; l’accumulo è sempre disonesto perché ogni accumulo corrisponde alla povertà di qualcuno! C’è davvero poco da fare: più si accumula e più si creano poveri! E allora? Quale il rimedio? Gesù lo dice alla fine di questa “strana” parabola dell’Amministratore disonesto: Fatevi amici con la “disonesta” ricchezza”. Chi sono questi amici che bisogna crearsi? Sono i poveri! Ci si mette al riparo dalla disonestà della ricchezza riequilibrando le cose con la condivisione! Per l’Evangelo il rapporto con le cose, con l’avere è regolato dalla legge assoluta della condivisione. La condivisione è la via sapiente per camminare sulle strade del Regno.

L’amministratore disonesto è lodato dal padrone, che pure è stato truffato due volte (chissà quante volte!) perché l’amministratore è stato scaltro. E’ la scaltrezza che è lodata, e Gesù fa sua questa lode con una forte amarezza: questo figlio della tenebra è stato tanto scaltro per salvarsi la pelle; perché il figli della luce non sono altrettanto scaltri per la causa del Regno?

C’è un solo modo per essere scaltri: volgere lo sguardo ed il cuore ad un’altra amicizia, ad un altro amore. O si è amici della ricchezza o si è amici dei poveri (Fatevi amici con la disonesta ricchezza!). L’aut-aut qui è, come sempre nell’Evangelo, radicale e Gesù lo afferma con il celebre detto che segue: Non si può servire a due padroni…non potete servire a Dio e a Mammona. La nuova versione della CEI dice: a Dio e alla ricchezza, spiegando la parola originale, la quale è una parola semitica che va decodificata (la nuova traduzione, essendo principalmente destinata alla liturgia, giustamente giunge subito alla decodificazione). Mammona (che è termine che nella Bibbia appare solo in questo capitolo ed in Matteo 6,24) è una parola terribile, perché ha radice in un verbo ebraico importantissimo nella Scrittura, il verbo aman (da cui amen) che è il verbo della fede, della fiducia, della sicurezza in cui tutto si può fondare; mammona e allora la ricchezza a cui consegno tutta la mia fede, la mia fiducia, la mia sicurezza. Chi è servo di mammona lo è perché si fida di mammona, ha fede in mammona; più chiaramente possiamo dire che il suo dio è la ricchezza!

Ecco perché Gesù contrappone con fermezza Dio e mammona. E’ impossibile servire tutti e due; si può solo amare uno ed odiare l’altro, perché chi ama davvero Dio odia mammona che da Lui lo separa, odia mammona perché si fida di un altro, in Lui mette la sua sicurezza; se ama mammona odierà Dio perché Lui gli chiede di condividere, di usare il denaro per farsi amici i poveri, odierà Dio perché dio gli chiede di cambiare mente e di usare il denaro e non di essere usato dal denaro diventandone schiavo.

Prima o poi nelle nostre vite di credenti viene l’ora in cui Dio chiede questa condivisione, non più a chiacchiere e con bei discorsi pii, ma con una concretezza tale che tocchi i nostri beni materiali (certamente come quelli spirituali…ma non solo perché con i beni spirituali siamo capaci di grandi mistificazioni!). Certamente viene quest’ora, e sarà un’ora in cui tutti i cammini di sequela vengono autenticati; finché la fede è fatta di preghierine per i poveri e di belle parole puzza ancora di ipocrisia o di immaturità: quando si compromette  fa il salto verso la libertà e l’autenticità.

Il salto però va fatto solo per amore nei confronti di Cristo, solo perché si vuole essere davvero suoi discepoli, solo perché si è capito finalmente dov’è il vero tesoro.

Benedetta quell’ora in cui Cristo ci chiede: se mi scegli fin dove si spinge la tua scelta?




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